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domenica 30 ottobre 2016

Digitalizzazione: la parola a Diego Piacentini

Suo padre era arrivato a Milano dalla bassa bresciana per fare il muratore e con orgoglio aveva guardato a quel figlio che a 17 anni, grazie a una borsa di studio del programma Intercultura, aveva preso per la prima volta l'aereo per andare dall'altra parte del mondo, in una cittadina rurale a 50 chilometri da Seattle. Quel figlio che dopo essersi laureato alla Bocconi, primo della famiglia ad andare all'università, lo aveva reso orgoglioso lavorando alla Apple in Europa per poi tornare sulla Costa del Pacifico e salire fino ai vertici della prima azienda di commercio digitale del mondo. Ma l'ultima decisione del suo ragazzo, ormai cresciuto e con i capelli grigi, proprio non l'aveva capita: tornare in Italia, a Roma per giunta, per lavorare nella pubblica amministrazione. Diego Piacentini, 55 anni, di cui 13 in Apple e 16 ad Amazon, è stato nominato ieri dal governo Commissario straordinario per il digitale.

Quella di Piacentini è una scelta rivoluzionaria, un super cervello che torna, uno dei massimi esperti di architetture digitali che scommette su una missione di semplificazione massima: "Rendere i servizi pubblici per i cittadini accessibili nel modo più semplice possibile attraverso i dispositivi mobili". Ma anche una scelta che ha sollevato a sinistra perplessità e malumori, in chi vede in questo incarico un conflitto d'interessi e si interroga su cosa possa aver spinto uno dei manager più prestigiosi del mondo ad accettare un incarico governativo a Roma e a prendere due anni di aspettativa da Amazon.

Partiamo dalle contestazioni: i critici sostengono che lei, il secondo più grande azionista di Amazon dopo il fondatore Jeff Bezos, non possa occupare un posto pubblico.
"Prima di tutto smentiamo immediatamente che io sia il secondo azionista, visto che non lo sono: io sono il secondo dipendente con più azioni. Sono un manager di Amazon che nel tempo ha accumulato 84mila azioni. Che significa 0,000017 per cento".

Come ha accumulato queste azioni?
"La filosofia di Amazon è di dare uno stipendio base con un massimo di 170mila dollari annui, poi a seconda del ruolo e della performance vengono assegnate azioni periodicamente".

Due giorni prima di andare in aspettativa da Amazon ha esercitato un diritto maturato comprando e vendendo un pacchetto di azioni, continuerà a farlo durante il suo incarico italiano?
"Ogni trimestre abbiamo un piano di vendita predeterminato e regolamentato della Sec (la Consob americana), in cui si definisce in anticipo la data di vendita delle azioni e questo per evitare insider trading. In questi due anni sarò in congedo e così sono sospese anche le azioni che avrei dovuto ricevere. Allo stesso modo ho sospeso ogni piano di vendita".

Il suo incarico dice che lei lavorerà gratis.
"Sì, senza alcun tipo di stipendio, pro bono, zero. Ho rinunciato anche ai rimborsi spese, niente vitto e alloggio, pago tutto con la mia carta di credito personale".

Perché?
"Nei miei sedici anni negli Stati Uniti sono stato contagiato da un'idea forte, quella di restituire al proprio Paese, alla propria scuola, alla propria università. E' il concetto del "Give back". Appena arrivato a Seattle nel 2000 venni invitato ad una cena di beneficenza organizzata dalla scuola elementare pubblica in cui avevamo iscritto il figlio più grande. Mia moglie, che a Milano l'anno prima aveva raccolto 800mila lire per l'asilo, era molto curiosa. Restammo sconvolti quando sotto i nostri occhi vennero raccolti 170mila dollari per finanziare le attività scolastiche. Uno dei commensali ci disse: è quasi un obbligo morale: hai avuto successo e restituisci a chi ti ha formato".

Certo è difficile credere che uno lasci Amazon per venire qui e per giunta gratis.
"Capisco, perché quando l'ho detto ai miei genitori anche loro erano perplessi, mi aspettavo una reazione di entusiasmo e invece hanno cominciato a chiedermi: "Davvero? Ma in che cosa ti stai andando a cacciare? In un mare di guai, tanto non si riesce a cambiare niente...". Quando poi gli ho detto che non avrei guadagnato nulla allora la perplessità si è trasformata quasi in fastidio e scetticismo. Hanno scrollato la testa e bofonchiato: "Sicuramente ti daranno qualcos'altro".

Se fa fatica a capire sua madre, allora ne hanno diritto anche i parlamentari che hanno presentato un'interrogazione sulla sua nomina.
"Infatti non mi irrito più per la cultura del sospetto, perché l'ho visto fare ai miei genitori... Ho capito che l'idea di restituire non appartiene al nostro dna, ma forse il mio caso può aiutare l'Italia a cambiare mentalità".

Qualche altro sospetto: Bezos l'ha lasciata andare perché aiuterà gli affari di Amazon in Italia.
"Con tutto rispetto per il nostro Paese e per la bravura di chi ci lavora, Amazon in Italia esiste solo da 6 anni ed è una quota davvero molto piccola del fatturato mondiale, la mia presenza non ha proprio nessun impatto".

Ma i possibili conflitti d'interesse restano.
"Il mio ruolo non ha a che vedere con legislazioni e politiche e nemmeno con le centrali di acquisto, non devo fare contratti di forniture. Non vedo dove possano essere i conflitti d'interesse".

E quindi cosa è venuto qui a fare?
"Sono venuto con l'obiettivo di rendere la vita più semplice ai cittadini, semplificando il rapporto con le Istituzioni, e per far sì che la macchina dello Stato sia in grado di usare le tecnologie come accade in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Un rapporto semplice tra Stato e cittadino è condizione necessaria per sviluppo economico, perché stimola gli investimenti anziché frenarli".

Come è nata l'idea di venire a Roma?
"Da un incontro con Matteo Renzi nel settembre 2014. Era venuto a visitare la Silicon Valley e mi disse: "Vorrei aiutare il Paese a non perdere il treno dell'innovazione e del digitale, saresti disposto a tornare per un periodo in Italia?" Ringraziai e declinai e per me era finita lì. Dopo qualche mese mi telefonò e tornò alla carica, nel frattempo il dubbio si era insinuato in me. Così ho cominciato a parlarne con mia moglie e con Bezos, con il quale ho un rapporto non solo di lavoro ma di lealtà e amicizia. Allora mi sono fatto una sola domanda: "Cosa rimpiangerò di non aver fatto tra 10 anni?". Ho capito che mi sarei portato dietro il rimpianto di non averci provato".

Quanto tempo si è dato?
"Due anni. Non per terminare un progetto ma per creare un sistema che permetta il cambiamento e duri nel tempo e per provare a far nascere una nuova mentalità".

E se Renzi cadesse prima?
"Complicherebbe un po' la situazione, ma il sistema che si deve creare è indipendente da chi è il primo ministro: è per il Paese non per il premier anche se è Renzi che mi ha convinto a venire".

Primi passi?
"Da due o tre anni è avviato un cammino: c'è il codice dell'amministrazione digitale, l'agenda europea digitale ma soprattutto una nuova consapevolezza. Si è cominciato a creare l'identità digitale del cittadino, con la quale poter accedere alle centinaia di servizi dello Stato. È da migliorare, da distribuire, si devono costruire tutti i servizi dove usarla e la maggior parte della popolazione ancora non lo sa, ma è un passo fondamentale".

In cosa consiste?
"Ognuno di noi avrà un'identità sempre aggiornata. Non ho bisogno di dimostrare che esisto, sono nato, sono sposato o dove abito. Oggi devi certificare o autocertificare ancora troppe cose, ma se l'anagrafe è costruita con tecnologie che tutte le amministrazioni pubbliche condividono, allora non devi più certificare di esistere e tutto diventa accessibile e aperto".


Come ha trovato la pubblica amministrazione italiana?
"Le leggo cosa ho scritto nel bando per reclutare talenti informatici che vengano a lavorare con noi: "Bisogna sapere che ci troveremo di fronte a burocrazie, regole complicate, a tecnologie obsolete e a una mancanza di coordinamento, ma anche a isole di eccellenza in grado di ottenere molto con poche risorse".

