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martedì 6 settembre 2022

"Non possiamo usare il Vangelo come una clava"

 «La Chiesa italiana attraversa diversi e non semplici problemi ma credo anche che vanti una prerogativa importante: è una Chiesa ricca di spiritualità e di carità per i poveri. E penso che è da qui che dobbiamo ripartire». In questo esordio di una lunga chiacchierata, che in un pomeriggio di fine estate ci ha concesso il neo presidente della Conferenza episcopale italiana, c’è non solo la sintesi estrema del suo programma di lavoro ma anche i tratti principali della personalità del cardinale arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi: una decisa positività che è figlia della sua curiosità intellettuale e della speranza cristiana.

Cominciamo dal Sinodo: si può dire che la partecipazione e i risultati della fase dell’ascolto diocesano siano stati inferiori alle aspettative? In un Sinodo chiamato a discutere di sinodalità, cioè dell’essere Chiesa, spesso è prevalso tra i laici un atteggiamento ancora delegante e tra i preti una qualche diffusa diffidenza.

Sì, è vero. Ma penso anche che proprio questa fatica del cammino sinodale sia paradossalmente segno della necessità e urgenza della prassi sinodale. Perché ci si mette in cammino quando se ne avverte l’esigenza, quella di Cristo che non aspetta, chiama e invia. Questo appuntamento avviene in un momento particolare nella vita della Chiesa e del mondo, cioè nello scorcio finale (si spera) di una pandemia che ha sconvolto le nostre vite, ha cambiato le nostre abitudini, anche religiose, ha svuotato le chiese, ha inciso profondamente sul nostro sentimento religioso, sul nostro essere comunità, e financo sul nostro modo di pregare. Non scordiamoci che nelle nostre intenzioni iniziali questo cammino prevedeva anche dei compagni di viaggio esterni al nostro mondo abituale; non il solito 5 per cento ma quel 95 per cento che ci guarda ma non cammina con noi, e il tempo recente che abbiamo vissuto non c’è stato certo d’aiuto nel progetto. Dobbiamo ripartire da due domande: perché camminare e perché camminare insieme ad altri compagni di viaggio. E questo richiede una grande passione. L’immagine biblica di riferimento è Matteo, 9, 35: «Gesù percorreva tutte le città e i villaggi insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il Vangelo del Regno, […] e vedendo le folle ne ebbe compassione perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore», e manda due a due i suoi; e Dio sa quanta stanchezza e sfinitezza c’è ora nel mondo. Anche oggi Dio ci chiama e ci manda. Non giudica, non rimprovera: manda noi! E se aspettiamo, quella sofferenza non incontra la gioia e la luce del Vangelo! Perché “camminare insieme” non è un dibattere insieme, ma aderire alla chiamata, cioè alla vocazione missionaria della Chiesa. La missione però non è un evento dimostrativo per poi accontentarci di rintanarci nelle trincee di sempre. È costitutiva dell’essere discepoli di Gesù. Capire le domande che ci vengono incessantemente dal mondo ci aiuta a vivere la compassione di Gesù, che è partecipazione interiore, condivisione. La pandemia (e con la pandemia della guerra) ci ha investito di tanta sofferenza: la scoperta della vulnerabilità e finitudine umana, le domande sull’Oltre da noi hanno incontrato quella che viene chiamata la “depressione escatologica”, l’incapacità del mondo di pensare e di parlare del futuro. Dobbiamo sì camminare insieme, ma guardando con lo sguardo di Gesù alle stanchezze e fragilità. Saper guardare e interpretare le doglie della creazione, che sono non solo la pandemia, ma anche la guerra, la rovina dell’ambiente, il degradare delle relazioni interpersonali e sociali. Non per lamentarci ma per cogliere quanto c’è comunque di generativo nelle sofferenze dell’oggi.

La passività delegante dei laici è comunque figlia di un’educazione religiosa lacunosa da parte del clero in tema di sinodalità. E spesso i preti hanno interpretato la sinodalità come una cessione di loro prerogative. Viene da pensare che la crisi della Chiesa, più che da imputare alla secolarizzazione montante” abbia un’origine endemica.

Sono molto d’accordo sulla necessità di non continuare ad agitare la secolarizzazione come causa di tutti i nostri mali. Non è un giorno che viviamo ormai in un ambiente secolarizzato; il tema è semmai quello di saper accogliere le domande che oggi ci pone l’uomo secolarizzato, l’uomo “psicologizzato”, l’uomo che ha subito profonde e rapide mutazioni antropologiche. Molti di noi continuano a coltivare qualche nostalgia della “cristianità”, anche perché sono cresciuti e formati – religiosamente e civilmente – nell’idea di cristianità. Così rischiamo sempre di tornare a una logica di controllo, di numeri, di presenze, di rapporti di forza. Benedetto XVI parlava profeticamente di una “minoranza creativa” e Papa Francesco sviluppa ulteriormente parlando con tutti, facendoci capire che tutti ci appartengono. Sicuramente parte della Chiesa fa fatica a seguire questa prospettiva, perché resiste un’autocoscienza ideologizzata ed esclusiva. Basti pensare all’autocoscienza di una comunità parrocchiale, che spesso appare confusa, fragilizzata, se non – per usare un termine oggi un po’ abusato – autoreferenziale. Per questo penso che il Sinodo sia una straordinaria opportunità affinché la Chiesa recuperi una forte passione, come Papa Francesco, a parlare a tutti. In realtà non si tratta di innovare radicalmente lo stile ecclesiale, ma semplicemente mettere in pratica e declinare le intuizioni che sessant’anni fa già propose il Concilio Vaticano II . Malgrado le turbolenze post conciliari da un lato e le chiusure preconcette di quegli anni, oggi possiamo trarre efficacemente dai testi dei padri conciliari il giusto percorso da camminare insieme.

Rimaniamo sul tema dell’ascolto che lei ha giustamente posto come questione centrale del camminare insieme. Le domande da ascoltare sono tuttavia molto diverse dal passato. Dai tempi del Concilio a oggi è intervenuto un cambiamento epocale, che non è solo culturale, non è solo la globalizzazione, la digitalizzazione o la psicologizzazione delle relazioni. Ma è il cambiamento antropologico. L’essere umano non si sottrae all’evoluzione. L’uomo e la donna di oggi sono molto diversi da quelli su cui abbiamo costruito buona parte del pensiero teologico. Ontologicamente, se si può dire, diversi.

Questa è una questione importantissima che dobbiamo urgentemente affrontare. Senza rimpianti per il passato e senza fughe in avanti. Dobbiamo allora con coraggio comprendere l’antropologia, i cambiamenti già intervenuti e quelli che una rapidità vanno prospettandosi. E poi, con altrettanto coraggio, porci la domanda sul perché la bellezza umana dell’essere cristiani non attrae e quella sul “che fare?”. Tanti si sentono giudicati e non amati, così non facciamo né l’uno né l’altro. L’interferenza di questi cambiamenti con la sfera della morale fin qui proposta è evidente. Si pensi per esempio a come le scoperte delle neuroscienze incidono sulla nostra tradizionale idea di volere, e di libero arbitrio. O pensate alle questioni riguardanti i generi e la loro fluidità. Temi sui quali fatichiamo perché ci troviamo innanzi non più un’alterità di pensiero, una contrapposizione, ma un comune sentire, e una conseguente pratica. È saltata completamente l’idea del limite, l’idea che non ti evolvi se non moltiplicando le esperienze, sperimentando tutto e cambiando a piacimento le interpretazioni del reale. Lo stesso vale per le modifiche antropologiche derivate all’uomo digitale. Ma non possiamo certo limitarci a una sfilza di “no”. Dobbiamo piuttosto impegnarci a costruire il profilo attuale del cristiano, cioè dell’uomo evangelico, che è quello di sempre ma che deve parlare all’uomo di oggi. E poi non dimentichiamo che Dio è sempre più intimo a noi stessi. E non solo ci conosce ma ci insegna a conoscerci. Meglio di così!

Il nostro sistema di pensiero, filosofico e teologico, difetta spesso di una certa fissità” del concetto di uomo. E di donna. Che invece sono esseri sempre dinamici, in continua evoluzione.

