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sabato 7 maggio 2016

Emergenza cultura

Emergenza cultura. Salviamo l’articolo 9
Roma, 7 maggio 2016
Noi – cittadini italiani, donne e uomini impegnati con il nostro lavoro, stabile o precario, a produrre e diffondere cultura, membri delle associazioni professionali e delle associazioni per la tutela, studentesse e studenti delle università e delle scuole – denunciamo che il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione sono oggi in gravissimo pericolo.
Denunciamo che le modifiche dell’ordinamento introdotte dal Governo Renzi, e passivamente subite dal ministro Dario Franceschini, stanno di fatto rimuovendo l’articolo 9 dalla Costituzione. Le generazioni future rischiano di non ricevere in eredità l’Italia che noi abbiamo conosciuto.
Il nostro è un grido di allarme: è emergenza per la cultura!
Noi vogliamo che la cultura sia davvero un servizio pubblico essenziale: che le biblioteche e gli archivi funzionino come negli altri paesi europei, che i musei siano fabbriche di sapere, che le scuole formino cittadini e non consumatori, che la salvezza dell’ambiente in cui viviamo sia l’obiettivo più alto di ogni governo.
Per questo chiamiamo a raccolta tutte le cittadine e i cittadini italiani: li chiamiamo a scendere in piazza, a Roma, il 7 maggio 2016.
 Quella manifestazione chiederà al governo Renzi di sospendere l’attuazione dello Sblocca Italia, della Legge Madia e delle ‘riforme’ Franceschini: perché si apra un vero dibattito, nel Paese e nel Parlamento, sul futuro del territorio italiano, bene comune non rinnovabile.
Quella manifestazione chiederà di permettere ad un nuova leva di giovani di entrare nei ranghi del Ministero per i Beni culturali: non con l’effetto-annuncio delle una tantum, fabbriche di un nuovo schiavismo, ma con la costruzione di un futuro normale per chi vuole mettere la sua vita al servizio del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione.

  1. «La Repubblica tutela»

Chiediamo che si rinunci al ricorso a legislazione d’emergenza e di urgenza per aprire le porte alle devastanti Grandi Opere, come prevede lo Sblocca Italia.
Al governo che vuol fare il Ponte sullo Stretto, chiediamo invece che venga studiata, finanziata, avviata l’Unica Grande Opera utile, anzi vitale per il futuro del Paese: salvare il territorio, risanarlo, metterlo in sicurezza sia dal punto di vista idrogeologico che dal punto di vista sismico.
Chiediamo che sia abbandonata la filosofia dei beni culturali come pozzi petroliferi, che comporta lo sfruttamento intensivo di una piccola porzione del patrimonio – spesso a vantaggio di pochi privati con forti connessioni politiche –  e l’abbandono e l’incuria per la maggioranza dei siti. Sul territorio si deve continuare a fare tutela, ma anche valorizzazione: il vero obiettivo è portare gli italiani e i turisti nel nostro patrimonio diffuso, che nessuno conosce e che dunque cade a pezzi.
Chiediamo che si torni indietro rispetto all’idea cardine della Riforma Franceschini: la miope e pericolosissima separazione radicale tra tutela (di fatto annullata) e valorizzazione (di fatto trasformata in mercificazione). Chiediamo che si interrompa il processo di trasformazione dei musei statali in fondazioni di partecipazione aperte agli enti locali e ai privati. I musei devono continuare a fare sia tutela che valorizzazione: devono avere al loro interno vere comunità scientifiche permanenti, in grado di fare ricerca e comunicare la conoscenza. La selezione del personale deve essere seria e trasparente, non spettacolarizzata e deludente. E la politica deve ritirare le sue lunghe mani dai consigli d’amministrazioni, dai consigli scientifici e dalle direzioni dei musei autonomi.
Chiediamo che siano sospesi l’accorpamento delle soprintendenze archeologiche, la soppressione della direzione generale per l’archeologia, lo stravolgimento dei depositi e degli archivi delle strutture territoriali di tutela.
Chiediamo che venga ritirata la norma del silenzio-assenso contenuto nella Legge Madia: perché è incostituzionale, e perché fa scontare all’ambiente e al paesaggio gli inevitabili ritardi di una amministrazione che prima è stata scientificamente massacrata nei ranghi, nei finanziamenti, nel morale.
Chiediamo che il governo rinunci a far confluire le Soprintendenze in Uffici territoriali dello Stato diretti dai prefetti.
Chiediamo che venga ripristinata la competenza del Ministero per i Beni Culturali nella scelta degli immobili pubblici da vendere ai privati.
Chiediamo che non si indebolisca in alcun modo la legislazione sull’esportazione delle opere d’arte dall’Italia.
Chiediamo che si rinunci all’idea di smembrare i Parchi nazionali, che si rinunci al loro depotenziamento, che si nominino presidenti e direttori di livello nazionale e non più esponenti locali, adeguando la legge sulle aree protette al Codice per il Paesaggio.
  1. Fondata sul lavoro
Denunciamo la demonizzazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, dei funzionari pubblici, dei dipendenti dello Stato, i quali mantengono aperto a tutti il patrimonio culturale della nazione, nonostante gli stipendi risibili, e nonostante l’incuria e il tradimento dei governi della Repubblica.
Denunciamo che, nonostante l’annuncio di misure palliative di puro impatto mediatico (le ventilate 500 assunzioni dal 1° gennaio 2017 non serviranno nemmeno a rimpiazzare chi andrà in pensione da ora ad allora), vengono frustrate ancora un volta le speranze di chi si è duramente formato per lavorare al servizio del patrimonio culturale, della sua tutela e della sua apertura ai cittadini dell’Italia e del mondo.
Chiediamo che la tutela del patrimonio e la direzione degli istituti della cultura (compresi i musei) continuino ad essere affidate a tecnici (archeologi, storici dell’arte, architetti, bibliotecari, archivisti, restauratori, conservatori, demoetnoantropologi, diagnosti,  etc.). Chiediamo che questo compito sia affidato agli operatori dei beni culturali, individuati dalla recente legge n°110 del 22 luglio 2014 sulle professioni nell’esercizio delle azioni di tutela e valorizzazione) assunti attraverso concorsi pubblici trasparenti, che tengano conto dell’offerta formativa presente nelle università del nostro Paese, indipendenti dal potere politico, tenuti ad obbedire solo alla legge, alla scienza e alla coscienza. Chiediamo che – come imponeva il comma 2 dell’art. 2 di quella legge – venga emanato, in accordo con le associazioni professionali, un decreto ministeriale che stabilisca le modalità e i requisiti per l’iscrizione dei professionisti negli elenchi nazionali, nonché le modalità per la tenuta degli stessi elenchi nazionali in collaborazione con le associazioni professionali.Chiediamo che vengano adeguatamente valorizzate le professionalità interne, troppo spesso mortificate  e compresse, tramite lo sblocco dei percorsi di carriera e nel concreto riconoscimento della qualità degli apporti professionali.
Chiediamo che le competenze e l’impegno dei professionisti del patrimonio culturale non vengano sostituite ricorrendo a forme più o meno surrettizie di sfruttamento, mascherate da volontariato, o da formazione, come il fondo “1000 giovani per la cultura”. In un Paese con un tasso del 42% di disoccupazione giovanile e del 12% di disoccupazione tout court, ogni forma di volontariato utilizzato come scorciatoia per abbattere i costi del lavoro rischia di entrare in rotta di collisione con le professioni e con le competenze dei professionisti.
Chiediamo che vengano assunti immediatamente i 1400 lavoratori necessari a compiere l’organico del Ministero per i Beni culturali, e che quindi venga sbloccato il turnover annuale, attraverso concorsi regolari per l’assunzione a tempo indeterminato di professionisti.
Chiediamo dignità professionale e riconoscimento di diritti a tutele per i tanti professionisti del settore che esercitano con partita IVA: equità fiscale e previdenziale, protezioni sociali per maternità e malattia, sostegno al reddito anche per i lavoratori autonomi.Proponiamo agevolazioni sull’IVA (come già avviene per le guide turistiche) e una riduzione dell’aliquota previdenziale al 24% (così come previsto per artigiani e commercianti).
Chiediamo che, dalla bozza riguardante le linee guida per l’archeologia preventiva elaborata dalla Direzione Generale del MiBACT, si passi celermente all’emanazione di un provvedimento che ponga fine a difformità, spesso piuttosto marcate, di prescrizioni e procedure, anche all’interno degli uffici, sul territorio nazionale, con sensibile miglioramento dell’attività di tutela e offrendo nel contempo possibilità di lavoro qualificato ai professionisti del settore.

