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lunedì 22 settembre 2014

Il nuovo Berlusconi


1 - FIAT - PASSERA A MIX 24 SU RADIO 24: “MARCHIONNE SPUTTANA L’ITALIA”

“Marchionne sputtana l’Italia per coprire la ritirata, per giustificare gli impegni che non ha rispettato e i cattivi risultati di Fiat auto. Marchionne complessivamente fa male all’Italia. I non risultati della Fiat Auto, gli impegni non mantenuti, la ritirata dall’Italia, tutto sempre giustificato in giro per il mondo sputtanando il nostro Paese, alla fine porta a un risultato pessimo nei confronti dell’Italia e di quello che ha fatto Marchionne.” Lo dice Corrado Passera a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24.”Alla fine di questo percorso non ci sarà più Fiat auto in Italia”.


 “Le elezioni a primavera le do al 50%. Renzi sta facendo di tutto perché questo succeda, e che si vada alle elezioni prima che venga fuori il suo bluff.” Lo dice Corrado Passera, fondatore di Italia Unica, a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24.

2 - “RENZI E’ INCAPACE A METTERE INSIEME UNA SQUADRA ADEGUATA”
“Di Renzi non mi piace il non rispetto per il merito, e l’incapacità di mettere insieme una squadra forte. Oggi non abbiamo schierata una squadra adeguata. Renzi si circonda di persone che non sono all’altezza.” Lo dice Corrado Passera, fondatore di Italia Unica, a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24 e alla domanda di Minoli che voto da, ecco la pagella di Passera: “Padoan? Mh, Boschi? Mmh. Poletti? mmmh. Madia? mmmmmh….”.


3-  “SARO’ IL NUOVO BERLUSCONI MA IN MEGLIO” - “GIA' IN MENTE MIA FUTURA SQUADRA. CON TOSI MOLTI PUNTI IN COMUNE”
“ Saro il nuovo Berlusconi, ma in meglio. C’è un grande mondo da quella parte che non ha trovato soluzione alle cose che si aspettava e alle quali si può rispondere.” Lo dice Corrado Passera, fondatore di Italia Unica, a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24. Sulla sua futura squadra: “In parte ho già in mente la mia squadra. Tosi? Uno dei miei non si può dire, ma sicuramente abbiamo molti punti in comune. Saviano? Non se n’è mai parlato e non lo prevedo. Montezemolo? Non è previsto”.


4 - RIFORME - “ SUBITO 1.000 MLD IN ISTRUZIONE E INFRASTRUTTURE FINANZIATI DA EUROBOND”
“L’Italia è uno dei grandi Paesi in Europa, può spingere nella direzione giusta, per esempio se si facesse quello che io propongo da tanto tempo: adesso 1.000 miliardi di investimenti in istruzione infrastrutture e ricerca finanziati da Eurobond. Sarebbe la dimostrazione che l’Europa sa essere non solo rigore. Gli Eurobond sono il prossimo passo da compiere, quello che dobbiamo ottenere”. Questa è la ricetta sulle riforme di Corrado Passera, fondatore del movimento Italia Unica a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24

5 - MONTI: “DA MONTI MOLTE RESPONSABILITA' MA POCHISSIMO POTERE”

E su Mario Monti e la sua esperienza da Ministro, Passera continua a Mix24: “Da Monti responsabilità tantissima, potere pochissimo. Ma però non è solo un tema di fare il ministro, di cui peraltro sono orgoglioso, è un tema generale perché non colleghiamo responsabilità e potere. Non abbiamo, e le nostre proposte sono forti n questo campo, non diamo al Governo la possibilità di governare e quando una democrazia è bloccata da meccanismi di governante, per cui non si riesce a decidere e tutto viene rimandato, ne va di mezzo la democrazia”


6 - MARO’ - “TERZI DICE IL FALSO, VOTO’ PER IL RIENTRO IN INDIA”
“Quello che dice Terzi è assolutamente falso, la decisione è stata unanime, lui stesso ha votato a favore di questa decisione ed era una decisione giusta. Quando un paese dà la sua parola e lo mette per iscritto non può rinunciare facendo perdere al proprio Paese per sempre ogni credibilità.”


Lo afferma Corrado Passera a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24, sulla vicenda dei Maro’ e sulle accuse del ministro Giulio Terzi che sostiene che Passera e Monti hanno rimandato loro in India i Maro’ per paura di ritorsioni economiche. “Gli americani al Cermis non hanno fatto così. – continua Passera a Mix24 - Gli americani non hanno riconsegnato i loro piloti e noi non avremmo dovuto riconsegnare i nostri marò. Il primo degli errori è stato proprio  di fare tornare la nave in porto e di far scendere dalla nave i nostri marò.” E chi l’ha fatto Terzi? Domanda Minoli. “Diciamo che Esteri e Difesa non hanno dato le indicazioni giuste.” conclude a Mix24.



giovedì 17 luglio 2014

Una passione pazzesca per tutto




Corrado Passera apre a Vanity Fair la porta della casa di Sabaudia, dove è in vacanza con la moglie Giovanna Salza e i figli, e racconta per la prima volta la sua vita privata, il suo periodo da ministro e la sua nuova impresa politica, nei giorni in cui, per Rizzoli, è uscito “Io siamo”, il libro che illustra il suo programma per far ripartire il Paese.

Ha scritto il libro da solo?
«Con molti amici, e soprattutto con Giovanna. La politica non era la scelta ovvia, sarebbe stato molto più facile tornare a fare il mio lavoro di prima. Abbiamo deciso insieme di buttarci in quest’avventura, un terzo inizio per noi».

Perché terzo?
«Il primo è stato quando abbiamo scelto di condividere la vita, nonostante le tante difficoltà. Il secondo, quando abbiamo deciso di lasciare la banca per il ministero. La politica è il terzo. Del resto, quando ho accettato di fare il ministro non ho mai pensato di farlo solo come tecnico: volevo cambiare il Paese».

Quel governo però ha fallito.
«Monti era partito bene con l'opera di salvataggio, ma non ha avuto lo stesso coraggio nella fase dello sviluppo e delle riforme. Ha ceduto alle vecchie regole della politica, ha iniziato a incontrare i capi di partito. Bastava reggere ancora sei mesi, si sarebbero potute fare tante cose».

