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sabato 5 novembre 2016

Perchè è saggio dire no

È stato presentato ieri (23 luglio 2016), nel giorno della sua uscita in libreria, il volume "Perché è saggio dire No - La vera storia di una riforma che ha 'cambiato verso'", di Valerio Onida e Gaetano Quagliariello.

A discuterne con gli autori Anna Finocchiaro, presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, Stefano Parisi, imprenditore e politico, già candidato sindaco di Milano, e Antonio Polito, vicedirettore del Corriere della Sera. Il dibattito, organizzato dalla fondazione Magna Carta, è stato moderato da Bianca Berlinguer, direttore del Tg3.

Tra analisi critiche e inediti retroscena il volume, edito da Rubbettino, ripercorre senza filtri, attraverso un serrato dialogo tra due dei principali protagonisti, la storia delle riforme in questa tormentata legislatura.

Da Enrico Letta a Matteo Renzi, dalla diaspora del centrodestra al patto del Nazareno, il presidente emerito della Corte Costituzionale e l'ex ministro raccontano come e quando le riforme hanno "cambiato verso". E perché, da "saggi" del presidente Napolitano, muovendo da visioni politiche diverse si ritrovano oggi sul fronte del "No" al referendum. 

domenica 30 ottobre 2016

Io non ho rabbia per te, ho pietà




Matteo Renzi, classe 1975, Ciriaco De Mita classe 1928, uno di fronte all’altro, arbitro Enrico Mentana su La 7, a discutere di referendum, di si è del no, mettendo a confronto non solo le ragioni di oggi ma anche quelle di due epoche storiche. De Mita difende il “prima”, se stesso la prima Repubblica, pezzi di storia, perché «il rischio per i rivoluzionari è quello di pensare solo al presente».

Renzi “il rivoluzionario”, ascolta e quando parla ha la verve del rottamatore: «Ci avete rubato il presente, adesso speriamo che non succeda lo stesso con il presente». La sua scure si abbatte sempre dove il dente duole, ossia sul debito accumulato negli anni ’80. “In quel decennio li avete fatto la Cicala costringendo noi a fare la formica”.

Il Referendum diventa quasi un pretesto per un duello in parallelo tra prima Repubblica e il renzismo. Il leone democristiano si fa innervosire e non cela irritazione quando Renzi lo incalza a macchinetta. «Mica sono del Pd dove parla solo lui», si lamenta . Nel merito della discussione il vecchio leone democristiano è lapidario: «Riforma frettolosa poco motivata, scritta male. Se io fossi giurista avrei grossa difficoltà a leggerla così come è, con periodo lunghissimi. E le norme costituzionali devono essere brevi. Fare un periodo lungo tre colonne ê una cosa che non si è mai vista». «Io avrei tolto il Senato o lo avrei fatto con i notabili, persone che rappresentano la società cresciuta, insomma il patrimonio culturale che si esprime in una comunità e dà consigli».

«Dissento nel modo più radicale», si difende Renzi. «E’ una riforma attesa nel dibattito politico da decenni». Spiega che la camera delle autonomie era voluta dal Pci e che nessuna classe politica fini ad oggi era riuscita a imporla.
De Mita ricorda che «da parlamentare ho avuto grande curiosità per le istituzioni, da prima che tu nascessi. Non sono d’accordo quando tu dici che c’è stato un ritardo infinito e adesso c’è la luce». E ricorda «una norma di Moro molto bella: “la riforma costituzionale e la casa di tutti”».

Renzi contesta “la lettura di De Mita” e gli ricorda come sia finita la collaborazione con Forza Italia nella scrittura della riforma costituzionale, causa elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. E quando Renzi ricorda che «voi non siete riusciti a fare la riforma delle istituzioni»., De Mita lo avverte: «Chi te lo ha detto che ce la farai? Cautela». 



La posta in gioco è alta e il giovane leader non concede niente all’anziano leader. Gli dice: «Non credo che tu la abbia letta tutta questa riforma». De Mita non crede alle sue orecchie. Si sfiora la rissa. Una partita che prosegue su due campi. Passato e presente. «È una cosa antiestetica mettere tra i punti della riforma. la riduzione dei costi della politica queste cose si fanno, non si enunciano», dice De Mita.


«Sarà anche antiestetico, ma è etico», ribatte Renzi. «Va fatto non va scritto in una norma costituzionale, la mia sensazione è che tu abbia sostituito il vigore del pensiero con la quantificazione delle notizie», ribatte De Mita che risponde anche agli attacchi che Renzi fa alla sua resistenza sul campo politico: «Quando la politica è mestiere deve essere breve, quando la politica è pensiero può durare fino alla morte». E arriva la frattura insanabile.

