Visualizzazione post con etichetta Tommaso Moro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tommaso Moro. Mostra tutti i post

venerdì 1 luglio 2022

Un'intelligenza che poteva tagliare il vetro

«La maggior parte [dei martiri dei primi secoli] non morì tanto per non aver venerato Mercurio, Venere, o qualche altro personaggio leggendario che probabilmente non è mai esistito, oppure Moloc o Priapo che vogliamo sperare non siano mai esistiti. La maggior parte di loro morì per aver rifiutato di venerare una persona realmente esistente; persona che loro erano sì disposti ad obbedire, ma non a venerare. Il martirio più comune si riferisce alla questione dell’incenso offerto al cospetto della statua del divino Augusto, l’immagine sacra dell’imperatore. Non che fosse un demonio da distruggere: era semplicemente un despota che non poteva essere considerato una divinità. Ecco il caso che si avvicina così tanto al problema concreto di Tommaso Moro, e che si avvicina ancor di più alla venerazione che oggi viene data allo Stato».


G.K. Chesterton riflette così sul motivo reale che portò Tommaso Moro al martirio. Il Cancelliere del regno inglese non si oppose nemmeno apertamente al re Enrico VIII, ma quest’ultimo non tollerò nemmeno il suo silenzio, poiché pretendeva un ossequio esplicito.


Chesterton presenta la fede di Moro nel suo equilibrio e denuncia come “settoriale” la fede di chi lo condusse a morte e spiega:


«L’intelligenza di Moro era un diamante che poteva tagliare il vetro, e tagliando cose che sembravano tutte egualmente trasparenti, scopriva esservi alcune meno solide e meno poliedriche. In quanto le eresie di un certo rilievo sembrano veramente molto chiare: come il calvinismo allora e il comunismo oggi. Sembrano persino, a volte, corrispondere a verità, e, talvolta, sono vere, nel senso limitato in cui una verità non è la Verità. Sono, allo stesso tempo, più sottili e più fragili del diamante. In quanto l’eresia non è semplicemente una menzogna, come ricordava lo stesso Tommaso Moro: «Non vi fu mai eretico che disse solo menzogne». L’eresia è quella verità che trascura tutte le altre verità. Un’intelligenza come quella di Moro era piena di luce come una casa fatta di vetrate, ma con vetrate che guardano in tutte le direzioni e da tutti i lati. Possiamo dire che come il gioiello ha molti lati, così quell’uomo aveva molti aspetti, nessuno dei quali era una maschera».


La monarchia medioevale, tanto disprezzata perché faceva riferimento alla Legge divina, in realtà non avrebbe mai preteso un ossequio assoluto, proprio perché si riteneva legata ad una legge che la superava. È, invece, a partire dall’età moderna che il potere richiede un ossequio assoluto:


«Tommaso Moro è morto come un traditore per aver sfidato la monarchia assolutistica, cioè quella monarchia che si considera l’assoluto. Era disposto, e anche convinto, a rispettarla come una realtà relativa, non assoluta. L’eresia che colpiva i suoi tempi si chiamava monarchia per diritto divino. In quella forma è oggi considerata come una superstizione superata, ma sta riapparendo come una nuova forma di superstizione: la dittatura per diritto divino. Ma la maggior parte della gente la considera ancora come una cosa vecchia, e quasi tutti la ritengono molto più antica di quanto in realtà sia. Una delle difficoltà maggiori, oggigiorno, è spiegare alle persone che questa idea non è nata nel medioevo o nell’antichità. La gente sa che i controlli costituzionali nei confronti dei re sono stati incrementati da due secoli, circa, a questa parte; non si rende conto che potevano sussistere anche altri tipi di controlli; e, con il cambiamento di scenario, quei controlli non sono facilmente descrivibili o immaginabili. Ma è certo che per la maggior parte degli uomini medioevali il re governava sub deo et lege; cioè «soggetto a Dio e alla legge», e inoltre inserito in un ambiente che gli imponeva di regnare «soggetto a quelle regole morali proprie di tutte le istituzioni». I re venivano scomunicati, deposti, assassinati, trattati in tutte le maniere concepibili e inconcepibili; ma nessuno riteneva che tutto lo Stato dovesse soccombere con il re, oppure che solo il re avesse l’autorità massima. Lo Stato non aveva un potere così assoluto sugli individui, anche se poteva mandarli al rogo, così come oggi li può mandare talvolta alla scuola elementare. C’era un luogo in cui ci si poteva rifugiare, il quale veniva comunemente considerato sacro. In poche parole, pur con delle modalità che potrebbero apparirci stravaganti e oscure, vi era una possibilità di evasione verso l’alto. C’erano limiti per Cesare, e c’era la libertà con Dio».