Lei era ministro: non ha detto a Monti che stava sbagliando?
«Gli ho detto molto di più: che mi sentivo tradito. Ma ho ritenuto mio dovere restare, per fare quello che si poteva: energia, start-up, minibond, infrastrutture».

Per quel tradimento ha deciso poi di non seguirlo alle elezioni?
«Per presentarmi con lui gli avevo posto due condizioni: agenda fortissima e partito del tutto nuovo. Monti mi ha detto sì, ma poi Montezemolo, Fini e Casini si sono messi di mezzo e lui si è alleato con loro, per mancanza di coraggio e forse per presunzione: pensava che li avrebbe gestiti. Secondo tradimento, e me ne sono andato».


Passera racconta poi di come è iniziato il rapporto con sua moglie.«Quando il mio matrimonio precedente è entrato in crisi ho vissuto un periodo tristissimo. L'impegno preso davanti a Dio, la responsabilità verso i figli, i trent'anni passati insieme a mia moglie: era inaccettabile l'idea di separarmi. Per dieci anni abbiamo cercato in tutti i modi di salvare una storia che, però, era finita. Io ero diventato l'ombra di me stesso. Di quella sofferenza si sono accorti anche i miei figli, e proprio da loro alla fine è arrivato il gesto di amore: mi hanno detto che erano grandi, che avrebbero capito. Così ho trovato la forza di prendere la decisione e iniziare una nuova vita».


Che le ha portato...?
«Una passione pazzesca per tutto. Un grande amore, reso forte dalle difficoltà, e poi la condivisione di ogni cosa con la mia donna. Anche questa scelta della politica non sarebbe stata possibile senza Giovanna. Lei ha rotto la corazza che negli anni mi ero costruito, anche funzionale al mestiere che facevo prima, e ha tirato fuori cose di me che c'erano ma erano intrappolate».

Non è giovane, viene dai poteri forti: che chance pensa di avere in politica, dopo il 41% di Renzi alle Europee?
«Voglio rappresentare chi in questo Paese vuole un cambiamento vero. Renzi, per ora, si sta limitando a un restyling. Ha fatto male quello che ha fatto: la legge elettorale, la riforma del Senato, gli 80 euro ai non poveri ottenuti aumentando le tasse e poi, cosa più grave, non erano certo quelle le priorità in un Paese con dieci milioni di disoccupati».

Ha provato a consigliarlo?
«In passato ci sentivamo spesso, ma a un certo punto è sparito. Si vede che condividere la scena non gli piace». 

Da “Vanity Fair

mercoledì 9 luglio 2014

Che fine hanno fatto i tecnici?


Oggi li guardi e dici: maddài? Uno si candida da destra ad anti Renzi e gira per l’Italia (ex ministro dello Sviluppo ed ex dominus di Banca Intesa Corrado Passera); l’altra si duole come fosse ieri per le critiche sugli esodati, si difende dichiarando “amarezza” e, quando non insegna, gira per l’Europa (ex ministro del Welfare e prof. Elsa Fornero, fresca di lunga intervista al Garantista).


Per uno che s’addentra quatto quatto in organismi parlamentari e mondanità romane (ex sottosegretario e caterpillar da talk-show Gianfranco Polillo, quello che vedeva bene il Cav. al Quirinale e rispondeva alle critiche poveracciste al grido di: sì, guadagno tanto, ma faccio meno ferie di un metalmeccanico non diplomato), ce n’è un altro che s’affaccia a intermittenza sul Pd da un dipartimento del Tesoro (ex ministro Fabrizio Barca, reduce dal tentativo – fallito – di candidarsi ufficiosamente e senza troppo dirlo ad anti Renzi. Ma non come Passera, ché Barca vorrebbe rifondare sul lato sinistro del Pd).

Un altro ancora, come l’ex sottosegretario ed ex viceministro Antonio Catricalà, è rimasto incredibilmente, dopo anni e anni, senza incarichi di prestigio. E se quello che pare rimpiangere di più la luce perduta è l’insolitamente loquace (nelle interviste ad Alan Friedman) Mario Monti, ex premier e demiurgo della calante Scelta civica, c’è anche chi ha perso la benevolenza del pubblico senza lamenti, come l’ex ministro dell’Interno e prefetto Anna Maria Cancellieri, un anno e mezzo fa addirittura candidata alla presidenza della Repubblica (da Scelta civica), amata come una Miss Marple cresciuta nella Tripoli bel suol d’amore, ma poi mediaticamente macchiata (con indagine della procura di Roma) dal pasticciaccio delle telefonate durante la detenzione di Giulia Ligresti.


Fino a pochi mesi fa nei Palazzi ci passava ancora, Cancellieri, come ministro bis (della Giustizia) nel governo di Enrico Letta, e rispondeva a mozioni di sfiducia individuale per il suddetto affare Ligresti – io mi sono interessata della sorte di una detenuta con problemi di salute, diceva il ministro che spesso criticava il sovraffollamento delle carceri (ma oggi il suo nome viene dai maligni irresistibilmente associato pure al prematuro esaurimento scorte dei costosissimi braccialetti elettronici).

Ed è difficile, ora, nonostante l’avvicinamento agli ambienti di Italia Unica, la Cosa politica lanciata da Corrado Passera, trovare qualcuno che ancora parli con il trasporto del 2011 della simpatia irresistibile del prefetto Cancellieri, nonna in carriera che, con la borsetta sbieca, l’impermeabile e la collana sempre al collo, aveva conquistato la Bologna commissariata. E’ la vita, ed è forse un frequente epilogo per un ministro tecnico, la perdita dell’intoccabilità mediatica. Ma non sempre lo si accetta di buon grado (Mario Monti ed Elsa Fornero mal sopportano le numerose critiche ex post).

Dovevano tutti entrare nella storia come ribaltatori di destini avversi e conti orrorifici, i ministri tecnici, ma vai a capire che cosa la storia di loro ricorderà. I meno irrequieti, comunque, sono tornati sereni ai propri proficui affari, come l’avvocato penalista, professoressa ed ex ministro della Giustizia Paola Severino, avvistata due mesi fa in zona Palazzo Chigi in qualità di legale dell’Ilva commissariata.