Renzi: «L’idea che sia pensiero la politica tua che cambi partito quando ti levano un seggio nel 2008». De Mita: «Questa è una volgarità che non mi aspettavo e soprattutto detta da chi in politica le ha inventate tutte. Hai fatto un partito dove parli da solo e le tue relazioni in direzione andrebbero pubblicate per capire a cosa si è ridotta la politica. È un mestiere che vuoi gestire in maniera autoritaria». E ancora: «Io non ho rabbia per te, ho pietà, non sarò mai di quelli che cambiano partito. Sono nato e muoio democristiano tu non so».


Mentana cerca di sedare gli animi. Alla fine però Renzi insiste: «Mi dispiace che non hai letto la riforma». De Mita: «Forse sei stanco alla tua età». In questo match si sono scontrate le ragioni dei rottamati e de rottamatori, sul filo della storia. Il referendum può aspettare.

fonte: La Stampa, 29 ottobre 2016

lunedì 3 ottobre 2016

Il cerino in mano

Marianna Madia rimane con il cerino in mano. Sulla riforma della dirigenza pubblica, che creerà uno spoil system tale da paralizzare l’Amministrazione dello Stato, la ministra è stata abbandonata. Chi aveva maggiormente contribuito ad elaborare un provvedimento con aspetti così anticostituzionali, tanto da relegare i mandarini in  serie C a raffronto di magistrati, ambasciatori, prefetti e professori, si è eclissato.



I capi degli uffici legislativi di Palazzo Chigi e della Funzione Pubblica, 'la vigilessa' Antonella Manzione e il blasonato Bernardo Mattarella, infatti, hanno già trovato rifugio al Consiglio di Stato e all’Università. Come se non bastasse, perfino l'onnipresente Raffaele Cantone ha affermato che non se la sente di presiedere la Commissione di notabili (tra gli altri il Ragioniere generale dello Stato e il Segretario generale degli Esteri) predisposta a valutare i curricula per ogni interpello: richiede troppo tempo e troppe responsabilità per chi, come lui, ha già molti impegni.


Anche perché questi esperti nominati dal Presidente del Consiglio pro tempore si troverebbero a dover dare la benedizione finale a scelte che poi potrebbero rivelarsi sbagliate. Per come è stata pensata, quella Commissione difficilmente funzionerà. 'Dulcis in fundo', perfino Franco Bassanini, che di leggi scritte male in materia se ne intende, avendone fatta una delle peggiori, ha inviato una nota riservata in cui contesta alcuni punti fondamentali del decreto legislativo.


In un primo momento, il premier Renzi ha pensato di non curarsi delle reazioni. E come lui anche alcuni ministri, che hanno continuato a piazzare i propri fedelissimi nei posti chiave. Ma questo ha scatenato la reazione della Corte dei Conti che sta vagliando, per esempio, se esistono i requisiti per la ratifica della fresca nomina del nuovo Segretario generale del Ministero dello Sviluppo economico. Carlo Calenda, che studia ormai da Premier, ha imposto infatti il suo devotissimo collaboratore Andrea Napoletano. Con la nuova legge, casi come questo si moltiplicheranno, scatenando ricorsi che intaseranno i TAR e la Corte Costituzionale.


Ora tocca a quel furetto di Luca Lotti e, quando tornerà dal suo tour sudamericano, anche a Maria Elena Boschi correre ai ripari ed evitare una diffida per comportamento antisindacale del governo, che ha promulgato un atto d'imperio senza concerto tra le parti, violando il principio della competenza e della autonomia della contrattazione collettiva.

Per evitare che ciò accada, Renzi sembra intenzionato a cambiare atteggiamento ed accogliere alcune delle osservazioni che verranno dal Parlamento, tra cui il diritto all'incarico, se non per demerito, ed una effettiva ripartizione tra i ruoli statali, regionali e degli enti locali, nonché una tutela almeno per i diritti acquisiti. Altrimenti sarà il caos prima del referendum. E il capo del governo sa bene che intorno alla Pubblica amministrazione ruotano circa 4 milioni di elettori. Pronti a dirgli No.




Luigi  Bisignani per Il Tempo 2 ottobre 2016



domenica 17 luglio 2016

La lentezza politica ha un costo economico. La diluizione delle responsabilità politiche ha un costo democratico.

La lettera di Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera dei deputati dal 2001 al 2006, e Marcello Pera, presidente del Senato dal 2001 al 2006, pubblicata su Il Corriere della Sera.