Dove sono queste isole di eccellenza?
"Per me è stata una sorpresa positiva trovare gruppi di alto livello tecnologico nella pubblica amministrazione italiana, penso alla Sogei o al Poligrafico dello Stato, per fare due esempi. Ho incontrato ragazzi che troverebbero subito posto nella Silicon Valley e che avrebbero successo in un batter d'occhio".

Che squadra vuole costruire?

Quanto pagherete gli esperti digitali per convincerli a venire a Roma?
"Abbiamo un tetto massimo di 150.000 euro l'anno per le posizioni tecniche più esperte ma la maggior parte dei ruoli saranno remunerati tra i 40 e 120.000 euro".

Perché nel bando ha scritto che "occasionalmente si dovrà essere eleganti ma normalmente ci si può vestire anche in modo sportivo"?
"Perché uno sviluppatore nemmeno si avvicina se pensa di dover lavorare in giacca e cravatta, allora deve sapere che può venire con le scarpe da tennis, certo non in ciabatte come in California... Siamo pur sempre a Palazzo Chigi".

E questo Palazzo com'è?
"È il primo posto che ha bisogno di una trasformazione tecnologica. Come in molti uffici e luoghi pubblici italiani c'è un problema di wi-fi, mi sono reso conto in queste prime settimane quanto sia penalizzante per chi lavora in Italia non avere accesso alla banda larga in modo continuativo e quotidiano".

Lei ha lavorato con Steve Jobs, cosa ha imparato da lui?
"La capacità di individuare le cose importanti, focalizzarci sui punti fondamentali all'interno di un sistema complesso".

E dal fondatore di Amazon Jeff Bezos?
"Che non esiste nulla che non si può cambiare. Per riuscirci bisogna creare le condizioni: assumere le persone più preparate, fare gli investimenti giusti, guardare sempre avanti, diffondere una cultura nuova anche nei gesti quotidiani e non perdere tempo a fare convegni".

C'è qualcosa che accomunava Jobs e Bezos?
"Sì, ho imparato da entrambi l'importanza di essere diretti con le persone, di dire davvero quello che si pensa, senza finzioni. Anche se Bezos è più gentile. Steve a volte era davvero duro e, diciamo, poco educato. Ma era un autentico genio".

Ha detto che questa squadra digitale che sta nascendo è come una startup, che percentuali di successo vede?
"Le percentuali di successo di una startup sono tra l'uno e il cinque per cento, mi auguro di avere qualche possibilità in più, perché se ci riusciamo allora il cambiamento per l'Italia sarà davvero notevole".

Momenti di pentimento in queste prime settimane romane?
Piacentini si toglie gli occhiali e strizza gli occhi da miope, ci pensa un po' e sospira: "A Seattle mi sarei sicuramente divertito a inventare cose nuove, ma un giorno mi
sarei guardato allo specchio e avrei detto: "Ma perché non ci ho provato?". Meglio correre il rischio di non farcela che rimpiangere di non aver avuto il coraggio".

Suo padre ora non c'è più, ma probabilmente sarebbe stato di nuovo d'accordo.

fonte: La Repubblica

giovedì 28 gennaio 2016

Una rivoluzione antropologica

Caro Direttore, 
sono intervenuto 70 volte in Commissione Giustizia parlando per circa 12 ore in discussione generale prima e per cominciare ad illustrare e votare poi i circa 1000 emendamenti che avevo presentato sul disegno di legge unificato Cirinnà sulle Unioni civili. 
Il dibattito è stato poi traumaticamente troncato da una iniziativa del Presidente del Senato che ha portato direttamente in Aula il 14 ottobre un nuovo disegno di legge Cirinnà, presentato al Senato soltanto il 6 di ottobre, scavalcando la Commissione Giustizia, in palese violazione dell'art. 72 della Costituzione che impone che i disegni di legge  vengano discussi  prima in Commissione e poi in Aula.
Non solo: davanti a questa forzatura senza precedenti, con i colleghi parlamentari Augello, Compagna, Quagliariello, Piso e Roccella siamo usciti dal NCD, e siamo passati all'opposizione, perchè abbiamo preso atto che il partito di Alfano, malgrado gli interventi a gamba tesa  del Presidente del Consiglio  Matteo Renzi, del Ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi e del  Sottosegretario  Ivan Scalfarotto, che hanno dettato contenuti,  tempi e modi del dibattito parlamentare, non voleva mettere in discussione la continuazione  dell'esperienza di governo, neppure di fronte ad una rivoluzione antropologica, appoggiata dal governo stesso.
Credo sia giusto pertanto che davanti al popolo del Circo Massimo i parlamentari debbano rispondere non come categoria ma ognuno sulla base dei propri convincimenti e dei propri comportamenti.

Sen. Carlo Giovanardi, La bussola quotidiana

sabato 16 gennaio 2016

Il bis di Nucci

Storico bis, ma non così storico l’altra sera alla Scala alla prima di “Rigoletto” di Giuseppe Verdi diretto da Nicola Luisotti. Il quasi 75enne Leo Nucci, alla 515ma serata nella parte del gobbo, ha bissato il duetto “Sì, vendetta, tremenda vendetta / di quest’anima è solo desio…”, finale del secondo atto. Insieme a lui, a sipario chiuso (prima volta dal Dopoguerra), il 27enne soprano americano – astro in ascesa della lirica – Nadine Sierra.

“E’ successo qualcosa di particolare”, ha commentato Nucci. “Io sono abituato a fare bis ma non alla Scala. Sono consapevole della tradizione, ma era quasi impossibile non farlo”. Quasi. Per questo, Nucci ha chiesto l’ok al soprano, all’orchestra e al sovrintendente che, dal suo palco, stava applaudendo in piedi. “È stato un omaggio al pubblico, non per Toscanini che non era il padre eterno e nell’opera ha imposto cose che non stanno ne in cielo ne in terra”.

Verdi non era contrario ai bis: “Alla prima del Requiem a Venezia concesse tre bis. E in una lettera a Ricordi scrisse che alla prima di Macbeth fu bissato il coro del secondo atto”. Finale: “Toscanini non voleva i bis – ha aggiunto – ma ha anche cacciato Puccini dalla Scala.

L’opera è passione e ieri il pubblico si è commosso”. Ma qualcuno (un critico musicale) ha gridato “vergogna” (un altro critico ha lasciato la sala)? “O c’erano 1600 imbecilli – ha osservato Nucci – o si sbaglia lui”.

Per il sovrintendente Pereira, “Nucci è il più grande Rigoletto del mondo, non ha mai cantato di routine e se l’entusiasmo è grande, il bis è un momento di fusione tra cantanti e pubblico che succede in tutto il mondo, è una festa”.

Ma le modalità con la quali è avvenuto – non irresistibili richieste, sipario chiuso con tecnici al lavoro… – sono destinati a far chiacchierare il micromondo della lirica. Intanto perché i bis si ripetono.

Non è stato il primo nemmeno di Nucci: lo ha già concesso l’estate scorsa con “Largo al factotum” nel Barbiere di Siviglia. Il 20 febbraio 2007 Juan Diego Flórez aveva bissato la cavatina “Ah! mes amis” della Fille du régiment di Donizetti con i cosiddetti nove do di petto.

Si parlò di “profanazione” (i melomani sono sempre esagerati): l’ultimo che aveva bissato risaliva al ‘33, Shaljapin nel “Barbiere di Siviglia” (direttore Marinuzzi). Ma il coro l’aveva fatto due volte: “Va pensiero” dal “Nabucco” con Muti nel ’94 e, primo a violare il sacro diktat, Gavazzeni nell’86 con “Oh signor che dal tetto natio…” dai “Lombardi prima crociata”.

Ma la modalità di ieri rimandano a una fruizione ottocentesca, quando sul proscenio si cantava e ricantava in barba a scena, regia e tutto il resto. Un’aberrazione per i puristi questo ritorno a un consumo emozionale, molto italiano; i loggionisti, invece, parlano di “ragioni del cuore” (blog “Lavocedelloggione”).