Assolutamente sì. Non c’è dubbio. Pensate per esempio a quanta porzione delle nostre capacità intellettive – a cominciare dalla memoria – sono state già trasferite nei devices elettronici, che ormai sono delle protesi dell’umano. È certo che anche questo cambia, e cambierà profondamente l’essere umano per come lo conosciamo. Il tema, sicuramente non facile, è di chiederci cosa può ancora oggi suggerire l’antropologia cristiana al mutato e mutante uomo di oggi. Per esempio: prevale oggi un concetto di benessere che alla resa dei conti non sembra fornire una felicità duratura, piuttosto un effetto narcotizzante. E lo stesso può dirsi per la costante sospinta all’esaltazione dell’“io”, che è funzionale ai consumi e non alla buona vita. O alla medicalizzazione costante che è esorcizzazione della fragilità dell’umano. Il cristiano è un uomo felice. Papa Francesco ce lo ricorda con insistenza, proprio perché è il primo modo di parlare del Vangelo. Ed è un uomo comunitario, fa parte di una famiglia e non un’isola o una monade che sperimenta tutto e non resta con nessuno.

In effetti, come osservava il cardinale Martini, abbiamo medicalizzato i due momenti più importanti della vita, inizio e fine. Si nasce e si muore in ospedale.

Sicuramente c’è una rimozione della vulnerabilità. Questo potrebbe voler dire che per l’uomo di oggi la vita bella è così com’è, hic et nunc: è questa, punto e basta, a volte con amaro fatalismo, a volte con arroganza prometeica e un po’ incosciente. Il cristiano, differentemente, vede e si rende conto della sofferenza che agita tutta l’esperienza umana, dall’inizio alla fine, la sua e quella degli altri e la interpreta, la elabora in compassione e fraternità. Il cristiano è colui che, accogliendola, trasforma quella realtà, quella sofferenza, in una richiesta. Papa Benedetto aveva dato un nome alle conseguenze di questo compiacimento dell’esistente: desertificazione spirituale. Ai tempi del Concilio si era espressa una convinzione, che era anche una speranza, che l’uomo si fosse finalmente reso consapevole dei propri limiti, che rifiutava la sopraffazione, l’odio, la guerra, e quindi preparava a un futuro migliore. Pensate al discorso di Giovanni XXIII sui profeti di sventura dell’11 ottobre 1962 all’apertura del Concilio, in cui li tacciava di non comprendere l’anelito irrevocabile di pace che saliva dagli uomini. Oggi dopo sessant’anni ci ritroviamo di nuovo tutti molto sofferenti, circondati da dinamiche che Papa Francesco non esita a chiamare da “terza guerra mondiale”; stiamo sperimentando di nuovo i veleni della violenza, della sopraffazione, dell’odio. Anche tra fratelli. Anche nella Chiesa. Prevalgono disillusione e disincanto. Il mondo digitalizzato e individualizzato alimentano le polarizzazioni. Manca invece l’unica risposta possibile: la compassione, cioè una lettura esistenziale ed esperienziale che aiuti, ci aiuti a ritrovarci.

Il cambio al vertice della Cei è stato anche un’occasione di verifica dello stato di salute della Chiesa italiana.

Devo dirvi che sono contento che questo passaggio tra il cardinale Bassetti e me coincida con il cammino sinodale. In qualche modo la verifica che richiamate è il Sinodo. Perché è un guardarsi, un capirsi non come un circolo chiuso ma come popolo. Che vuol dire essere cristiano oggi? Cosa mi chiede la Chiesa di essere? Non sono domande a cui possiamo rispondere in privato, garantiti da un facile spiritualismo alla moda. Perché ha ragione Papa Francesco: i due pericoli sempre incombenti sono gnosticismo e pelagianesimo, che relegano la religione nella dimensione individuale. Il cammino insieme invece può creare molta autocoscienza delle difficoltà, degli errori, dei limiti, aiutarci a capire che sono delle opportunità, delle potenzialità per la comunicazione del Vangelo. Ecco, per questo dobbiamo individuare quali sono oggi le vere priorità della Chiesa italiana, per non correre dietro a falsi problemi o a temi che oscillano sul confine dell’autoreferenzialità. Il documento di sintesi nazionale della fase diocesana del Sinodo va preso come un punto di partenza, che richiede ancora molto lavoro nel senso della specificazione, di comporre la pluralità delle idee per superare quel disincanto che dicevamo prima. Non basta solo esortare alla conversione ma cambiare camminando.

Ancora sulla Chiesa italiana: alcuni dati statistici, circa i matrimoni civili o la frequenza sacramentaria, sembrerebbero dire che si allarga anche in campo ecclesiale una forbice tra Nord e Sud.

Mah, la forbice c’è sempre stata, e la forza della secolarizzazione della società italiana mi sembra pervasiva in ogni dove, anche se le forme in cui si manifesta sono poi abbastanza diverse nelle diverse regioni del Paese. Però, lasciatemi dire, se è vera l’immagine della desertificazione spirituale, ci deve essere anche l’acqua. Il deserto in quanto tale esprime la sete, il bisogno – e la ricerca – dell’acqua. Se c’è il deserto significa anche che c’è una nuova ricerca di acqua. Dobbiamo guardare alla sete, non lamentarci del deserto. Soddisfare questa sete significa spiegare, e ancor più mostrare, com’è vivere da cristiani oggi. Perché ne vale la pena, e dona più soddisfazioni del protagonismo digitalizzato imperante o dell’essere meri spettatori di un mondo nel quale è sempre più difficile relazionarsi. C’è un’agiografia francescana che racconta della prima predicazione di san Francesco nella mia diocesi, esattamente ottocento anni fa, e dice come san Francesco non sembrava che predicasse perché in realtà conversava in un dialogo aperto coi bolognesi. Questo è il modello della nostra presenza nel mondo; esserci, parlare al cuore, tessere relazioni e fare sentire la presenza di Cristo.

Eppure la Chiesa italiana, per dirla con Giuseppe De Rita, ha un problema di postura”. Come anche voi scrivete nel documento di sintesi del percorso sinodale, di fronte ai tanti temi su cui è chiamata a dire la sua – povertà, cultura dello scarto, pace, giustizia sociale, lavoro, giovani ed educazione – appare come afona, balbettante. Come si fa allora a conversare?

Abbiamo fatto la nostra scelta di conversare e quindi innanzitutto abbiamo deciso di ascoltare. Abbiamo impegnato questi due anni all’ascolto. Gli esiti certamente sono controversi, probabilmente perché noi preti siamo più abituati a rispondere che a domandare, più propensi a definire, circoscrivere, dare certezze, spiegare chi siamo, a parlare sopra che ascoltare. Il tema invece è quello di saper raccogliere quanto la realtà intorno a noi ci propone, come dice Papa Francesco “farci schiaffeggiare dalla realtà”. Mi viene in mente, per fare un esempio tra i tanti, il giudizio che don Giussani dette di Pierpaolo Pasolini. Due mondi di provenienza che più lontani non si può immaginare. Eppure Giussani non ebbe esitazioni ad accogliere e ad appassionarsi del pensiero di Pasolini, fino ad attribuirgli il ruolo di maestro. Occorre avere sempre un atteggiamento accogliente e non giudicante, mentre veniamo spesso identificati come aprioristicamente giudicanti, anche quando magari non lo siamo. Ma perché veniamo considerati giudicanti? Intanto perché, diciamolo, troppo spesso abbiamo un’ossessione a giudicare, perché sentiamo che se non lo facessimo non adempiremmo al nostro ruolo. C’è dentro di noi uno zelo che ci porta a difendere la trincea della verità. Pensiamo che questo sia il nostro essenziale compito e che questo significhi seguire il Vangelo. Ma non è così. Perché certo il Vangelo è la verità ma è ben diverso dall’atteggiamento farisaico, il quale comunica la Legge, mentre a noi il Vangelo chiede di comunicare l’Amore. Dirti la legge è condannarti. Non possiamo usare il Vangelo come una clava. La misericordia, l’ascolto non giudicante, l’attenzione pastorale non sono cedevolezze. Poi certo sono consapevole che c’è anche il rischio di inseguire le filosofie del mondo. Ma con queste il discrimine è molto netto: loro esaltano l’Io, noi ragioniamo solo in termini di Noi. La Chiesa non corre dietro all’Io.