È noto che veti contrapposti e paure incrociate spinsero l’Assemblea costituente ad una scelta compromissoria riguardo all’assetto delle istituzioni repubblicane, in particolare il bicameralismo perfetto.
È noto anche che fin da subito forze politiche e espressioni della cultura costituzionale espressero molte riserve su questo punto. Due camere elette diversamente ma contemporaneamente, con la stessa durata e con la stessa funzione legislativa, non costituiscono un’istituzione che esalta il Parlamento e controbilancia l’azione del governo, ma un meccanismo pesante e faticoso che produce instabilità e lentezza. Durante i decenni, tentativi di correggere questa situazione non sono mancati, dalla commissione Bozzi, a quella De Mita, a quella D’Alema, alla riforma Berlusconi.

Tutti sono falliti e il prezzo in termini di inefficienza della Repubblica è diventato particolarmente oneroso. La lentezza politica ha un costo economico. La diluizione delle responsabilità politiche ha un costo democratico. Nonostante la consapevolezza del problema denunciato per tanto tempo, siamo rimasti un’anomalia costituzionale, perché nessun ordinamento, in Europa e altrove, conosce un sistema di produzione legislativa come il nostro.

In tutte le grandi democrazie, il ruolo delle seconde Camere nell’approvazione delle leggi è sempre limitato e la decisione definitiva è affidata alla Camera politica, dove i Parlamenti decidono le sorti dei governi. Il Parlamento ha ora approvato, dopo due anni di ampio e approfondito dibattito, una incisiva riforma della seconda parte della Costituzione. Non si tratta di una Costituzione nuova, ma di una Costituzione rinnovata, che promette e precostituisce altri interventi.

In ogni caso, non possiamo dire che la riforma sia improvvisata, perché il confronto tra le forze politiche è stato lungo e meditato. Ora tocca ai cittadini esprimersi con un referendum: sta a loro decidere, come richiede la democrazia sulle scelte fondamentali, se confermare o respingere le scelte compiute dal legislatore. Noi siamo a favore dell’approvazione della riforma.

Comprendiamo le perplessità di quanti non condividono alcune delle soluzioni adottate, in particolare in tema di modalità di composizione del Senato e di coordinamento con la legge elettorale della Camera dei deputati. E tuttavia la scelta di trasformare il Senato in organo rappresentativo dei territori, la riduzione del decentramento legislativo, l’attribuzione alla Camera dei deputati del ruolo di organo politico di ultima istanza, salvi gli opportuni temperamenti, il mantenimento e anche il rafforzamento degli organi di garanzia, ci sembrano, tra gli altri, obiettivi ai quali sarebbe grave rinunciare, anche in presenza di pur legittime riserve su questo, o quell’aspetto della riforma. Così come ci sembrerebbe incomprensibile tornare ad un sistema in cui il governo è costretto ad avere la fiducia in due Camere diverse, che, essendo elette con criteri diversi, non garantiscono omogeneità di maggioranza.

Noi riteniamo che votare no al referendum significherebbe risospingere il sistema costituzionale verso quell’epoca dei veti contrapposti che hanno spesso impedito al legislatore italiano di essere al passo con i ritmi della società contemporanea. Riteniamo anche che un ulteriore fallimento del processo di riforma renderebbe la nostra Costituzione così rigida da non essere più modificabile per diversi anni a venire, in contraddizione drammatica con quell’esigenza di cambiamento che è tanto largamente diffusa.

Questa volta l’effetto di una decisione popolare contraria significherebbe che l’Italia si riconosce incapace di autoriformarsi e si avvia ad un rapido e inarrestabile declino. È grave che le forze politiche siano oggi circondate da tanta sfiducia e sospetto. Sarebbe tragico se anche il popolo italiano si arrendesse a questo sentimento. Siamo stupiti che forze della sinistra intendano utilizzare l’occasione del referendum per un regolamento interno dei conti o per un voto di sfiducia al governo. Siamo ancor più stupiti che forze del centrodestra si uniscano a questa campagna, con argomenti che rinnegano completamente la loro vocazione e l’impegno riformatore da esse speso durante molti anni.

