Marcello Veneziani, La Verità – 7 novembre 2023
mercoledì 8 novembre 2023
Patriota perché cristiano
domenica 24 settembre 2023
Metà Milano, a non esagerare, volle seguire il feretro al Cimitero
È il 6 gennaio 1873: al termine della Messa, Alessandro Manzoni esce dalla chiesa di San Fedele a Milano, scivola e cade a terra. Ha 88 anni e le sue condizioni, dopo la brutta caduta, peggiorano rapidamente.
Il 22 maggio muore e al suo funerale partecipano le più alte cariche dello Stato, tra cui il futuro re Umberto I e le rappresentanze della Camera e del Senato.
“Per le strade un gridio di venditori di fotografie del gran poeta, di ritratti d’ogni formato, d’ogni prezzo. Le pareti delle case erano tappezzate di avvisi portanti il nome del Manzoni […] gli uomini erano tutti nelle vie, e metà Milano, a non esagerare, volle seguire il feretro al Cimitero», così descrive Felice Venosta il giorno dei funerali.”
Linguaggio cinematografico ante litteram
"Sono convinto che si possa leggere la prima pagina de I promessi sposi come il movimento di camera che dall’alto si avvicina al suo oggetto. Non rida. Manzoni usa il linguaggio cinematografico prima che sia stato inventato.”
Umberto Eco in merito a I promessi sposi durante un’intervista con Antonio Gnoli
lunedì 17 luglio 2023
Don Abbondio: il vero protagonista
Manzoni ebbe una straordinaria importanza nella formazione di scrittore di Sciascia. Tra le sue prime letture Sciascia ha sempre ricordato I Promessi Sposi e la Storia della colonna infame: Manzoni, insieme agli illuministi francesi, rappresentò, per quel precoce e avidissimo lettore, la ragione e un modo di ragionare da opporre all’irrazionale pirandellismo in natura che aveva scoperto nella sua vita di ogni giorno. Tra gli scrittori più amati, lo scrittore milanese occupa un posto di primissimo piano, e Sciascia non mancò di dichiararlo: «Se mi si chiedesse a quale corrente di scrittori appartengo, e dovessi limitarmi a un solo nome, farei senza dubbio quello di Manzoni».
L’interesse critico di Sciascia per l’opera manzoniana ha dovuto misurarsi con il diffuso disamore, l’insofferenza quasi, che spesso si accompagna all’autore dei Promessi sposi, e per colpa soprattutto della scuola italiana, che ha imposto la lettura del romanzo agli studenti con interpretazioni stereotipate e fuorvianti. Sciascia ebbe la fortuna di leggerlo, come egli stesso confessa, prima che glielo facessero leggere a scuola, avendo così modo di apprezzarne l’autentico valore. I suoi saggi su Manzoni sono talvolta coincisi con iniziative editoriali che miravano a una più avvertita divulgazione dell’opera manzoniana, e in cui il suo contributo doveva risultare fondamentale.
La raccolta di saggi intitolata Cruciverba accoglie i due scritti più importanti tra quelli che Sciascia ha dedicato a Manzoni: «Goethe e Manzoni» e «Storia della colonna infame».
Nel primo saggio Sciascia prende spunto da alcune annotazioni dei Colloqui con Goethe di Eckermann, e precisamente da quelle in cui il grande autore tedesco parla dei Promessi sposi, di cui leggeva l’edizione del 1827, riassumendone l’eccellenza in quattro punti: la storia; la religione cattolica; le lotte rivoluzionarie; l’amore e la conoscenza dei luoghi. Per Sciascia, questi quattro pregi del romanzo sono suscettibili di aprire, ciascuno, un discorso, e ne trova conferma in Pirandello, che questo passo dei Colloqui trascrisse, traducendolo, in un suo taccuino di appunti, ma senza nessuna indicazione, con la conseguenza che la critica l’ha ritenuto un giudizio di Pirandello su Manzoni. Sul primo dei quattro pregi, Goethe, terminata la lettura del romanzo, doveva ricredersi; ma questo discorso ne apre un altro, e il più importante per Sciascia, sulla Storia della colonna infame, che si preferisce affrontare più avanti, prima occorre far cenno alla lettura di Sciascia del romanzo manzoniano.