Il Noi si sostanzia innanzitutto nell’impegno politico. La Chiesa italiana nei primi quarant’anni della storia repubblicana ha fatto politica. Politica con la P maiuscola ovviamente, non la politique politicienne. E l’efficacia è stata notevole, soprattutto per la funzione di collante tra spinte diverse, di mediazione culturale. Poi con la fine della prima Repubblica e la scomparsa del partito dei cattolici si disse che il ruolo dei cattolici sarebbe stato quello, in entrambi i poli, di influenzare la politica sui valori cristiani. Oggi sembrerebbe essere accaduto il contrario: è la politica che influenza i cattolici. La divisione politica precede ogni altra distinzione tra cattolici.

Intanto c’è da dire che la polarizzazione è oggi la cifra di tutta la società. E i cristiani non sono estranei alla società. La polarizzazione regna sovrana su tutti i temi, grandi e piccoli. Credo che questa sia la risposta istintiva e semplificante alla complessità del mondo in cui viviamo. Aderisci, ma non pensi. Schierandoti non hai bisogno di farti molte domande. Noi dobbiamo invece affrontare la complessità senza timore, porci domande, soprattutto quelle che riguardano il “chi” , cioè ponendo al centro la persona. Questa è la via della semplicità e non della semplificazione. L’altra cosa, che giustamente rilevate, è guai ad avvelenare con la logica politica le relazioni ecclesiali! Non è un fenomeno solo italiano; penso per esempio alla forte polarizzazione politica rappresentata nella Chiesa americana. Ma laddove la politica ha usato categorie pseudo-teologiche o spirituali per inquinare la vita ecclesiale alla fine hanno perso tutti. Dobbiamo fare molta attenzione su questo aspetto. E non solo per le strumentalizzazioni esterne quanto per le divisioni interne. Guai a cadere nelle trappole a esempio delle finte contrapposizioni tra sociale e spirituale, o alle divisioni, spesso artificiose, sui temi etici. Sui temi etici non possiamo limitarci a ripetere le lezioncine del passato, ma dobbiamo trovare nuove parole per nuove domande. Con molta franchezza: se sui temi etici il mondo va da un’altra parte vuol dire certo che non dobbiamo omologarci o dire quello che il mondo vuole sentirsi dire ma sapere dire le verità di sempre nella cultura o nelle categorie di oggi. Questa è la sfida ed è tutt’altro che cedevolezza ma responsabilità, altrimenti ripetiamo una verità diventata dura da accettare. Pensiamo al discorso sulla famiglia: non abbiamo ancora saputo fare qualcosa di meglio di quanto proposto dalla secolarizzazione. Paolo VI e Mazzolari lo dicevano già ai loro tempi: tanti sono lontani e il problema non sono loro, siamo noi! C’è in loro una domanda, implicita, di una Chiesa più evangelica, più madre e per questo esigente e coinvolgente, che non fa la matrigna e dice: «Te lo avevo detto io».

Su questo aspetto il debito di ascolto maggiore è forse nei confronti delle donne. Le donne che sono sempre state il pilastro fondante della Chiesa. E oggi invece registriamo che la categoria sociale che più tende ad allontanarsi sono le giovani donne. Anzi, registriamo frequentemente che le giovani donne sono proprio arrabbiate” con la Chiesa.

Sì, lo confermo. E posso aggiungere che questo nasce essenzialmente dal non sentirsi ascoltate. E qui il tema da approfondire è come si ascolta. Noi preti, troppo spesso, coltivando tanti rapporti, ascoltiamo solo con le orecchie. Ricordo, quando ero parroco a Santa Maria in Trastevere, una volta una giovane donna trasteverina mi apostrofò: “A’ don Matte’, ma me stai a senti’?”. “Ma io te sento!”. “No, tu stai a pensa’ a li fatti tua”. Ascoltare non significa fare rilevazioni sociologiche a campione, ma esercitare l’empatia che è generata dalla vera passione per l’altro.

Rilevava di recente il sociologo Mauro Magatti che, a dispetto di chi celebra ogni giorno la fine della religione, le religioni sono quanto mai al centro delle vicende del mondo, soprattutto in senso negativo, nelle contrapposizioni. Il fondamentalismo islamico continua a ispirare violenza in molti paesi, risorge in Europa un sentimento antisemita, in America, come dicevamo, la religione è tra i principali strumenti di scontro politico, o perché strumentalizzata o perché ostracizzata, e anche qui da noi il sovranismo agita impropriamente simboli e temi religiosi. La religione dunque sembra avere un suo spazio ma solo come strumento di divisione.

Beh, è quello che dicevamo anche prima. La polarizzazione come risposta (falsa) alla complessità. E sicuramente la polarizzazione usa le religioni perché ancora oggi possono smuovere grandi passioni. Ma la risposta ce la dà ancora una volta Papa Francesco con Fratelli tutti che non è solo una profonda e innovatrice esplicitazione teologica della fratellanza evangelica, ma è anche il manifesto di un nuovo umanesimo civile. Direi anche l’unico nell’attuale contesto mondiale. Dobbiamo essere capaci di diffondere una parola di “fratellanza necessaria” all’uomo di oggi, una parola che si dimostri migliore e più attraente dell’individualismo consumistico. Una parola che non teme di proporre la porta stretta anziché la porta larga. Perché la porta stretta? Perché quella larga conduce a una felicità effimera e ingannevole. Non dà soddisfazione definitiva, e infatti l’infelicità è oggi quanto mai diffusa. La porta stretta è quella del “noi”, è quella della consapevolezza -per citare ancora Papa Francesco – che, credenti o meno, “non ci si salva da soli”. Dobbiamo far crescere ovunque la comunione. Comunione significa lo stare insieme, l’amicizia. Dobbiamo dire con più forza che la Chiesa è una famiglia. Quelli accanto a noi a messa non sono dei soci, sono dei fratelli, parenti di una stessa famiglia. E non basta dirlo, bisogna viverlo. Il senso dei ministeri a cui siamo chiamati, laici e preti, lo trovi solo nella comunione. I nuovi ministeri istituiti, aperti anche alle donne, saranno un passaggio decisivo nella costruzione di un’architettura di comunione. Ma attenzione che siano risposte “sostenibili”, cioè dalla valenza spirituale e non solo strutturale, funzionale. Pensando all’interesse suscitato da queste nuove ministerialità, vorrei tornare su quanto dicevo all’inizio: la Chiesa italiana è viva, e ha voglia di vivere. Perché è dotata di spiritualità. E perché è immersa nel sociale.

In questa nostra chiacchierata ha citato spesso il termine conversazione spirituale. Cosa intende precisamente?

Direi semplicemente che è un parlare cominciando da se stessi (non dall’altro) presentandosi non in chiave materiale, funzionale, ma appunto spirituale. Cioè di come la mia vita è improntata da un senso. E questo vale tanto per i laici che per i preti. Conversare non è un mestiere, è un mettersi in gioco.

Un’ultima domanda su una questione che ci sta a cuore, perché viene da un’esperienza che anni fa abbiamo fatto insieme: siamo stati insegnanti di religione nei licei, tutti e tre.

Ah già, e ho un ricordo molto bello del tempo in cui ho insegnato religione. Era ancora obbligatorio ed era una sfida ogni volta, ma appassionante.

Malgrado le chiese sempre più vuote, e le pratiche sacramentali in disarmo, l’ora di religione continua a essere scelta da una grande maggioranza di studenti. Per un solo giovane che frequenta una parrocchia ci sono cinquanta giovani che fanno religione a scuola. È la vera Chiesa in uscita”. Eppure, le diciamo con franchezza, abbiamo la percezione che la sensibilità dei vescovi italiani su questo fronte sia un po’ bassa.