  1. Finanziamenti

Chiediamo un piano di investimenti in settori chiave quali ricerca e istruzione, che generano ricadute virtuose sia in termini di competitività internazionale del paese, che in termini di cultura civile e democratica. Non la girandola di una tantum venduta come risolutiva dal Governo Renzi, né tantomeno il superfinanziamento di carrozzoni privati.
L’investimento in cultura e la produzione di conoscenza costituiscono la leva strategica di un modello di sviluppo la cui competitività non si risolva in sfruttamento della manodopera,  ma in innovazione. E non c’è innovazione se non si garantiscono risorse adeguate alla scuola e all’università pubbliche, oltre che nelle infrastrutture della ricerca, a partire da biblioteche, archivi, laboratori scientifici.
Chiediamo che le biblioteche, gli archivi e in generale gli istituti di cultura statali – depositari di un tesoro librario in tutto paragonabile alle collezioni di arte e famoso in tutto il mondo – ricevano regolarmente il finanziamento ordinario che solo può consentirne la vita.


  1. Formazione

Chiediamo che sia garantita  a tutti la fruibilità pubblica della cultura e del patrimonio storico-artistico, chiave di ogni formazione alla cittadinanza attiva e consapevole. Chiediamo, dunque, che ogni politica di bigliettazione e gratuita sia fondata solo sul criterio della maggior accessibilità sociale possibile.
Chiediamo che si insegni davvero la Storia dell’arte nelle scuole italiane: che la si insegni in tutte le scuole secondarie.
Chiediamo che, subito, si cominci col ripristinare le molte ore tagliate dalla Riforma Gelmini e non più reintrodotte, nonostante le promesse di questo Governo, e che gli insegnanti siano quei laureati e abilitati in Storia dell’arte, la cui preparazione costituisce un valore aggiunto per un’offerta formativa non solo culturale, ma anche civica e sociale.
Chiediamo un pieno finanziamento del diritto allo studio e dei luoghi della formazione nel nostro Paese. Chiediamo che scuole ed università tornino ad essere, in ottemperanza alla Costituzione, accessibili a tutti e baricentro di relazioni e interscambi con siti museali e patrimonio storico-artistico del territorio.

Conclusione


Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ama usare senza risparmio la retorica della Bellezza, e contemporaneamente sostiene che «soprintendente» sia la parola più brutta della burocrazia. Noi ci rivolgiamo al Paese per smascherare questa narrazione, questo storytelling, questa gigantesca mistificazione: se l’Italia è ancora bella, è perché le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo scrivere regole giuste e lungimiranti, e hanno saputo investire sul lavoro di chi era chiamato ad applicarle e a farle rispettare.
Oggi, invece, il governo Renzi scommette tutto sulla rimozione delle regole, e progetta un futuro in cui nessun tecnico possa opporsi all’arbitrio del potere esecutivo: questo significa porre le premesse del consumo finale del nostro paesaggio e della nostra arte.
Non ci riconosciamo in questa Italia che divora se stessa a beneficio di pochi ricchi e potenti. Ci riconosciamo, invece, nel progetto della Costituzione, per la quale il patrimonio culturale serve alla costruzione dell’uguaglianza sostanziale e al pieno sviluppo della persona umana.
Chiediamo con forza che quel progetto sia finalmente realizzato, non smantellato.
È emergenza cultura: salviamo l’articolo 9!

Stil novo

Sovrintendente  è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. È una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba. Sovrintendente de che?

Matteo Renzi,  da Stil novo

venerdì 18 settembre 2015

La misura è colma


Il Colosseo, i siti archeologici del Foro romano e altre aree museali in tutto il Paese hanno chiuso di nuovo per tre ore per assemblee sindacali, lasciando sgomenti i turisti in attesa davanti alle biglietterie sbarrate. Era già successo a Pompei a giugno, venerdì 18 settembre è andata in scena la replica non richiesta. Subito è scoppiata la polemica. E non appena i cancelli sono stati riaperti, è arrivato via twitter il commento durissimo del ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini: «La misura è colma», ha detto, annunciando che d’accordo con il premier Matteo Renzi proporrà in Consiglio dei Ministri previsto nella stessa giornata di inserire musei e luoghi della cultura nei servizi pubblici essenziali.


Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. «Non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l'Italia. Oggi decreto legge #Colosseo#lavoltabuona» ha scritto su Twitter.
           