Qualcuno, come l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, si ritrova dimenticato agli arresti domiciliari per presunto peculato, e c’è anche chi rientra felpato nel tran-tran missionario (ma ben ancorato alla politica romana), come l’ex ministro della Cooperazione nonché fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi o agli amati studi, come l’ex rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi (ministro della Cultura), il più taciturno di tutti. Molti parlano, twittano, scrivono sui blog, contraddicendo la passata (apparente) riservatezza.

Sono proprio loro, i cosiddetti tecnici, gli ex ministri e sottosegretari di Monti – professori, personalità taumaturgiche, celebrità rarefatte, eccellenze nascoste nei think tank e nelle facoltà, nei consigli delle banche, nelle associazioni di volontariato, nei consessi internazionali – sono loro quelli che adesso (con risultati non sempre esaltanti) sgomitano, punzecchiano, assaporano vendette, commentano e rintuzzano, si concedono e si ritraggono, sognano rivincite, rotolano sempre più lontano dal trono, riprendono silenziosamente posti di potere, spariscono dai radar o lottano sui social network per una parziale riconquista di ribalta, animati da umanissime passioni e ambizioni, irascibili, cordialissimi, fragili o vanitosi quanto prima parevano extraterrestri, algidi e controllati.

Sono loro che adesso, dopo il limbo del governo Letta (che ne aveva riciclato un buon numero), dichiarano ai giornali, sbuffano, si arrabbiano, dissimulano scrivendo post o aspettano, come il cinese sulla riva del fiume. Un totale ribaltamento psicologico da quando erano ombrosi esperti conosciuti soltanto dagli addetti ai lavori, professionisti noti soltanto ad altri professionisti (e al generone romano e all’establishment milanese), “servitori dello stato” in teoria non sfiorati dal miraggio della fama e dalla tentazione pur comprensibile, ma allora scacciata dalla coscienza, dell’avventura politica.

I ministri tecnici di Monti erano quelli che, a fine 2011, incutevano soggezione più che curiosità, con tutte quelle giacche scure e quei sorrisi arcigni e quelle rughe non mascherate (profondità di pensiero, si diceva). Erano arrivati nell’autunno in cui tutti nominavano lo spread-macumba e guardavano le monetine lanciate al Cav. senza vederci il presagio di un’ondata anticasta in Parlamento.

Erano saliti al Colle per il giuramento prima del botto elettorale di Beppe Grillo, prima delle primarie del centrosinistra (quelle del 2012), prima che Matteo Renzi, allora minaccia promettente, si facesse per il vecchio Pd minaccia imminente. Avevano fatto il loro ingresso dietro al primus inter pares dei loden bocconiani e non bocconiani, dietro a quel Mario Monti nuovo senatore a vita, professore ed ex commissario europeo. Parevano fatti di altra pasta, in quelle prime foto da Palazzo Chigi, lontani nella loro allure da “salvatori della patria” in pectore.

E invece. Invece, e non da oggi, te li ritrovi terrigni e terrestri, per nulla quieti, per nulla paghi, autorevoli così così, curiosi di capire dove va il vento anzichenò – e a malapena desiderosi di trattenere i segreti del loro ormai lontano anno e mezzo di governo (pare che Angela Merkel avesse consigliato al senatore a vita e premier Mario Monti la famosa “salita” in politica con la creazione di Scelta civica, ha detto Monti stesso ad Alan Friedman: sarebbe bello che continuassi tu a fare quello che c’è da fare, così più o meno doveva suonare la frase della cancelliera, e vai a capire se Merkel aveva previsto il successivo accartocciarsi del futuro progetto politico firmato dall’allora professore bocconiano – presto ritiratosi stizzito dalle polemiche interne al suo partito prematuramente pericolante).


Spuntano qui e là, gli ex ministri tecnici: chi in un salotto, chi in una piazza, chi in un consiglio semi-governativo (magari dietro i vetri, in un ruolo specialistico ma non per questo disinteressato al mondo). E se per un attimo, nel 2013, sono sembrati in sonno, inghiottiti dal nulla, tempo due mesi erano già tornati sulla scena, intenti a scrivere memorie e a smarcarsi da quel tutt’uno montiano che li aveva portati fino a lì – smarcarsi velatamente, come ha fatto un anno fa l’ex ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca (ero d’accordo col mio governo per i primi cinque mesi, diceva, dissociandosi con gentile posticipo pure dalle riforme di Elsa Fornero).


Oppure smarcarsi apertamente, come fa in continuazione l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, dimessosi a suo tempo per la pasticciata gestione della vicenda Marò, ma oggi molto desideroso di dire che la colpa non fu sua, bensì di Mario Monti e Corrado Passera (“vergognoso errore di Monti su istigazione di Passera”, ha detto Terzi durante una conferenza stampa a Montecitorio, accusando l’ex premier e l’ex ministro dello Sviluppo di aver ceduto a “pressioni economiche” di qualche grande azienda).

Ora a Terzi sembra di poterlo dire, evidentemente, vista anche l’esigenza di lanciarsi come esponente politico di Fratelli d’Italia: ex ministro dal nome nobile, antico e bergamasco, conte di Restenau e cavaliere del Sacro romano impero, Terzi non è più neppure impegnato come ambasciatore (sua precedente carriera), e si è visto distruggere anche l’immagine cui forse aspirava, quella di un Dominique de Villepin lombardo, raffinato uomo di mondo e di governo. Invece deve digerire l’ammaccatura, il diplomatico-politico passato dall’accoglienza a Giorgio Napolitano in quel di New York, durante un incontro con Barack Obama, al mezzo oblio – con generale riprovazione – seguito al caso Marò.

Quasi quasi, al suo posto, ci sarebbe da sognare tutt’altro, per esempio il potere conservato silenziosamente dall’ex collega di governo Vittorio Grilli, ex viceministro e poi ministro dell’Economia di Monti, uomo talmente anglosassone nell’aspetto da non sembrare neppure milanese, forgiato com’è nell’animo dai molti anni trascorsi oltreoceano a studiare in quel di Rochester, nelle lande ventose che portano alle cascate del Niagara.