Per il pubblico scaligero continua a valere un solo punto di vista: poco importano filologia, scena o innovazione registica… importa che i cantanti cantino, espressivamente, come il Duca di Mantova Vittorio Grigolo e i due bissanti Nucci e Sierra. Per tutto il resto c’è la Germania.

fonte: Pierluigi Panza per il  blog,“fattoadarte.corriere.it”

martedì 5 gennaio 2016

Parola di Mandrake

Vuole un caffè? Così magari lo prendo anch’io. Che problema c’è? Chiedo. C’è che sto in regime salutista: un caffè e un sigaretta al giorno. Dice lui. Lui sarebbe Gigi Proietti che vado a trovare in una Roma costernata dal clima. Vive in fondo alla Cassia. Scorgo, in un angolo del salone dove ci accomodiamo, un contrabbasso. Chi lo suona? Lo suono io, ogni tanto. Ero il bassista col botto. Col botto? Sì col botto: bumbumbum. Non sapevo fare altro. La mano destra ancora, ancora. Ma la sinistra imprevedibile. Come se non avessi un braccio. Erano gli anni in cui suonavo in un complessino tirato su, senza pretese. Guadagni scarsi. Ma sufficienti per non pesare sui genitori che non navigavano nell’oro e immaginavano per me un futuro diverso.


Cosa immaginava suo padre?
«Quello che di solito hanno in testa i padri di quella generazione: studia, laureati e trova un impiego, possibilmente statale. Sa perché noi italiani abbiamo spesso tollerato la burocrazia e i suoi misfatti?»

No, mi dica.
«Perché la burocrazia era la mamma, il ventre molle e accogliente nel quale sparire e riemergere il 27 di ogni mese. Tra coloro che ce l’avevano fatta c’era la granitica convinzione che ogni cosa che accadesse fuori non li riguardava. Non credo che mio padre vivesse così lo stato delle cose. Lui pensava a una carriera onorevole».


Di cosa si occupava?
«Aveva fatto parecchi mestieri, il boscaiolo, il cameriere, prima di trovare a Roma un impiego come uomo di fiducia in un’azienda. Ho sempre ammirato la sua onestà. Era umbro, figlio di contadini. Con la mamma vennero a Roma negli anni della guerra. Sono nato nel 1940. I miei alloggiarono prima in una casa davanti al Colosseo, fummo sgombrati dalle forze dell’ordine perché l’edificio era pericolante; andammo a vivere in uno scantinato di un albergo; infine ci assegnarono un alloggio alla borgata Tufello».


Come vive le sue origini?
«Penso che le origini di una persona non sono la sua condanna. Ognuno di noi, se ha determinazione e un po’ di fortuna, può decidere la propria strada».

Diceva della prima orchestrina.
«Ci chiamavamo “Gigi e i Soliti Ignoti”. A Roma, parlo del 1960, c’erano i dancing. Io cantavo. Poi facemmo il salto di qualità: ci chiamarono a suonare nei night club. Entravamo alle sette di sera e uscivamo, disfatti, alle cinque del mattino. Mi ero anche iscritto a giurisprudenza. Non era facile affrontare insieme gli esami e il pubblico notturno ».


«La Dolce vita stava finendo e già si intravedeva l’agonia di via Veneto».

Chi frequentava il night?
«Allora era uno status symbol. Venivano il generone romano, un po’ di malavita e parecchi turisti. Questi ultimi di solito arrivavano grazie a un’organizzazione, “Rome by Night”, che li guidava. Pagavano un biglietto di ingresso che gli dava diritto a una consumazione e ad assistere a uno spettacolo di streap-teese».

Cos’altro accadeva?

«Le entreneuse tenevano compagnia ai clienti. Alcune poi si appartavano nei separé. Noi suonavamo di tutto in tutte le lingue. Usando, in realtà, un gramelot, inventato per l’occasione. L’atmosfera cominciava sonnacchiosa e poi cresceva di tono. I clienti si eccitavano, le ballerine si contorcevano, le spogliarelliste si denudavano. Ce n’era una che faceva lo spettacolino con una porta».

Una porta?
«Sì, la trovata consisteva che alla fine il pubblico vedeva lei, che si spogliava, dal buco della serratura!».

Meraviglioso.
«Era un altro mondo dove i fiumi di champagne erano sostituiti dai fiumi di imprecisati liquidi. Una volta un cliente, mi pare un americano, scrutò attentamente l’etichetta della bottiglia: c’era scritto grande “Rouge et Noire” e sotto, piccolo piccolo, “Fratelli Capocci, Genzano”. Lo champagne lo preparavano nel retro delle cucine. Scoppiò il putiferio».

Le manca quel mondo?

«Appartiene a un periodo della mia vita. È stato fondamentale in molti sensi. In quegli anni incontrai la donna che sarebbe stata la compagna della vita: Sagitta, una svedese che faceva la guida turistica. Stiamo insieme da mezzo secolo. Non ci siamo mai sposati. Ogni tanto dico: vedi, anche se volessi, non potrei neanche divorziare. Abbiamo due figlie che adoriamo».

Circondato da donne.
«Non è poi così male».

E il teatro?

«Ci arrivai per caso. Non ero abitato dal fuoco sacro, semmai dal fuoco fatuo. Avevo fatto dei provini. Ma non è che avessi una cultura teatrale. Feci piccole cose. Erano gli anni in cui a Roma c’erano le famose cantine e si faceva molta avanguardia. Restai folgorato da Carmelo Bene che recitava in Caligola di Albert Camus. Carmelo curò anche la regia e i costumi. Lo guardai con ammirazione. Aveva solo tre anni più di me. Ma era come se tra di noi ci fossero secoli di distanza».


Cosa la colpiva?
«Penso che la sua grande capacità innovativa si nascondesse nelle pieghe della tradizione. Me lo presentò Roberto Lerici, altro personaggio straordinario, e diventammo amici da subito. Mi propose di lavorare a uno spettacolo che poi non si fece. Ripiegò sulla Cena delle beffe, mi offrì il ruolo di coprotagonista e accettai felice di poter lavorare con quel mostro sacro».

Non era un uomo facile da trattare.
«Era istrionico, provocatorio ma anche geniale. Un poeta che a volte si lasciava andare alla sua vena più aggressiva. Trovo però difficile definirlo. A volte decadente. Altre ancora futuribile. Le maschere non gli mancavano. Negli ultimi anni parlava solo di Schopenhauer, di Nietzsche, degli amici francesi che lo avevano scoperto. Dissipò il suo talento in mille rivoli. Cominciò a dire Io non esisto. Si carmelobenizzò. Ma è stato un grande artista».

Accennava a Roberto Lerici, se non ricordo male aveva una casa editrice culturalmente agguerrita.
«La Lerici editore. L’aveva ereditata dalla famiglia e rilanciata assecondando i suoi gusti raffinati. Ma Roberto non era solo un intellettuale astratto o sofisticato. Possedeva un formidabile senso dello spettacolo. Tanto è vero che insieme allestimmo A me gli occhi please e prima ancora Fatti e fattacci.


Come spiega il successo clamoroso di “A me gli occhi, please”?
«Non lo spiego, non sarei in grado di farlo. Esordimmo a Sulmona e poi arrivammo a Roma, un po’ per caso. Nei due anni che lo tenemmo in cartellone fu visto da mezzo milione di persone. Perché? Boh. Piaceva la contaminazione dei generi, il comico e il drammatico che si alternavano e poi era come se quella grande tenda, dove si svolgeva lo spettacolo, fosse diventata una sorta di isola felice. Eravamo alla metà degli anni Settanta. Anni orribili, segnati dai morti e dal fanatismo, non così diversi da quelli odierni. Allora, la gente trovò rifugio in quel teatro. Nessuno avrebbe scommesso una lira sul suo successo. Forse l’unico a crederci davvero fu Lerici. Aveva visto lungo».


Divenne così un attore affermato.
«Il primo successo lo ottenni con Alleluja, brava gente ».

Poi ci fu Petrolini.
«Arrivò più tardi. Mi incapricciai di questo attore immenso. Non era solo comico. Era inquietante. Tutti dicono che parlava a raffica. No. Era il Dio della pausa. Riempiva il silenzio con le sue smorfie».


Che cos’è il tempo comico?
«Glielo spiego così: se uno racconta una barzelletta e sbaglia il tempo della battuta finale, la barzelletta non ha più senso. La pausa non è silenzio, è una forma di pienezza. Guida il ritmo dell’attore. Guai sbagliarla. Una sera recitavo Il Dio Kurt di Alberto Moravia. Il teatro era un po’ malmesso. Pioveva. A un certo punto nel bel mezzo di una pausa sentiamo: toc, toc, toc. Era una goccia d’acqua che batteva su un banchetto. Sfalsò tutti i nostri tempi».