La rabbia di Franceschini
Il ministro in una nota ha poi aggiunto: «Proprio nel momento in cui la tutela e la valorizzazione dei beni culturali sono tornate dopo anni al centro dell'azione di governo, proprio mentre i dati del turismo sono tornati straordinariamente positivi, proprio mentre Expo e Giubileo portano ancora di più l'attenzione del mondo sull'Italia, proprio mentre io sono come ministro impegnato nelle discussioni preparatorie per la legge di stabilità a cercare di portare più risorse per la cultura e per il personale del ministero, una nuova assemblea sindacale, questa volta al Colosseo a ai più importanti siti archeologici di Roma, fa restare turisti in fila davanti agli occhi di tutto il mondo. Il buonsenso nell'applicare regole e nell'esercitare diritti evidentemente non basta più per evitare danni al proprio Paese». Da qui la decisione di intervenire con una nuova legge.
FRANCESCHINI TWEET COLOSSEO

La replica della Camusso
«Stiamo diventando uno strano paese, ogni volta che c'è un'assemblea sindacale si dice che non si può fare, che è diventata una cosa che non è possibile. Capisco che si debba fare attenzione ai periodi di particolare presenza turistica, ma allora si dica chiaramente che i lavoratori non possono più avere strumenti di democrazia»: è il commento di Susanna Camusso, leader della Cgil. Quanto alla possibilità che il governo faccia un decreto per trasformare i monumenti e i luoghi di cultura in servizi essenziali, Camusso ha aggiunto che «questo non cancellerebbe la possibilità di fare scioperi o assemblee".

sabato 22 agosto 2015

«It's your CV that counts, not nationality»

 
Come spesso succede nel nostro amato Paese, il dibattito ha immediatamente preso la peggiore delle pieghe: quella del surreale scontro sugli 'stranieri'. Colpa della Lega, di Maurizio Gasparri, e anche del Movimento 5 Stelle che hanno sfoderato una penosa, e incomprensibile, retorica nazionalista: al (patetico) grido di «L'Italia agli italiani».

A onor del vero anche i commenti di alcuni degli esclusi hanno, poco decorosamente, cavalcato questa risibile tigre. Il direttore degli Uffizi Antonio Natali ha ironizzato in questi termini: «I knew I would not win the bid for the Uffizi when the government statistics office told me I could not change my name to Anthony Christmas». E il direttore dell'Accademia Angelo Tartuferi ha parlato di «sconfitta del nostro Paese», aggiungendo: «abbiamo inventato in Italia la tutela dei beni culturali e schiere di tedeschi sono venuti a studiarla da noi... Senza risentimento, ma mi pare che questi colleghi non siano idonei a colmare questo presunto vuoto».

A questo punto, osservatori come Roberto Saviano e Michele Serra hanno preso la parola per dire l'unica cosa sensata: e cioè che non c'è nulla di strano, né tantomeno di sbagliato, in un tedesco che dirige gli Uffizi. Sbagliato e strano è, anzi, trovarlo sbagliato o strano.

Tuttavia anche queste ovvie considerazioni sono state subito travisate, strumentalizzandole fino a leggerle come un endorsement alle scelte di Franceschini. Ma dire che è normale nominare un non italiano, non significa dire che la nomina di quel non italiano sia giusta a prescindere: altrimenti si cade nell'errore speculare. Perché esiste il provincialismo xenofobo di Gasparri, ma esiste anche il provincialismo esterofilo di chi pensa che basti non essere italiani per essere 'nuovi', o perfetti per la parte. Mentre il ministro Franceschini ha giustamente detto al New York Times che «it's your CV that counts, not nationality».

Ma il punto, larghissimamente eluso dai commentatori, è proprio questo: le nomine sono o non sono giustificate dai curricula dei candidati? Perché il problema non sono gli stranieri: ma semmai gli estranei, e cioè coloro che non hanno nulla che a fare (culturalmente e scientificamente) con i musei che andranno a dirigere.

Lo stesso ministro Franceschini ha scritto, in un editoriale sulla prima pagina dell'Unità renziana, che «Con queste 20 nomine di così grande levatura scientifica internazionale il sistema museale italiano volta pagina e recupera un ritardo di decenni. La commissione di selezione ha fatto un grande lavoro ed ha offerto al Direttore Generale dei Musei del Mibact, Ugo Soragni, e a me la possibilità di scegliere in terne di assoluto valore. I nuovi direttori sono sia stranieri che italiani e alcuni di questi ultimi tornano nel nostro Paese dopo esperienze di direzione all’estero».

Sul presunto ritardo tornerò nel terzo e ultimo punto di questo post. Qui vorrei notare che, per poter vendere il proprio compitino, il ministro è costretto a dire il falso, sbandierando una «grande levatura scientifica internazionale» che semplicemente non esiste. Idem per il «valore assoluto»: che manca.
 
Attenzione: non voglio dire che tra i direttori non ci siano ottimi storici dell'arte e bravi curatori. Ma – come in queste ore stanno notando in molti (come la Associazione Bianchi Bandinelli o la Uil) – in quasi tutti i casi si tratta di curatori di sezioni di musei, e solo in pochissimi di direttori di (piccoli) musei (provinciali): nemmeno uno ha avuto esperienze nemmeno lontanamente comparabili alle responsabilità che si accinge ad assumere. 

Con questa selezione, insomma, lo Stato italiano ha fatto una scommessa, scegliendo di affidare direzioni a persone non ritenute mature per una direzione nelle stesse istituzioni in cui finora lavoravano. È giusto, sensato, prudente scommettere contemporaneamente sui nostri venti più importanti musei? Quante possibilità ci sono che ci vada bene in tutti e venti i casi? E cosa staremmo rischiando, se andasse male?

E qui cominciano i dubbi – gravi dubbi – sulla procedura. È responsabile fondare una simile scommessa su un colloquio di quindici minuti, e sulla lettura di un curriculum?

Un elemento di comparazione: per scegliere l'ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto come curatore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles ha ritenuto necessari un'intervista skype di 2 ore, un colloquio privato col direttore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato ha trascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungo colloquio col presidente dei Trustee. E in questo caso era un direttore di museo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrario in soli 15 minuti!

Sarebbe imbarazzante discutere i singoli nomi dei nuovi direttori: ma è impossibile non notare che nella stragrande maggioranza dei casi (prescindendo dal valore scientifico dei candidati) non c'è alcuna competenza specifica sul museo e sulle collezioni che andranno a dirigere. E se la nazionalità non è un argomento, forse la competenza dovrebbe esserlo.