Grilli, ma che fine ha fatto?, si chiedevano gli osservatori prima di apprendere che l’ex ministro, zitto zitto, nel maggio scorso è diventato presidente del Corporate & Investment Bank per Europa, medio oriente e Africa di Jp Morgan, con base nella Londra sempre amata e mai dimenticata durante il periodo romano e ministeriale (dal 1994 in poi), quand’era dietro le quinte ma sempre a contatto con gli affari che contano (al Tesoro, in epoca di privatizzazioni sotto Ciampi premier).

Grandi case, belle macchine e nuova vita con nuova compagna incorniciano i traslochi dell’ex ministro Grilli, gemello diverso di Corrado Passera: stesso ambiente, opposta indole (Grilli mai si metterebbe a fare un tour per “ascoltare le istanze dell’Italia vera, per conoscere da vicino i problemi, raccogliere soluzioni e avviare il processo costitutivo” di un nuovo movimento, obiettivo invece dell’ex ministro montiano dello Sviluppo).

Si inventano, si reinventano, si deprimono, cadono ma non demordono, gli ex tecnici che hanno perso per strada la voglia di tecnocrazia, e uno dopo l’altro si mettono in viaggio per presentare il fantomatico partito dei sogni: l’ha fatto Barca, quando ancora al governo c’era Enrico Letta e non si pensava che Matteo Renzi sarebbe arrivato così presto, l’ha fatto in qualità di neo iscritto al Pd e figlio di uno storico uomo del Pci, esperto di Economia con studi nell’Inghilterra rigorosa nonché da uomo di ministero (“mobilitazione cognitiva!”, “sperimentalismo democratico!”, “catoblepismo!”, diceva il Barca oratore a platee borghesi raccolte in chiostri, piazzette, sezioni e cortili, desiderose di sperare in quell’uomo così organico al loro ambiente, a differenza del giovane newcomer di Firenze).

Pure da Barca, tuttavia, oltreché da Matteo Renzi, vorrebbe oggi distinguersi l’altro lanciatore di “progetti” post montiani Corrado Passera, inventore (“con gran partecipazione emotiva della moglie Giovanna Salza”, dicono nei salotti romani) della cosiddetta “start-up” del nuovo centrodestra Italia Unica, educatamente alternativa all’assetto attuale di governo, al grido di “il governo non sta dando abbastanza importanza” al disagio sociale, ma non si sa bene quando davvero operativa.

“Non poniamo limiti a dove possiamo arrivare”, dice a se stesso e agli astanti Passera, facendo notare che “a suo avviso”, Renzi non fa “quello che serve all’Italia”, e che invece lui sì, saprebbe come fare e dove prendere e come investire i “quattrocento miliardi” che potrebbero far “ripartire” il paese inceppato – ma per carità, aggiunge per non mostrarsi screanzato, se Renzi è la gamba numero uno noi facciamo la numero due, occupiamo lo spazio degli avversari che non ha più, per smettere di farlo giocare “a porta vuota”.

Ma perché non dovrebbero buttarsi nell’arena, i tecnici che hanno chiuso nell’armadio già da tempo il loden, se il primo a farlo è stato proprio lui, il Monti che alla vigilia del tormentato Natale 2012 aveva tenuto tutti sulle spine: mi candido, non mi candido, forse mi candido, forse “salgo” in politica, forse scendo e faccio il nonno (infine “salì”, con risultati via via sempre meno soddisfacenti: dal non proprio trionfale 8, 3 per cento di Scelta civica alle politiche 2013 si è arrivati allo zero virgola delle europee, un mese fa).

Ed è come se gli anni interminabili di onorate carriere e retribuzioni di tutto rispetto (quelle ora criticate dai grillini) fossero nulla in confronto al quarto d’ora di celebrità (vanità?): io faccio, io dico, io scrivo, questo il verbo tecnico nella sua metamorfosi mondana. E anche quando rientrano nelle vite piacevoli e operose abbandonate per lo scranno ministeriale poi non resistono, i tecnici: tornano sul luogo del delitto autolodandosi (Passera si dice molto “soddisfatto” dei suoi “dodici mesi da ministro” dello Sviluppo economico, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2013).

Erano emersi dalla penombra delle università, gli uomini e le donne di Monti, dai velluti degli studi professionali e dei convegni, senza vezzi e toni sopra le righe, con sguardo dolente, quello conservato anche a tempo scaduto dalla professoressa Elsa Fornero, il ministro che piangeva per la durezza della sua propria riforma (“il tormento, si intravede il tormento”, dicevano i generosi; “lacrime di coccodrillo”, dicevano gli avversari). Non esitava a definire i giovani troppo “choosy”, schizzinosi in tema di lavoro, Fornero, e c’era chi la paragonava a Margaret Thatcher, la lady di ferro che non abbandonava mai gli orecchini di perle, amuleto e antidoto estetico alla severità.

Nei giorni della lotta con la Cgil di Susanna Camusso, a Fornero molti inneggiavano – fa fuori la concertazione, dicevano gli estimatori – ma via via l’ammirazione si è trasformata in sopportazione e disinteresse, infine in critica aperta. Fornero è tornata ai suoi ambienti di alta torinesità e alta milanesità, tra insegnamento e cene con intellettuali e alti vertici di Intesa Sanpaolo, ma appena qualcuno rievoca la vicenda “esodati” lei salta su, come ferita dall’oltraggio a valle, e dice che si fa presto “a distruggere reputazioni”.


A differenza di Terzi e Passera, telematici come i rottamatori di Renzi oggi al governo, Fornero non è una pasdaran dei social network, eppure condivide con i colleghi la voglia di raccontare “com’è andata davvero”, tipica del tecnico liberato dalla necessità di essere muto come prima della ribalta fugace, delle grane e dei sogni di gloria.

