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sabato 15 luglio 2023

“Il cambiamento per il cambiamento è caratteristica del diavolo”

 Abbiamo ancora a disposizione, dopo tanti anni, un pezzo di grande giornalismo che porta la cronaca di un difficile momento di Arnaldo Forlani all’altezza di una limpida rappresentazione circa il carattere e la personalità del più riservato e schivo dei leader storici della Dc. A scriverlo su Repubblica fu Miriam Mafai, a lungo firma prestigiosa del quotidiano romano. L’articolo apparve in coincidenza con l’accusa del pool di Mani Pulite all’allora segretario di Piazza del Gesù e presentava, quasi plasticamente, la fisionomia di un politico irriducibile ai canoni della tradizione democristiana, pur essendone sicuramente una delle espressioni più originali. Nel testo si rinviene una perla del pensiero forlaniano: “Nell’agosto del 1992, nel corso del Consiglio nazionale che doveva eleggere il nuovo segretario, Arnaldo Forlani rispondeva polemicamente a Martinazzoli ricordando che “il cambiamento per il cambiamento è caratteristica del diavolo”.


Era solo una battuta? Non credo. In quelle parole si celava la ritrosia o l’avversione per quello che avremmo imparato a definire con il termine di “nuovismo”, fenomeno deteriore di spavalderia e inconcludenza apparso nel tempo della veloce gestazione della cosiddetta seconda repubblica. È probabile che non valesse come rimprovero a Martinazzoli, di cui riconosceva la capacità di suggestione nella lettura della crisi, anche oltre il campo della politica, bensì come avvisaglia del pericolo che la Dc doveva correre nell’affidarsi allo spontaneismo di una interpretazione finanche ingenua degli eventi. Difficile dire se prevalesse nel suo animo una dose di rassegnazione o di autocontrollo, magari l’una nasceva dall’altro e viceversa. Certo, non credeva alla immortalità della Dc. Con il solito glamour all’inglese, fece osservare in un Consiglio nazionale che millenni prima era finito anche l’impero degli Ittiti — figuriamoci, perciò, se non poteva finire il potere dei democristiani.


Sarebbe interessante capire quale nesso abbia congiunto la formazione giovanile, debitrice dell’ansia riformatrice del dossettismo, alla postura moderata del Forlani della maturità. Il suo percorso, a ben vedere, si snoda lungo il binomio di “conservazione e superamento” che caratterizzerà l’azione di Fanfani rispetto alla lezione di Dossetti. Eppure, anche rispetto all’attivismo di Fanfani l’usuale posatezza di Forlani appare fuori quadro. Ciò nondimeno, in contrasto con l’accusa di vaporosità rivolta al forlanismo, sta la costanza di un pensiero molto netto che ha colto nella dinamica storica della politica italiana la novità del centro-sinistra come esito del confronto tra cattolici e socialisti. Qui sta, a mio avviso, la continuità della politica forlaniana e qui anche il messaggio che lascia per il presente e per il futuro, giacché si tratta, in effetti, della continuità che nel variare delle scelte, sempre oggetto del conflitto che pervade e qualifica la democrazia, ha segnato il concetto di progresso e stabilità – tutt’e due i fattori insieme – nello svolgimento della politica del leader marchigiano.


Alla fine, se oggi volessimo interrogarci seriamente sul lascito politico di Forlani avremmo da compiere un salto all’indietro per farne due in avanti, nella sostanza cercando di capire come la cultura cattolico popolare e democratica, da un lato, e la cultura socialista dall’altro possano reincarnarsi in una nuova progettualità politica, con le necessarie condizioni di sostenibilità organizzativa. Da questo nucleo teorico, se definito con rigore e lungimiranza, può irradiare la complessa ideazione di una nuova politica di centro. È una sfida in cui possiamo ritrovare il gusto di Forlani per un avanzamento, ancorché prudente, sulla via del progresso civile del Paese.

giovedì 13 luglio 2023

Il modello della mitezza

Arnaldo Forlani è stato un esponente di rilievo della Democrazia cristiana, nato nel dicembre del 1925 a Pesaro, si impegnò negli anni della giovinezza e in quelli universitari nella Dc marchigiana e pesarese, ebbe anche una breve esperienza con il dossettismo, tanto che partecipò allo storico evento dello scioglimento della corrente dosettiana a Rossena nel 1951.