Sì, è un tema che merita una riflessione seria e approfondita. Perché l’ora di religione può essere molto importante per il futuro della Chiesa in Italia. C’è bisogno dell’insegnamento della religione per capire il mondo dove siamo, le nostre radici. Ci serve un’alleanza con i laici – anche atei – che ben comprendono l’importanza della conoscenza religiosa in un sistema culturale, come quello italiano, profondamente permeato dal fatto religioso. Farlo penso sia la migliore difesa dagli estremismi. Continuo spesso a dire: come si può capire veramente Manzoni, o Dante, o la storia dell’arte, o buona parte della filosofia, senza avere una formazione culturale (non catechetica) religiosa di base? In questo discorso aggiungerei un ulteriore argomento: a scuola si fanno due ore a settimana di educazione fisica, ma non c’è neanche un’ora di educazione spirituale. Una contraddizione della più elementare antropologia. Sarebbe bello se i giovani potessero imparare a conoscere se stessi come soggetti spirituali.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 3 settembre 2022

sabato 8 gennaio 2022

Credo la comunione dei santi

 

Quando perdiamo la presenza visibile siamo aiutati a cercare ancora di più quella invisibile, ma non per questo meno vera, quella che ci fa trovare l’essenza di tutto. Credo la comunione dei santi. È il legame che unisce i discepoli tra loro, comunione che include in essa, misteriosamente, anche i poveri, fratelli più piccoli di Gesù, e i tanti giusti che il Signore prende con sé, anch’essi suoi, benedetti del Padre suo che li pone accanto a sé nella comunione piena, quando saremo una cosa sola, senza confronti, diaframmi, difese, paura. Una cosa sola. Credo la comunione dei santi, dei peccatori perdonati, santi perché amati, “mendicanti di vita” che incontrano “Cristo mendicante del cuore dell’uomo”, come disse don Giussani. Lui ci rende suoi, santi perché ci invita a seguirlo, primo e ultimo “seguimi” della vita cristiana.

La comunione non annulla le differenze; non fa finta che non esistano, con l’ipocrisia che spesso è premessa di giudizi malevoli e opachi, che arrivano a interpretarla come opportunismo, camaleontismo, mentre in realtà è esigente e a volte faticoso sforzo di fedeltà alla propria diversità e al servizio richiesto a tutti per l’unità della Chiesa e l’amore per il prossimo. Solo la comunione permette che le differenze siano motivo di ricchezza, perché siamo uniti e quindi liberi da logiche escludenti, non complementari, da letture obsolete, a volte ideologiche, altre volte mondane.

“Noi vogliamo essere fedeli amici di Cristo perché fedeli seguaci della Chiesa” diceva mons. Negri, che ha amato con tutto se stesso Cristo e la sua ChiesaLa ricchezza e la pluralità sono un dono dello Spirito che impegna, però, direi proporzionalmente al crescere nella comunione. È lo Spirito che ci genera a figli e ci ricorda che siamo santi perché chiamati, “figli amati di Dio; tutti uguali, in questo, e tutti diversi”, scelti da un solo Signore e per questo fratelli e sorelle. “Guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo”, perché lo Spirito conosce il posto di ognuno nel tutto e ci rende “tessere insostituibili del suo mosaico” ha detto Papa Francesco. Credo la comunione dei santi che unisce cielo e terra, pienezza di quella che viviamo con le nostre povere umanità.

La vediamo oggi in questi passi ultimi dell’avventura terrena di mons. Negri, nella grandezza della Chiesa che oggi si raccoglie qui, con tutta la Chiesa di Ferrara e Comacchio, insieme all’amata Chiesa di San Marino e Montefeltro e poi quella delle sue radici, Milano, sempre accompagnato dal popolo con cui aveva camminato nella sequela a Cristo, Gioventù Studentesca e successivamente Comunione e Liberazione. Tutti insieme ringraziamo il Signore del dono che è stato, ricordandoci di farlo non solo nei riconoscimenti postumi, ma esprimendo sempre il valore di ciascuno. Noi, cercatori di senso, di bellezza, di futuro, restiamo ancora nella attesa della manifestazione piena di Dio, di abbandonarci pienamente nel suo volto, quello che oggi don Luigi contempla ed in cui è interamente immerso, avvolto nella luce dell’amore pieno di Dio.

Ci aiuta la Parola di Dio, nelle letture che sono quelle del giorno. Non le abbiamo scelte eppure, come sempre, guidano i nostri passi. Abbiamo conosciuto l’amore di Colui che ha dato la sua vita per noi. Per questo anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli, per non restare soli. A che serve il seme della nostra vita se non cade a terra e dà frutto? Dare la vita: queste parole descrivono tanto la vita instancabile di don Luigi, preoccupato direi quasi al contrario di risparmiare qualcosa o di perdere delle opportunità per farlo. Ha dato tutto se stesso con generosità assoluta, fino alla fine, presenza forte e tenerissima, intransigente e molto attenta alle situazioni personali, senza ecclesiasticismi dai quali si è mantenuto volutamente lontano, senza accomodamenti ma sempre con tanta umanità e travolgente passione.

Non accettava che il Vangelo si riducesse a questione di salotto (di qualsiasi foggia), che restasse fuori dalla vita concreta delle persone perché il cristianesimo non è perfezionamento individuale, né benessere spirituale a poco prezzo, sciapo di amore; non è quello cui lo riducono lo gnosticismo o il pelagianesimo; non è nemmeno conservazione di epoche passate, tanto meno modernizzazione perché non è mai vecchio, e non è neppure adattamento alla mentalità del mondo che facilmente finisce in compromesso o abdicazione: il cristianesimo è “vieni e vedi”, oggi, è  vivere la centralità e la sequela a Cristo, che entra nella nostra povera storia e la rende grande perché amata. Quella che lui aveva incontrato nei banchi di scuola, ascoltando quel professore differente che era don Luigi Giussani.

C’era un brano della Redemptor hominis di Giovanni Paolo II che don Luigi riteneva cruciale: «L’uomo che vuol comprendere sé stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto sé stesso, deve “appropriarsi” ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare sé stesso. In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore ed alla dignità dell’uomo si chiama Vangelo, cioè la Buona Novella. Si chiama anche Cristianesimo. Questo stupore giustifica la missione della Chiesa nel mondo, anche, e forse di più ancora, “nel mondo contemporaneo”».

Sì, questa è proprio la cifra di tutta la sua vita. Infatti “Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”, perché sperimentiamo che Dio è più grande del nostro cuore. Natanaele risponde ruvido, diretto, con una risposta quasi sarcastica: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?”. Gesù, che è tanto più grande del nostro cuore e ci insegna ad allargarlo perché non sia misero, di Natanaèle dice: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Credo che tutti possiamo dirlo di don Luigi, anche col suo stupore sempre dell’inizio, quando si arrende ad un amore tanto profondo e vero e accoglie quel maestro: “Come mi conosci?”. Non ha mai smesso di stupirsi e di volere conoscere “le cose più grandi di queste!”. Sono certo le tante “cose” del cielo e della terra che ha visto, con entusiasmo e che comunicava con forza, con tanta partecipazione sincera e sempre personale.

L’amore è ripagato solo dalla gloria di Dio perché questa è pienezza, Epifania e comunione senza fine di Dio e con Dio. Oggi è nel Natale del cielo di Dio, frutto del Natale sulla terra. Il suo cuore era affidato a Cristo, sempre preso da quell’incontro: riconoscere Cristo destino dell’uomo. Era da questa presenza, possente, da cui scaturiva la sua trasparente irruenza, che certo il ministero episcopale e il venir meno delle forze fisiche negli ultimi tempi non sono stati capaci di contenere, smorzare. Questa era anche la causa del suo impegno culturale, a tutto campo perché con San Giovanni Paolo II amava ripetere che “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Certo, i suoi giudizi culturali, ecclesiali e politici potevano non essere sempre condivisi da tutti, ma lunico suo interesse era portare a Cristo.

Viveva con un cuore di fanciullo che non si arrendeva alla realtà, ma provava a cambiarla, con sorriso e ironia graffiante, con il gusto libero della provocazione, consapevole delle sue crociate, dei suoi combattimenti, dei propri oltranzismi, generoso anche negli errori, sempre contrario alla tentazione intellettualistica e spiritualistica, perché il Vangelo è fatto ed esperienza. Mi raccontavano alcuni dei fratelli che lo hanno accompagnato con tanta tenerezza in questi ultimi mesi difficili (li ringrazio per la festa degli ottanta anni, l’ultima da questa parte della riva del mare ma che la riassumeva tanto e anticipava l’altra) che in queste settimane invitava spesso a recitare l’invocazione dell’attesa, di quella attesa che è in realtà sempre la vita degli uomini: “Maranatha, Vieni Signore Gesù”.