Cosa accadde?
«Immaginando la scena in cui il nazista si sarebbe seduto sul banchetto e la goccia che gli avrebbe martellato la testa, cominciammo a ridere furiosamente. Toc, toc, toc. Lo spettacolo ne risentì. Il pubblico non capiva che cosa stesse accadendo. Si alzò un brusio. Lì capii che il tempo della pausa è un tempo di convenzione, di complicità con il pubblico. Se non lo cogli si interrompe la magia».


Cosa vuol dire magia?
«Sostengo spesso che il teatro si fa tra il falso e il finto. La magia è trovare il vero che vi è nascosto».

E il cinema?
«Cerca il verosimile. Dopotutto, veniamo dalla grande stagione neorealista».

Lei ha girato parecchi film e alcuni di grande successo.
Ma il pubblico non l’ha mai identificata nell’attore cinematografico.
«E forse è stato un bene. Mi annoierei a fare un solo mestiere. E poi ti devi divertire. Ho lavorato a un paio di film con Tinto Brass. Feci il protagonista insieme a Tina Aumont ne L’urlo, film che rimase in censura per nove anni».

Un film erotico?
«No, no. C’era qualche scenetta di nudi, i figli dei fiori, quelle robe lì. Brass ce l’aveva con quegli attori che definiva esibizionisti tristi. A lui piaceva il sesso come gioia. Come dargli torto? E poi, ogni artista ha le proprie ossessioni ».


Le sue quali sono?
«Non sono un artista, forse sono soltanto un esibizionista allegro. Però c’è una cosa che mi ha ossessionato per anni. È una battuta di Carmelo nel Caligola: “Io voglio solo la luna”.

Come dire: prendere l’impossibile o il meglio dalla vita?

«Ma forse anche il peggio chi lo sa. Carmelo venne a Roma convinto di fare il tenore. Divenne un’altra cosa. Forse più grande. Certamente diversa. Ho capito che la mia luna era un’idea di teatro che fosse una specie di comunità. Qualcosa che il cinema non ti può dare».

Neppure la televisione?
«Neanche quella. Sono riconoscente alla Tv che mi ha regalato un successo incredibile e anche inaspettato. Dicevano: bravo Proietti, ma non buca lo schermo. E invece ha visto, no?».

Come vive il grande successo?
«La prima volta mi sconvolse. In anni in cui non ero così convinto che la popolarità fosse un bene, arrivò la notorietà con Alleluja, brava gente. Poi ho capito che molto dipende da come sei fatto. E mi sono reso conto che non ho i desideri di una star che insegue solo quello. Il successo deve essere il risultato del tuo lavoro e quando lo ottieni devi essere responsabile per ciò che dici e fai».


Parola di Mandrake?
«Parola».

Si aspettava che “Febbre da cavallo” diventasse un film cult?
«Per niente. All’inizio venne considerato un prodotto dozzinale. La verità è che Steno è stato un grande. Pubblico e critica scoprirono la leggerezza, l’ironia, la comicità di quel film».

Era una serie di meravigliosi sketch.
«La comicità dello sketch si fonda su alcuni schemi essenziali. Per esempio ne La figlia del cassamortaro prevale l’elemento dell’ingiustizia. La ragazza non riesce a fidanzarsi perché il padre costruisce bare; oppure ne La signora delle camelie c’è il suggeritore che non è in grado di suggerire; o ne La sposa e la cavalla la storia si basa su un equivoco. Ricordo che con Gassman improvvisammo uno sketch sul set di A Wedding di Robert Altman. Cazzeggiammo liberamente. Fu esilarante, come riconobbe lo stesso regista che conservò integralmente la scena. Con Vittorio passammo insieme un mese sul lago Michigan ».

Gassman fu un altro compagno di strada.

«Straordinario e pieno di vita. Ho il rimpianto di non aver mai lavorato a teatro con lui. Anche se l’occasione ci fu con Otello. Avrei dovuto interpretare Jago. Mi tirai indietro. Convinto che dal confronto uno dei due avrebbe perso. Scatenando le invidie dell’altro. Peccato».

So che Eduardo De Filippo le offrì di lavorare con lui.
«In quel momento ero impegnato. Eduardo era venuto a sentirmi in A me gli occhi, please. Poi bussò in camerino, che era una roulotte. Aveva il volto segnato, da due righe profonde e inconfondibili. Mi strinse la mano e disse “bravo!” Era il 1977. Era vecchio ma emanava ancora un fascino straordinario».

E la sua vecchiaia?
«Cerco di darle una logica, ma è quasi impossibile. Faccio un mestiere che abitua a pensare alla propria fisicità. Ma non è più quella di una volta. Ora dirigo il Globe Theatre di Roma. Per ora sono riuscito a non recitarvi. Ogni tanto mi dico: Gigi, nun te preoccupà, tanto una parte da vecchio per te c’è sempre».

fonte: Antonio Gnoli per “la Repubblica”


venerdì 14 agosto 2015

About Pannella

Marco Travaglio per "il Fatto Quotidiano"

Giacinto Pannella detto Marco, teramano, 85 anni, è "radicale, socialista, liberale, federalista europeo, anticlericale, antiproibizionista, antimilitarista, non violento e gandhiano".

Pannella deputato dal 1976 al '92, eurodeputato dal '79 al 2009, presidente della XIII circoscrizione del Comune di Roma (Ostia), consigliere comunale a Trieste, Catania, Napoli, Teramo, Roma e L' Aquila, consigliere regionale di Lazio e Abruzzo, collezionista di digiuni e referendum su tutto fino allo sfinimento di tutti.

Pannella simbolo dei diritti civili, dall' aborto al divorzio alla lotta alla fame nel mondo.
Pannella Pli, Pri, Pr, filo-Pci e anti-Pci, filo -Craxi e anti Craxi, pacifista ma favorevole alle guerre in Kosovo e Afghanistan.

Pannella che s' è battuto per Enzo Tortora, ma ci ha pure regalato Cicciolina, Toni Negri e - quel che è peggio - Daniele Capezzone, Marco Taradash ed Eugenia Roccella.


Pannella nemico della partitocrazia-spartitocrazia, del regime, dei ladri di democrazia e di legalità, dello sfascio del fascio, ma strenuo difensore del Parlamento degli inquisiti nel 1992-'93.

Pannella che vince il referendum per abolire i finanziamenti pubblici ai partiti, ma non quelli a Radio Radicale.

Pannella, alleato di Berlusconi nel '94 e poi trombato, che chiede al Cavaliere di fare il suo ministro degli Esteri (invano) e strappa un posto di commissario europeo per Emma Bonino.

Pannella che nel 1996 si allea di nuovo con B. in tandem con Sgarbi e viene di nuovo trombato.


Pannella che nel '96, al settimanale congresso radicale transnazionale, rivela: "L'accordo siglato frame e Berlusconi prevedeva un impegno del Polo a garantire a Radio Radicale il mantenimento dei requisiti previsti dalla legge del '90 per le emittenti radiofoniche che risultino organo di partito.

In mancanza - recita l' accordo - verrà corrisposto dal Polo a Radio radicale un contributo sostitutivo pari a quello che le spetterebbe nell' eventualità che la Lista Pannella-Sgarbi non consegua alcun eletto". Più "un rimborso delle spese elettorali pari a lire 1,2 miliardi, metà delle quali da anticipare prima della data dello svolgimento delle elezioni, nonché annualmente la somma di 1,8 miliardi". Naturalmente B. non paga e Pannella lo trascina in tribunale, che gli dà ragione. B. però continua a non scucire, allora Pannella si presenta a Palazzo Grazioli con l' ufficiale giudiziario per il pignoramento.

E non se ne va finché gli amministratori di Forza Italia non gli firmano un assegno da 1 miliardo e 196 milioni, pagandogli poi regolarmente le altre rate.

Pannella che nel 2001 corre da solo e non se lo fila nessuno.

Pannella che nel 2005 annuncia: "Se questo centrosinistra di Prodi andasse al potere, ora o fra un anno, io me ne andrei dal nostro Paese. Faccio come chi lasciò l' Italia prima del fascismo". E un anno dopo si presenta con la Rosa nel Pugno alleata del centrosinistra di Prodi e non viene eletto.


Pannella che marcia con Napolitano per l' amnistia e l' indulto, ottenendo quest' ultimo che salva Previti, B. e tanti altri dal carcere, ma sputtana subito l' Unione e il governo Prodi.
Pannella che nel 2007 si candida a segretario del Pd e viene respinto, poi offre un'alleanza a Grillo (l' ultimo che gli mancava per completare l' album), poi nel 2008 si riallea col Pd.