Infine: la commissione non ha scelto i direttori, ma ha presentato rose di tre nomi al ministro e al direttore generale dei musei. Il primo ha scelto i direttori dei sette musei più grandi e importanti il secondo quello degli altri tredici. Domanda: è possibile leggere i nomi che componevano queste terne? Sarebbe fondamentale poterle conoscere, se vogliamo provare a capire in base a quali criteri Dario Franceschini e Ugo Soragni hanno usato un potere incredibilmente discrezionale. Un potere che, nel caso del ministro, sostanzia in modo clamoroso, e per me clamorosamente sbagliato, un'ingerenza politica diretta nella vita dei più grandi musei della nazione.


Una finestra aperta da cui entra finalmente aria nuova. Un gesto di rottura. Un bel segnale. Un sasso nello stagno. Sono queste le metafore che hanno incarnato il giudizio di chi si è espresso a favore delle nomine: come Gian Antonio Stella sul Corriere e Francesco Bonami sulla StampaÈ un modo di pensare molto diffuso nell'Italia di oggi, e non solo a proposito dei musei: è questo l'unico vero 'argomento' a favore di Matteo Renzi, e del suo governo. Sarebbe meglio qualunque scuola di questa scuola, e meglio qualunque Senato di questo Senato: e così via. Un simile modo di guardare al potere e ai suoi atti non è, tuttavia, una novità: semmai una costante nella nostra storia. Piero Calamandrei annota nel suo diario che perfino il grande filologo Giorgio Pasquali pensava e diceva: «Il fascismo sarà aria buona, sarà aria cattiva, ma insomma è aria».

Invece io non credo che gli atti di governo si possano giudicare sul piano simbolico, o metaforico. Siamo allo storytelling del governo senza il governo. Al racconto delle riforme senza le riforme. Ma la bontà di un metodo (di un gesto, di una finestra aperta, di una ventata d'aria...) va giudicata sulla base dei  risultati che produce, non su quello degli effetti mediatici che suscita.

In questi giorni, tuttavia, anche molti colleghi e amici mi hanno detto che tutto quello che ho appena scritto è verissimo, ma che la situazione dei musei era così compromessa che qualunque 'novità' era comunque preferibile al 'vecchio'. Insomma, Franceschini avrebbe fatto bene a comportarsi, rispetto al nostro patrimonio, come l'amante descritto da una splendida canzone di Fabrizio De André: «E sarà la prima che incontri per strada / che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato, /per un amore nuovo».

Io non sono d'accordo. Riconosco – e credo di averlo scritto più di tutti – le infinite, gravissime insufficienze, e perfino i veri e propri tradimenti, di molti dei funzionari delle soprintendenze a cui erano affidati quei musei. Ma credo che la strada imboccata da Franceschini aggiungerà danno a danno, stortura a stortura, errore ad errore. O davvero pensiamo che affidare la Reggia di Caserta a un esperto di marketing e il Museo Archeologico di Napoli a un funzionario comunale  (per approfondimenti rinvio ad un mio articolo uscito oggi sulla cronaca napoletana di Repubblica) sia la soluzione? O anche solo che sia meglio del 'vecchio'?
Quando, nella Commissione Bray per la riforma del Mibact, cominciammo a discutere dell'autonomia di alcuni grandi musei italiani, pensammo e dicemmo che l'autonomia doveva essere funzionale a rendere questi musei dei veri centri di ricerca, capaci di tornare a produrre, e quindi a redistribuire, conoscenza. Tutto questo non è avvenuto: come ammette Paolo Baratta, che sedeva in quella commissione e oggi ha presieduto quella per la scelta dei direttori. Oggi l'Archeologico di Napoli ha 6 archeologi e Capodimonte 5 storici dell'arte, Brera 4, la Galleria Estense di Modena 2 e la Galleria Borghese 3: di quali supermusei stiamo parlando? E di quale rivoluzione culturale? Qua nemmeno un direttore come Roberto Longhi potrebbe fare qualcosa di serio!

Infine, quando pensavo che i musei sarebbero potuti ritornare ad essere luoghi civici e centri di umanizzazione, avevo in mente la triste sorte degli Uffizi, asserviti alle più spietate logiche del mercato. In questi anni ho più volte scritto che l'enorme responsabilità di questa mutazione era anche da ascrivere al tradimento di chi ha governato negli ultimi decenni la Soprintendenza di Firenze: e ho deplorato il fatto che le encomiabili resistenze del direttore degli Uffizi non avessero mai trovato la forza, né peraltro avessero gli strumenti di autonomia, per emergere esplicitamente ed efficacemente.
 
Ebbene, la prime dichiarazioni del nuovo direttore Eike Schmidt non hanno riguardato la ricerca o l'accesso dei cittadini alla conoscenza, ma – suscitando il giusto sdegno di Jean Clair – la sua determinazione ad affittare ai privati le sale del museo per eventi commerciali e convention di imprese. Evidentemente, Franceschini ha dunque raggiunto il suo scopo: eliminare anche quell'ultimo residuo di timide resistenze alla completa mercificazione del nostro patrimonio. Ecco qual era il famoso ritardo finalmente recuperato.

Spero di sbagliarmi: magari – nonostante la loro diretta nomina ministeriale – i nuovi direttori saranno più liberi, coraggiosi e forti dei loro predecessori. Forse si getteranno in quelle battaglie che sono state disertate dai loro predecessori. Lo spero davvero. Ma per ora non riesco a vedere nessuna novità, nessuna rivoluzione culturale. Vedo solo che il lungo smantellamento del progetto della Costituzione sul nostro patrimonio culturale conosce in questi giorni un nuovo, deprimente traguardo.
 
fonte: Tomaso Montanari, La Repubblica

"Viviamo nel tempo dell’arte cloaca"

fonte: La Repubblica, 21. agosto 2015

In questi giorni Jean Clair è a Venezia, in giro con la moglie per calli e mostre. Vent’anni fa curò una Biennale dedicata al volto e al corpo umano, ma oggi è deluso. Non gli piacciono le esposizioni affollate di turisti e quando gli si chiede di commentare la nuova riforma dei musei, all’inizio sembra possibilista, ma poi di fronte all’idea di una nuova figura di direttore-manager si accalora: «Un direttore di un museo non deve fare grandi mostre, ma far conoscere il patrimonio spirituale di una nazione. È la fine. L’arte ha perso ogni significato».