Al tema del rinnovamento delle istituzioni repubblicane, il centrodestra ha dedicato idee, passione, energie, a cui noi stessi abbiamo personalmente contribuito, pur con le nostre diverse sensibilità politiche. Quella storia, che ha coinvolto milioni di cittadini popolari, democratici, liberali, socialisti, riformatori, non può essere dimenticata ma deve essere rispettata. Non si ammaina una bandiera senza perdere identità.

fonte: Corriere della Sera


Più sono o sono state personalità rilevanti, più adducono motivi non certo alla loro altezza. E neppure all’altezza dell’argomento, che nei prossimi mesi resta sempre lo stesso: legge elettorale e riforma costituzionale.
Prima Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera sul Corriere della Sera dell’8 luglio 2016, poi Giovanni Bazoli sullo stesso giornale del 14 luglio, pezzi da novanta della politica e dell’economia, hanno confessato che voteranno sì al “Renzoschi” (il coacervo della legge e della riforma di Renzi e Boschi). Fin qui nulla da dire. Ognuno vota come gli pare e non è tenuto a darne spiegazioni. Ma, se le dà, deve badare che siano ragionate e coerenti con il voto, specialmente se non è un quisque de populo.
Casini e Pera, un ex presidente della Camera e un ex presidente del Senato, hanno scritto una lettera a doppia firma; Bazoli ha rilasciato un’intervita di un’intera pagina. I primi due hanno parlato, tra l’altro, dei precedenti falliti tentativi come di “prezzo oneroso in termini di inefficienza della Repubblica”, di “costo economico della lentezza politica”, di “anomalia costituzionale di un sistema di produzione legislativa come il nostro”, ed hanno così concluso: “In tutte le grandi democrazie, il ruolo delle seconde Camere nell’approvazione delle leggi è sempre limitato e la decisione definitiva è affidata alla Camera politica, dove i Parlamenti decidono le sorti dei governi”.
Duole davvero che Casini e Pera non abbiano trovato il tempo di sfogliare la preziosa documentazione comparata che gli eccellenti servizi di Camera e Senato hanno redatto, in tema di bicameralismo e processo legislativo. Tale documentazione li smentisce in pieno. Basti ricordare che il Congresso degli Stati Uniti ha due camere dagli stessi poteri, anzi il Senato ha in più la convalida delle nomine presidenziali, e che nel Regno Unito l’iter legislativo è di norma, sostanzialmente, bicamerale. Così pure in tante altre nazioni. Il motivo più risibile, ripetuto a campanello anche da Renzi e Boschi, è “la lentezza”. Questa, più che un “motivo”, è un falso perché i nostri due presidenti, per cinque anni, all’inizio dell’estate hanno sventolato (come del resto i loro predecessori e successori) il ventaglio dell’iperproduzione legislativa, vantandosene. Sotto il Governo Renzi (in base alle statistiche della Camera, che né Casini, né Pera, né Bazoli, né Renzi, né Boschi leggono!) la produzione normativa primaria ha viaggiato al ritmo siderale di 11,87 atti al mese! Ciò nonostante, Casini e Pera scrivono che il sistema costituzionale ha “impedito al legislatore italiano di essere al passo con i ritmi della società contemporanea”. Infine, la chiusa della loro lettera al Corriere cade nel patetico. “Non si ammaina una bandiera (del riformismo, n.d.r.) senza perdere identità”. Dunque Casini e Pera, per corrività, sono diventati quello che non erano per storia personale.
Quanto a Bazoli, il suo esordio è sorprendente: “Il mio è un orientamento istituzionale, non politico”. E la sua continuazione è spericolata per un giurista: “L’ostacolo maggiore che incontra il referendum è il collegamento con la legge elettorale. Se approvata, la riforma costituzionale del Senato avrà l’effetto di rendere praticabile la nuova legge elettorale. Una legge che oggi risulta inapplicabile, perché si voterebbe al Senato con il proporzionale puro e alla Camera con un sistema tendenzialmente maggioritario (sic!): una cosa assurda. Nessuno ha osservato che, proprio per questa ragione, in caso di bocciatura del referendum, il Paese si troverebbe in una situazione veramente drammatica di impasse costituzionale: il presidente della Repubblica non avrebbe di fatto la possibilità di indire nuove elezioni, finché non fossero riformati i sistemi elettorali di entrambe le Camere”.
La logica dell’illustre giurista sembra dunque la seguente: bisogna votare sì per poter applicare la legge elettorale, mentre, votando no, il Parlamento non potrà essere sciolto. Bazoli al povero Kant gli fa un baffo. Stupefacente poi è la sua affermazione secondo cui “il ballottaggio legittima l’attribuzione del premio di maggioranza”. Così, apoditticamente. Non lo sfiora il dubbio che un simile ballottaggio non esiste altrove, mentre il premio di maggioranza è, per definizione nel ballottaggio, un premio di minoranza che tuttavia, contro la morale, la logica, la politica, la democrazia, cresce al decrescere del quorum di attribuzione e spetta di diritto a prescindere dalla soglia indeterminata di voti conseguiti da chi se lo aggiudica. Tuttavia (tuttavia!) il nostro Bazoli alla fin fine preferirebbe il doppio turno di collegio alla francese. Ma tant’è.
Comunemente si dice che tutte le opinioni sono rispettabili. Ma la verità è che non è vero. Rispettabili sono le persone, anche quando professano opinioni sbagliate. Quando le opinioni sono pericolose, il rispetto tuttavia deve essere graduato in funzione inversa alla pericolosità. L’autorevolezza delle opinioni non dipende dalla personalità di chi le manifesta, che, al contrario, squalifica doppiamente le sbagliate.