Caro don Luigi, adesso vedi faccia a faccia il volto di Cristo che hai desiderato. Sei tu a quell’ultimo ponte, “con il tempo alle spalle e la vita di fronte”. Oggi “una mano più grande ti solleverà. Abbandonati a quella. Non temere perché c’è Qualcuno con te”. Maranatha, vieni Signore Gesù. Luigi, vai e vedi! I tuoi occhi si aprano alla luce. Prega per noi, per la Chiesa, perché sia forte nella comunione, diventi incontro per tanti che cercano Gesù, che desiderano l’amore che supera ogni misura perché l’amore stesso è misura senza fine. Prega per noi. Maranatha.

Ferrara, basilica di San Francesco
Funerale di Mons, Luigi Negri
05/01/2022

                                                                  Cardinale Matteo Maria Zuppi

venerdì 15 gennaio 2021

Molti non parlano degli Angeli

Molti non parlano degli Angeli. Sarebbe invece opportuno ricordarli più spesso come ministri della Provvidenza nel governo del mondo e degli uomini, cercando di vivere, come han fatto i santi da Agostino a Newman in familiarità con essi.


Giovanni Paolo I


San Jonh Henry Newman, canonizzato da Papa Francesco il 13 ottobre 2019 in piazza san Pietro, è noto per i sermoni tenuti, quando era ancora un giovane parroco anglicano, (dunque prima della conversione al cattolicesimo) nella chiesa di St. Mary di Oxford. In quei sermoni, che costituiscono una summa teologica, moderna e per taluni aspetti assai originale, un tema che ritorna con costanza, è certamente quello degli angeli. Newman non si accontenta di affermarne l’esistenza. Si collega a quella convinzione che gli angeli sono gli strumenti dell’economia della salvezza stabilita dal Signore, che essi gioiscono del mistero dei loro doni soprannaturali, cui ogni credente deve esservi attento, in breve che bisogna “realizzare” la presenza di questi esseri predestinati. Non ci sarebbe dunque da meravigliarsi del posto e del rilievo dati agli angeli nella predicazione di Newman. “Essere concreti e viventi” Il suo scritto sugli angeli più importante è probabilmente il sermone del 1831, “Le potenze della natura”. Newman non si risparmia nessun rigo della Bibbia disegnando il loro profilo di realtà ed il loro contorno di vita. Cita spesso la scala di Giacobbe, che è come il simbolo di quel mondo invisibile abitato dagli angeli di cui il credente deve avere la convinzione. L’angelo che visita Agar nel deserto, colui che raggiunge i tre giovani nella fornace, l’angelo che vigila alla piscina di Betesda“senza rinunciare alla sua purezza né alla sua perfetta felicità”, e le scene molteplici della vita di Cristo, delle prime predicazioni degli apostoli, sono troppo pregnanti del ministero tenuto dagli angeli per non aprire gli occhi della fede alla loro realtà ed alla loro missione. Con gli angeli, un mondo reale è dato, costituito da esseri concreti e viventi, soprannaturali, benché inaccessibili ai sensi ed alla ragione. “Vigilano sui più umili” Gli angeli, ragiona Newman, abitano il mondo invisibile, e noi siamo meglio istruiti nei loro riguardi anziché a proposito delle anime dei fedeli defunti perché: “questi ultimi si riposano dei loro duri lavori, nel mentre che gli angeli sono attivi in mezzo a noi nella Chiesa. Non c’è nessun cristiano, per umile che sia, che non sia assistito dagli angeli, purché egli viva nella fede e nell’amore. Benché siano così grandi, così gloriosi, così puri, così belli, che la loro vista, se potessimo vederli, ci atterrerebbe, come l’ha vissuto il profeta Daniele, eppure sono nostri compagni di servizio e di lavoro, essi vigilano sui più umili tra di noi e ci difendono, dal momento che noi siamo di Cristo“. Questo perché gli angeli dimorano “nello stato perfetto al quale tendono i veri cristiani: una intera sottomissione a Dio in pensiero ed in azione che fa la loro felicità; la volontà di fondo e radicalmente prigioniera di quella di Dio, è la pienezza della loro gioia e della loro vita per sempre”. Quali non devono essere la deferenza ed il rispetto quando si entra in una chiesa, poiché essa è il posto in cui Dio è presente, e “gli angeli tutto intorno, che vanno e vengono”. L’angelo custode Il “realismo della fede” inclina soprattutto Newman ad insistere sul servizio di assistenza morale e di sostegno spirituale, reso dagli angeli presso quelli che sono fedeli al Vangelo: “I santi angeli sono là, presenti. Quando noi preghiamo, essi sono come dei custodi vicino a noi, quando simpatizzano coi nostri bisogni, quando si uniscono a noi per la lode”. E’ lo stesso realismo che conduce Newman ad evocare la presenza dell’angelo custode. Ancora timido al tempo di Oxford, questa prenderà la sua dimensione spirituale dopo la conversione a Roma. Che un dialogo segreto si sia snodato tra l’oratore di Birmingham ed il suo angelo custode, noi ne abbiamo un indizio in una lettera indirizzata al suo vescovo alla fine della sua vita in cui egli dice la sua emozione nel rivedere Oxford ed il suo vecchio collegio di Trinità che l’ha eletto fellow onorario: “Rivedere prima di morire il posto in cui ho iniziato la lotta della mia vita, col mio buon angelo a fianco, è una prospettiva quasi troppo dura da sopportare”. Il Sogno di Geronzio Come, infine, su questo tema dell’angelo custode, negligere il celebre poema, Il Sogno di Geronzio che, nell’ultimo passaggio della morte, fa dell’angelo l’iniziatore e la guida verso l’eternità. Con questa evocazione degli angeli, la predicazione scava, oltre che la sua verità, tutta una parte del suo fascino e della sua seduzione. Chi resisterebbe alla bellezza di taluni quadri che schizzano la presenza ed il movimento degli angeli intorno al Trono celeste?
fonte: Aleteia

mercoledì 8 maggio 2019

In memoria di Jean Vanier

Jean Vanier poteva diventare un alto ufficiale della Marina canadese. Oppure un brillante docente di Filosofia all’università di Toronto. Invece ha deciso di dedicare la sua vita ai malati mentali, fondando nel 1964 L’arca a Trosly, in Francia, una comunità di accoglienza per persone con disabilità. Vanier è morto stanotte a 90 anni, lasciando 154 comunità dell’Arca nate in 38 paesi dei cinque continenti e un’organizzazione, Fede e luce, che riunisce ogni mese decine di migliaia di persone con handicap, le loro famiglie e i loro amici in 83 paesi in tutto il mondo.

«ESSERE ECCESSIVI E UN PO’ PAZZI»

Vanier non era appena un “buon samaritano” dei nostri tempi, un uomo interessato a «fare piccole belle cose per i più piccoli»: voleva «seguire Gesù» ed essere «eccessivo», a costo di sembrare «un po’ pazzo». A molti deve in effetti essere sembrata una pazzia abbandonare una sicura carriera da ufficiale per studiare filosofia e poi una prestigiosa carriera da accademico per trasferirsi in Francia alla ricerca di «qualcos’altro».
Cosa? Non lo sapeva ancora quando acquistò nel 1963 una catapecchia senza elettricità e acqua corrente a Trosly-Breuil, qualche decina di chilometri a nord di Parigi. Ma lo capì quando un vecchio amico di famiglia, il sacerdote domenicano Thomas Philippe, che viveva nella cittadina, lo invitò a visitare un istituto che curava i malati mentali. «Rimasi molto toccato», ricordava nel 2002 a 73 anni in un’intervista al Catholic Herald «Ho scoperto un intero mondo di dolore e debolezza».