Tra le considerazioni di Goethe sui Promessi sposi, Sciascia ne trova una che vale a chiarirgli il valore del romanzo e insieme il valore della scrittura, intesa con felicità, come felicità, anche nell’angoscia. La felicità della scrittura, come altrove si è detto la felicità della letteratura, trattando della sua idea di letteratura come forma del dilettantismo, del dilettarsi. Nella scrittura manzoniana Sciascia ha riconosciuto l’espressione più alta della scrittura come forma della felicità, della felicità della scrittura, proponendo così un Manzoni certamente originale, da contrapporre alla fama corrente di scrittore noioso: «C’è poi, straordinario, l’accostamento di due parole, di due stati d’animo; l’angoscia, la felicità. Ci sono tante definizioni del classico, di quel che è classico, di quel che è un classico (e di solito in contrapposizione a barocco o romantico), ma qui, sulle pagine del Manzoni, mi pare che Goethe adombri la più giusta: classico è la capacità di rappresentare tutto, anche l’angoscia, soprattutto l’angoscia, “con mirabile felicità”. La felicità dello scrivere, la felicità della scrittura, la felicità della “dicitura”: per quanto greve, angosciante, affannosa sia la realtà che vi si rappresenta. I promessi sposi è un libro angoscioso e, in un certo senso, disperato; ma è anche un libro felice».
C’è un episodio della vita di Manzoni che Sciascia apprese da una vecchia antologia scolastica e che egli assume ad esemplificazione di uno dei punti in cui Goethe sintetizza l’eccellenza del romanzo, quello delle «lotte rivoluzionarie»: in quell’occasione l’autore dei Promessi Sposi diede prova di grande coraggio e insieme di suprema discrezione. Quell’episodio diviene per Sciascia «una specie di chiave di lettura dell’opera, ponendosi come spiegazione del rapporto tra il personaggio protagonista del romanzo e il suo autore»: un caso evidente di quell’interesse che sempre Sciascia ripone nella biografia di un autore per meglio comprenderne l’opera.
Prima che a scuola gli venisse indicato il protagonista del libro nella Provvidenza, Sciascia aveva già maturato la convinzione che il vero protagonista del romanzo fosse don Abbondio, e non ci fu commentatore o professore che riuscisse a fargli cambiare idea. Ad un certo punto, anzi, doveva scoprire un libro che quella convinzione avrebbe confermato e motivato: Il sistema di don Abbondio di Angelandrea Zottoli, poco o punto presente nelle scuole italiane. L’originale interpretazione del romanzo manzoniano viene illustrata da Sciascia muovendo proprio dal saggio di Zottoli: «“Figura circospetta e meditativa”, dice Zottoli, che si mostra appena Adelchi cade e che da Adelchi apprende che “una feroce forza il mondo possiede” e che “loco a gentile, ad innocente opra non v’è: non resta che far torto o patirlo”. Ma questa visione della vita, questo pessimismo, è per don Abbondio un riparo e un alibi: don Abbondio è forte, è il più forte di tutti, è colui che effettualmente vince, è colui per il quale veramente il “lieto fine” del romanzo è un “lieto fine”. Il suo sistema è un sistema di servitù volontaria: non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, da una posizione di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia spagnola del secolo XVII. Un sistema perfetto, tetragono, inattaccabile. Tutto vi si spezza contro. L’uomo del Guicciardini, l’uomo del “particulare” contro cui tuonò il De Sanctis, perviene con don Abbondio alla sua miserevole ma duratura apoteosi. Ed è dietro questa sua apoteosi, in funzione della sua apoteosi, che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano…».