L’argomento lo appassiona. Risale ormai a qualche anno fa un suo saggio intitolato La crisi dei musei, mentre nel più recente L’inverno della cultura ha disseminato pagine durissime contro i musei-luna park ridotti a magazzini di opere preziose. Per il grande critico e storico dell’arte, il sistema museale è ormai asservito alla logica mercantile, come qualsiasi altro prodotto. Nel suo ultimo libro, intitolato Hybris. La fabbrica del mostro nell’arte moderna ( Johan & Levy), studia la morfologia dell’arte moderna, le sue deformazioni morbose, il suo progressivo allontanamento dalla bellezza. Il fatto che Jean Clair sia stato anche direttore del Centre Pompidou e del museo Picasso, lo spinge a guardare con curiosità a quanto sta accadendo nel nostro paese.
Che cosa non la convince nella riforma italiana dei musei?
«Prima di tutto ho paura che non si rispetti l’identità di un museo, la specificità della cultura locale che vi è custodita e che va tutelata».

Un direttore straniero potrebbe essere inadatto a questo compito?
«Un direttore di un museo deve per prima cosa essere un critico e uno storico dell’arte. Da questo punto di vista, scorrendo la lista dei nomi selezionati, mi pare che ci siano professionalità di rilievo. Conosco Sylvain Bellenger, che a Capodimonte farà un ottimo lavoro. Ma il problema è un altro. È un problema spirituale e culturale più ampio. Si stanno trasformando i musei in fondi bancari, in macchine finanziarie, hedge fund specializzati in speculazioni. Non abbiamo più idea di che cosa sia l’arte, di quale sia il suo compito».

Non pensa sia anacronistico tentare di arginare l’internazionalizzazione della cultura?
«Sono curioso di vedere cosa accadrà in Italia. Il fatto che molti dei prescelti siano stranieri è in sé un fatto positivo, se non fosse che dovranno operare dentro musei ridotti a macchine per incassare soldi. Io stesso prima di essere nominato al Beaubourg e al museo Picasso ho studiato in America. Ricordo il sorriso del direttore del Louvre quando decisi di partire. Mi disse: “Che vai a fare in America?” Non lo ascoltai. Sono rimasto ad Harvard tre anni. Era il 1966. Da lì sono poi andato in Canada, al museo nazionale».

Nei suoi scritti ha però attaccato più volte il sistema museale contemporaneo. Mercato e cultura sono forze antagoniste?
«Molti musei sono in mano a mercanti senza cultura. Il compito di un museo dovrebbe invece essere educare e dilettare. Il direttore dovrebbe preoccuparsi di tutelare il patrimonio d’arte che gli è affidato senza venderlo. Prenda l’idea di portare il Louvre ad Abu Dhabi. Una follia».

Crede si arriverà a questo anche in Italia?
«Ho l’impressione che tra un po’ di tempo ci sarà l’esigenza di mettere sul mercato qualche opera per rimpinguare le casse della macchina-museo. Nel 2006, Françoise Cachin, che è stata la prima donna a essere eletta direttrice dei musei di Francia, scrisse un articolo contro l’idea di vendere i musei e venne allontanata dal suo incarico. Invece aveva ragione. Le opere d’arte sono ormai ridotte a merce senza qualità, senza identità».

Immagino che l’idea di affittare un museo per eventi privati non le piaccia affatto…
«L’idea del neo direttore tedesco degli Uffizi, Eike Schmidt, di dare in affitto delle stanze della galleria segna l’inizio della fine. O piuttosto la continuazione di una decadenza della quale lui stesso sarà il responsabile finale».

Lei ha guidato grandi musei. Ora ai direttori si richiede di essere anche dei manager. Quali possono essere dal suo punto di vista le conseguenze di un tale cambiamento?
«Guardi cosa succede al Centre Pompidou, dove si è chiusa da poco una retrospettiva dedicata a Jeff Koons. La mostra è stata appaltata a privati. Duemila metri quadrati di esposizione per mettere in scena una buffoneria. Una buffoneria che prende però autorevolezza dalle collezioni del Beaubourg, che sono il vero patrimonio del museo, come l’oro conservato nei caveau delle banche. Sono Cézanne e Picasso a dare valore a Koons. I musei sono utilizzati come riserve auree per dar credito a operazioni di manipolazione finanziaria, forniscono quel deposito che dà pregio alle proposte del mercato privato. Quella di Koons è chiaramente un’operazione fraudolenta, un falso, una bolla speculativa. È quanto accade quando si preferiscono direttori manager. Come nel caso di Alain Seban, alla guida del Pompidou».

Ma per far funzionare il sistema museale servono soldi, dove trovarli?
«Il costo per mantenere un museo è ridicolo rispetto a quello della sanità o dei trasporti».

Al centro della riforma c’è l’idea di “valorizzazione”? Le piace?
«È un termine delle banche. Si valorizzano i soldi non le opere d’arte. Leggo che nei musei si apriranno ristoranti e bookshop. C’è bisogno di un manager per aprire un ristorante?»

Ha visitato la Biennale Arte?
«Tantissimi padiglioni da tutto il mondo, tutti uguali. Sono a Venezia da qualche settimana e quello che vedo mi spaventa. I musei sono molto frequentati, come le spiagge, ma non sono più frequentabili».

Come ridare significato all’arte?
«L’opera d’arte non significa più nulla, è autoreferenziale, un selfie perpetuo. I jihadisti dell’Is hanno decapitato l’archeologo Khaled Asaad. Da una parte abbiamo paesi che credono nell’arte al punto da uccidere e dall’altra pure operazioni di mercato».

Meglio tornare al passato?
«Non è possibile. Viviamo nel tempo dell’arte cloaca. Il museo è il punto finale di un’evoluzione sociale e culturale. È una catastrofe senza precedenti. Il crollo della nostra civiltà».

giovedì 17 luglio 2014

Un maxi bando per la cultura


Una Beni Culturali spa, a capitale quasi totalmente privato. A conti fatti si tratta dell’esito verso il quale lo Stato italiano sta portando il settore della cultura. Per carità, visti i clamorosi tagli subiti dal ministero negli ultimi anni si tratta di un approdo per certi versi scontato. Ma al di là della riforma del dicastero annunciata ieri dal ministro, Dario Franceschini, c’è un’operazione che in questi giorni viene portata avanti dal Tesoro e che farà capire a strettissimo giro di posta quale sarà lo scenario finale.