Pannella che nel 2013 corre da solo con la Lista "Amnistia giustizia e libertà" e, al solito, non lo segue nessuno.

Pannella che è sempre in pericolo di vita per gli scioperi della fame e della sete (anzi, "Satyagraha" che fa più figo), e una volta nel 2002 ha pure bevuto la sua urina in diretta tv per "altre 24 ore di vita", poi fortunatamente durate molto di più.

Pannella che, a Radio Radicale, un giorno litiga con Massimo Bordin e l' indomani fa la pace con Massimo Bordin, tipo Raimondo Vianello e Sandra Mondaini.

Pannella che nel 2013 lancia la solita raffica di 12 referendum sulla giustizia, cioè contro i giudici, con la firma di B. e, per fortuna, poche altre.

Pannella che nel 2015 vede "Berlusconi perseguitato dai giudici come Enzo Tortora".
Pannella che il 28 luglio espelle via radio la Bonino dal Partito radicale per assenteismo e, a chi fa notare che Emma è malata, risponde: "Io ho due tumori, lei uno", quindi il suo non vale.

Pannella che il 12 agosto implora via radio la Bonino di rientrare nel Partito radicale da cui lui l' ha cacciata ma se l' è scordato.



Pannella che inizia lo sciopero della fame e della sete, ma non sa bene perché ("per il rispetto e il diritto della legalità, per la giustizia, i processi e i problemi legati al mondo carcerario, per aiutare le difficili funzioni dei massimi organi istituzionali", a vostra scelta).


Poi lo chiama Mattarella per dirgli che l'"apprezza" molto e "si preoccupa" tanto, allora lui beve acqua in diretta Sky, ma non mangia ancora e neppure di questo sa bene il perché però sa che "bevo adesso per poter non bere nei prossimi giorni" e "brindo a Sergio per costruire insieme uno Stato di diritti e legalità, superare lo Stato di guano che ha ereditato e continuare a lottare con nonviolenza sulla linea dello splendido messaggio inviato da Giorgio Napolitano". Fate un po' voi.

Pannella, è stato tutto molto bello e anche divertente. Ora però anche basta, faccia la cortesia, su, lo sa anche lei (e se non lo sa s' informi) che, come dire, ecco: ha proprio fracassato gli zebedei.