Nella conclusione del saggio l’argomentazione di Sciascia si fa stringente: «Anni addietro Cesare Angelini, dopo più di mezzo secolo di amorosa, attenta e sottile lettura dell’opera manzoniana, fu come folgorato da una domanda: perché se ne vanno? perché Renzo e Lucia, ormai che tutto si è risolto felicemente per loro, ormai che nel castello di don Rodrigo c’è un buon signore e nulla più hanno da temere, lasciano il paese che tanto amano? Non seppe trovare risposta. E pure la risposta è semplice: se ne vanno perché hanno già pagato abbastanza, in sofferenza, in paura, a don Abbondio e al suo sistema; a don Abbondio che sta lì, nelle ultime pagine del romanzo, vivo, vegeto, su tutto e tutti vittorioso e trionfante: su Renzo e Lucia, su Perpetua e i suoi pareri, su don Rodrigo, sul cardinale arcivescovo. Il suo sistema è uscito dalla vicenda collaudato, temprato come acciaio, efficientissimo. Ne saggiamo la resistenza anche noi, oggi: a tre secoli e mezzo dagli anni in cui il romanzo si svolge, a un secolo e mezzo dagli anni in cui Alessandro Manzoni lo scrisse».
Nell’interpretazione sciasciana I promessi sposi perdono il carattere provvidenzialistico che ha voluto leggervi una certa critica, propensa ai luoghi comuni, che ha spopolato tra i banchi di scuola. Al contrario, il romanzo si presenta, per Sciascia, come una disamina lucidissima e spietata della società italiana: del tempo in cui il romanzo si svolge, del tempo in cui Manzoni lo scrisse, del tempo in cui noi lo leggiamo. In un’altra occasione, sempre a proposito del romanzo manzoniano, Sciascia ha affermato: «La sua opera è generalmente vista come il prodotto di un cattolico italiano piuttosto tranquillo e conformista, quando invece si tratta di un’opera inquieta, che racchiude un’impietosa analisi della società italiana di ieri e di oggi e delle sue componenti più significative. Un libro, un’opera che contiene tutta l’Italia, persino l’Italia che più tardi sarà descritta da De Roberto ne I viceré, da Pirandello ne I vecchi e i giovani, da Vitaliano Brancati ne Il vecchio con gli stivali, addirittura l’Italia delle Brigate Rosse». E quanto al cattolicesimo di Manzoni, Sciascia ha dichiarato: «è stato detto che ha convertito, convertendosi, l’illuminismo al cattolicesimo; ma io penso che in lui è forse accaduto il contrario: il cattolicesimo si è convertito all’illuminismo».
Vi è un altro saggio in Cruciverba nel quale si fa cenno ai Promessi sposi: «Un cruciverba su Carlo Eduardo», dove il Waverley di Walter Scott viene indicato tra le fonti del romanzo manzoniano, come aveva notato Corrado Alvaro, e attraverso la segnalazione di alcuni dei punti nei quali l’esteriore struttura dei due romanzi coincide.
Come Sciascia ricorda in «Goethe e Manzoni», l’autore del Faust, finito di leggere il romanzo, si era ricreduto su uno dei quattro pregi che vi aveva ravvisato, la storia, e si era convinto che lo storico avesse giocato un brutto tiro al poeta. E’ pur vero, e Sciascia ne tiene conto, che Goethe leggeva I promessi sposi nell’edizione del 1827, dove la fusione di storia e invenzione non è compiutamente raggiunta; se egli avesse letto l’edizione del 1840, si domanda Sciascia, avrebbe continuato a sostenere che Manzoni commetteva da storico peccato contro la poesia? Tra le parti di storia inserite nel romanzo del 1827 vi era la cronaca del processo ai presunti untori celebrato durante la peste milanese del 1630, cronaca che sarebbe stata pubblicata in appendice all’edizione del 1840 del romanzo, con il titolo Storia della colonna infame. Quest’opera, tra le opere manzoniane, ha sempre suscitato un interesse assolutamente prioritario in Sciascia, che ha affermato: «Potremmo magari lasciar da parte I promessi sposi: la Storia della colonna infame dovrebbe esser ben presente, oggi».