lunedì 27 giugno 2016

L'amicizia diacronica

Il rapporto di Francesco Cossiga con san Tommaso Moro è un bell'esempio di «amicizia diacronica», cioè fra persone separate nel tempo, ma in sintonia così profonda da potersi definire amicale. Ne dà testimonianza il libro di Antonio Casu, direttore della biblioteca della Camera, Il potere e la coscienza (Rubbettino, pp. 186, euro 14), sottotitolato «Thomas More nel pensiero di Francesco Cossiga». Cossiga vedeva nel Cancelliere martire il campione dello Stato laico secondo la concezione di una politica inseparabile dall'etica, indirizzata al bene comune «possibile»: la difesa dei valori e degli interessi legittimi, infatti, deve essere tradotta «in forme e termini compatibili con il funzionamento generale del sistema politico, al fine di pervenire a un assetto generale armonico, non dominato da settarismi e particolarismi». L'utopia di More, secondo Cossiga, si rivela «come una visione che non prefigura sulla terra una società perfetta edificata dagli uomini, il mito di un progresso inarrestabile e salvifico, la fine della storia»; bensì «l'orizzonte in direzione del quale ogni persona è chiamata a procedere nell'agire quotidiano». Il libro riporta testualmente gli interventi di Cossiga sull'argomento: si tratta di conferenze, prefazioni, capitoli di volumi collettivi, dal 1978 al 2004. Particolarmente significativa la partecipazione del Presidente emerito della Repubblica alla tavola rotonda del 9 aprile 2003 presso la Pontificia Università della Santa Croce sul tema: «L'impegno e i comportamenti dei cattolici nella vita politica». All'iniziativa, aperta dal prelato dell'Opus Dei, monsignor Javier Echevarría, Gran Cancelliere dell'Ateneo, parteciparono anche l'allora cardinale Joseph Ratzinger, Giuseppe De Rita, Ernesto Galli della Loggia, Paolo Del Debbio e Ángel Rodríguez Luño. Nell'occasione, Ratzinger e Cossiga concordarono che la politica non si desume dalla fede, ma dalla ragione, una ragione «che ha la capacità di conoscere i grandi imperativi morali», rifiutando «un positivismo ed empirismo che è una mutilazione della ragione». L'ultima parte del volume è dedicata all'azione di Francesco Cossiga perché Thomas More venisse proclamato dal Papa patrono dei governanti e dei politici. Il progetto andò a buon fine per il confluire di due iniziative sorte indipendentemente: il senatore venezuelano Hilarión Cardozo (che fu anche ministro della Giustizia nel suo Paese) dal 1991 perorava simile causa ed aveva mobilitato eminenti uomini politici sudamericani, vescovi e intere Conferenze episcopali, compresa la Conferenza episcopale britannica. Dal canto suo, Cossiga operava in proprio, e fu l'allora prelato dell'Opus Dei, monsignor Álvaro del Portillo, a invitare monsignor Flavio Capucci, postulatore della Causa di beatificazione e canonizzazione di san Josemaría Escrivá, a mettere in contatto Cardozo e Cossiga. Nell'Opus Dei c'è molta devozione per san Tommaso Moro, perché san Josemaría lo scelse per tutta l'Opera come intercessore per i rapporti con le autorità civili. L'amicizia fra Capucci e Cossiga è rievocata nel libro, e finalmente, il 31 ottobre dell'Anno giubilare 2000, Giovanni Paolo II proclamò Tommaso Moro patrono dei governanti e dei politici. In questi difficili momenti, governanti e politici, ma anche tutti i cittadini, è bene che si rivolgano al martire inglese obiettore di coscienza affinché la politica non sia guidata da mere ambizioni di potere, bensì dalla consapevolezza che «le istituzioni non sono semplicemente dei meccanismi giuridici: esse sono anche forme operative dell'autocoscienza della nazione».