CONDIVIDERE TUTTO

Dopo quella visita, fece un’altra “pazzia”: invitò due disabili, Raphael Simi e Philippe Seux, a vivere in casa sua per «condividere tutto». «Queste persone non erano viste come esseri umani con un valore. Io invece ho scoperto in loro il Vangelo: io parlavo delle Beatitudini e dei valori del Vangelo, loro invece li incarnavano in modo profondo».
L’Arca nacque così e negli anni si diffuse in tutto il mondo. «Sono così fortunato», ricordava nel 2002 parlando di una vita che in pochi oserebbero definire tale. «Sono felice, in buona salute, accerchiato da belle persone. Ma in questa vita bisogna sempre combattere: per la verità, la giustizia, contro l’oppressione e la menzogna». Santa Teresa di Lisieux, santa Teresa di Calcutta, santo Oscar Romero erano i suoi modelli: tutti spiriti battaglieri. E lui non era da meno.
«C’è qualcosa nel messaggio del Vangelo così semplice ed eccessivo», affermava. «Gesù faceva tutto in eccesso: a Cana, trasformò l’acqua in una quantità eccessiva di vino. Moltiplicò una quantità eccessiva di pane e amare i propri nemici è un eccesso di amore. Tutto è eccessivo perché l’amore non può che essere eccessivo». Essere cristiani, diceva, «non è appena vivere una legge morale, non è solo essere buoni. Bisogna essere un po’ pazzi. C’è qualcosa di incredibilmente bello ed esigente nel messaggio del Vangelo. Ma allo stesso tempo non è esigente perché è il luogo della gioia, che non possiamo creare da noi stessi».
Autore di numerosi libri, tra i quali una riflessione sull’etica di Aristotele (Il sapore della felicità), scriveva per «annunciare la verità che ho vissuto. Credo che gli esseri umani siano desiderio di verità, giustizia e pace. Oggi viviamo in un mondo spaventato dalla verità. Vogliamo la tolleranza, ma non la verità. Essere tolleranti è importante, ma è anche importante cercare la verità e non vivere nell’illusione».

L’INCONTRO CON DON LUIGI GIUSSANI

Vanier è stato membro del Pontificio consiglio per i laici e ha ricevuto nel 2015 il Premio Templeton, uno dei massimi riconoscimenti mondiali che ogni anno viene attribuito a personalità del mondo religioso. Nel 1983 pronunciò il discorso di apertura dell’Assemblea generale del Consiglio ecumenico della Chiesa, a Vancouver, e nel 1987 su invito di san Giovanni Paolo II partecipò al Sinodo sulla laicità a Roma. In un’intervista a Tracce ricordò anche l’incontro con don Luigi Giussani, nel 1998 in piazza San Pietro, in occasione dell’incontro del papa polacco con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità.

Tra le due personalità c’era una grande affinità, come ricordava Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla e fondatore della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo:

«In una sua intervista ad Avvenire, Jean Vanier dice: “Annunciare la buona novella non è dire ‘Dio ti ama’, ma ‘Io ti amo e voglio impegnarmi con te'”. È un’espressione che può essere equivocata, ma che è pedagogicamente molto importante. La persona, direbbe don Giussani, non è cambiata da un discorso, ma da una presenza».

UN GIGANTE DELLA CARITÀ CRISTIANA

Vanier è stato un gigante della carità cristiana e non era spaventato dalla morte: «Non ho paura di morire, forse di soffrire. Ma la morte sarà sicuramente qualcosa di molto bello e gentile», diceva. «Vivere è molto più difficile che morire. Ci sono molte persone che vivono ma sono tristi come la morte. Bisogna vivere l’oggi e ringraziare per ciò che siamo. La gente pensa che dovrebbe fare qualcosa di buono per i poveri, ma in pochi sanno che i poveri possono farci molto bene, possono cambiarci».
Vanier soleva dire che «non tutti siamo chiamati a fare grandi cose che conquistano le prime pagine dei giornali, ma tutti siamo chiamati ad amare ed essere amati, dovunque siamo. Siamo chiamati a essere aperti e a crescere nell’amore e così a comunicare la vita agli altri, specialmente alle persone che si trovano nel bisogno». È quello che ha fatto per tutta la sua vita e per questo si è conquistato anche i titoli dei giornali .

fonte: Tempi

lunedì 19 marzo 2018

Dopo il 4 marzo

All’indomani delle elezioni politiche è possibile fare una valutazione di tipo generale: di fatto quasi in coincidenza con il 99° anno dalla nascita del Partito Popolare Italiano ad opera di don Luigi Sturzo, di cui è stata chiusa da pochi mesi la fase diocesana della causa di Beatificazione, nell’anno del 100° anniversario della morte del Beato Giuseppe Toniolo, grande sociologo, economista, politico capace di porre le basi dell’idea democratico cristiana, i cattolici, di fatto, si eclissano dalla vita politica nazionale in maniera pressoché definitiva.
La posizione degli ultimi venticinque anni, che ha affidato allo strumento del “lucido realismo”  la giustificazione ed il sostegno di una diaspora, che ha assunto le sembianze di uno sbrindellamento progressivo, non ha solo determinato il fallimento di una classe dirigente che ha confuso la sopravvivenza personale con il protagonismo di una visione sociale cristianamente ispirata, ma ha annullato la possibilità del passaggio del testimone dell’originale tradizione della presenza dei cattolici italiani (fondamentale per la nascita di un’ Europa che oggi stenta a ritrovare se stessa) alle giovani generazioni.
Si è trattato di una crisi politica? In minima parte sì ma ci si è trovati di fronte ad una crisi di pensiero che può essere descritta attraverso la domanda che Papa Francesco si è posto durante il colloquio con i Gesuiti il 24 ottobre dell’anno scorso durante la loro Congregazione Generale. Nella semplicità della risposta si coglie la distanza con un impegno politico ridotto a sopravvivenza nei palazzi e nei convegni autoreferenziali della classe dirigente di cui sopra, nostalgici di una organizzazione il cui mutamento nella storia data, fonte di paura per numeri in riduzione e calo delle rendite di posizione,  non avrebbe dovuto travolgere il pensiero, fulcro della capacità di ritrovarsi: “quando un’espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l’umano”.
Su queste basi si comprende appieno la sollecitazione del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il card. Bassetti, a superare l’artefatta distinzione tra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale” dando una indicazione pastorale chiara che richiama la responsabilità dei laici: questa spaccatura innaturale, frutto di un mal interpretata opzione a scelte plurali, appare uno dei gravi errori compiuti che oggi, ridotti all’irrilevanza, diventa uno sprone. A fare cosa? A ritrovare tutto l’uomo – nascente, vivente, morente –, a rifarsi artefici di nuovo umanesimo, a disfarsi della zavorra, dotarsi del bastone del pellegrino ed iniziare una lunga attraversata nel deserto consapevoli di essere chiamati ad impegnarsi ancora una volta, controcorrente, ad innescare processi piuttosto che ad occupare spazi.
Non ha funzionato l’illusione della contaminazione tra culture politiche che ha agevolato la spaccatura e l’abbandono di una tradizione politico-culturale straordinaria e unitaria perché alla fine o si è andati a prestito di rivoluzioni altrui, arrivando a spacciare alleanze politico-elettorali come nuove identità create a tavolino, dove il cattolico poteva far fine senza impegno, con l’illusione del ritrovarsi a posteriori su grandi questioni; o si è ceduto al culto della personalità del leader di turno incoronato in cambio di un’azione di padrinaggio; o si è giustificato la trasformazione della ricerca del potere da mezzo a fine da ricercare in ogni direzione a seconda del caso e dell’elezione con una presunta necessaria quanto vaga presenza cattolica; o ci si è innamorati dell’idea di una politica improvvisata determinata dall’assenza di una visione conseguente alla riduzione della fede a mero fatto privato e spirituale; o si è dimenticato il senso della politica come alta forma di carità pensando a cattolici presenti per la fede e non a causa della fede.
Nel mentre che si verificava questo sbandamento politico epocale un intero mondo andava in altre direzioni e diventava sempre più silente nel dibattito civile del paese innamorandosi di una dimensione pre-politica deresponsabilizzante, ripiegata su se stessa e di una certa terzietà cattolica utile a farsi piacere a chiunque cedendo completamente al così detto politically correct che comporta non richiesta di rappresentanza e visione coerente ma solo riconoscibilità pari ad una qualunque ONG ed un po’ di ridistribuzione di singoli nei diversi anfratti politici salvo frange che iniziavano a confondere teologia con ideologia.
Quale direzione alternativa allora? Essa può essere colta proprio negli interventi del Santo Padre – che richiama da sempre all’impegno politico con la P maiuscola, come ha fatto Papa Benedetto XVI prima di lui – ossia i tre orientamenti fondamentali espressi nel discorso presso l’Università di Al-Azhar  al Cairo nel 2017, “dovere dell’identitàcoraggio dell’alterità e sincerità delle intenzioni” e nell’intervento al Convegno Ecclesiale di Firenze del 2015, dove, tra le altre cosa, ha spinto a dialogare non temendo il conflitto, a contribuire alla nazione come opera collettiva costruita attraverso la messa in comune delle cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche e religiose, ricordando ai giovani di immergersi nel dialogo sociale e politico.
A questi giovani è possibile dare una indicazione di un processo possibile da innescare, di una sfida esigente da cogliere per ricostruire ciò che oggi non c’è più dopo una troppo lunga agonia?
Sì, tirando fuori dai musei delle commemorazioni le parole dell’attualissimo “Discorso di Caltagirone” di Sturzo che superano di botto false spaccature e riprendono il filo del pensiero che può attraversare la formazione e diventare azione: “Essa, la democrazia cristiana, è un ideale e un programma che va divenendo, anche senza il nome, evoluzione di idee, convinzione di coscienze, speranza di vita; essa non può essere una designazione concreta di forze cattoliche, ma una aspirazione collettiva, sia pure ancora vaga e indistinta”.