E visti i tanti ex montiani che non abbandonano il campo, e girano e parlano e propongono e ricordano, qualcuno comincia a invocare l’intervento del professor Dino Piero Giarda, il simpatico e fisiognomicamente bonario ex ministro per i Rapporti col Parlamento e l’attuazione del programma, che in conferenza stampa riprendeva i compagni di governo Grilli e Passera, inchiodandoli con un “fact checking” privo di acrimonia: “Non avendo competenze specifiche nella materia”, diceva, “il mio compito qui è stato quello di correggere un po’ degli errori che a volte vengono fatti dai miei colleghi, ministri e amici”. E Monti, un Monti pre-politico, gli diceva: “Correggi anche me se serve”.

fonte: Marianna Rizzini per “Il Foglio


mercoledì 18 giugno 2014

400 miliardi

Ma che cosa avrà mai convinto Corrado Passera – ultima attività nota quella di non indimenticabile ministro dello Sviluppo economico nel governo Monti – a proporsi come leader di centrodestra (“non mi interessa un nuovo partitino di centro!”) contro “la visione socialista di Matteo Renzi, un gattopardo che finge di cambiare tutto perché tutto resti uguale”?

Quale modesta considerazione di sé lo induce a indicare come ispiratori “Don Sturzo, De Gasperi, Einaudi”? E chi gli avrà suggerito, a lui che è stato ai vertici di Cir, Poste Italiane e Intesa Sanpaolo, il brand “Italia Unica” che fossimo in Germania suonerebbe più o meno come “Deutschland über alles”?

Passera ha annunciato sabato scorso la sua discesa in campo, negli studios romani della Tiburtina. Ma la vera operatività del movimento-partito è rinviata a settembre, ci sono le ferie. Eppure il mondo non si ferma, né gli obiettivi cui Passera ambisce sono di poco conto: “Renzi ha giocato a porta vuota ma il 40 per cento dei suoi voti corrispondono al 20 per cento degli italiani”.

“E Passera vuol cercare l’altro 80”, conclude rapido il Corriere della Sera (del quale il candidato fu azionista a nome di Intesa) sottolineando come “pensa in grande” e “la camicia celeste perfettamente stirata, il fisico asciutto”. Tanto basta ad aspirare all’eredità del berlusconismo, ancora di più se, dice Passera, “ci sono 400 miliardi a disposizione”; un piano Fenice per il decollo del paese?

Da dove arrivano questi miliardi? “Valorizzazione del patrimonio pubblico, crediti alle imprese attraverso la Cassa depositi e prestiti, i cantieri già finanziati, i fondi strutturali europei, e poi 100 miliardi direttamente nelle tasche dei cittadini consegnando le liquidazioni subito, negli stipendi, altro che 80 euro al mese”.

Dove abbiamo già sentito queste proposte? E dove abbiamo già visto i primi aspiranti Unici: l’avvocato Giulia Bongiorno, l’ex viceministro Mario Baldassarri, gli ex ministri Annamaria Cancellieri e Giovanni Maria Flick? Passera pare convinto di aver lasciato un forte rimpianto come governante: sul sito di Iu racconta di “interventi in vari ambiti, riforme e soluzioni innovative e, in alcuni casi, attese da anni”. Di certo non si è accorto che anche in Italia è tornata la politica, alla quale non si chiede di essere né chic né eccessivamente laureata, e che dal resto d’Europa e del mondo non se n’è mai andata.

Fonte: Il Foglio

martedì 3 giugno 2014

Corrado Passera scioglie la riserva

«Purtroppo in una campagna elettorale in cui di Europa si parla pochissimo sta accadendo esattamente quello che temevo. Il ballottaggio tra Renzi e Grillo è dannoso perché entrambi non rappresentano la risposta giusta ai problemi degli italiani. Una grande parte dell’elettorato non sa chi votare. Alcuni si rifugiano in Renzi e Grillo per mancanza di alternative, per moltissimi Berlusconi è il passato remoto, Alfano e Casini il passato prossimo e manca una nuova proposta politica seria e alternativa ai populismi. È a questo che stiamo lavorando». Dopo l’anticipazione di fine febbraio e un viaggio di ascolto per l’Italia durato due mesi Corrado Passera scioglie la riserva: si candida esplicitamente alla leadership dei moderati. E il 14 giugno con un grande incontro a Roma darà inizio al processo costituente di Italia Unica.

Lei sostiene che Renzi e Grillo non sono la soluzione ma i sondaggi li danno entrambi in sicura ascesa.
«Si sommano in questi risultati il grido di rabbia di tanti italiani che Grillo intercetta e l’effetto ultima spiaggia che porta a scommettere sull’ipercinetico Renzi. Da tre mesi il premier è in campagna elettorale, guarda esclusivamente a quell’obiettivo e non certo a rimettere in moto l’Italia. E infatti il suo Def è più timido di quelli presentati dai governi precedenti. Manca una visione di lungo termine e gli 80 euro sono una misura a uso e consumo soprattutto dell’elettorato del Pd. Persino il jobs act si è ridotto a poco meno di un topolino. Quanto a Grillo è uno sfasciacarrozze che ha preso come bersaglio l’euro per spostare l’attenzione dalla quasi totale mancanza di proposte costruttive». 

E il centrodestra le sembra subire inerte questa doppia pressione?
«Il centrodestra è come se non fosse in partita, appare debole e quello spazio va riempito da una forza politica libera dai retaggi del passato e capace di un programma di trasformazione radicale. Non è possibile che 10 milioni di voti rischino di non contare più niente. Berlusconi ha avuto venti anni per realizzare la rivoluzione liberale e non c’è riuscito. Alfano e Casini sono destinati a rimanere minoritari. E lo sa perché? Mancano il grande progetto e una leadership competente, affidabile e riconosciuta». 

Ha avuto già modo di parlare con Berlusconi del suo progetto?
«Ne parlerò a tutti il 14 giugno». 

E intanto per chi voterà il 25 maggio?
«Andrò a votare ma per la prima volta non mi riconosco in nessuna delle proposte dei partiti. Nessuno ha affrontato il tema dell’Europa con convinzione e serietà». 

Italia Unica punta ad aggregare i piccoli spezzoni del centrodestra?
«La mia non è un’Opa sull’esistente, è una proposta aperta fatta a coloro che non si riconoscono nei populismi imperanti, incluso Renzi. Non siamo interessati a improvvisate federazioni di partitini, ma a costruire un movimento politico in grado di presentarsi da protagonista alle prossime scadenze elettorali. Anche sul programma siamo pronti ad un confronto del tutto aperto attraverso una consultazione via web». 