Sarà eletto deputato nel 1958. Una volta a Roma nasce il sodalizio con Amintore Fanfani che durerà fino agli inizi degli anni ottanta. Un rapporto sempre dialettico tra il mentore e il suo delfino. Conflittualità dovuta anche per i rispettivi temperamenti, uno determinato l’altro pacato. Non a caso Forlani si guadagnò diversi appellativi come la “mammoletta che non vuol esser colta” coniato proprio dal grande Fanfani e il “coniglio mannaro” lanciato dall’indimenticabile Gianfranco Piazzesi.

Il suo carattere tranquillo, bonario, che ricercava sempre le ragioni dell’unità e mai quelle della divisione lo distingueva. Incarnava perfettamente il modello della mitezza della politica, era sempre per unire, per mettere insieme. Questo però non si tradusse mai in mancanza di coraggio o pavidità. Prova ne fu il patto di San Ginesio, sottoscritto con Ciriaco De Mita e Antonio Bisaglia per ridare nuova linfa al partito e renderlo più aperto ai ceti popolari. Evento che gli procurò per la prima volta l’elezione a segretario nel 1969.

Determinato lo fu anche quando andò dal capo dello Stato a dimettersi da presidente del Consiglio per la vicenda della loggia massonica P2 e lo fu pure nel 1982 quando decise di opporsi al suo antico mentore Fanfani, che al congresso nazionale scelse De Mita e non Forlani come segretario. Le ore notturne che precedettero la presentazione delle candidature a segretario del partito furono drammatiche. Una riunione iniziata alle ore 21 all’hotel Parco dei Principi a Roma si concluse alle 3 del mattino del giorno dopo col triste risultato della spaccatura tra Fanfani e Forlani. Vincitore fu Ciriaco De Mita. I fanfaniani di Nuove Cronache scomparvero. Ne rimase solo un pallido ricordo.

La stella Forlani però riuscì ancora a splendere. Accadde nel 1989/92 quando fu rieletto segretario col sostegno delle espressioni centriste della Dc. Quale uomo di governo si rivelò subito un abile Statista tanto da essere considerato uno dei migliori in Europa e Oltreoceano. Fu sempre ritenuto convinto atlantista e europeista.


Raffaele Reina


fonte: Formiche

I tempi cambiati

Di Arnaldo Forlani conservo un’immagine privata, quasi familiare. La prima volta lo vidi con gli occhi di un diciassettenne che una domenica pomeriggio accompagnò il padre giornalista a Pesaro per far visita a un leader politico divenuto uomo di governo e, col tempo, un amico. Nessuno avrebbe detto, quel giorno, che nello spazio di una manciata di anni la prima Repubblica sarebbe naufragata col suo carico umano e politico. Ma quel giorno fu per me rivelatore di una dimensione del potere che nulla aveva a che vedere con i miei pregiudizi di adolescente.

Raggiungemmo Forlani ad una sagra del pesce che percorremmo per intero col passo lento di una processione religiosa continuamente interrotta da una precisa sequenza di soste, di saluti, di brevi e civili conversazioni. Ricordo un uomo sobrio, essenzialmente schivo. Una persona educata e dai modi semplici tipici dei marchigiani che trasmetteva l’idea di un potere mite, equilibrato, quasi paterno e ben radicato nel suo terreno natio. Un potere timido, discreto.