fonte:Avvenire, 
28/12/2011
 
 

domenica 26 giugno 2016

Più importante oggi che in qualunque altro tempo

Nel 1516, cinquecento anni fa, veniva pubblicata un'opera destinata ad essere non solo un capolavoro immortale, ma anche a costituire un vero e proprio paradigma in campo letterario, filosofico e politico. Utopia era uscita dalla fervida mente dell'inglese sir Thomas More, in italiano Tommaso Moro. 

Colui che in quel momento era uno degli umanisti più in vista d'Europa, consigliere del Re d'Inghilterra Enrico VIII, brillante avvocato e raffinato intellettuale pubblicò un romanzo scritto in lingua latina in cui descrive un'isola immaginaria, una società ideale. Moro derivò il termine dal greco antico con un gioco di parole fra ou-topos (cioè non-luogo) ed eu-topos (luogo felice); utopia è quindi, letteralmente un "luogo felice inesistente". Il grande umanista dipinse un opposto idealizzato della società sua contemporanea, che egli sottopose a una satira sottile. La parola Utopia da allora entrò nel lessico comune con il significato di sogno, di progetto, di immaginazione proiettata sul futuro. 

Eppure Moro era tutt'altro che un sognatore, che un uomo in fuga dalla realtà. Era un uomo estremamente concreto, abituato ad affrontare l'esistenza propria e degli altri, le persone della sua famiglia, coloro i cui casi giudiziari gli erano affidati e che per lui erano sempre prima di tutto persone, e non appunto "casi". Un uomo che si prendeva cura della vita pubblica, della politica, del bene comune dei suoi concittadini inglesi. Un uomo caratterizzato da una profonda, intensa fede, che anni dopo lo avrebbe portato al patibolo, vittima di quel re che aveva fedelmente servito ma che non seguì nella sua rottura con Roma, con la Chiesa universale. 

Virtù che secoli dopo sarebbero state riconosciute dalla Chiesa stessa, dopo che lo erano state dal piccolo gregge cattolico di Inghilterra, perseguitato a lungo. Nel 1935 Tommaso Moro venne canonizzato e anni dopo un altro papa, san Giovanni Paolo II, lo avrebbe proclamato santo protettore dei politici, una categoria di persone che effettivamente ha un enorme bisogno di protezione sovrannaturale, in primo luogo per sfuggire alle tentazioni del potere cui sono sottoposti, e nei confronti dei quali si rivelano debolissimi nella propria resistenza, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Un santo dunque, l'autore di una chimera letteraria, filosofica, politica? 

La parola utopia in effetti non sembrerebbe appartenere strettamente al "gergo" della Chiesa, che usa terminologie molto concrete per definirsi e per definire la propria missione: popolo, gregge, corpo stesso di Cristo. Il Cristianesimo nasce a partire da un fatto, un avvenimento assolutamente concreto: il farsi carne di Dio in un bambino, Gesù, nonché nella passione, morte e resurrezione di quest'ultimo. Se tuttavia è vero che la parola utopia è molto usata nell'ambito politico e culturale, presenta anche alcuni aspetti religiosi molto importanti. Un'utopia (il cui significato è letteralmente non luogo, un luogo che non c'è) è un assetto politico, sociale nonchè religioso che non trova riscontro nella realtà, ma che viene proposto come ideale e come modello. Indica una meta intesa come puramente ideale e non effettivamente raggiungibile; in questa accezione, può avere sia il connotato di punto di riferimento su cui orientare azioni praticabili, sia quello di mera illusione e di ideale irraggiungibile. 