Si dà infatti il caso che il ministero di via XX Settembre, guidato oggi da Pier Carlo Padoan, stia lavorando alla predisposizione di un maxibando di gara del valore di mezzo miliardo di euro per appaltare ai privati i “servizi di gestione integrata e valorizzazione dei luoghi di cultura”. E’ la prima volta in assoluto che si fa ricorso a una procedura di questo tipo. Il bando, a quanto si apprende, verrà materialmente lanciato a ottobre, quando sarà ultimato il lavoro che già in questi giorni viene svolto dalla Consip, la società del Tesoro che si occupa di approvvigionamento di beni e servizi.


Il perimetro
Ma cosa si intende, esattamente, per “gestione integrata e valorizzazione dei luoghi di cultura”? Un capitolato tecnico vero e proprio al momento non c’è, ma parliamo di attività che comprendono i servizi agli immobili che costituiscono il patrimonio culturale, servizi aggiuntivi di assistenza culturale e di ospitalità per il pubblico. Tanto per essere ancora più chiari: il ministero dell’economia, in accordo con quello dei Beni culturali, si appresta ad appaltare a privati un universo di servizi tra i quali manutenzione e pulizia di immobili, musei e siti vari, per non parlare della gestione di bar, caffetterie, bookshop, audioguide e chi più ne ha più ne metta. In campo anche lo strumento della concessione.


Certo, si tratta di servizi che in molti casi già oggi vengono svolti dai privati, ma con questo maxibando ogni amministrazione potrà “esternalizzare” quasi tutto. Da qui il valore particolarmente consistente dell’appalto, stimato dalla Consip in circa 500 milioni di euro. Insomma, una svolta che sembra davvero prefigurare l’avvento di una Beni Culturali spa privata. Se a questo si aggiunge la constatazione che ormai numerosissimi monumenti vengono restaurati a spese di privati (vedi Colosseo, Piramide Cestia e Fontana di Trevi) si capisce ancora meglio il contorno dell’operazione.

Sarà la chiave di volta per valorizzare un patrimonio storico-artistico che a detta di tutti dovrebbe trainare l’economia italiana? Di sicuro il massiccio ricorso ai privati è un esito scontato se solo si considerano i tagli subìti dal budget del ministero dei beni culturali dal 2001 al 2013: anni in cui gli stanziamenti sono passati da 2,7 a 1,5 miliardi, cifra ancor più risibile se paragonata all’intero bilancio dello Stato.


I dettagli
Tornando al maxiappalto in corso di predisposizione, lo schema seguito dalla Consip, guidata dall’amministratore delegato Domenico Casalino, è quello dell’accordo quadro che verrà stipulato con più operatori economici. A questi ultimi saranno poi aggiudicati gli specifici appalti a cui di volta in volta faranno ricorso le singole amministrazioni (lo stesso Mibact, ma anche regioni, comuni ed enti controllati). In attesa dell’elaborazione dei documenti di gara la Consip ha avviato una consultazione tra gli operatori di mercato potenzialmente interessati alla supercommessa. Questa sorta di “sondaggio”, che spesso viene svolto dalla società in vista di grandi accordi quadro, serve in pratica a capire quali sono le condizioni del mercato e quali sono le combinazioni di servizi che le varie imprese sono in grado di offrire. In attesa dei documenti ufficiali una cosa è certa: il dado è tratto.

Stefano Sansonetti per La Notizia (www.lanotiziagiornale.it)


venerdì 11 luglio 2014

Art bonus: le perplessità

"LE DETRAZIONI previste dal nuovo decreto sui beni culturali ci creano più problemi che vantaggi: riguardano i restauri e non la valorizzazione, un tema che a noi interessa di più. Andremo comunque avanti, cercando di portare i nostri progetti nell'intera regione. Dopo il modello Torino, ci sarà il modello Piemonte". Maurizio Cibrario, da un anno presidente della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino, espone a 'Repubblicà le sue perplessità sulle nuove regole in materia fiscale e anticipa i progetti futuri.

Presidente Cibrario, che cosa cambia per voi con l'Art Bonus?"Guardi, per noi cambia poco. Il decreto del ministro Franceschini offre un credito d'imposta importante per i recuperi e le manutenzioni, lasciando fuori non solo la valorizzazione ma anche la fruizione, ambiti coperti in passato da un altro decreto. Mi riferisco all'articolo 100, lettera F del Testo unico delle imposte sui redditi, ora sospeso per tre anni. E allora mi chiedo: non era meglio lasciare ai privati le due opzioni? Per fare un esempio, se apriamo (e succederà a fine ottobre) il nuovo caveau per Leonardo, non detraiamo neanche un euro. Andrà meglio con Stupinigi, dove stiamo per partire con importanti lavori di restauro nella Sala da ballo di Juvarra. Ma io avrei a questo punto un'altra proposta".

Quale?
"Perché non si decide di eliminare l'Iva sugli interventi per i beni pubblici da parte di associazioni come la nostra senza scopo di lucro? Per noi l'Iva è un costo: dall'87, anno della fondazione, se ne saranno andati con quella tassa tra i 3 e i 4 milioni di euro. Ma lo sa che cosa avremmo potuto realizzare con tale cifra? Mi rendo conto che la questione è complessa, dato che si inserisce in un ambito comunitario: credo però che in altri paesi le cose vadano un po' meglio". 