sabato 10 gennaio 2015

Non c’è istante di vita che non abbia un significato

«Sto leggendo il libro sugli ultimi giorni di Tolstoj, quando lui, non potendone più della moglie Sof’ja Andreevna, scappa dalla tenuta di Jasnaja Poljana con la figlia Aleksandra. La famosa notte di bufera in cui fuggendo, nel tragitto tra la casa e la rimessa dove gli han preparato la carrozza, gli cade il cappello e prende la freddata che gli procurerà la malattia e la morte...». Ermanno Olmi no, non si sognerebbe mai di scappare da Loredana. La incontrò tanti anni fa perché lei era la protagonista de «Il posto» . Li sposò Nazareno Fabretti in una chiesetta dove lui andava da piccolo: «È stata una straordinaria fortuna». E anche in questi mesi di flebo e terapie in cui è in trincea contro quello che Curzio Malaparte chiamava «lo stramaledetto», lui e Loredana sono sempre insieme. Sempre. «Fammi finire con Tolstoj: lui fa in modo che la moglie non trovi le sue tracce. Ma la broncopolmonite presa quella notte lo costringe a fermarsi in una stazione del treno ad Astapovo, dove il capostazione offre all’ospite la sua camera da letto. Tutto il mondo si fa intorno a questa stazioncina dove Tolstoj, malato sempre più gravemente, morirà. Non hai idea di quale sia non l’adorazione ma l’amore del popolo per Tolstoj. Del popolo. In genere oggi, la nostra cultura artistica non contiene la percezione segreta della realtà. Tolstoj, invece, aveva questa grande capacità di cogliere tutti i significati nel loro autoscoprirsi. E questo è il poeta. Il popolo degli analfabeti, degli ultimi, dei derelitti, è quello che lo capisce. Perché hanno meno conformismi mentali. Un po’ come Cristo. Chi capisce prima Cristo se non i pescatori, gli ultimi? Essere degli intellettuali è un grande rischio. E bisogna sapersi, come dire?, rimpicciolire, umiliarsi, sentirsi ignoranti, per cogliere alcune cose. Invece quante volte vedi personaggi che parlano dall’alto della loro presunzione mentre invece la verità sta sempre con gli umili? Ecco perché Tolstoj era amato dal popolo».
In che modo ti riconosci in questa storia?
«Perché vedo in Tolstoj questa capacità di non autoingannarsi. Era tosto con se stesso. Noi siamo sempre un po’ tentati dall’autoinganno. Ci mettiamo davanti a uno specchio e ci diciamo: beh, insomma, non sei neanche brutto...».
E la malattia rende la tentazione ancora più insidiosa?
«Sì. Sì. Però attenzione: la morte non è la fine. Perché il destino dell’uomo è nell’eternità. Andai a trovare Tonino Guerra a Sant’Arcangelo di Romagna quando stava davvero molto male. C’era stata una grande nevicata. Pareva quella di Amarcord . Entrai, lui era girato verso la finestra. La moglie gli fa: “Tonino, c’è Ermanno”. Lui, sofferente, manco si gira. “Aaah... Aaah...”. Entra la fisioterapista che doveva fargli un massaggio alle gambe. Esco. Quando rientro lo trovo seduto con la schiena appoggiata alla testiera del letto: “Ciao, come va?”. E cominciamo a parlare: “Ti ricordi quella volta...”. A un certo momento dice: “Non hai idea di quante storie bellissime mi ha raccontato Andrej Tarkovskij! Quando torni la prossima volta te le racconto”. Dopo tre ore era morto. Cosa voglio dire? Non c’è istante di vita che non abbia un significato. Figurati l’ultimo degli istanti! È la summa di tutta la tua vita. Un istante. Un battito di palpebre. E c’è dentro tutta la tua vita. L’uomo è immagine di Dio e anche Dio è immagine dell’uomo. Che ha una capacità smisurata di essere l’infinito. Tu prova a pensare, in questo momento, dov’è il confine del cosmo. Anche per la scienza è in continua espansione. Immagina che distanza enorme! Eppure fai: tac! E sei là. La velocità della luce? Ma è la velocità del pensiero il grande dono di Dio!».
Quindi?
«Quindi non dobbiamo trascurare questa potenzialità. Dobbiamo viverla. Sia in termini di scansione di tempo, sia in termini di possesso dell’infinito. Perché basta che tu ti immagini di essere ai confini del cosmo e ci sei. Se non è questa l’immagine di Dio! “Farò l’uomo a mia immagine e somiglianza”. Siamo stati troppo distratti da piccole questioni che alla fine non hanno importanza».
Rimpianti?
«Quando si vive la condizione umana, anche se in qualche modo illuminati dalla condizione divina, questa condizione umana a volte ti fa commettere degli errori. È la condizione umana. L’importante è riconoscere gli errori. E capire che quella cosa poteva andare diversamente, se non fossimo stati distratti».
È un’idea degli errori che pare figlia de «La leggenda del santo bevitore» o delle parole di papa Francesco quando dice che «Dio non si stanca mai di perdonare».
«Certo. Prova a scandire la parola perdono in due: “per dono”. Il perdono non è un atto di contrizione. È Dio che proprio in questo si rivela: ogni volta che cadi in errore io sono lì, pronto “per donarti” la pace tra noi».
Tornando a Tolstoj...
«Bisogna sempre godere non solo degli ultimi istanti, ma di tutti gli istanti. Una delle frasi che dice Tolstoj quando ormai è alla fine è “io amo tutti. Tutti amo”».
È così che ti senti, oggi? Ami tutti?
«Quando dici “tutti” intendi una dimensione percepibile dalla razionalità. Bisognerebbe trovare una parola che voglia dire tutti ma che non corrisponda a un numero. Quel “tutti” lì deve essere l’umanità, la passata, la presente, la futura».
Par di capire che, nonostante tutto, questo sia un momento per te felice.
«Sì. È così. Sono sereno... Come finisce La leggenda del santo bevitore ? “Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella”. A tutti gli ubriaconi. Coloro che sono fuori dalle regole. Dai conformismi. L’ubriaco... Cosa fa Noè dopo avere stabilito la nuova alleanza con Dio? Pianta la vigna e prende la prima grande sbronza della storia dell’umanità. È così ubriaco che danza nudo. È amore e follia. Che ubriaca. Cosa vuol dire “prendere una cotta”? Non c’è niente di razionale, in una cotta. È un sentimento dirompente. Senza tregua. Ecco, io vivo questo momento così».
C’è quindi una riscoperta di Dio nonostante tu insista spesso sul «non» sentirti cattolico?
«La cosa bella di Dio è che si nasconde per farsi cercare. Perché? Perché Dio è tutto. “Ovunque tu mi cercherai io sarò”. C’è un detto fenicio, di duemila anni prima di Cristo: “Spezza un legno, solleva una pietra e io vi sarò dentro”. In ogni cosa “lui” si nasconde e tu devi avere quella capacità di scovarlo come i neri hanno la capacità, guardando un oggetto, di cercare ciò che quell’oggetto contiene come anima».
Più ancora gli aborigeni australiani, forse...
«Certo. L’anima delle cose. Mentre invece il bianco europeo si chiede: questa cosa quanto può valere? Uno che ragiona così non avrà mai l’incontro con l’anima del mondo. Creiamo la nostra infelicità stupidamente».
Insomma...
«Mi sento bene. Bene. Anche se sono stato aggredito da questo male in maniera subdola. Nei primi momenti ho anche reagito: ma perché, porca miseria... Poi, in ogni situazione c’è qualcosa che val la pena di vivere».
Anche in questi frangenti...
«Sì. Vale la pena».
Nonostante le cannule, le flebo, i cateteri...
«Hai presente il San Sebastiano di Antonello da Messina con tutte le frecce infilzate nel corpo? Ecco. Ogni momento una puntura. Una pastiglia. Eppure vale la pena. Avverti che tutto questo non è somministrarti una medicina ma mostrarti un atto d’amore. Tutto dipende da noi, dal mistero che contiene ogni cosa: “Spezza un ramo, solleva una pietra...”».
E tu ti riconosci intorno questo affetto delle persone?
«Eh, sì. Ma è impegnativo. Impegnativo. Fatico a fare da solo le cose un tempo più banali... Allora devo chiamare: Loredana! Mi diceva il cardinale Ravasi...»
Lo senti spesso?
«È un po’ che non ci sentiamo. Ho il pudore di dire che sto poco bene. Mi dice Ravasi che il rosario è stato fatto dalle donne. Ave Maria, ave Maria, ave Maria... Mi chiedevo: perché questo bisogno di dire dieci Ave Maria? Ne basterebbe una! No: perché ogni volta che lo ripeti devi trovarci un significato nuovo. Se no sei un pappagallo. Può essere, il rosario, una cosa per sonnolenti o un esercizio per vivere la stessa cosa con un senso nuovo. E come quando dici: ti amo. Se lo ripeti come un pappagallo ne perdi il senso. Se lo dici ogni volta riscoprendo una nuova emozione... È una possibilità divina che ci è data...».
«Torneranno i prati» sarà al festival di Berlino tra i grandi eventi.
«Non credo che riuscirò ad andarci. Non è possibile. Ormai sono lì come Tonino Guerra, pettinato, con la schiena sulla testata del letto a ricevere gli amici. Ti dico, Tonino era lì lì per andarsene. Eppure...».
È una questione di prospettiva.
«Sì, di prospettiva. Sedersi, pettinarsi, vedere chi ti vuole bene, “ti ricordi...”. Cambia la prospettiva, cambia tutto. La mia amica Loriana della trattoria dove andavo sempre, donna straordinaria, quando ha saputo che non potevo essere da lei per l’ultimo dell’anno si è messa a piangere e ha detto: “Allora gli mando a casa la gallina bollita”. Mi piace, la gallina bollita».
Ricordi d’infanzia?
«La gallina dev’essere gallina. L’assaggio e sorseggio il brodo. Da ultimo gli aggiungo un po’ di vino rosso. Come nella Bassa padana. Gli toglie leggermente quella sensazione di grasso. Pensa alle donne di una volta, poverette, che dovevano mettere insieme qualcosa da mangiare. Si inventarono piatti straordinari. Pensa al pan cotto...».
È bellissima, nel tuo ultimo film, la scena del soldato che sa che sta per essere abbattuto dai cecchini e prima di uscire dalla trincea bacia un pezzo di pane e se lo infila sotto il pastrano, sul cuore...
«È la sacralità del cibo. In tutte le famiglie contadine. Perché la sacralità del cibo è capita soprattutto da coloro che producono il cibo. Vedono la zolla. La trattano. Piantano il seme. Quello cresce. Diventa pane. Se non è un miracolo di vita questo! L’uomo è potuto venire al mondo nell’evoluzione dopo che quattro graminacee hanno formato il frumento. Se non ci fosse stato il frumento non ci sarebbe stato l’uomo».
È da qui che ti viene quel rispetto per il pane che ti spinse a scrivere un articolo sul «Corriere» contro lo spreco di pane?
«Quasi non me lo ricordo, quell’articolo...».
Raccontavi che il tuo primo lavoro fu quello del panettiere: un chilo di pane per una notte passata a impastare e infornare...
«Eh, la memoria... Ci teniamo compagnia, io e la malattia. Adesso perderò i capelli. Poi torneranno, spero. Ma, come dicevo, non ho rifiuto di niente. C’è un momento in cui Tolstoj dice: “Forse sto per morire. O magari no”. È tutto relativo».
Ricordi Howard Marshall, quel miliardario novantenne che sposò la coniglietta di «Playboy»? Gli chiesero: cosa darebbe per aver sessant’anni di meno? Rispose: «Darei tutto per averne anche uno solo in meno».
«È così! Così! Mi raccontava Montanelli che una sera stava sul terrazzo di casa sua a Roma e aveva ospite Charlie Chaplin, già novantenne. A un certo punto arriva la figlia del grande Charlot con un po’ di amiche giovani e belle. Chiacchierano un po’, bru bru e infine questo sfarfallio di fanciulle se ne va. E Chaplin sospira: “Ah, avere dieci anni di meno...”».
Battuta straordinaria...
«Questo spumeggiare, improvviso, di felicità! Questi lampi di vita! Come aprire un Dom Pérignon. Qui sull’Altopiano di Asiago c’era un personaggio formidabile, il Baffo di Cesuna. Aveva, anche quando stava male, momenti di illuminata intelligenza. Un giorno sentenziò: “Fin che c’è vita c’è vacanza”».
Fu quello che fece affiggere i manifesti a lutto su se stesso?
«Lui! Proprio lui! Ce l’ho, quel necrologio. Loredana! Trovami il necrologio del Baffo di Cesuna! Te lo cito a memoria: “Non potendo partecipare personalmente al mio funerale...”. Oeh, stava per morire, eppure... Tutto questo corrisponde alla felicità dei bambini, che non quantificano mai. Vivono gioie e dolori, perché anche i bambini hanno dolori, senza configurarli dentro la necessità di avere delle risposte. Perché no, non ci sono risposte». 

fonte: Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 10 gennaio 2015

giovedì 2 ottobre 2014

Jean D’Ormesson

È convinto che a Dio, se esiste, sarebbe bene gridargli: «Non cambiare niente!». Nei libri di Jean D’Ormesson, tra le star letterarie di Francia, si fondono saggio, romanzo e - come dice lui - «farsa metafisica». Le domande su Dio e la meraviglia di fronte alla vita sono ripetute in ogni modo, spesso sfacciato e divertito. A volte, grato, arreso. Di certo a calamitarlo è il pensiero di essere al centro del più incredibile dei romanzi: «La storia di questo nostro mondo. Innumerevoli volte avrebbe potuto sparire per sempre», e invece, «siamo qui».
Su una terrazza, in riva al lago di Losanna. Jean d'O (come lo chiamano in Francia) si entusiasma del sole che lo bacia seduto al tavolino. La luce è molto forte, ma si leva gli occhiali neri per guardarti negli occhi. Ha 89 anni. A 48 è entrato fra gli Immortali dell’Académie française, già per anni direttore de Le Figaro, presidente dell’Unesco, ambasciatore all’Onu. È a Losanna per presentare il suo ultimo libro: Comme un chant d’espérance. Mentre in Italia è da poco uscito il penultimo (Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto, edito da Clichy): un immaginifico e triplice romanzo sulla sua famiglia, la storia del mondo e Marie, l’amore della vita, che perde e poi ritrova. Un libro pieno di stupore per l’infanzia vissuta a Plessis-lez-Vaudreuil, quando «Dio si incaricava di tutto e ci aveva in simpatia»; pieno di amara sorpresa per come l’uomo è diventato «sempre più potente e sempre più smarrito», e di instancabile fiducia perché «le maledizioni non tardano a trasformarsi in benedizioni». Un libro che si apre con suo nonno e si chiude con le stelle.