La cena fu a casa sua, ai fornelli c’era la moglie, attorno al tavolo una ristretta rappresentanza di politici locali. Ascoltai in rispettoso silenzio una conversazione fatta per un dieci per cento di civili convenevoli, per un venti per cento di riferimenti storici e per il restante settanta per cento di analisi politica condotta con toni sereni e approccio razionale. Ogni questione veniva affrontata con realismo ed esaurita non appena veniva raggiunto un punto di equilibrio tra le diverse forze, interessi ed ideali in campo. La politica come arte della mediazione. La politica come mezzo per raggiungere il migliore tra i fini possibili. Era così la politica democristiana, era così la Politica tout court.

Una Politica morta ormai da tempo, una morte ufficializzata oggi dal trapasso di Arnaldo Forlani. Non resta dunque, nel ricordare Forlani, che rimpiangere i tempi andati. I tempi in cui il potere politico era un potere reale e chi lo incarnava non ne esibiva l’arroganza, ma lo rappresentava con umanità e discrezione. I tempi in cui i partiti politici erano delle comunità e non solo delle cosche. I tempi in cui la teoria non fu mai sideralmente distante dalla pratica. I tempi in cui le parole avevano un senso e contraddirsi era considerato disonorevole. I tempi in cui le personalità politiche si affermavano attraverso un lungo cursus honorem su basi politiche e non solo mediatiche. I tempi in cui i leader non miravano a distruggere i propri avversari interni, ma a cooptarli per sfruttarne le capacità. I tempi in cui gli uomini di governo avevano uno stile istituzionale e la Politica parlava una lingua propria.

I tempi sono cambiati, e non è un caso che Arnaldo Forlani abbia trascorso in disparte e quasi in silenzio gli ultimi trent’anni della sua vita, ovvero i primi trent’anni dei tempi nuovi.

Andrea Cangini

fonte: Formiche

martedì 11 luglio 2023

Dovere e passione

Signor Presidente della Repubblica, cari figli Alessandro, Luigi e Marco, cari nipoti e familiari, autorità, sorelle e fratelli tutti,

ci stringiamo oggi attorno ad Arnaldo Forlani per dargli il nostro ultimo saluto mentre lui compie il suo ultimo tratto che lo separa dalla Gerusalemme del cielo. Quante volte Arnaldo ha ascoltato questa pagina dell’Apocalisse! E, come credente, quei cieli nuovi e quella terra nuova li ha sempre avuti davanti, certo solo in visione, come meta della sua vita, ma anche della stessa azione politica. La visione della nuova Gerusalemme come destinazione di tutti i popoli, non riguarda solo la fine della storia: essa orienta già da ora l’azione del credente. Questa pagina biblica che ascoltiamo in questa celebrazione illumina non solo il senso della morte – quella di Arnaldo, la nostra, di tutti – come passaggio verso la destinazione della storia, appunto la Gerusalemme del cielo ove anche la morte sarà vinta per sempre. E questa luce illumina anche il buio di questo tempo segnato tragicamente da guerre, stragi, distruzioni, che lasciano spaesati e senza più visioni.

Ecco, vorrei ricordare Arnaldo Forlani proprio a partire di qui, ricordarlo come uomo di pace. Lo fu non solo da ministro degli Esteri – primo governante europeo a visitare una Cina ancora sconvolta dalla scomparsa di Mao – ma in tutta una lunga attività politica, attentissimo alle relazioni multilaterali, alla cooperazione internazionale e all’europeismo. Voleva che l’Europa portasse un proprio originale contributo per lo sviluppo e la pace nel mondo e fu anche, per un breve periodo, ministro per i rapporti con le Nazioni Unite. Tutto ciò aveva una radice profonda che affondava nel terreno della sua formazione giovanile nell’Azione Cattolica e nella Fuci. Ed appariva appassionata quando parlava di La Pira, un credente che ha sempre avuto nel cuore la visione finale della Gerusalemme del cielo: in lui – diceva – era “sempre presente il disegno biblico finalizzato alla pace e un nuovo ordine: le spade convertite in vomeri”.