Le obietteranno che lei nel 2005 ha partecipato alle primarie del Pd...
«C’era il rischio che l’estrema sinistra fosse egemone e votai per una persona (Romano Prodi, ndr ) che puntava a modernizzare il Paese. Ho visto successivamente che dal ceppo del Pd non è riuscita a scaturire una grande proposta di trasformazione dell’Italia. Con Renzi poi quei difetti si stanno ingigantendo. Come può un leader essere insofferente verso le rappresentanze in una democrazia moderna che ha grande bisogno di cuciture e coesione?». 

Lei critica l’Italicum ma quale tipo di legge elettorale propone?
«L’Italicum è antidemocratico e probabilmente anche anticostituzionale. Noi siamo per un doppio turno di coalizione, con collegi uninominali. Un elettore deve poter scegliere a ragion veduta i suoi rappresentanti. Le alleanze si fanno al secondo turno e si può prevedere un rafforzamento del premio di maggioranza per dare più stabilità». 

È a favore dell’abolizione del Senato?
«Sì, sono per una sola Camera con potere legislativo. Così come sono per un solo livello amministrativo tra Comuni e Stato. Non mi piacciono i pasticci che sta facendo Renzi, trasformando Province e, in prospettiva, il Senato in enti inutili senza cancellarli davvero, e credo anche che un governo debba avere al massimo 12 ministeri con responsabilità ben definite. Oggi capita che un ministro si occupi di ammortizzatori sociali e un altro di crisi aziendali». 

Che concezione dello Stato professerà la sua Italia Unica?
«Siamo per uno Stato che stia fuori dagli affari, più magro e più tonico, più leale e più digitale. Si occupi di regole, controllo e programmazione e non di gestione. Al Sud non si arriva senza le ferrovie... e allora facciamole, invece di sprecare i fondi strutturali in mille rivoli. Ma voglio uno Stato verificabile, che risponda ai cittadini e che riconosca la loro autonomia. Devono avere più libertà di scelta, ad esempio, se incassare anticipatamente il Tfr o no. E poi ci vuole rispetto delle capacità e del merito in tutto, dalla scuola alla sanità. Renzi invece anche nelle ultime nomine ha operato con il Cencelli e ha messo le donne solo in ruoli di rappresentanza privi di poteri esecutivi». 

Il Berlusconi del ‘94 riuscì a unire sia le élite liberali sia quella che viene chiamata la pancia del Paese. Lei non teme che una parte dell’elettorato del centrodestra rigetti la leadership di un ex banchiere?
«Il carattere del mio progetto è popolare nell’accezione europea del termine con forte iniezione liberale. Siamo per l’economia di mercato combinata ad una grande sensibilità sociale. Non lasceremo alla sinistra la rappresentanza del ceto medio produttivo e del terzo settore e la sfideremo sulla lotta alla povertà. Proprio sul terzo settore Renzi ha presentato molte delle proposte che avevo annunciato in febbraio e mi fa piacere. Noi abbiamo anche le idee su come trovare i 5 miliardi che ci vorrebbero per rimettere in moto quel mondo». 

Renzi sulla spending review però è andato più avanti del governo Monti in cui lei era presente.
«Il governo Monti non fece abbastanza, concordo. Ma non mi farei abbindolare dai tagli ad effetto del governo Renzi. Alle auto blu su eBay io rispondo con proposte molto più radicali: veri costi standard nella sanità, passaggio da 9 mila anagrafi ad una sola su cloud, eliminazione degli incentivi regionali a pioggia - parliamo di circa 15 miliardi - per liberare risorse vere per la crescita. Al ministero dello Sviluppo economico sono riuscito a farlo a livello centrale. Quello che mi indigna è il continuo rimando dei pagamenti dello scaduto della pubblica amministrazione. Subito 100 miliardi alle imprese seguendo l’esempio spagnolo. Si può! E le aziende lo possono pretendere. L’Italia ha bisogno di maggiore ambizione». 

Ambizione in economia può essere una parola ambigua, può anche suonare come voglia di un ritorno alla spesa facile. Ma come reagirebbe l’Europa?
«Non chiedo nessuna deroga agli impegni europei. L’Italia ha bisogno di un forte piano di rilancio dell’economia e di riforme per creare lavoro. Penso che sia arrivata l’ora di muovere grandi risorse, almeno 400 miliardi tra investimenti privati e pubblici, credito e soldi in tasca alle famiglie e alle imprese. Di sicuro dobbiamo essere in grado di usare il semestre europeo a guida italiana per ridare un’anima all’Europa non solo di austerità, ma anche di sviluppo. Potremo rispettare il fiscal compact solo se avremo rimesso in moto la crescita. L’Unione Europea è stata una formidabile macchina di pace, ora deve diventare anche una potente macchina di sviluppo sostenibile». 

Con Renzi a Palazzo Chigi in politica sono tornate centrali le politiche della comunicazione.
«Gli italiani hanno bisogno di una comunicazione trasparente e seria, sui problemi e le soluzioni. Basta con i soli slogan. Oggi c’è tanto spettacolo, ma debole visione complessiva e quasi nessuna implementazione dei provvedimenti. I leader ricercano un contatto diretto con i cittadini, un contatto populistico e spesso fanno solo dello show business. Spacciano annunci, disegni di legge, tweet vari per leggi bell’e fatte». 

Si dice che Renzi non abbia attorno a sé una squadra sufficientemente forte. Lei ce l’ha?
«La squadra è decisiva, non credo all’uomo solo al comando. Un leader è tale solo se si circonda di altri leader. In parte la squadra di Italia Unica è pronta, e in parte la completeremo da giugno in avanti, con le forze che si uniranno a noi». 


Corriere della Sera, 18 maggio 2014

Urlo di dolore


Corrado Passera, 59 anni, sta parlando con Libero quando arriva il «conto» dei primi mesi del governo Renzi: la Commissione europea chiede altri «sforzi» che non sembrano escludere ulteriori manovre già per l’anno in corso. L’ex numero uno di Banca Intesa, ex ministro di Mario Monti oggi impegnato nel lancio del movimento «Italia unica », non mostra stupore: «Tutto sommato l’Europa ci ha trattato bene, visto che abbiamo mandato a Bruxelles un Def dove continuano ad aumentare le spese correnti dello Stato, dove gli investimenti continuano a diminuire e dove le riforme strutturali si annunciano soltanto. Gli otto richiami sono comunque un monito forte». Passo indietro. Il colloquio con Passera partiva dal dibattito lanciato da questo quotidiano sulla condizione del centrodestra italiano, bastonato dal voto delle Europee. Del futuro politico dell’ex ad di Poste (nominato dal governo Prodi con Ciampi al Tesoro) si ragiona da quando ruppe, alla fine dell’esecutivo Monti, col Professore. Si parte da lì per capire i passi che intende muovere.