L'utopista - sia come coniatore di utopie, sia come semplice propugnatore, sia come pensatore utopico critico - può quindi essere tanto colui che costruisce le sue ipotesi ideologiche prescindendo dalla realtà - come Lenin, che affermava che se le sue idee non coincidevano con la realtà, tanto peggio per la realtà- quanto colui che indica un percorso che ritiene al contempo auspicabile e pragmaticamente perseguibile. Nell'uso comune, utopia e utopismo sono spesso associati a pensieri e comportamenti velleitari. Molto spesso anche il Cristianesimo viene indicato come un'"utopia". La via mostrata da Cristo sarebbe troppo "alta", impraticabile, e quindi utopica, così come una società fondata sui princìpi cristiani.  Eppure il termine utopia fu coniato da un santo, un martire, Tommaso Moro, che per difendere i suoi ideali, che erano realtà ben concrete, finì sul patibolo. Ideali concreti, e non sogni o visioni ideologiche: la verità, la giustizia, il bene comune del popolo, l'unità della famiglia. Moro aveva compreso con straordinaria lucidità dove avrebbe portato la strada aperta dal suo ambizioso sovrano: all'esatto contrario di un "luogo buono" in cui vivere, ma ad un paese oppresso da una feroce oligarchia che per egoismo si sarebbe fatta beffe dei valori per cui Moro si battè fino alla morte, pur di non venir meno alla verità. 

Quelli in cui Moro pubblicava il suo romanzo erano anni fervidi, anni che precedettero eventi eccezionali e drammatici per la storia europea e del mondo: Erasmo da Rotterdam aveva appena scritto - nel 1511- l'Elogio della Follia, un'opera peraltro dedicata allo stesso Moro, e nel 1513 Machiavelli redasse Il Principe, manifesto del pragmatismo politico, dove il fine giustifica i mezzi. Infine, un anno dopo Utopia, nel 1517, Martin Lutero pubblicò le sue tesi, e diede inizio alla Riforma. Si apriva così una stagione non solo religiosa, ma anche politica, che avrebbe sconvolto per sempre gli scenari europei.
"Quando penso in cuor mio a tutte le repubbliche che oggi fioriscono ovunque, Dio mi aiuti, non vedo che cospirazioni dei ricchi per curare i propri interessi privati con il pretesto di fare quelli pubblici. Escogitano e inventano ogni genere di stratagemma , in primo luogo per conservare senza timori quel che hanno ingiustamente accumulato, secondariamente per abusare del lavoro e della fatica dei poveri con la minor spesa possibile. Poi gli stessi ricchi decidono che questi stratagemmi devono essere adottati e rispettati per il bene dello Stato, ossia anche della povera gente, e quindi ne fanno delle leggi".  
Così scriveva Tommaso Moro nelle ultime conclusive pagine di Utopia. Ancora una volta una visione tristemente anticipatrice, profetica.
La cupidigia sembra essere il grande male – all'origine di ulteriori mali. contro cui lottare anche oggi.
Lo aveva ben colto un attento lettore di Moro come Gilbert K. Chesterton, che agli inizi del '900 scrisse alcuni romanzi apparentemente surreali, come La sfera e la croce, Il Napoleone di Notting Hill, Manalive, e soprattutto  L'osteria volante dove immagina un Inghilterra del XXI secolo dominata da un potere di tipo massonico che si avvale della collaborazione di ambienti islamici – una sorprendente distopia mitigata da quello straordinario umorismo per cui il celebre convertito può essere considerato il miglior erede di Moro.

Chesterton paventava l'avvento di "masse di uomini devoti al Nulla, diventati schiavi senza un padrone". Per Chesterton si sarebbe riconosciuta questo nuovo ordine per le offese recate a Dio e all'uomo, alla morte e alla vita, entrambe rese un nulla . Da questo si sarebbe capito che la barbarie era in arrivo.

Mentre nella prima metà del '900 andavano realizzandosi i peggiori incubi di società tiranniche, ingiuste, oppressive, Chesterton pensò alla possibilità di realizzare forme di civiltà come quella descritta da Moro. Anche e soprattutto per questo motivo fondò il movimento Distributista. In occasione di una manifestazione celebrativa di Tommaso Moro tenutasi a Londra, nel Santuario di Beaufort Street nel 1929, Chesterton scrisse: "Il beato Thomas More è più importante oggi che in qualunque altro tempo fin dalla sua morte, forse anche più che del grande momento del suo morire, ma non è ancora così importante come sarà tra un centinaio di anni." 