Visioni come questa spingevano Arnaldo Forlani a dare un esempio di rigore, di serietà e di sobrietà. Non ci ha lasciato solo un’importante eredità politica, ha anche compiuto un’opera che resta nelle fibre profonde della società italiana. E’ bene dirlo: se l’Italia è diventata così diversa – in meglio – da come era nel 1945 è anche per la sua opera e per quella di tanti altri credenti e non impegnati con serietà a servire il Paese. Fin dalla giovinezza Arnaldo lo ha fatto, quando, ancora ventenne, negli anni della liberazione entrò nella clandestinità e partecipando alla resistenza. E ha continuato a servire con fedeltà il Paese. Fece suo il vecchio motto “giusto o sbagliato è il mio Paese”.

Sorelle e fratelli, oggi consegniamo nelle mani misericordiose di Dio un servitore della causa di questo Paese, addolorati, certo, ma sereni, come le Sante Scritture ci assicurano che “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà” (Sal 3,1). Ed è bene ricordare che quanto Arnaldo ha fatto con passione e zelo per l’Italia – assieme a tanti altri – conta ancora, anzi suggerisce uno stile di vita. In una realtà conflittuale e polarizzata come quella in cui viviamo, appare forse più chiara l’importanza della sua opera costante per conciliare posizioni diverse, per avvicinare forze contrapposte, per tessere alleanze tra mondi anche culturalmente lontani. Tutto ciò che la buona politica avvicina, ricompone, collega, migliora la vita di una società e, al tempo stesso, fa accumulare a chi la promuove un tesoro prezioso che resta patrimonio comune.

Il Paese ha bisogno di visioni che uniscano.

Nella sua solida formazione cristiana Arnaldo ha trovato i motivi ispiratori del suo impegno politico che lui riassumeva in due parole: dovere e passione. Ci vogliono entrambi per far fruttare i talenti ricevuti, come lui ha fatto. Il senso del dovere, anzitutto. Il talento di cui parla il vangelo non è qualcosa di proprio ma, appunto, un dono che si riceve e la cui proprietà resta sempre di un Altro. E qui il senso cristiano dell’esistenza ha segnato con decisione la sua azione politica. E poi anche passione. Nell’impegno per la società c’è bisogno di creatività, di determinazione, di pazienza, di coraggio e di speranza. Si, dovere e passione, non spingono a seppellire i talenti sottoterra, come avviene quando li usiamo per noi stessi, ma spingono a investirli perché producano molti frutti per il bene degli altri, magari correndo qualche rischio personale, accettando rinunce e mettendo in conto anche sconfitte, croce compresa.

Ho conosciuto meglio Arnaldo Forlani quando si abbatté su di lui la tempesta giudiziaria. Di quei momenti ricordo la sua dignità, la mitezza ed anche l’equilibrio. Certo, in un mare di dolore e di sconcerto. Mi colpi la sua fiducia in Dio: si affidò alle sue mani, come il salmista: “anche se vado in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4). E sentiva forte l’amicizia della sua famiglia e degli amici. Molti hanno sottolineato l’inconsistenza delle accuse che gli sono state rivolte, e di certo non si è arricchito con il suo impegno pubblico. E neppure si è sottratto all’azione della magistratura rispettandone l’azione, interpretando, poi, tutto come un effetto amaro del clima devastante di quegli anni. Ma lui – così disse – volle bere “la cicuta fino in fondo”.