fonte: Giancarlo Chiapello, https://thedebater.it

lunedì 2 ottobre 2017

Il Papa ai Sindaci

Accogliere, integrare e dialogare. Papa Francesco torna a indicare alcune strade maestre da percorrere nell'accoglienza dei migranti, fenomeno che in questi ultimi anni scuote soprattutto l'opinione pubblica europea. Lo ha fatto nel discorso che ha rivolto alla delegazione dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci) ricevuta questa mattina nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico. Un intervento breve, ma intenso, su un tema che a papa Francesco sta molto a cuore. "La città di cui vorrei parlarvi riassume in una sola le tante che sono affidate alla vostra responsabilità - ha esordito il Papa -. È una città che non ammette i sensi unici di un individualismo esasperato, che dissocia l’interesse privato da quello pubblico. Non sopporta nemmeno i vicoli ciechi della corruzione, dove si annidano le piaghe della disgregazione. Non conosce i muri della privatizzazione degli spazi pubblici, dove il “noi” si riduce a slogan, ad artificio retorico che maschera l’interesse di pochi".
"Un sindaco - ha detto ancora Francesco - deve avere la virtù della prudenza per governare, ma anche la virtù del coraggio per

andare avanti e la virtù della tenerezza per avvicinarsi ai più deboli". "Vi auguro di potervi sentire sostenuti dalla gente per la quale spendete il vostro tempo, le vostre competenze, quella familiarità del sindaco con il suo popolo, quella vicinanza, se il sindaco è vicino la cosa va avanti, sempre".

Custodire la passione del bene comune

Per costruire e servire una città "serve un cuore buono e grande, nel quale custodire la passione del bene comune". Ecco allora che "non bisogna alzare ulteriormente la torre, ma di allargare la piazza, di fare spazio, di dare a ciascuno la possibilità di realizzare sé stesso e la propria famiglia e di aprirsi alla comunione con gli altri". Anzi, il Papa consiglia i sindaci di "frequentare le periferie, quelle urbane, quelle sociali e quelle esistenziali. Il punto di vista degli ultimi è la migliore scuola, ci fa capire quali sono i bisogni più veri e mette a nudo le soluzioni solo apparenti". C'è dunque bisogno di "una politica e di una economia nuovamente centrate sull'etica: quella della responsabilità, delle realzioni, della comunità e dell'ambiente".

Migranti, superare le paure

Il Papa non si nasconde che "molti vostri concittadini avvertono un disagio di fronte all'arrivo massiccio di migranti e rifugiati. Ecco trova spiegazione dell'innato timore verso lo straniero, un timore aggravato dalle ferite dovute alla crisi economica, dall'impreparazione delle comunità locali, dall'inadeguatezza di molte misure adottate in un clima di emergenza". Ma tale disagio, aggiunge ancora Francesco, "può essere superato attraverso l'offerta di spazi di incontro personale e di conoscenza mutua". Un invito rivolto a tutti i comuni italiani, anche se il Papa si è rallegrato del fatto che "molte delle amministrazioni qui rappresentate possono annoversarsi tra i principali fautori di buone pratiche di accoglienza e di integrazione". E lascia agli amministratori un compito: aiutare a guardare con speranza al futuro, perché questo fa emergere "le energie migliori di ognuno, dei giovani prima di tutto".

Decaro: parole che ci incoraggiano

Di fronte alla sfida del cambiamento e delle migrazioni "spesso ci capita di avere paura. Spesso vorremmo tornare indietro - commenta il presidente dell'Anci Antonio Decaro -. Soprattutto quando ci sentiamo soli", ma "con la Sua parola, non lo saremo mai". "Questa incontro, ci consente di guardare avanti con più fiducia e più coraggio".

fonte: Avvenire, 30 settembre 2017

sabato 5 novembre 2016

I terremotati ci perdonino

Il Vaticano ha condannato le affermazioni andate in onda su Radio Maria riguardo al terremoto come "castigo divino" dopo le unioni civili. 

«Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede», deplora l'arcivescovo Giovanni Angelo Becciusostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato vaticana, interpellato dall'Ansa. Becciu ha spiegato che si tratta di affermazioni «datate al periodo precristiano e non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo». «I terremotati ci perdonino, a loro solidarietà del Papa".

«Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria - ha affermato l'arcivescovo Becciu - offende lo stesso nome della Madonna che dai credenti è vista come la Madre misericordiosa che si china sui figli piangenti e terge le loro lacrime soprattutto in momenti terribili come quelli del terremoto".
"Radio Maria - ha aggiunto Becciu - deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia e della solidarietà propugnato con passione da Papa Francesco specie nell'anno giubilare. Non possiamo non chiedere perdono ai nostri fratelli colpiti dalla tragedia del terremoto per essere stati additati come vittime dell'ira di Dio. Sappiano invece che hanno la simpatia, la solidarietà e il sostegno del Papa, della Chiesa, di chi ha un briciolo di cuore».

fonte: Avvenire

martedì 1 novembre 2016

Il sale della terra

"Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Il sale sulla pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma le impedisce di marcire"

Georges Bernanos

lunedì 3 ottobre 2016

I quattro stadi del Card. Martini

«Un proverbio indiano narra di quattro stadi della vita dell’uomo. Il primo è lo stadio in cui si impara; il secondo è quello in cui si insegna o si servono gli altri; nel terzo si va nel bosco, il bosco profondo del silenzio, della riflessione, del ripensamento e credo che, allorché si aprirà per me il terzo stadio, potrò riordinare con gratitudine tutto ciò che ho ricevuto, ricordare le persone che ho incontrato, gli stimoli che mi sono stati dati e che in questi ventidue anni non sono riuscito a elaborare (nel bosco, passeggiando tra gli alberi, si rimettono in ordine le memorie).
«Nel quarto stadio, particolarmente significativo per la mistica e l’ascetica indù, si impara a mendicare; l’andare a mendicare è il sommo della vita ascetica, e mi dicono che anche oggi persone ricche, che hanno fatto una grande fortuna nella vita, a un certo punto vanno a mendicare, in quanto il mendicante rappresenta lo stadio più alto dell’esistenza umana.
«Mendicare significa dipendere dagli altri ‘ ciò che non vorremmo avvenisse mai –, e dobbiamo prepararci. Il tempo del bosco ci prepara, prepara il momento che può avvenire oggi, domani o dopodomani, secondo la volontà del Signore.
«Naturalmente, l’ho detto altre volte, se mi sarà possibile vivrò questi stadi almeno in parte a Gerusalemme, – lo stadio del bosco e della mendicità – e sarà come un’ulteriore grazia di Dio, che si aggiunge e corona tutte le altre. «Vi invito a pregare per Gerusalemme, a ricordarvi di Gerusalemme, a non dimenticarvi di quella città che è il simbolo di tutto l’umano e nella quale, se ci sarà pace, si farà pace ovunque».
Carlo Maria Martini

domenica 7 agosto 2016

Relativismo


Sine glossa

Forse papa Bergoglio non si è reso conto, ma ieri alla Porziuncola di Assisi, cuore del francescanesimo, egli ha reso omaggio al più grande dei “fondamentalisti cattolici”, al simbolo di quel fondamentalismo cattolico che è stato il bersaglio polemico di Bergoglio anche nella nota conferenza stampa in aereo di domenica.