Dalla vita e dal martirio di san Tommaso Moro scaturisce un messaggio che attraversa i secoli e parla agli uomini di tutti i tempi della dignità inalienabile della coscienza, nella quale, risiede il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nella sua intimità.
Quando questo richiamo della verità viene ascoltato, allora la coscienza orienta con sicurezza i loro atti verso il bene.
Tommaso Moro morì testimoniando che c'è un bene più grande di ogni potere e ogni successo mondano per cui vale la pena dare la vita. Dava la vita per i propri amici, per la propria famiglia, per il proprio povero paese che stava a sua volta per andare incontro a un bagno di sangue.
Il 6 luglio 1535 venne decapitato.
Le cronache riportarono il modo in cui si avviò al supplizio: con animo sereno, con fede pronta, con umorismo, con grazia. 


Paolo Gulisano (fonte:uomovivo.blogspot.it)

sabato 5 luglio 2014

Grazie, poi a scendere ci penserò da solo

Un condannato a morte sale i gradini che lo porteranno alla decapitazione, inciampa e un ufficiale lo sorregge. L’uomo sorride e sussurra: “Grazie, poi a scendere ci penserò da solo”. Anche sulla soglia della morte, proprio come quando prendeva in giro la moglie – “Certo, signora, vi farebbe gran torto il Signore Iddio se non vi mandasse all’inferno, dal momento che ve lo guadagnate con tanta fatica” – e i figli che studiavano – “mi assicurano che sapete perfino distinguere il sole dalla luna” – Sir Tommaso Moro, umanista, scrittore, giurista e politico inglese del 1500 proclamato nel 2000 patrono dei governanti e dei politici, non smise di far sorridere e, per questo, di pensare. Proprio alla sua figura è dedicata una mostra esposta a Montecitorio, su iniziativa di Maurizio Lupi, e inaugurata ieri con il premier Mario Monti.

Tommaso Moro è però un patrono paradossalmente scomodo, visto che la sua azione principale – quella ricordata da tutti – fu quella di dimettersi. In lui si trovava una bizzarra commistione di magnanimità personale e culturale, fermezza e al contempo divertito umorismo (caratteristiche di cui oggi si avverte decisamente la mancanza). Di lui colpiscono certamente la sua incorruttibilità – “se un tuo amico avesse in corso una causa davanti a me, potrei certo dare udienza prima a lui che non a un altro. Ma in ogni caso puoi star sicuro che se le parti avranno rimesso la causa nelle mie mani, allora, anche se uno dei contendenti fosse mio padre e l’altro il diavolo, e il diavolo avesse ragione, ti assicuro che sarebbe il diavolo a vincere la causa” – e la celerità con cui snellì la burocrazia processuale dell’epoca; così come la sua clamorosa iniziativa presso il re, a cui chiese formalmente, in difesa della libertà di parola, “di dare a tutti coloro che fanno parte di questa assemblea la Sua generosa licenza e benevola assicurazione di poter liberamente parlare, senza temere di incorrere nel Vostro temutissimo sdegno, e francamente esporre il proprio pensiero su tutto ciò che concerne quello per cui siamo qui riuniti”. Fu giudice capace di distinguere eccome, soprattutto con i poveri – “quando si ha a che fare non con gente arrogante e maliziosa, ma con persone ignoranti o semplici e sprovvedute, io desidero che si usi grande misericordia e poco rigore”.

Aveva sostenuto che “non si deve abbandonare la nave in piena tempesta, solo perché non potete comandare ai venti… se non potete far andare bene tutte le cose, dovete almeno aiutare, perché vadano il meno male possibile”, ma a un certo punto capì di non poter fare più niente, e chiese solo di essere lasciato nel suo silenzio, che pure ai suoi nemici si fece clamore insopportabile come le domande di Socrate; ed egli al pari di Socrate fu arrestato. Gli uomini di Enrico VIII, dopo le sue dimissioni in risposta allo scisma anglicano, cercarono di inchiodarlo con l’accusa di aver tradito, ma egli ribatté loro che a quel re col quale si era spesso trovato non per discutere affari di stato, ma per conversare e ammirare le stelle, egli non augurava che bene, ma che non poteva accompagnarlo in una menzogna.