Tutto ciò non intaccò, anzi rafforzò, la sua attenzione – ne fece uno stile umano e politico – a non indebolire le istituzioni sulle quali si fonda la convivenza civile e il bene di tutti. Il suo rispetto anche per chi aveva idee diverse dalle sue, è stato un contributo sostanziale allo sviluppo e al consolidamento della democrazia nel nostro Paese. Arnaldo ha sempre mostrato un grande senso delle istituzioni tutte le volte in cui è stato Presidente e vicepresidente del Consiglio o ministro. La sua sobrietà e il suo rigore si univano in lui a una viva sensibilità per i problemi sociali, più volte ne abbiamo parlato assieme, anche perché da giovane iniziò come sindacalista nella corrente cristiana nella CGL, allora unitaria. Era sempre attento agli effetti pesanti sulla vita di tante persone che avevano gli squilibri del sistema economico – come, in Italia, quelli tra città e campagna, tra Nord e Sud – e spesso i suoi discorsi rivelano una profonda sintonia con le encicliche sociali di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Arnaldo non si riconosceva nell’immagine di uomo di corrente. Era sì un uomo di partito, quando i partiti erano le forze vitali della democrazia italiana. E pensava che i partiti fossero chiamati a servire gli interessi non di una parte ma di tutti gli italiani. Uno dei motivi per cui ammirava tanto De Gasperi – me lo raccontò un giorno nei nostri colloqui – fu la commozione e la gratitudine che l’intero popolo italiano espresse per lo statista trentino mentre lo accompagnava nel suo ultimo viaggio da Trento a Roma. Lo scrisse anche: “è stato il momento di più intensa identificazione tra il nostro partito e l’Italia”. Il ruolo guida della Dc gli pareva una necessità, in presenza di un grande partito comunista in Italia. Era convinto che questo problema non potesse essere risolto con forzature, ma solo con “un lungo e difficile confronto” democratico: escludeva, perciò, la creazione di “un blocco d’ordine” che avrebbe lacerato in modo drammatico la società italiana e ha sempre contrastato l’uso politico della violenza da parte di gruppi con opposte matrici ideologiche.

E’ stato lui a coniare l’immagine del “potere discreto”, per indicare l’ideale di una limitazione del potere da parte anzitutto di chi lo esercita. Lo diceva anche per il suo partito: deve rispettare “anche nell’immagine una consuetudine di prudenza e di collegialità”. E, pur convinto dell’importanza dei partiti per la democrazia italiana, era però contrario alla concentrazione di tutto il potere nelle loro mani: fin dagli anni Sessanta, fu tra i primi a parlare di riforme istituzionali per correggere i limiti e le deformazioni del sistema politico, un problema di cui ancora oggi si continua a discutere, non sempre con il disinteresse e la lungimiranza di cui egli era capace.

Anche la sua uscita di scena – trent’anni fa; un’uscita totale e irrevocabile – è stata improntata all’ideale di un “potere discreto”. E' rimasto sempre fedele al partito in cui si è svolta la sua intera vicenda politica. Non ha condiviso le scelte di quanti, anche vicini a lui politicamente, hanno rotto quell’unità che per lui costituiva un bene superiore agli interessi personali: doveva sempre prevalere sulle divergenze di vedute e sui conflitti di potere, per ragioni più profonde di quelle solo politiche. Con la fine della Democrazia Cristiana, Forlani ha ritenuto definitivamente conclusa anche la sua esperienza politica, scegliendo un rigoroso riserbo.

Oggi, siamo in tanti attorno a lui, con la particolare solennità dei funerali di Stato, mentre si accinge a compiere l’ultimo tratto del suo pellegrinaggio verso la Gerusalemme del cielo. Lo circondiamo con l’onore dovuto ad un servitore dello Stato, con l’affetto che si ha per un amico e con la preghiera di chi crede in un Dio ch’è amore. Arnaldo troverà nel cielo le risposte che ha cercato lungo la sua vita, quelle alle domande suscitate dalle asprezze e dalle contraddizioni della politica e, soprattutto, troverà quelle risposte che riguardano il senso ultimo dell’esistenza umana e che la politica, da sola, non è in grado di dare. Troverà il Suo Signore ad attenderlo. Ma ancor prima delle risposte sentirà il Signore che sull’ uscio gli dirà, come il Vangelo suggerisce: “Arnaldo, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuto padrone”. E ci piace immaginare l’amata moglie, Alma Maria, farsi avanti tra i tanti che lo aspettano per riabbracciarlo, e con lei i genitori la moglie e gli amici, numerosi, che gli fanno festa. \e perché tutti i popoli si incamminino verso quella fraternità universale che resta il sogno di Dio sul mondo. Amen.


Mons. Vincenzo Paglia

Omelia ai funerali di Stato di Arnaldo Forlani

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