Al volumetto manzoniano Sciascia ha dedicato uno scritto particolarmente denso, raccolto in Cruciverba. Prima di Manzoni, l’illuminista Pietro Verri aveva dedicato la sua attenzione ed il suo sdegno ai tragici fatti milanesi; e con Verri Manzoni entra in parziale polemica per ciò che pertiene le responsabilità di quei gravi casi d’ingiustizia. Sciascia sceglie di stare con Manzoni: «Più vicini che all’illuminista ci sentiamo oggi al cattolico. Pietro Verri guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni; Manzoni alle responsabilità individuali. La giustezza della visione manzoniana possiamo verificarla stabilendo una analogia tra i campi di sterminio nazisti e i processi contro gli untori, i supplizi, la morte». E all’obiezione che quei giudici fossero uomini di cui tutta Milano riconosceva l'integrità, obiezione avanzata da Fausto Nicolini nel suo Peste e untori del 1937, autentico bersaglio polemico di questo scritto, Sciascia risponde stabilendo appunto un’analogia con i campi di sterminio nazisti: «viene da pensare a quel libro di Charles Rohmer, L’altro, che è quanto di più terribile ci sia rimasto nella memoria e nella coscienza di tutta la letteratura sugli orrori nazisti pubblicata dal 1945 in poi: “una dimostrazione per assurdo, in cui è proprio la parte di umanità rimasta nei burocrati del Male, la loro capacità di sentire ed agire come tutti noi, a dare l’esatta misura della loro negatività” […] Non si accorge, il Nicolini, che quel di cui c’è da tremare è appunto questo: che quei giudici erano onesti e intelligenti quanto gli aguzzini di Rohmer erano buoni padri di famiglia, sentimentali, amanti della musica, rispettosi degli animali. Quei giudici furono “burocrati del Male”: e sapendo di farlo».
Nell’opera manzoniana Sciascia legge l’analisi, lucida e tormentata, delle responsabilità individuali imputabili a uomini che hanno il potere di giudicare altri uomini, e tanto più acuta e dolorosa è quest’analisi in quanto riferita a uomini non eccezionalmente malvagi né a tempi di eccezionale oscurità, ma a uomini con la loro parte di umanità, e in qualsiasi tempo: occorre vigilare perché più non accada che alcuni uomini possano disporre della libertà e della vita di altri uomini, e proprio perché ciò può accadere sempre: «Poiché il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti. Il passato che non c’è più – l’istituto della tortura abolito, il fascismo come passeggera febbre di vaccinazione – s’appartiene a uno storicismo di profonda malafede se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora. E il fascismo c’è sempre».
Il Manzoni che più interessa a Sciascia è quello che compiutamente si esprime nella Storia della colonna infame, dove con maggiore evidenza che nel romanzo il moralismo è molto più prepotente delle credenze religiose. Per Sciascia la Storia costituisce una deviazione imprevista dal percorso tracciato dalla fede, percorso nel romanzo coerentemente seguito; una chiave di lettura, la più congeniale, con cui aprire il medesimo romanzo all’interpretazione che egli ne diede. Un’opera che dapprima Manzoni chiamò appendice storica sulla Colonna Infame, e appunto da appendice è trattata, con disattenzione e superficialità, dice Sciascia. E sulla scelta dell’autore di fare della Storia un’opera separata dal romanzo, Sciascia coglie le vere ragioni di questo piccolo grande libro: «La ragione per cui Manzoni espunge dal romanzo la Storia non è soltanto tecnica – cioè quella ragione di cui lungamente, sull’edizione dei Promessi Sposi del 1827, Goethe discorre con Eckermann. La ragione è che sui documenti del processo, sull’analisi e le postille di Verri, Manzoni entrò, per dirla banalmente, in crisi. La forma, che non era soltanto forma, e cioè il romanzo storico, il componimento misto di storia e d’invenzione, gli sarà apparsa inadeguata e precaria; e la materia dissonante al corso del romanzo, non regolabile ad esso, sfuggente, incerta, disperata. E c’è da credere procedessero di pari passo, in margine alla sublime decantazione o decantata sublimazione (da nevrosi, si capisce) in cui andava rifacendo il romanzo, l’abbozzo della Colonna Infame e la tesura del discorso sul romanzo storico. Due grandi incongruenze, a considerare che venivano dallo stesso uomo che stava tenacemente attaccato a rifare e affilare un componimento misto mentre ne intravedeva e decretava la provvisorietà e ne preparava uno, per così dire, integrale da cui l’invenzione veniva decisamente esclusa».