fonte: L'Opinione

domenica 22 maggio 2016

Pensaci bene, caro Matteo

E poi c’è il referendum. L’appuntamento è decisivo. Se Renzi vince sarà padrone, se perde si apre uno scenario nuovo sul quale è molto difficile fare previsioni. Personalmente — l’ho già detto e scritto — voterò no, ma non tanto per le domande del referendum quanto per la legge elettorale che gli è strettissimamente connessa. Se Renzi cambia quella legge (personalmente ho suggerito quella di De Gasperi del 1953) voterò sì,altrimenti no. 
E immagino che siano molti a votare in questo stesso modo. Pensaci bene, caro Matteo; se anche vincessi per il rotto della cuffia sarai, come ho già detto, un padrone. Ma i padroni corrono rischi politici tremendi e farai una vita d’inferno, tu e il nostro Paese.

Eugenio Scalfari, editoriale per Repubblica, 22 maggio 2016

mercoledì 18 maggio 2016

Il manifesto dei cattolici per il no

La posta in gioco tra il Sì e il No nel prossimo referendum costituzionale non è il Senato ma è l’abbandono della Costituzione vigente e la sua sostituzione con un sistema di democrazia dimezzata in cui i valori e i diritti riconosciuti nella prima parte della Carta, da cui dipendono la vita, la salute e la possibile felicità del cittadini, sarebbero isolati e neutralizzati per lasciare libero campo al potere del denaro e delle sue istituzioni nazionali e sovranazionali.
Questo, col supporto di una legge elettorale congegnata per dare tutto il potere a un solo partito, è il disegno delle riforme istituzionali oggi sottoposte al popolo come nuove, ma concepite da vecchi politici, nostalgici dei modi spicciativi di governo di un lontano passato.
Mettendo mano alla Costituzione questi politici vogliono riaprire vecchie questioni di democrazia risolte da tempo e da cui non si può tornare indietro: divisione dei poteri, sovranità popolare, fiducia parlamentare ai governi senza vincolo di disciplina di partito, libertà e diritti sottratti all’arbitrio dei poteri, anche se espressi dalle maggioranze. Si sarebbero dovute fare al contrario riforme rivolte al futuro, a partire dalla domanda sul perché i diritti al lavoro e a condizioni economiche e sociali che non impediscano il pieno sviluppo della persona umana, pur sanciti in Costituzione, non si sono mai realizzati, e non certo per colpa solo del Senato. È questa domanda, non quella sul numero dei senatori, che avrebbe risvegliato la coscienza pubblica, a cominciare dai giovani oggi così disperati, e curato la piaga sociale dell’assenteismo e dell’indifferenza.
La Costituzione è un bene comune e, pur provenendo ciascuno da parti diverse, comune deve essere la battaglia di uomini e donne per la sua cura e la sua difesa, ognuno lottando però con i suoi colori e con le sue bandiere. I cristiani già altre volte, in momenti cruciali della storia della Repubblica, sono stati determinanti con le loro scelte nei referendum per un avanzamento della democrazia e della laicità e per tenere aperta la via di vere riforme.
Oggi come cattolici ci sentiamo di nuovo chiamati a votare NO alle spinte restauratrici, e così ci saranno dei “Cattolici del NO” in questo referendum. Allo stesso modo speriamo nell’impegno di molti altri cristiani di ogni denominazione e confessione.
Ugualmente voteranno NO moltissimi che cristiani o credenti non sono, magari anche più motivati e determinati di noi. Ma noi, che pur non siamo soliti nominare la fede nella lotta politica, questa volta diciamo NO proprio come cattolici, rispettando in ogni caso quanti saranno spinti da motivazioni diverse.
Prima di tutto votiamo NO per una questione di giustizia. Se, nel suo significato più elementare, la giustizia è “la correttezza di una pesata eguale”, lo scambio che ci viene proposto, di dar via metà della Costituzione per avere in cambio ancora Renzi al potere, non è giusto. Renzi e la Costituzione non hanno lo stesso peso, e mentre il primo non ci è costato niente (non lo abbiamo nemmeno eletto) la Costituzione ci è costata molto, in pensiero e martiri anche nostri. Perciò, come voto di scambio, Renzi contro la Costituzione è uno scambio ineguale.