fonte: La Repubblica

giovedì 14 novembre 2013

Sul trittico



L'opera più cara di sempre, l'asta più ricca e anche l'oggetto di maggiore valore di un artista ancora in vita: l'asta di Christie's nella sala del Rockfeller Center macina record trasformandosi nello specchio di un mercato di arte post-guerra e contemporanea che chiede di avere di più. L'opera più cara è «Three Studies of Lucian Freud», il trittico di Francis Bacon risalente al 1969, che viene assegnato a 142,4 milioni di dollari polverizzando il precedente primato dei 119,9 milioni versati dal finanziere Leon Black nel maggio 2012 per «L'Urlo» di Edvard Munch.
Il trittico di Bacon nel 1970 venne venduto separatamente a tre collezionisti. A voler riunire l'opera, com'era desiderio dell'autore, è stato negli anni Ottanta uno dei tre proprietari, Francesco De Simone Niquesa, avvocato romano. Christie's non conferma l'identità di De Simone, ma dichiara che un collezionista italiano ha impiegato 15 anni per convincere gli altri due a vendergli i propri dipinti.
L'assegnazione del trittico avviene al termine di 10 minuti di sfida a colpi di milioni fra quattro contendenti. Il mercante d'arte Larry Gagosian, numero 1 sull'arte contemporanea, si ferma a 110 milioni. Il collezionista coreano Hong Gyu Shin non va oltre i 100 milioni, confessando stupore per non essere riuscito a centrare l'obiettivo.
Gli altri clienti sono anonimi: le offerte arrivano al telefono da Cina e Stati Uniti. A spuntarla è chi telefona dall'America, e la cui identità resta top secret, rappresentato dal mercante d'arte Bill Acquavella che in passato rappresentava in esclusiva proprio Lucian Freud. Offre 127 milioni di dollari che diventano 142,2 sommata la commissione.
A versare la cifra, secondo il tam tam di Manhattan, potrebbe essere stato Steve Wyn, re dei casinò di Las Vegas. Il silenzio al cardiopalma con cui la sala ha seguito la sfida sfocia in un lungo applauso, che sottolinea il record ed anche l'inarrestabile crescita del mercato. Fra chi applaude ci sono alcuni dei protagonisti di queste competizioni: Michael Ovitz, cacciatore di talenti a Los Angeles, Aby Rosen, gigante dell'immobiliare, Martin Margulies di Miami, il finanziere Donald Marron e Daniel Loeb, manager di hedge fund.
A spiegare quanto è avvenuto è Valentina Castellani, direttore della Gagosian Gallery a New York: «I grandi trittici di Bacon sono rarissimi, ne esistono solo una trentina di cui la metà sono in musei, il mercato ne aspettava uno da anni e questo era attraente non solo per qualità pittorica e soggetto - Freud era amico e rivale di Bacon - ma perché non aveva la durezza di altri suoi quadri». E le emozioni non finiscono qui.
Le opere presentate sono 69 e solo 6 restano invendute. Alla fine il totale raggiunge 691,5 milioni di dollari stracciando il record precedente di 495 milioni, sempre di Christie's in maggio, e superando le migliori previsioni di 670,4 milioni.
Il balzo è merito anche del terzo record della serata stellare: il «Baloon Dog» arancione di Jeff Koons, venduto ad un altro cliente misterioso al telefono per 58,4 milioni di dollari. Si tratta del valore più alto assegnato all'opera di un artista ancora in vita. A venderlo è Peter Brant, il magnate dei media che sta creando una sua fondazione a Greenwich, in Connecticut, e il valore da capogiro si deve al fatto che è l'unico esemplare dei 5 identici realizzati da Koons con colori differenti.
Ad avere quello giallo è il miliardario Steven Cohen, il blu è del finanziere Eli Broad, il magenta è del magnate francese Francois Pinault e il rosso dell'industriale greco Dakis Joannous. Fra gli altri protagonisti dell'asta c'è «Coca Cola (3)» di Andy Warhol, uno dei quattro realizzati dal 1961 al 1962, che viene assegnato per 57,2 milioni di dollari. Anche sul fronte di Warhol tira aria di record ma questa volta grazie a Sotheby's che nella notte ha messo all'asta il «Silver Car Crash» puntando a registrare la quotazione più alta di sempre per questo artista-simbolo del Novecento.

 

Francesco Bonami per "La Stampa"
Il mercato dell'arte, e in particolar modo le aste di arte moderna è contemporanea, sembrano un Gran Premio di F1. Ogni giro c'è chi dice «al prossimo la macchina si rompe». Invece ogni giro che passa la macchina va sempre più forte.
Mercoledì sera a New York nella prima delle vendite della settimana calda delle aste autunnali a New York , Christie's ha battuto opere d'arte per 691,5 milioni di dollari polverizzando il record, sempre di Christie's, di 495 milioni di dollari venduti solo la primavera scorsa. Per contribuire a questo tanto incredibile quanto assurdo e surreale successo, in un mondo non certo sanissimo da un punto di vista economico, hanno fatto offerte collezionisti arrivati da ogni continente, dall'Asia all'America all'Europa, al Brasile e sicuramente dal mondo arabo.
Il botto lo ha fatto un trittico di Francis Bacon del 1969 comprato per 142,4 milioni di dollari da un anonimo collezionista e venduto da un altrettanto anonimo collezionista del quale si conosce solo la nazionalità, italiana. Il signore lo aveva a casa propria da quasi trent'anni, ma visto il risultato è difficile che si sia pentito di averlo fatto uscire. Anche il prezzo del Bacon è stato un record che ha frantumato quello, del maggio del 2012, di 119,9 milioni pagati per una versione del ben più famoso «Urlo» di Munch da Sotheby's.
Se Bacon è stato la star indiscussa della serata per il quale si sono azzuffati almeno sette potenziali compratori, non sono mancate altre incredibili e quasi scandalose sorprese, come il record per un artista vivente di 58 milioni di dollari pagati per il «Baloon Dog arancione» di Koons o i 26,4 milioni pagati per un'opera del 1988 di Christopher Wool intitolato «Apocalypse Now» e che consiste in una scritta nera su fondo bianco che dice «Sell the House Sell the Car Sell the Kids», «Vendi la casa vendi la macchina vendi i bambini».
Speriamo che non siano stati venduti bambini per una follia del genere, ma sicuramente almeno un pezzo di anima il compratore deve averla impegnata per avere il coraggio di pagare una cifra che possiamo definire, senza paura di sbagliare, «idiota» per un'opera sì importante, ma non certo unica o favolosa di un'artista a metà della sua carriera con molta strada davanti da fare.
Detto tutto questo la vera domanda è: c'è un criterio in questa follia? Proviamo a rispondere senza cadere in oziosi moralismi. Sì, un criterio c'è, anche se fuori controllo. Il criterio è la riconoscibilità e la qualità delle opere. Gli artisti che nel corso della loro carriera riescono a creare opere «logo», inconfondibili, sono quelli che più probabilmente raggiungeranno prezzi molto alti.
  