In quell’occasione il papa, interrogato sul sacerdote sgozzato sull’altare a Rouen, non ha dedicato nemmeno una parola a padre Jacques, ma si è fatto in quattro per negare che quel terrorismo abbia a che fare con l’Islam.

Poi – sempre in difesa dell’Islam – Bergoglio ha aggiunto un attacco ai cattolici: credo che in quasi tutte le religioni ci sia sempre un piccolo gruppetto fondamentalista. Noi ne abbiamo”.

Ma cos’è il “fondamentalismo”?
Significa: applicazione letterale dei testi sacri. Nella storia cattolica è proprio san Francesco colui che ha predicato l’applicazione del Vangelo alla lettera, “sine glossa”.

Bergoglio però non lo ha detto. E non ha detto che mentre i fondamentalisti islamici – applicando alla lettera il Corano e l’esempio di Maometto – proclamano la jihad, impongono la sharia, opprimono nei loro regimi le altre religioni e i diritti umani e usano la violenza, i “fondamentalisti cattolici” come san Francesco d’Assisi e Madre Teresa di Calcutta, applicando alla lettera il Vangelo, fanno l’esatto opposto. Semplicemente perché Corano e Vangelo insegnano cose opposte.

Che vuol dire per san Francesco “il Vangelo sine glossa”? Si legge che Gesù nel Vangelo dice al giovane ricco: “vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Mc 10, 21).

Francesco ascoltò e seguì “alla lettera” le parole di Gesù. Lui prendeva sempre “alla lettera” quello che ascoltava dal Signore (perfino quando il crocifisso di san Damiano gli disse: “Francesco, vai e ripara la mia chiesa”).

Un altro giorno, alla Porziuncola, il santo ascoltò questa pagina del Vangelo:
“Andate e predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento…» (Mt 10, 7-11).
Era il mandato missionario di Gesù:
Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20).
Francesco fece così “alla lettera”.

CROCIATA
E, dopo che il papa bandì la crociata (nel 1213) per liberare i luoghi santi occupati dai musulmani, che rendevano pericolosi i pellegrinaggi a Gerusalemme, anche Francesco partì.

Scriveva anni fa Franco Cardini: “nella vita di Francesco l’episodio crociato costituisce uno scandalo nello scandalo”, ma “il Francesco ‘crociato’ non è un argomento eludibile”.

Era “crociato” come lo erano tutti i pellegrini per la Terra Santa. Cardini spiega che, diversamente da ciò che pensano oggi gli ignoranti e gli anticlericali, “la crociata non è mai stata una ‘guerra di religione’, la crociata non è una ‘guerra santa’ ” per imporre la fede cattolica. No, “è un pellegrinaggio armato” il cui scopo era la liberazione e la difesa dei Luoghi Santi che erano stati occupati dai musulmani.

Così Francesco, che non portava armi, andò in pellegrinaggio: era molto pericoloso, ma lui voleva venerare fra quelle pietre la presenza di Gesù, essere tutt’uno con Lui, anche a costo della vita.

“Francesco vedeva nella crociata anzitutto l’occasione del martirio e nel martirio la forma più alta e più pura della testimonianza cristiana” (Cardini).

Ovviamente non un martirio ricercato, che sarebbe un peccato di superbia. Egli in tutta umiltà vuole semplicemente annunciare il Vangelo ai saraceni “perché essi credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, perché chiunque non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non potrà entrare nel regno dei Cieli”.

Già qui siamo agli antipodi dell’ecumenismo modernista in cui crede Bergoglio, che infatti equipara le religioni, rifiuta l’idea di predicare la conversione a musulmani e miscredenti e ha liquidato con disprezzo il “proselitismo”.

La cronaca di Giacomo da Vitry ci dice che, là in Terra Santa, “non soltanto i cristiani, ma perfino i saraceni e gli altri uomini avvolti ancora nelle tenebre dell’incredulità, quando essi (Francesco e i suoi frati) compaiono per annunziare intrepidamente il Vangelo, si sentono pieni di ammirazione per la loro umiltà e perfezione”.

Francesco “volle recarsi intrepido e munito dello scudo della sola fede all’accampamento del sultano d’Egitto”.

Viene fatto prigioniero e si fa portare da lui che era noto per la sua durezza. Ma il Sultano a vedere Francesco restò ammansito e fu turbato dalle sue parole. Poi “temendo che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore” lasciò andare libero il santo.

SINE GLOSSA

Per Francesco la cosa essenziale era l’annuncio del Vangelo perché questo era il commando di Cristo. La vita del santo di Assisi è tutta basata sull’applicazione del Vangelo “sine glossa” e le stigmate che ricevette rappresentano proprio il “sigillo” del Cielo a questa sua totale conformità al Figlio di Dio.

Il Vangelo “alla lettera”, senza accomodamenti alla mentalità dominante, senza compromessi col mondo, è la forma suprema di “fondamentalismo cattolico”.

Esattamente l’opposto di Bergoglio che combatte proprio i “dottori della lettera” (come li chiama lui), quelli cioè che, come san Francesco, gli ricordano le precise parole del Vangelo e dissentono dalla sua religione mondanizzata e accomodante (per esempio sui temi del matrimonio).

Anche su tutto il resto il santo di Assisi e il papa della teologia della liberazione sono agli antipodi.

SALVEZZA DELL’ANIMA

San Francesco non faceva che ammonire sul pericolo di finire eternamente all’inferno e sulla necessità di convertirsi e fare penitenza per andare in Paradiso (si veda la “Lettera ai governanti”).

Bergoglio invece parla solo di questioni terrene, sociali e politiche, non parla mai dell’inferno e del Purgatorio, tanto che nella sua Bolla di indizione dell’Anno Santo ha tolto ogni riferimento al Purgatorio stesso e pure alle “indulgenze” che servono a evitarlo (ieri era imbarazzato alla Porziuncola dal momento che il “Perdono di Assisi” ottenuto da san Francesco è tutto centrato proprio sull’indulgenza relativa al Purgatorio, cioè la remissione delle pene temporali).

San Francesco poi ricorda ai governanti il loro dovere di difendere la fede cristiana del popolo “e se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione (cf. Mt. 12,36) a Dio davanti al Signore vostro Gesù Cristo nel giorno del giudizio”.

Bergoglio invece sostiene i governanti più laicisti, dice “chi sono io per giudicare?” sui “principi non negoziabili” e cancella la presenza pubblica dei cattolici e la dottrina sociale della Chiesa.

San Francesco scrive ai sacerdoti che devono tributare il massimo onore “al Santissimo Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo”, è per lui fondamentale, mentre Bergoglio è noto per la sua scelta di neanche inginocchiarsi davanti all’Eucaristia.

Resta l’ecologia pilastro del bergoglismo. Purtroppo però non è mai esistito un san Francesco ecologista.

Il Cantico delle creature infatti (che ricalca un salmo) non esalta la natura, la quale a quel tempo prevaleva sull’uomo e non aveva bisogno di essere “protetta” (casomai il contrario).

Il Cantico, che non rammenta gli animali (ma parla di peccato mortale e inferno), è invece un invito alla preghiera di lode a Dio, un inno alla bontà del Creatore, assai significativo in un’epoca in cui la gnosi dei Catari predicava la malignità del Demiurgo e della natura creata.

Tutt’altra cosa.
.
Antonio Socci
Da “Libero”, 5 agosto 2016

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...