Di conseguenza se in questo gioco d’azzardo con la Costituzione Renzi, perdendo, vorrà lasciare il potere, ce ne faremo una ragione. Ma avremo salvato l’idea che ci vuole un minimo d’equità anche in un baratto.
In secondo luogo votiamo NO per una questione di verità. Non è vero che la Costituzione vigente è vecchia, tant’è che da vent’anni si cerca di cambiarla. Vero è che da vent’anni essa resiste, anche grazie a imponenti voti popolari. Vecchia è invece la proposta Costituzione nuova, che dà più potere al potere e meno potere ai cittadini, in ciò tornando allo Statuto albertino concesso dal re e finito in Mussolini.
Ma è un’illusione che dia più potere a Renzi e alla Boschi, che già conosciamo; in realtà darà più potere e forza esecutiva a uno di quei mangiapopoli arruffoni e razzisti che oggi circolano in Europa e che facilmente, col marketing delle agenzie pubblicitarie e dei telefonini scambiati per modernità, potrà insediarsi a palazzo Chigi e nei 340 seggi di replicanti assegnatigli per legge nella Camera residua, con tutti i poteri compreso il diritto di guerra. Non è vero che con la nuova Costituzione si ridurranno i costi della politica.
I deputati restano 630, le spese delle province ricadranno su altri enti, il Senato rimane a gravare sul bilancio pubblico col suo palazzo e tutto il suo apparato, anche se viene ridotto ad un club nobiliare per consiglieri regionali e sindaci che passeranno a Roma uno o due giorni alla settimana (sicché il Senato sarà il primo Ufficio Pubblico a brillare per l’assenteismo del suo personale).
In terzo luogo votiamo no per una questione di patriottismo costituzionale. Consideriamo la Costituzione la nostra Patria, sia come cittadini che come cattolici. Come cittadini temiamo che il crollo dell’architettura della Repubblica causato dalla ristrutturazione in corso travolga anche i diritti e i valori fondamentali. Come cattolici ci sentiamo figli della Costituzione perché, benché inattuata, mette al di sopra di tutto la persona umana e perché fa del lavoro, che una volta era considerato il compito abbrutente del servo, il fondamento stesso della Repubblica e il diritto col quale sta o cade la dignità del cittadino.
Infine votiamo NO per coerenza storica. Per secoli si è chiesto alla Chiesa di riconoscere la sovranità del diritto e la divisione dei poteri, e sarebbe assurdo che proprio ora che il papa le ha solennemente proclamate all’ONU, i cattolici italiani ne abbandonassero la difesa per tornare a quella vecchia, decrepita, infausta cosa che è l’uomo solo al comando e tutti gli altri a dire di sì. Ma coerenza storica ci impone di votare no anche perché i cattolici in Italia hanno messo il meglio di sé nella Costituzione repubblicana. È la cosa migliore che hanno fatto nel Novecento. Dopo la scelta antiunitaria e revanscista della questione romana, dopo la sconfitta del Partito popolare, dopo l’acquiescenza al fascismo, e grazie alla partecipazione alla Resistenza, la Costituzione è stato il dono più alto che i cattolici, certo non da soli, hanno fatto all’Italia. Ora si dovrebbe cambiarla per portarla su posizioni più avanzate (più diritti, più sicurezza sociale, lavoro, cultura, più garanzie contro la cattiva “governabilità” e l’arroganza della politica), non certo sfasciarla.