Ecco il suo segreto: Moro, che considerava l’amicizia “un ottavo sacramento”, è stato sempre e anzitutto un amico: del mondo, della cultura antica e recente, per cui “non si finirebbe più di spiegare quante cose mancano a chi non conosce i greci”; un apologeta cattolico che pure preferiva “discutere servendomi della ragione piuttosto che dell’autorità”; del re, consapevole che “se la mia testa potesse procurargli un castello in Francia, essa non tarderebbe a cadere”, e dello stato, di cui assunse la massima carica di Lord cancelliere scherzando con Erasmo da Rotterdam: “Mi fanno tutti le congratulazioni, sono sicuro che almeno tu mi compiangerai”.

Il segreto di tale costante capacità è a sua volta paradossalmente possibile non nonostante la fermezza delle sue convinzioni, ma in virtù di esse, della sua amicizia con Dio, che lo faceva respirare la vastità di una grandezza che non dipendeva da lui: come notò lo scrittore e suo ammiratore Gilbert K. Chesterton, “tanto egli era strenuo patrono di libertà spirituale, altrettanto era convinto che dovesse esserci qualcuno, o qualcosa, a disciplinarla, e non gli passava per la testa di poter essere lui questo qualcuno”. Questo lo rendeva e lo rende scomodo, sorridentemente e salutarmente scomodo per chi lo legge o a lui intende richiamarsi, visto che, sempre nelle parole di Chesterton “è facile, a volte, donare il proprio sangue alla patria e ancora più facile donarle del denaro. Talvolta è più difficile donarle la verità”.

Il foglio: Edoardo Rialti | 24 Ottobre 2012 

sabato 17 maggio 2014

La sera al circolo Tommaso Moro

L’8 maggio la guardia di finanza di Milano ha arrestato sette persone in un’inchiesta sugli appalti dell’Expo 2015. Tra questi il direttore pianificazione e acquisti dell’Expo, Angelo Paris. Insieme a Paris sono stati arrestati anche l’ex senatore di Forza Italia Luigi Grillo – in quanto intermediario di presunte irregolarità negli appalti di Infrastrutture lombarde, la controllata della regione Lombardia dedicata alla realizzazione di opere pubbliche – Gianstefano Frigerio, ex segretario amministrativo della Democrazia cristiana milanese, e Primo Greganti, ex funzionario del Partito comunista italiano e del Pds già coinvolto nell’inchiesta Mani pulite.
L’amministratore delegato di Expo 2015, Giuseppe Sala, non è coinvolto in alcun modo nell’inchiesta, ha detto la procura. Expo può andare avanti regolarmente, perché nessun altro funzionario dell’associazione è coinvolto e nessuna area che verrà usata per l’esposizione è stata sequestrata.
È stata emessa anche una nuova ordinanza di custodia cautelare per Antonio Rognoni, direttore generale di Infrastrutture lombarde già arrestato il 20 marzo dalla guardia di finanza con l’accusa di truffa e turbativa d’asta. Disposto il fermo anche per il mediatore Sergio Cattozzo e l’imprenditore Enrico Maltauro. La procura aveva chiesto altri 12 arresti nel mondo della sanità lombarda, che però sono stati respinti dal gip.
Come agiva l’associazione. Secondo gli inquirenti, che hanno tenuto una conferenza stampa l’8 maggio, in Lombardia esisteva una “cupola” in grado di condizionare gli appalti dell’Expo, della sanità e di altre opere pubbliche. La struttura si reggeva soprattutto su Frigerio, Greganti e Grillo.
La sede dell’associazione a delinquere era il circolo culturale Tommaso Moro, scrive il Corriere della Sera. Nel circolo, il cui presidente era Gianstefano Frigerio, si svolgevano delle riunioni con aziende ospedaliere, imprenditori, politici. L’alleanza tra Greganti e Frigerio permetteva di coinvolgere e proteggere aziende e cooperative legate a tutti i partiti politici.
La “cupola” prometteva avanzamenti di carriera a manager e pubblici ufficiali, assicurando protezioni politiche. Dopo aver creato rapporti di favore con questi funzionari, l’associazione poteva sapere in anticipo informazioni sull’assegnazione degli appalti e avvantaggiarsi nelle gare per l’assegnazione dei bandi. Con queste informazioni in mano, l’organizzazione cercava di far assegnare gli appalti a imprenditori “amici”. Queste attività si sono svolte fino a due mesi fa, secondo la procura di Milano.
L’Expo e la sanità. Angelo Paris era uno dei funzionari che permetteva di condizionare gli appalti. Secondo gli investigatori, Paris era “totalmente sottomesso ai voleri dell’associazione”. Grazie alle sue informazioni, la cupola conosceva in anticipo i progetti dei padiglioni dei diversi paesi sull’Expo 2015, oppure i problemi amministrativi legati alla Vie d’Acqua, il progetto per riaprire i navigli milanesi legato all’esposizione universale.
L’organizzazione a delinquere agiva nello stesso modo anche per gli appalti della sanità. Per esempio su quelli sulla Città della salute, il nuovo polo sanitario da costruire al posto dell’ex area Falck di Sesto San Giovanni.
Gli inquirenti sono arrivati all’inchiesta sull’Expo partendo da un’indagine sulla ‘ndrangheta in Lombardia, chiamata “Infinito”. Nelle carte ci sono anche i nomi di diversi politici, tra i quali Silvio Berlusconi, Gianni Letta e Cesare Previti, che però non risultano indagati.