Fine 2012, Monti è premier uscente e lei ministro allo Sviluppo. È trascorsa un’era politica, eppure è solo un anno e mezzo fa. Cosa accadde e perché decise di non salire in campo col Professore? E oggi, cosa vuole fare?
«Alla partenza di Scelta civica decisi senza dubbi di non farne parte: non vedevo la forte novità di cui c’era bisogno e che avevo messo come condizione per il mio impegno. Il mio fu un “no” alle vecchie facce e alle combinazioni esistenti. Montezemolo, Casini e Fini convinsero l’allora premier a entrare in un cartello elettorale di partiti e leader esistenti, e scelsi di non starci».

Lo 0,72% alle Europee di ciò che resta del simbolo montiano l’avrà fatta sorridere…
«Un insuccesso inevitabile: non c’erano né grandi leadership né grandi idee in quel progetto».

Lo stesso voto del 25 maggio ha fotografato una situazione molto critica nell’area del centrodestra. Libero ha avviato una discussione su idee e facce per la «rifondazione ». In questo contesto Silvio Berlusconi è ancora un nome proponibile?
«Bisogna rispettare la storia delle persone, ma avere il coraggio di dare un segnale di rinnovamento. Sono gli italiani a bocciare l’attuale offerta politica del centrodestra».

Assomiglia a un “no”. Perché ha stravinto Renzi allora?
«Per alcune ragioni solide: è impossibile non riconoscere la capacità del premier di dare una forte sensazione di energia e ottimismo dopo governi tristi e stanchi. Ma anche per condizioni irripetibili: la “sindrome Grillo” ha fatto sì che il Pd fosse percepito come unica alternativa al pericolo istituzionale che sembrava crearsi con un trionfo del Movimento 5 Stelle.
È stata una campagna elettorale di acquisto voti: gli 80 euro - che non sono 80 - hanno sicuramente convinto molti a votare Renzi. Ma la ragione principale del successo è stata un’altra: Renzi ha sostanzialmente giocato a porta vuota per mesi. E questo spiega perché metà degli italiani non ha votato, o ha votato scheda bianca o nulla. Non si ritrovano nelle offerte politiche disponibili. Il 40% del Pd va letto come il 20% degli elettori: in valore assoluto, un milione di voti in meno di quando Veltroni raggiunse il record del 33%».

Vede a rischio il bipolarismo? Le sta a cuore la ricostituzione di un’offerta politica di centrodestra in Italia? E su che basi? «Proprio perché è a rischio, serve un bipolarismo vero costruito sulle due grandi famiglie politiche: socialisti e liberali-popolari. Se i primi hanno dato mostra di sapersi riorganizzare, pur con vari limiti, dall’altra parte per ora si vede ben poco, e anche con scarsa capacità di autocritica. L’attuale frammentazione, la radicalizzazione delle posizioni e l’asservimento a Renzi non potrebbero che spingere altri indecisi verso il Pd».

Il riferimento a Lega e Ncd è piuttosto esplicito… Quali sono i pilastri su cui costruire un’offerta politica di questo tipo? Il 14 giugno lei terrà la convention di Italia unica: cosa dirà e farà?
«Il nostro viaggio è partito in febbraio dopo mesi di preparazione e vuole essere un grande richiamo allo sviluppo, una risposta all’urlo di dolore di 10 milioni di persone che non hanno lavoro o sono prive di un lavoro sufficiente, alle aziende forti che possono trainare la ripresa e alle tantissime in difficoltà. 400 miliardi da mobilitare tra investimenti, credito e soldi in tasca a imprese e famiglie. Cinquanta miliardi di tasse in meno per famiglie e imprese. Modello di sviluppo basato su istruzione, sviluppo, cultura e ambiente ».

Renzi sottoscriverebbe…
«Non direi. Il Def prevede ben 50 miliardi di aumento delle spese correnti dello Stato, e un taglio ulteriore degli investimenti, cioè l’esatto opposto di quel che sto dicendo. Così sarà impossibile tagliare le tasse. Vogliamo uno Stato davvero leggero: qui invece vedo tentativi di riforme di Senato e province dove non cambia nulla.
Portiamo il Parlamento a una sola Camera, e facciamo uscire i partiti da imprese, Rai, sanità. Dovunque io sia stato durante il viaggio, la sensazione è di soffocamento da burocrazia. C’è tanta energia da liberare. Abbiamo progetti per dare soluzioni economiche e istituzionali, e il 14 giugno queste proposte diventeranno un cantiere offerto alla politica e al governo ».

Considera questo governo un interlocutore? Renzi ha parlato di un partito della Nazione, capace di attrarre anche a destra.
«Faccia quel che crede ma non c’è democrazia moderna senza una reale offerta bipolarista. Mi pare che questa del partito della Nazione sia l’ennesima deriva populista. L’Italicum non va bene per questo: forza a combinazioni troppo eterogenee e non dà governabilità».

Farebbe il premier?
«Nasce un cantiere aperto, un primo gruppo. Non c’è limite a quel che può diventare. A partire dal programma noi ci siamo e io ci sono».

Se il centrodestra decidesse di darsi un leader con le primarie, sfiderebbe Berlusconi, Alfano, Salvini o chi per loro?
«Guardi, io voglio creare una cosa che oggi non c’è. Primarie per mettersi alla guida di contenitori vecchi non mi interessano. Ci vuole un progetto per ridare agli italiani che da 20 anni aspettano la rivoluzione liberale una ragione per un nuovo impegno. Allora si potrà anche parlare di primarie».

Quando si voterà?
«Tra l’anno prossimo e il 2018, comunque noi ci saremo. Italia Unica è un progetto di lungo respiro. Ora parlano di governo di legislatura, ma i tempi potrebbero essere più brevi se si andasse avanti con la politica degli ultimi tre mesi. Sarebbe la crisi economica e sociale a forzare il ritorno alle urne».