Infine, a proposito della scarsa fortuna che quest’opera avrebbe incontrato presso i lettori, e della previsione che ne aveva fatto Manzoni, Sciascia dichiara di avere egli ripreso quel genere così poco praticato in Italia, e qui dovrebbe aprirsi un lungo discorso sull’opera sciasciana, ma poiché esula dal tema qui preso in esame basterà avervi fatto cenno. Dichiara Sciascia: «Non c’era mai stato niente di simile, in Italia; e quando qualcuno, più di un secolo dopo, si attenterà a riprendere il “genere” (poiché Manzoni, come esattamente dice il Negri, prefigura il “genere” dell’odierno racconto-inchiesta di ambiente giudiziario), “le silence s’est fait”: come allora».
fonte: Marcello D'Alessandra, amicisciascia.it
mercoledì 5 luglio 2023
Cantore delle vittime e degli ultimi
Cari fratelli e sorelle!
Lo scorso 22 maggio si è commemorato il 150° anniversario della morte di una delle figure più alte della letteratura, Alessandro Manzoni. Egli, attraverso le sue opere, è stato cantore delle vittime e degli ultimi: essi sono sempre sotto la mano protettrice della Provvidenza divina, che «atterra e suscita, affanna e consola»; e sono sostenuti anche dalla vicinanza dei pastori fedeli della Chiesa, presenti nelle pagine del capolavoro manzoniano.
Papa Francesco, 28 maggio 2023
Un grande scrittore, un grande italiano, un grande milanese
Autorità, gentili ospiti, care
studentesse e cari studenti.
Ringrazio, a nome di tutti per i loro interventi, il Sindaco, il Presidente della Regione, il Prof. Bazoli, il Prof. Stella.
Ho deposto questa mattina una corona di fiori sulla tomba di Alessandro Manzoni, in questo 150° anniversario della sua morte. Un grande scrittore, un grande italiano, un grande milanese. Perché, caro sindaco, non si può spiegare Manzoni senza Milano e, penso che si possa dire, Milano senza Manzoni.
Con questa cerimonia – così
raccolta e partecipata, per questo sarebbe piaciuta certamente a Manzoni –
vogliamo rendere testimonianza di quanto l’Italia gli sia debitrice, in termini
di pensiero, di produzione letteraria, di esempio morale, di evoluzione della
lingua. Manzoni, uno degli spiriti più nobili del nostro Ottocento, protagonista
del Romanticismo e del Risorgimento italiano. Definito, a ragione, il padre del
romanzo italiano e maestro indiscusso di tante generazioni di letterati e di
patrioti.
La lettura dei “Promessi Sposi” ci riserva, ogni volta, nuovi e sorprendenti aspetti, per finezza, per arguzia, per profondità, per vividezza delle descrizioni, per il tratteggio psicologico dei personaggi; talmente autentici che i loro nomi, ancora oggi, definiscono caratteri esemplari.
Abbiamo appena ascoltato, con una lettura particolarmente intensa – che qui la ringraziamo tutti - da parte Eleonora Giovanardi, l’episodio dell’incontro a quattr’occhi di fra’ Cristoforo con don Rodrigo. Sono eccezionali, in quel momento e in quel passaggio del romanzo, il gioco degli sguardi, quasi cinematografico, il movimento scenico, il dialogo drammatico, che si intreccia tra i rappresentanti di due concezioni del mondo così diverse: l’umiltà, la sete di giustizia, l’umanità da un lato; l’arroganza, la protervia, la prepotenza dall’altro.
Nello sterminato territorio che separa l’universo valoriale di fra’ Cristoforo da quello, turpe, di don Rodrigo si muove - sembra dirci Manzoni - la storia, cammino dolente ma inarrestabile dell’umanità verso il futuro.