fonte: Internazionale

domenica 20 ottobre 2013

Pellegrinaggio sulla tomba di Tommaso Moro

“In occasione del pellegrinaggio di un folto gruppo di parlamentari italiani alla tomba e ai luoghi di san Tommaso Moro, patrono dei governanti e dei politici”, Papa Francesco ha rivolto un cordiale saluto ai partecipanti in un messaggio a firma del sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Angelo Becciu inviato a mons. Lorenzo Leuzzi, cappellano della Camera, che partecipa all’evento. Il Papa esprime “il suo apprezzamento per l’iniziativa” e “incoraggia a vivere l’impegno politico come forma eminente di carità al servizio del bene comune”. Debora Donnini ha intervistato Maurizio Lupi, tra gli organizzatori dell’evento:

R. - Questo gesto è stato pensato all’interno del percorso che ognuno di noi sta facendo in questo Anno della Fede. Alla Camera dei Deputati c’è un cappellano, mons. Leuzzi, c’è una comunità che vive durante l’anno con la Messa al mattino, con i momenti di incontro che coinvolgono trasversalmente tutti i parlamentari che credono. Quindi, venire nei luoghi di Tommaso Moro – che Giovanni Paolo II ha proclamato patrono dei governanti e dei politici – ci sembrava un gesto concreto per ricordare ad ognuno di noi la ragione per cui esercitiamo questa responsabilità.

D. – Quale clima c’è tra i parlamentari che appunto appartengono a diversi partiti: Pdl, Pd, Scelta Civica ed altri…

R. – Sì, ci sono amici anche del Movimento 5 Stelle. Il clima è assolutamente positivo. Siamo coscienti che, pur avendo fatto scelte politiche diverse, la ragione per cui ognuno di noi si impegna è la stessa: servire il bene comune. Quindi, c’è un desiderio di fare un percorso insieme e di stimarsi l’un l’altro anche se convinti che poi la concretezza di queste azioni può tradursi con proposte politiche diverse. In un momento come questo, che il nostro Paese sta attraversando, credo che noi tutti dobbiamo ricordarci - come Tommaso Moro ha fatto nella sua storia con coerenza - che lo scopo del nostro agire è veramente ritornare a queste parole: “gratuità” e “bene comune”.

D. –Le tappe del pellegrinaggio sono Westminster - il Parlamento – Canterbury e la Torre di Londra. Come vivete questi momenti come pellegrinaggio?