Da dove le viene questa meraviglia di cui parla sempre? È che provo ammirazione di fronte agli uomini, di fronte alle cose. Mi piacciono. Sono sempre pronto ad applaudire. Forse è il mio temperamento... Mi ricordo molto bene che a sei, sette anni, ero lì a giocare, e all'improvviso mi fermavo e dicevo: ma cosa sto facendo qui? Perché sono qui? Era un sentimento che avevo molto forte. E che ho, ancora, molto forte. Anche noi adesso, a questo tavolo, cosa ci facciamo? Mi sorprende il mistero di questa vita. Forse, semplicemente, non sono mai uscito dall’adolescenza (ride). Comunque, non conosco altro motore della letteratura e della vita se non la curiosità e l’insoddisfazione, il desiderio.

Perché scrive? Non ho mai creduto che sarei diventato uno scrittore. Ci sono autori che hanno scritto romanzi e grandi classici a quindici, vent’anni. Io a venticinque non avevo la minima idea di mettermi a scrivere. Non perché non conoscessi la letteratura, la conoscevo bene, ho fatto una scuola Normale. È che non vedevo nessuna utilità nell’aggiungere qualcosa a Flaubert, per intenderci. Poi, a trent’anni, ho scritto il primo libro. Solo per piacere ad una ragazza. Piano piano, ho continuato. Gli ultimi tre libri sono dedicati al problema di Dio e dell’avventura straordinaria che è l’universo. Forse anche perché un uomo della mia generazione ha visto il mondo cambiare in cinquanta anni come non è cambiato in mille.

In più occasioni ha detto di considerare la crisi di oggi come una crisi di spiritualità e ha definito il nostro tempo «un Medioevo senza cattedrali». L’epoca in cui viviamo è molto rude e difficile. Il secolo scorso è stato segnato da due cose opposte: le due Guerre Mondiali e il progresso della scienza. Ma, oggi, questi progressi fanno paura: la clonazione, innanzitutto. Non è escluso che in futuro i bambini non nascano più dall’amore tra un uomo e una donna! Che la sessualità scompaia. Questi cambiamenti causano la crisi del mondo moderno e dico che viviamo un Medioevo senza cattedrali perché mancano profondità, altezza. L’uomo è sempre più potente e sempre più smarrito.

Qual è la strada per recuperarle?Io credo che i giovani di oggi non sopportino esattamente ciò che non sopportavo io da giovane: che i vecchi diano lezioni. Ed io non voglio né posso dare lezioni. Non sono fra quelli che dicono: «Prima era meglio». L’anno scorso mi sono ammalato e il medico mi ha detto che c’era una possibilità su cinque di uscirne vivo. Eccomi qui. Trent’anni fa, sarei morto. Allo stesso tempo, è certo che viviamo in un mondo duro, e il peggio è ancora possibile. Ma resta sempre una speranza.

Quale?
Che ci sia qualcosa sopra di noi.

Si definisce un credente «ravagé par le doute», tormentato dal dubbio. Ma al di là delle definizioni, cosa vuol dire nella sua vita che «la domanda su Dio è la sola domanda e mi abita da sempre»?Sono stato educato nella religione cattolica e spero di morire in seno alla Chiesa cattolica, ma non sono mai stato un ragazzo pio. Tutto ciò che posso fare è sperare che esista.

In tutto il libro, c’è questo refrain: «Se Dio esiste». Ma le ultime pagine sono una preghiera, in cui a Dio dà del “tu”: «Ah, se esisti....». E immagina di trovarsi un giorno davanti al Creatore e di ringraziarlo perché gli deve tutto, nella speranza che Lui, chinandosi, le dica: «Ti perdono». Il matematico Bertrand Russel, ateo, di fronte alla domanda di un giornalista («se quando muore, Dio c’è?»), ha risposto: «Non ho prove sufficienti». Non è una buona risposta. Mi ha colpito sentire quello che invece ha detto una suora di fronte alla domanda inversa: «E se alla fine scoprisse che Dio non esiste?». Ha risposto: «Peggio per Lui, io Lo amo comunque». Ecco, io spero che Dio ci sia, ma in ogni caso ho amato molto questa vita e mi sono sempre chiesto chi ringraziare. Nei miei libri c’è la risposta.

Vivere «come se Dio ci fosse», come ha consigliato Benedetto XVI ai non credenti, cambia la sua vita? Se non c’è niente oltre a questo mondo, non ha nessun senso quello che riceviamo, è tutto assurdo. Se c’è Dio, le cose prendono senso. Tutto, di colpo, prende senso. Ma, anche se non ci fosse, la speranza di Lui mi ha fatto vivere sopra me stesso, sopra la mia bassezza.

Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto è anche un romanzo d’amore, del suo amore con Marie. Un amore che porta con sé la storia dell’universo. Perché amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme il mondo.

Ma chi è Marie?Questa è una domanda molto importante. Il personaggio di Marie appare in tutti i miei libri, ma su di lei non posso aggiungere nulla a quel che ho scritto. Vede, ci sono due modi di non parlare della propria vita: o tacere o parlare molto, ma senza dire l’essenziale.

Perché è così importante per lei Marie?Credo che abbiamo un solo modo di comunicare con Dio: passare attraverso gli uomini. Ci sono dei figli di Dio che ci sono più cari degli altri: Marie è il figlio di Dio che mi è più caro. Lei è in qualche modo inseparabile dal mio legame con Dio, è come un’incarnazione.

Marie, alla fine del libro, dopo aver ascoltato tutta la storia dell’universo, le dice: «Quello che volevo sapere continuo a non saperlo. La vita con te è stata meravigliosa. Siamo stati felici insieme. Ma poi ecco: questa vita è un fallimento. Non ha senso. È assurda. Ci siamo incontrati, ci siamo amati e saremo separati per sempre e spariremo nel niente. Sono già morta poiché morirò».Io non ho risposta per lei. So solo che abbiamo il diritto di sperare che ci sia qualcuno che si ricorda di noi per sempre. Se Dio c’è, è la memoria dell’universo, di tutto ciò che è stato e di tutti gli uomini. Delle farfalle dei fiori degli scorpioni. È possibile che non resti nulla di Bach, Mozart, Tiziano, san Giovanni, noi? Io scelgo il mistero piuttosto che l’assurdo.

Qual è la cosa più bella della sua vita? Una delle cose che ho amato di più è la luce. Ho adorato nuotare nel mar Mediterraneo, sotto il sole, sciare e scendere dalla Maurienne verso l’Italia, lasciare Parigi nel mese di aprile, andare fino a Portofino per vedere il sole alzarsi e arrivare per pranzo a Roma, in piazza Navona. La bellezza è un mistero incredibile.

Nel libro la definisce «una promessa di felicità». Lo riprendo da Stendhal. La bellezza, la verità, la giustizia... esistono veramente. Non le possediamo mai, non le raggiungiamo mai, ma esistono. Molti hanno creduto che il comunismo avrebbe dato la giustizia e ha dato Stalin. Allora si potrebbe pensare che la giustizia, il bene e la verità non ci siano. Invece bisogna seguirli, continuare a cercarli. Vede, io ho amato il piacere, ma può essere molto basso. C’è la felicità che è borghese, calma, annoiante. Poi, c’è la cosa più magnifica! La gioia. È quello che ci eleva. La nostalgia di un altrove. Non so dirlo diversamente: noi siamo nostalgia di un altrove. Non è possibile dire chi siamo meglio di così.