Genti e popoli in marcia, con le loro speranze, i loro progressi, le loro miserie, le loro cadute. Un percorso che - come è stato ricordato poc’anzi - Manzoni affida nelle mani della Divina Provvidenza. Ma che è quanto di più lontano da un rassegnato fatalismo, perché gli uomini, mediante la loro forza e le loro debolezze, sono e restano i costruttori del proprio presente e del proprio avvenire.
Figlio del suo secolo, Manzoni ha avuto la peculiarità - che appartiene soltanto ai grandi - di gettare sulla società e sulla realtà storica del suo tempo uno sguardo lungimirante, capace di andare oltre, collegandosi – e spesso ispirandole - alle forze più vive e dinamiche della cultura italiana ed europea, pervase dall’aspirazione alla libertà, all’indipendenza, all’autodeterminazione. Un’aspirazione che non può essere disgiunta dall’opposizione e dalla ripugnanza nei confronti della tirannide, dell’abuso di potere, della violenza, dell’ingiustizia, specialmente contro i poveri, gli umili, gli indifesi.
Manzoni si è sempre sottratto, per la sua proverbiale riservatezza e anche per ragioni di salute, alla militanza politica in senso stretto. Ma è considerato, ben a ragione, un ispiratore e un propulsore del nostro Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Ed è, a tutti gli effetti, un padre della nostra Patria.
Ricollegandosi alla grande tradizione della poesia civile, di Dante, Petrarca, Foscolo, ambiva a un’Italia unita, che non fosse una mera espressione geografica, una addizione a freddo di diversi Stati e staterelli, ma la sintesi alta di un unico popolo, forte, orgoglioso della sua cultura, della sua storia, della sua lingua, delle sue radici. Ve ne è traccia, efficace e di rimpianto, nel Coro dell’Adelchi.
Al poeta Lamartine, che aveva parlato sprezzante di “diversità” di “popoli” italiani, Manzoni rispose con una lettera sdegnata: «No, non c’è più differenza tra l’uomo delle Alpi e quello di Palermo che tra l’uomo sulle rive del Reno e quello dei Pirenei.»
Cattolico integrale, ma mai integralista, Manzoni ha affrontato la questione dell’ingresso e della presenza delle masse cattoliche all’interno del processo risorgimentale e di formazione nazionale, respingendo ogni tentazione di mantenimento di forme di potere temporale della Chiesa, da lui considerato storicamente superato, origine di corruzione e fonte di gravi mali. Fu Paolo VI, Prof. Bazoli, a ricordare che fu provvidenziale la perdita del potere temporale ad opera dello Stato italiano.
Anche quando queste tentazioni temporalistiche o neotemporalistiche si presentavano nella forma temperata e accattivante proposta da animi illuminati, come Gioberti o il suo amico, e padre spirituale, Rosmini. Da senatore, infatti, Manzoni non ebbe alcuna remora nel votare a favore di Roma capitale, nonostante la minaccia di scomunica papale.
Si è molto parlato e discusso - a proposito di Manzoni – del suo cattolicesimo liberale; del suo punto di vista sulle masse popolari, del suo interesse - del suo amore, in realtà - per gli umili e per gli oppressi.
Francesco De Sanctis, in pagine illuminanti, definisce la concezione manzoniana come “eminentemente democratica”: «Non è il titolo - scriveva De Sanctis - e non la ricchezza, e non la dignità e neppure la scienza che crea l’interesse estetico; è il carattere morale, non privilegio di classe o di professione, ma partecipe a tutti: ideale democratico – aggiungeva De Sanctis - che è la negazione di ogni aristocrazia di convenzione.»
Conosciamo le riserve di Gramsci e di altri studiosi sul cosiddetto “paternalismo” manzoniano o sul suo vero o presunto “moderatismo”. Non spetta certo a me rievocare o valutare queste controversie politico-letterarie, peraltro influenzate dallo spirito dei tempi in cui si svilupparono. Ma vorrei condividere qualche breve riflessione sul Manzoni civile.