R. – Westminster, il Parlamento, indica che quando uno è chiamato ad una responsabilità – come Tommaso Moro ci ha insegnato – bisogna svolgerla bene fino in fondo. San Tommaso Moro, per esempio, fu uno dei migliori ministri della Giustizia: quando divenne ministro si trovava, come adesso, con tantissimi arretrati. Facendo bene il suo lavoro, smaltì tutte le pratiche. Per quanto riguarda Canterbury: Tommaso Moro è stato Santo e politico ma ha sempre tenuto ben presenti e distinte le due aree. La figura di Tommaso Moro ci dice cos’è la santità. La fede non detta le regole alla politica ma la fede aiuta ed educa alla ragione per cui si fa politica e si servono le istituzioni. Se si perde la ragione ultima - come Moro ci ha testimoniato – per cui uno non solo vive ma vuole bene al proprio Paese alla fine si serve solo il potere. Per noi tenere viva l’esperienza del cristianesimo - come ci ha ricordato Papa Francesco - come annuncio presente nella vita oggi e non del passato, è una testimonianza che noi ripercorreremo appunto nei luoghi dove questa fede viene vissuta ed esercitata. La Torre di Londra è la tappa finale: qui ci colpisce molto il martirio, la possibilità - pur volendo bene al proprio re – di non rinunciare a quello in cui si crede. Paradossalmente, un grande politico come Tommaso Moro perde la propria vita per il silenzio, cioè rispetta il proprio Re ma non tradisce i propri ideali ed è questo che il potere poi non tollera.
 
fonte: Radio Vaticana

lunedì 1 ottobre 2012

Cambiare le cose


“Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre.

Dammi Signore, un anima che abbia occhi per la bellezza e la purezza, che non si lasci impaurire dal peccato e che sappia raddrizzare le situazioni.

Dammi un anima che non conosca noie, fastidi, mormorazioni, sospiri, lamenti.

Non permettere che mi preoccupi eccessivamente di quella cosa invadente che chiamo ‘io’.

Dammi il dono di saper ridere di una facezia, di saper cavare qualche gioia dalla vita e anche di farne partecipi gli altri.
Signore dammi il dono dell’umorismo.”

Tommaso Moro, Preghiere della Torre

sabato 25 settembre 2010

Consigli per i potenti (seconda parte)

D'altra parte, se non  vede il contrario, se capisce che il suo dovere lo può fare abbastanza bene, se ha soltanto timore che le tentazioni dell'ambizione e dell'orgoglio potrebbero mutare il suo buon proposito e farlo scivolare nel peccato, allora penso che sia buona cosa che rimanga sempre in moderato timore, del quale dice la Scrittura: "Benedetto l'uomo che è sempre timoroso"; e San Paolo: "Colui che sta in piedi, veda di non cadere".
Però il troppo timore è pericoloso, e trascina a non fidarsi del misericordioso aiuto di Dio. Questo timore immoderato, questa mancanza di coraggio, la Sacra Scrittura la proibisce, dicendo: "Non avere cuore debole e non essere timoroso".

Tommaso Moro (1478 - 1535)

venerdì 24 settembre 2010

Consigli per i potenti (prima parte)

Se uno, per esperienza, sente veramente e comprende che nella prosperità e nell'autorità danneggia l'anima sua, senza poter fare quel bene che potrebbe fare, se vede le cose delle quali dovrebbe occuparsi finir male per colpa sua, e andare in rovina, e che per migliorarle tralascia il suo dovere, in questo caso lo consiglierei con tutte le forze ad abbandonar quella cosa, sia essa un beneficio spirituale, una parrocchia, magari una diocesi, oppure un ufficio o un'autorità temporale, lo inviterei a staccarsene completamente, a ritirarsi a servire Dio, piuttosto che a tener dietro alla stima del mondo e alla sua comodità, con scomodo di coloro che dovrebbero trarre profitto dal suo dovere. 

Tommaso Moro (1478 - 1535)

giovedì 23 settembre 2010

Andiamo ad iniziare...

Signore, donami una buona digestione
e anche qualcosa da digerire.
Donami la salute del corpo
e il buon umore necessario per mantenerla.
Donami, Signore, un'anima semplice
che sappia far tesoro
di tutto ciò che è buono
e non si spaventi alla vista del male
ma piuttosto trovi sempre il modo
di rimetter le cose a posto.
Dammi un'anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri, i lamenti,
e non permettere
che mi crucci eccessivamente
per quella cosa troppo ingombrante
che si chiama "io".
Dammi, Signore, il senso del buon umore.
Concedimi la grazia
di comprendere uno scherzo
per scoprire nella vita un po' di gioia
e farne parte anche agli altri.
Amen.


Tommaso Moro (1478 - 1535)

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...