Ha sempre detto di non credere alla possibilità della rivelazione.(Fa un cenno con la mano, come a dire: non proprio... E sorride). I miei genitori erano cattolici liberali, di sinistra, e mi hanno insegnato solo due cose: bisogna lavorare e bisogna pensare agli altri. Un giorno, quand’ero bambino, mentre studiavo il catechismo, mio padre ha detto: «Oh, tutto questo... Non è molto sicuro». Bisogna stare attenti a quello che si dice ai bambini. Io credo che la forza del cristianesimo stia proprio in ciò che è più incomprensibile: l’Incarnazione. Dio che si fa uomo! Gesù è veramente figlio di Dio? Sarebbe magnifico. Penso ad altre divinità che si facevano umane, come Zeus, o a cose simili in altre religioni... Ma solo nel cristianesimo Dio si fa uomo per amore.

Perché vorrebbe morire in seno alla Chiesa cattolica?Ho assistito a dei funerali civili e li ho trovati molto tristi. Vorrei che quel giorno qualcuno suonasse Mozart e Bach e che i miei amici, dopo di me, festeggiassero. Perché può essere - può essere - che niente è perduto.

fonte:Tracce.it




 
Chi si aspetta da Jean d’Ormesson il bilancio di una vita (che il 16 giugno prossimo toccherà gli 89 anni), può ancora attendere. Quando scrive Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto, in uscita in Italia per le Edizioni Clichy, c’è nello scrittore, accademico di Francia, ex presidente dell’Unesco, ex ambasciatore ed ex direttore di «le Figaro», la maliziosa consapevolezza di aver spiegato molto di sé, degli altri, del cosmo, del ponderabile e dell’imponderabile, nella sua lunga bibliografia, ma di poter continuare a farlo senza smettere di sorprendere. 
Così «Jean d’O» comincia le sue 256 pagine illustrando al lettore come la scienza e la tecnologia abbiano spodestato il buon Dio. Quel Dio che «si incaricava di tutto e ci aveva in simpatia». Manifestando il suo debole, in particolare, verso la famiglia d’origine del giovane «dandy dallo sguardo azzurro», com’è definito in patria, destinato all’Accademia degli Immortali. Una famiglia, dove «il denaro non ci manca. Cade dal cielo». E i nonni «sparlano di un futuro che tradirà il passato e sarà comunista e anticlericale». Il futuro e il passato (nonché la loro vittima prediletta: il presente) condensano la grande ossessione per il tempo, che d’Ormesson non risolve. Non in questo libro, magari nel prossimo. Ma intanto apre al pubblico il suo stupore di fronte all’onnipotenza della scienza che sconvolge il mondo. Dopo secoli di tran-tran, in cui il domani è somigliato allo ieri «d’un tratto, la storia si è imbizzarrita». 
Eppure, a dispetto di Darwin e dell’evoluzionismo, della cospirazione di astronomi, fisici, matematici e cosmologi, il romanzo di una vita, quella dell’autore e della sua (talvolta) stravagante parentela, si mescola a interrogativi celesti, errori terreni, dubbi filosofici fino a smentire l’affermazione di Einstein, «Dio non gioca a dadi»: «Per l’appunto, ci gioca. Ma vince a ogni lancio». Mancano poche decine di pagine alla fine del libro quando d’Ormesson inizia a recitare il suo Credo», e poi la sua preghiera. A Dio, certo. 
Allora la scienza e il Creatore hanno trovato un compromesso? 
«Inventata, ma verosimile, la conversazione fra Papa Giovanni Paolo II e l’astronomo Stephen Hawking. Intendiamoci bene, signor Hawking — gli disse il Papa —: tutto ciò che c’è dopo il Big Bang è suo, ma tutto ciò che c’è prima è mio. Quanto a me, l’esistenza di Dio è una speranza. Ho due note caratteristiche che non sono troppo moderne. La prima è l’ammirazione. Mentre ora è di moda la derisione, e bisogna ridere o sorridere di tutto e di tutti, specialmente in tivù, io sono ancora capace di ammirazione. E la mia seconda caratteristica è la speranza. Non sono di quelli che pensano che prima tutto fosse meglio. Pur non essendo certamente un uomo di sinistra, poiché sono di destra, ho molte caratteristiche di sinistra. Credo nell’eguaglianza e credo nel progresso. Ultimamente un po’ abbandonato dai progressisti, in nome dell’ecologia. Ma io non mi sarei salvato, l’anno scorso, da una grave malattia, se non fosse per i passi avanti della scienza». 
Ha scritto: «Il cellulare nelle nostre mani prende il posto del rosario. Facebook è una comunione senza Dio, riempita di confessioni». Venga, dunque, il regno del microchip? 
«Al ristorante vedi coppie sedute a tavola senza scambiarsi una parola. Ognuno dei due è preso dal suo telefonino. Chiama, risponde o invia sms. Stai più con gli altri che con chi hai di fronte. La comunione ha perso il suo senso religioso, per diventare comunicazione». 
Anche Papa Francesco usa spesso il telefono. Pochi giorni fa, per convincere Marco Pannella a interrompere lo sciopero della fame 
«Che storia eccezionale! Papa Francesco rappresenta con precisione la carità francescana. Riflettendo, direi che i tre papi hanno incarnato ciascuno una delle grandi virtù teologali. Giovanni Paolo II era la Speranza. Benedetto XVI, insigne teologo, la Fede. Francesco è la Carità. Sono tre Papi complementari». 
Tre Papi, tre virtù teologali: quale preferisce? 
«Ancora la Speranza. Giovanni Paolo II, il rivoluzionario. Si è rivolto direttamente al popolo cristiano. Se c’è un Papa che ha giocato un ruolo nella storia della sua epoca, è stato lui, il Papa polacco, con il suo: “Non abbiate paura”. Ha ringiovanito una Chiesa che era molto invecchiata». 
Si è mai chiesto perché François Mitterand abbia chiesto proprio a lei informazioni sull’aldilà,lasciando l’Eliseo, il 17 maggio del 1995? 
«È un mistero. L’avevo pure attaccato, in passato, e lui aveva commentato: peccato che un così buon scrittore sia tanto stupido politicamente. Andò così: il presidente mi telefonò due giorni prima invitandomi all’Eliseo per il giorno del passaggio di poteri a Jacques Chirac. Obiettai che non avrebbe avuto tempo. Ma la cerimonia era alle 11, mi spiegò, e lui mi avrebbe atteso per la prima colazione, alle 9. Parlammo di tutto, per quasi due ore, di politica e anche della sua infanzia, molto cattolica. Infine mi chiese se immaginassi che cosa c’è dopo la vita. Era molto tormentato». 
Che cosa gli rispose? 
«Che nessuno può saperlo. Ma che io credo nelle forze dello spirito. Tra noi si era instaurata quasi un’amicizia, e le divisioni politiche erano poca cosa. Gli dissi che tra gli scrittori che avevo conosciuto ne ammiravo due appartenenti a fronti opposti: Paul Morand, di estrema destra. E Louis Aragon, di estrema sinistra: non importa che fosse un comunista, mi battei per farlo entrare all’Accademia e fallii. Però ci sono riuscito con Marguerite Yourcenar, e non è stato facile. Quel giorno c’erano 300 giornalisti, uno mi chiese che cosa sarebbe cambiato all’Accademia di Francia con l’ingresso della prima donna». 
Che cosa è cambiato? 
Ride: «Le toilette. Da quel giorno ne abbiamo di maschili e di femminili». 
Perché è tanto affascinato dall’enigma del tempo? 
«Secondo Platone il tempo è la forma mobile dell’eternità, che è assenza di tempo. Con la morte entriamo nell’eternità per andare chissà dove. Io penso che il tempo sia il marchio di fabbrica di Dio. Sono un cattolico agnostico, che non vuol dire ateo». 
Bensì? 
«Molti hanno la fede. Io ho solo la speranza. Spero che Dio esista, perché sennò la vita sarebbe solo una farsa crudele. Ma ammiro gli atei che fanno del bene al prossimo, senza aspettarsi una ricompensa ultraterrena. A destra di Dio, per me, siederà un ateo che non crede a nulla». 
Parlerà di questo il suo prossimo libro? 
«No. Mi sono sempre chiesto che cosa intendesse Flaubert quando diceva di voler scrivere un libro sul niente. Non c’è niente prima del Big Bang e non c’è niente dopo. Ecco sto scrivendo un romanzo su prima del Big Bang. Di pura immaginazione, naturalmente». 

intervista a Jean d'Ormesson a cura di Elisabetta Rosaspina 
tratto da Corriere della sera del 04/05/2014

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...