Queste sono le ragioni, laiche e sacrosante, del nostro NO alla rottamazione costituzionale. Fatto a Roma il 21 gennaio 2016, dopo l’approvazione in seconda lettura della nuova Costituzione da parte del Senato, senza i due terzi dei voti Anna Falcone, avvocata, Domenico Gallo, magistrato, Raniero La Valle, giornalista, Alex Zanotelli, missionario comboniano, Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, Lorenza Carlassare, costituzionalista, Paolo Maddalena, vice-presidente emerito della Corte Costituzionale, Boris Ulianich, storico del cristianesimo, Enrico Peyretti, “operaio del leggere e scrivere”, Torino, Adista, settimanale di informazione politica e documentazione, avv. Francesco Di Matteo, presidente del Comitato per il No di Bologna, Giovanni Avena, giornalista, Roma, Eletta Cucuzza, Roma, Angelo Cifatte, funzionario comunale, Genova, Marcello Vigli, Roma, Lidia Menapace, partigiana già senatrice, “Koinonia”, mensile, Convento San Domenico, Pistoia, Alberto Simoni, domenicano, Vittorio Bellavite, “Noi siamo Chiesa”, Lorenzo Acquarone, docente universitario, già parlamentare, Genova, Suore orsoline di Casa Rut, Caserta, Raffaele Luise, presidente del Cenacolo degli amici di papa Francesco, Maurizio Chierici, giornalista, Waldemaro Flick, avvocato, Genova, Francesco De Notaris, senatore nella XII legislatura, Napoli, Giuseppe Campione, docente di Geografia politica, presidente della Regione Sicilia dopo le stragi del ’92, avv. Nanni Russo, già parlamentare, Savona, Sergio Tanzarella, professore di Storia della Chiesa, Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, Pasquale Colella, docente di diritto canonico, Napoli, I redattori de “Il tetto”, Napoli, Giuseppe Florio, Presidente di “Progetto Continenti”, Roma, Lanfranco Peyretti, Marco Romani, “Pane Pace Lavoro”, Reggio Emilia, Gilberto Squizzato, giornalista, Busto Arsizio, Marina Sartorio, insegnante, Genova, Maria Pia Porta, insegnante, Genova, Paolo Farinella, prete, Genova, Paolo Lucchesi, sindacalista, Barberino Val D’Elsa (FI), Antonino Cinquemani, Palermo, Maria Luisa Paroni, Sabbioneta (Mantova), Giovanni Bianco, giurista, Nicola Colaianni, professore di diritto ecclesiastico, Bari, Franco Ferrara, Presidente Centro Studi Erasmo, Gioia del Colle, Carlo Cautillo, prete passionista, Claudio Michelotti, Parma, Michele Celona, architetto, Mantova, Maria Luisa Maioli, pensionata, Mantova, Gaetano Briganti, insegnante, Mercogliano (Av), Fiorella Ferrarini, ANPI di Reggio Emilia, Valeria Indirli, catechista, Roncoferraro (Mantova), Rosa Pappalardo, San Fratello (Messina), Corrada Salemi, Dina Rosa, Agoiolo (CR) per SALVIAMO IL PAESAGGIO (sezione casalasca), prof.ssa Marzia Benazzi, Mantova, Bianca Mussini, maestra, Bozzolo (Mn). Eliana Strona, Torino, Carla Zauli, Bologna, Stefano Ventura, ricercatore CNR, capo scout, Bologna, Giovanni Nespoli, Renata Rossi, insegnante, Giorgio Azzoni, diacono, Carla Pellacini, Gianni Gennari, teologo e giornalista, Annamaria Fiengo, insegnante di filosofia, Marco Badiali, Salesiano Cooperatore, Bologna, Luigi Bottazzi, presidente del Circolo G. Toniolo di Reggio Emilia, Fabio Ragaini, Francesco Capizzi, chirurgo, Bologna, Giuseppe Acocella, ordinario di Teoria generale del diritto, Università Federico II, Napoli, Maria Teresa Cacciari, Bologna, Roberto Mancini, docente di filosofia, Università di Macerata, Aldo Antonelli, prete, Avezzano (AQ), Carmine Miccoli, prete, Lanciano (CH), Pio Russo Krauss, Comunità cristiana di Via Caldieri, Napoli, Antonio Vermigli, direttore della rivista “In dialogo”, Quarrata (PT), Giancarlo Poddine, Savona, Antonio Mammi, Comitati Dossetti di Casalgrande, Reggio Emilia, Angela Mancuso, Firenze, Nicola Tranfaglia, Università di Torino, Grazia Tuzi, eredi via Chiesa Nuova 14, (Comunità del porcellino), Emanuele Chiodini, San Martino Siccomano, (PV), Aristide Romani, Flavio Pajer, Biblioteca per le scienze religiose (TO), Saverio Paolicelli, Antonio D’Andrea, Margherita Lazzati, fotografa, Milano, Marina Lazzati, pedagogista, Fausto Pellegrini, giornalista, Carlo Cefaloni, Franca Maria Bagnoli, insegnante, Ivano Pioli, Ilario Maiolo, avvocato, Roma, Piera Capitelli, già Sindaco di Pavia, Totu Paladini, Fulvio Mastropaolo, ordinario di diritto civile a Roma tre, Anna Sforza, educatrice penitenziario di Bologna, Eli Colombo, Augusto Cacopardo, Firenze, Agata Cancelliere, insegnante, Roma, Nino Cascino, ricercatore sociale, Roma, Giorgio