I tre esempi che abbiamo fatto prima: Bacon, Koons e Wool rientrano in questo criterio. E anche Basquiat, che ha fatto pure prezzi da capogiro. Di questi artisti però sono solo le opere iconiche che possono raggiungere prezzi astronomici. Altre opere più mediocri hanno invece un destino ben diverso. Ad esempio due lavori, mediocri, di Koons nella stessa asta non hanno trovato nessun acquirente. Questo per dire che non necessariamente chi ha un Koons in casa o un Bacon o un Wool ha virtualmente decine di milioni in banca, dovesse decidere di venderli. Il che conferma che sono le opere a fare il mercato e non i nomi degli artisti.
Emblematico il caso del nostro Cattelan. Delle due opere in asta, «Il bambino sul triciclo» e «I due poliziotti a testa in giù», una non è stata venduta e l'altra è stata venduta per un prezzo decisamente inferiore alla stima minima. Perché? Cattelan che era una delle punte di diamante del mercato fino a pochi mesi fa non lo è più? Assolutamente no.
Se in asta ci fossero state opere iconiche come una delle sculture autoritratto, cifra inconfondibile dell'artista italiano, credo avrebbe raggiunto un prezzo molto alto. Questo perché Cattelan, come la fotografa americana Cindy Sherman, un'altra artista le cui opere sono andate a prezzi stellari, è l'icona di se stesso. Il valore aggiunto del suo lavoro è la sua maschera, il suo volto.
Quando questo viene a mancare anche l'interesse per le sue opere s'indebolisce. L'arte, quella più famosa e ora quella più cara, da che mondo è mondo, è quella che si riconosce al primo colpo d'occhio senza dover andare a leggere l'etichetta. Anche perché oggi è purtroppo diventato quasi più interessante andare a leggere il cartellino con il prezzo, possibilmente quello pagato e non quello immaginato.

Valore turismo

In Italia quasi un occupato su dieci lavora nelle attività legate al turismo ed il 10% del Prodotto Interno Lordo viene generato dal turismo, ma l’attenzione che viene dedicata a questo settore mobilita meno dell’uno per cento degli interessi della nostra politica. Non vi è ancora un Ministero effettivamente responsabile del settore, non vi è una strategia nazionale e il turismo è sempre invocato ma mai utilizzato nelle decisioni sulle quali puntare per lo sviluppo del Paese.
Eppure non solo esso ha dimensioni poderose ma continuerà a crescere nei prossimi anni ad un ritmo superiore a quello di quasi tutti gli altri settori produttivi. Mentre il numero dei turisti interni rimarrà probabilmente stagnante, quello dei turisti internazionali è infatti previsto crescere del 5% all’anno.
Non c’è bisogno di ricorrere ad artifici retorici per sottolineare la nostra eccellenza nelle attrazioni storico-culturali, nelle meraviglie naturali, nelle unicità enogastronomiche e nel rilievo mondiale del nostro artigianato.
Nonostante tutto questo sia largamente riconosciuto e l’Italia venga prima nelle preferenze mondiali continuiamo a perdere quote di mercato rispetto ai principali concorrenti europei.
Eravamo al primo posto in Europa ed ora ci troviamo al terzo, dopo la Francia e la Spagna.
Gli Operatori Turistici mondiali continuano a ripetere che nei desideri della loro clientela non siamo secondi a nessuno ma che la meta italiana risulta troppo faticosa, costosa ed imprevedibile. La nostra offerta è frammentata e il sistema dei trasporti per raggiungere l’Italia (vedi il caso Alitalia) non è all’altezza delle necessità, mentre le sorprese spiacevoli in termini di prezzi e trattamento sono sempre in agguato.
La nostra struttura di promozione all’estero è, per comune ammissione, del tutto inefficiente.
Non perché le risorse impiegate siano trascurabili ma perché l’esclusiva competenza regionale in materia turistica rende impossibile una nostra presenza attiva nei mercati mondiali. Le singole regioni agiscono in modo del tutto autonomo e nessuna di esse ha le risorse per essere concretamente e costantemente operativa nei mercati mondiali. Alle fiere internazionali del turismo ci presentiamo con una molteplicità di piccole presenze che non si traducono in un efficace presenza sui mercati.
E’ chiaro che la prima decisione da prendere dovrebbe essere quella di riformare di nuovo il Titolo V° della Costituzione e riportare le competenze in materia a livello nazionale. Un sano federalismo dovrebbe infatti riconoscere gli errori compiuti. Capisco che questo non è possibile nel breve periodo ma mi aspetto che, nel loro interesse, le autorità regionali chiedano e promuovano un forte coordinamento a livello nazionale. Una specie di competenza condivisa di fatto.
L’attuale governo possiede già i potenziali contenuti di questo necessario coordinamento avendo ereditato dal ministro Gnudi un progetto di riforma del settore del quale la caduta del precedente esecutivo ha impedito l’approvazione ma che appare in perfetta linea con gli obiettivi del governo attualmente in carica.
Oltre alla riforma della governance del settore e al potenziamento dell’ENIT, il piano prevede la creazione di alcuni grandi poli turistici integrati, specialmente nel Mezzogiorno (E’ mai possibile che i turisti nella splendida Sicilia siano meno di un decimo di quelli delle Baleari?)
Le altre scelte fondamentali riguardano la riqualificazione delle strutture ricettive, favorendo ad esempio il cambio d’uso degli alberghi obsoleti e l’ingresso nel settore di capitali italiani e stranieri, partendo dal fatto che il nostro è l’unico grande paese turistico nel quale non opera in modo diffuso alcuna grande catena di alberghi, per cui il turista non riesce mai a prevedere quali trattamenti riceverà nella sua prossima tappa.
L’ultimo punto importante riguarda l’investimento nelle risorse umane qualificate necessarie per fare progredire il settore, incluso il necessario processo di digitalizzazione e il legame con le nostre risorse artistico-culturali. Si noti che il Decreto Sviluppo dell’agosto 2012 aveva all’uopo costituito una Fondazione che si è poi impantanata nelle paludi burocratiche.
Il raggiungimento di quest’ultimo obiettivo sarà certamente favorito dal fatto che le competenze per il Turismo sono in via di passaggio al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che ha perciò la felice occasione di valorizzare il patrimonio ad esso affidato con mezzi e strumenti che vanno oltre a quelli tradizionalmente utilizzati.
Per il ministro Bray e il governo Letta questa è certo l’occasione da non perdere per moltiplicare l’efficacia della sua presenza in un campo anch’esso tenuto troppo spesso ai margini degli obiettivi di sviluppo e di occupazione dell’Italia. Dando concretezza alle azioni previste nel Piano si dovrebbero infatti realisticamente creare 500.000 nuovi posti di lavoro, con un aumento del PIL di 30 mila miliardi.
Mi sembra che sia tempo di portare il nostro turismo nella modernità, superando finalmente il giudizio che Goethe dava del nostro Paese quando ben 200 anni fa scriveva che “si trovano a” “Roma (ma intendeva in tutt’Italia) vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo tali che” “superano,l’una e l’altro, la nostra immaginazione”.
Per ora non so se camminiamo verso lo sfacelo. Sono però sicuro che non ci dirigiamo ancora verso la magnificenza.

Romano Prodi, Il Messaggero, 11 novembre 2013

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...