A proposito del Romanticismo e del Risorgimento italiano si cita spesso la triade Dio, Patria, Famiglia, quasi in contrapposizione alla triade della Rivoluzione Francese, Libertà, Eguaglianza, Fraternità. È una cesura eccessivamente schematica.
Il romantico e cattolico Manzoni, in verità, non rinnega i valori della Rivoluzione Francese, anzi, li approva e li condivide, insistendo soprattutto sul quello più trascurato, la fraternità. La Rivoluzione Francese, secondo Manzoni, aveva tradito questi valori, perché, con il giacobinismo, si era trasformata nell’ideologia del Terrore e della violenza.
Nulla, per l’autore dei Promessi Sposi, è più nefasto delle teorie politiche astratte che immolano sull’altare della ragion di Stato i diritti di uomini o di intere popolazioni. Nulla, per lui, è più sacro della vita umana. La verità deve prevalere sulla menzogna, la tolleranza sull’odio, la pietà sulla violenza, la morale sul calcolo di convenienza.
A differenza di molti suoi contemporanei, che vagheggiavano improbabili ritorni a ere classiche e pre-cristiane, scrive che non bisogna provare alcuna nostalgia per “la barbarie degli antichi”, un’epoca caratterizzata da guerre di conquista, stermini, distruzioni, sopraffazioni, riduzione in schiavitù.
Non c’è alcun quietismo, alcuna rassegnazione: Manzoni sostiene i moti di indipendenza nazionale, incoraggia i venti di libertà che spirano in Italia e in tante altre parti del mondo – non a caso nella Pentecoste ricorda America Latina, Irlanda, Libano e Haiti – giungendo, davanti alle aggressioni e alle ingiustizie, a teorizzare la legittimità della resistenza.
Ma - nella sua visione - è la persona, in quanto figlia di Dio, e non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale, a essere destinataria di diritti universali, di tutela e protezione. È l’uomo in quanto tale, non solo in quanto appartenente a una nazione, in quanto cittadino, a essere portatore di dignità e di diritti.
Colpisce quanto ricordato da Margherita Provana di Collegno, assidua frequentatrice di Manzoni, a proposito del triste fenomeno della schiavitù: Manzoni le confidò, infatti, che “benché l'America abbia il Governo più libero ed il Re di Napoli il più tirannico, pure, se gli avessero fatto scegliere di rinascere, o americano, o napoletano, avrebbe preferito di nascere napoletano, perché nulla esiste di peggio della mostruosa schiavitù.”
Nell’idea manzoniana di libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà si può scorgere una anticipazione della visione di fondo della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948.
Una carta fondamentale, nata dopo gli orrori della Seconda Guerra mondiale, che individua la persona umana in sé, senza alcuna differenza, come soggetto portatore di diritti, sbarrando così la strada a nefaste concezioni di supremazia basate sulla razza, sull’appartenenza, e, in definitiva, sulla sopraffazione, sulla persecuzione, sulla prevalenza del più forte. Concetti e assunti che – come ben sappiamo - sono espressamente posti alla base della nostra Costituzione repubblicana.
Dai diritti dell’uomo la concezione manzoniana si allarga a quella del diritto internazionale e dei rapporti tra gli Stati, dove si ritrova una critica lucida e serrata al nazionalismo esasperato. Perché la moralità, la fraternità e la giustizia devono prevalere sugli odi, sugli egoismi, sulle inutili e controproducenti rivalità.
Scrive Manzoni in un frammento delle Osservazioni sulla Morale Cattolica, pubblicato postumo: “Bisogna sentire e ripetere che la somiglianza che ci dà l’essere d’uomo è ben più forte che la diversità di nazione; che il Vangelo ci ha fatto conoscere che abbiamo un cuore grande abbastanza per amar tutti gli uomini; che gli sforzi di una nazione contro l’altra (…) son sempre piccioli, perché fondati sulla passione e non sulla ragione e sulla verità; sono inutili, perché non ottengono stabilmente nemmeno il fine che si propongono quelli che li fanno; sono impolitici, perché producono (…) l’indebolimento e il pervertimento dei popoli”.