Alcune ricostruzioni attribuiscono a lei un progetto economico diffuso alla fine del governo Berlusconi in cui avanzava la proposta di una patrimoniale.
«L’estate 2011 vedeva l’Italia scivolare verso il commissariamento. In ogni sede avevo ipotizzato una patrimoniale alternativa alla property tax, poi realizzatasi con l’Imu, per finanziare il riavvio degli investimenti. Tre anni dopo, è inimmaginabile parlare di qualsiasi nuova tassa, e tantomeno di patrimoniale».

Nell’ultima campagna, Lega a parte, il problema del ruolo dell’Italia in Europa e quello della moneta unica non è stato posto. Eppure Draghi insiste su temi fin qui riservati agli «anti- euro»: il cambio forte, la deflazione. È così folle ragionare su una disarticolazione dell’euro?
«Considero una grave responsabilità non aver parlato di Europa e di euro, tanto più alla luce del semestre di presidenza. L’Europa è il nostro contesto per garantire pace, prosperità e un ruolo da grande potenza nei prossimi decenni. Sono stati fatti passi importanti ed errori, fin dall’introduzione dell’euro e poi allo scoppio della crisi.
Oggi però la Bce sta diventando una vera banca centrale e sono certo che riporterà il valore dell’euro più vicino al punto di partenza, e garantirà liquidità al mercato legandola all’effettiva erogazione del credito alle imprese. È ora di avviare un piano straordinario di 1.000 miliardi di euro da finanziare solidalmente (eurobond, Bei) per far fare un salto in avanti alla competitività del sistema Europa».

Lei da ministro si è speso per il saldo dei debiti della PA. Come si sta comportando Renzi? «Grandissima delusione: il suo impegno è finito nelle pastoie burocratiche. Il modo per pagare subito c’è, la Spagna lo ho mostrato».

Tanti progetti, ma non rischia di finire contro il muro del 3% che sta inguaiando Renzi? «Possiamo rimettere in moto l’economia italiana senza deroghe. Mi fanno un po’ ridere quelli che insistono coi “pugni sul tavolo”. Per difendere i nostri diritti in Ue dobbiamo essere credibili, presentare riforme profonde e dimostrare la volontà di realizzarle».

Due indagini relative al suo lavoro precedente sono state archiviate, un’altra è aperta. Teme condizionamenti dai pm? «No. Guidare aziende con 100 mila dipendenti comporta responsabilità rilevanti. Con la magistratura abbiamo sempre collaborato e sempre si è dimostrata la linearità dei miei comportamenti».

martedì 11 febbraio 2014

«Un vero shock strutturale positivo»

Nel mezzo della tempesta economica e della crisi dell’euro dell’estate del 2011, mentre il capo dello Stato stava mettendo in stand-by Mario Monti per un eventuale incarico alla presidenza del Consiglio, l’allora amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, stava stilando un documento segreto di 196 pagine per Giorgio Napolitano.
Sono giorni terribili. Lo spread tra titoli di Stato italiani e quelli tedeschi passa dal primo giugno al 2 luglio da 173 punti a 301. Il 5 agosto arriverà la celebre lettera della Banca centrale europea che chiede esplicitamente interventi per stabilizzare finanziariamente il Paese. Il 20 settembre ecco il declassamento di Standard & Poor’s. 

In quegli stessi mesi Passera propone a Napolitano un piano per il rilancio dell’economia, che comprende «un vero shock strutturale positivo», intitolandolo: «Un Grande Piano di Rilancio».
Monti, nella sua video intervista per il libro Ammazziamo il Gattopardo , ha confermato che conosceva bene il documento del banchiere e che «una volta con il presidente Napolitano mi è capitato, tra lui e me, di fare riferimento a questo lavoro di Passera». 

Nella prima bozza di agosto, come nella quarta versione di novembre in nostro possesso, saltano fuori svariati obiettivi, compreso quello di raggiungere una crescita di almeno il 2% all’anno nel medio periodo; portare i conti pubblici in pareggio già entro il 2012 e riportare il debito pubblico intorno al 100% del Prodotto interno lordo (Pil) entro tre anni.
C’era, sempre nella quarta bozza, la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, l’aumento dell’Iva a 23% entro settembre 2012, e un piano per abbattere il debito anche grazie alla presunta raccolta di 85 miliardi di euro con una tassa patrimoniale del 2% su tutta la ricchezza immobiliare esclusa la prima casa, i depositi bancari e i titoli di Stato.

La recessione ha fatto sì che nel 2012 il Pil si sia contratto del 2,4%. Il rapporto deficit-Pil invece di essere in pareggio è arrivato, sempre nel 2012, al 3%. Il debito-Pil è salito invece a fine 2012 a 127% (oggi è al 133%). L’Imu sulla prima casa è stata introdotta nel dicembre 2011. L’Iva è stata aumentata da 20 a 21% nel dicembre 2011, mentre oggi è al 22%. Il piano della patrimoniale non è stato mai adottato.
Viene fuori dal documento un senso di grande fretta, comprensibile dal punto di vista di chi lo scriveva, salvo il fatto che c’era ancora in sella un governo, anche se con una maggioranza litigiosa e rancorosa.
«Nelle ultime settimane si è perso un grande patrimonio di credibilità che occorre ricostruire al più presto», si legge nel documento. «Per rimettere in carreggiata l’Italia serve un Grande Piano di Rilancio per la crescita e la riduzione del debito con un’ampiezza circa dieci volte maggiore di quella recentemente introdotta e con molta maggiore enfasi sulla crescita sostenibile. Non proporla agli italiani, adesso e con sincerità, costruendo il vasto consenso necessario attraverso la condivisione di benefici e sacrifici, potrebbe, in tempi brevissimi, mettere a serio rischio la nostra economia, e forse, la nostra stessa democrazia». 

Bisognerà aspettare qualche mese perché Passera venga poi incaricato nel governo Monti di guidare il ministero dello Sviluppo economico. Ma in quell’estate si stava già lavorando per quanto sarebbe accaduto il 12 novembre del 2011.

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...