Nebbia, professore, ambientalista, Roma, Maria Ricciardi, Felice Scalia S.J., gesuita, Messina, Luciano Benini, Comitato per la Costituzione, Fano, Marco Bernabei, psicologo, Mauro Magini, chimico, Roma, Marta Lucia Ghezzi, Pavia, Mauro Armanino, missionario e antropologo, Niamey (Niger), Andrea Rocca, Paolo Candelari, Miriam Gagliardi, Vladimir Sabillón, grafico, Francesco Riva, cooperante, Jessica Veronica Padilla, bancaria, Donatella Gregori, dipendente pubblico, Pietro Vecchi, studente di architettura, Donatella Caruso, insegnante, Loris Lanzoni, imprenditore, Ilaria Barbieri, maestra, Umberto Musumeci, Montebelluna (TV), Antonio Caputo, Giustizia e Libertà, Giovanna Fantoli Lazzati, Maria Rosa Filippone, bibliotecaria, Genova, Mario Epifani, avvocato, Genova, Raffaele Porta, professore di liceo, Andrea Trucchi, avvocato, Genova, Daniele Ferrarin, Vicenza, Mauro Bortolani, Reggio Emilia, Renzo Dutto e la Comunità di Mambre, (Cuneo). Franco Camandona, medico, Genova, Giuliano Minelli, Maurizio Mazzetto, prete, Vicenza, Luca Pratesi, neurologo, Roma, Giandomenico Magalotti, Francesco Grespan, Maria Paola Patuelli, Luigi Antonio Faraco, Marzabotto, Giacomo Grappiolo, insegnante, Genova, Paolo Palma, presidente dell’associazione Dossetti “Per una nuova etica pubblica”, già deputato dell’Ulivo, Irene e Francesco Palma, Cosenza, Irene Scarnati, insegnante di lettere, Cosenza, Giovanni Serra, imprenditore sociale, già assessore al Welfare, Cosenza, Franca Sità, Gianni Russotto, pensionato, Genova, Giovanni Colombo, avvocato, Milano, Giuseppe Deiana, presidente dell’Associazione C.C. Puecher di Milano, Mauro Castagnaro, giornalista, Francesco Piersante, Luigi Mariano Guzzo, Università Magna Graecia, Catanzaro, Gian Luigi Montorsi, imprenditore, Reggio Emilia, Andriotto Pietro, Costanza Boccardi, casting director, Napoli, Velia Galati, volontaria emerita della Croce Rossa Italia, Genova, Mario Corinaldesi, soccorritore ambulanza ed autista taxi sociale, Agugliano, (AN), Alessandro Bongarzone, giornalista, Angelo Bertucci, Monica Pendlebury, Jacopo Bertucci, Yasmin Bertucci, Giampietro Filippi, geologo, Savona, Giuseppe Claudio Godani , Docente di Filosofia. Genova, Alberto Pane, Andrea Rocca, insegnante, Milano, Dino Biggio, Cagliari, Givanni Battista Baggi, Cassino, Francesco Zanchini, ordinario di diritto canonico, avvocato di Rota romana, padre Marco Malagola, missionario francescano, Claudia Aceto, Cuneo, Elisabetta Agri, don Fredo Olivero, Torino, Anna Maria Donnarumma, docente di filosofia, presidente ONG PRO.DO.C.S., Dionisio Paglia, Comitato Frosinone del Coordinamento Democrazia Costituzionale, Frosinone, Santino Di Dio, Gianni La Greca, Palermo, Roberto De Vita, Ordinario di sociologia Università di Siena, Firenze, Eva Maio, Cuneo, don Ennio Stamile, Mauro Banchini, prof. Francesco Pistoia, già Senatore della Repubblica, Corigliano, Mariangela Maraviglia, storica, Pistoia, Angela Bettoni, Pierluigi Sorti, Roma, Cesare Scurati, Cormano, Alessandra Casati, Cormano, Alberto Mario Garau, missionario italiano nel Patriarcato Latino di Gerusalemme Be’ershewa, Israel, Mauro Matteucci, educatore, Roberto Cerchio, Marino Bruno, insegnante, Genova, Piera Filippone, già insegnante, Genova, Nicolò Fuccaro, volontario di Libera,Genova, Giovanni Lugli, psichiatra, Modena, Luisa Marchini, Bologna. Massimo Angelini, direttore editoriale, Genova, Nicoletta Frediani, Genova, Massimiliano Pradarelli, insegnante, Faenza, Rosaria Anna Rizzo, Rino Spedicato San Pancrazio Salentino (Br), Lorenzo Murray, Alberto Campedelli, Correggio (R.E.), Anna Doria, Giovanni Marras, Franco Borghi,

La sede del Comitato dei cattolici del NO è in Via Acciaioli 7, 00186, Roma tel. 066868692, fax 066865898, mail: cattolicidelno@gmail.com, e in ogni computer o cellulare che fungerà da campana per avvertire del pericolo. Il Comitato aderisce al Comitato per il No nel referendum e al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...