Manzoni si spinge anche oltre, prefigurando la illiceità di accordi internazionali ratificati sulla testa dei popoli e degli Stati: in una lettera al genero Giovan Battista Giorgini, del marzo 1861, parla esplicitamente della “ingiustizia e la nullità morale di trattati stipulati da alcuni sugli affari d’altri, senza sentirli e con il solo titolo della forza, e dell’inaudita e iniquissima teoria che attribuiva a quegli alcuni … il diritto di costituire un diritto sopra gli altri.”
Per concludere, vorrei segnalare
un ultimo aspetto che mi sembra di particolare attualità.
Sono state scritte pagine illuminanti sulla sua vicinanza, sull’empatia, sulla condivisione nei confronti delle masse popolari, che per la prima volta diventano protagoniste di un romanzo. Utilizzando una terminologia moderna, di oggi, possiamo parlare di un Manzoni certamente “popolare”, ma non “populista”.
Il legame controverso che Manzoni stabilisce tra potere e opinione pubblica, tra giustizia e sentimenti diffusi, ci induce a riflettere - sia pure in tempi incommensurabilmente distanti - sui pericoli che oggi corrono le società democratiche di fronte alla diffusione del distorto e aggressivo uso dei social media, dell’accentramento dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi, della disinformazione organizzata e dei tentativi di sistematica manipolazione della realtà.
E, anche, sulla tendenza, registrabile in tutto il mondo, di classi dirigenti di assecondare la propria base elettorale o di consenso e i suoi mutevoli umori, registrati di giorno in giorno tramite i sondaggi, piuttosto che dedicarsi a costruire politiche di ampio respiro, capaci di resistere agli anni e di definire, in tal modo, il futuro.
Già nei Promessi Sposi, nei capitoli dedicati alla peste, Manzoni scriveva icasticamente a proposito di questi rischi: “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.
La “Storia della Colonna infame” - un capolavoro di letteratura civile, compreso e rivalutato soltanto a partire dal secolo scorso - ci ammonisce di quanto siano perniciosi gli umori delle folle anonime, i pregiudizi, gli stereotipi; e di quali rischi si corrano quando i detentori del potere - politico, legislativo, giudiziario - si adoperino per compiacerli a ogni costo, cercando soltanto un consenso effimero. Un combinato micidiale, che invece di produrre giustizia, ordine e prosperità - che è il compito precipuo di chi è chiamato a dirigere - produce tragedie, lutti e rovine.
Autorità, care studentesse, cari studenti,
Alessandro Manzoni ci ha regalato alcune delle pagine più belle e intense della nostra letteratura. Il suo altissimo senso morale, la sua ispirazione ideale, insieme umana e cristiana, ci è continuamente di riferimento e di sprone.
Come tutti gli spiriti eletti e gli artisti universali, Manzoni parla tuttora all’uomo di oggi, alle sue inquietudini e alle sue ricerche di senso, con voce autorevole, ferma e appassionata.
Anche per questo, oggi, gli rendiamo omaggio.
Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia in occasione del 150° anniversario della morte di Alessandro Manzoni - Milano, 22 maggio 2023
venerdì 1 maggio 2020
Buon senso e senso comune
sabato 7 novembre 2015
Il sugo della storia
– Ho imparato… a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardar con chi parlo: ho imparato a non alzare troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che ne possa nascere.
– E io – disse un giorno al suo moralista – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire – aggiunse, soavemente sospirando, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.
venerdì 27 marzo 2015
Aboliti per legge?
venerdì 19 dicembre 2014
I Promessi Sposi nella lettura del Vescovo
In morte di Francesco Guccini
"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...
-
Lo studio di Attone Chi era Atpicove? Atpicove è l’acronimo di Attone Pini Colocci Vespucci , figlio del duca Pini di San Miniat...
-
EVANGELIUM SECUNDUM IOANNEM 15 1 Ego sum vitis vera, et Pater meus agricola est. 2 Omnem palmitem in me non ferentem fructum tollit eu...
-
"Vicino ad un principe che viola la legge è rarissimo che non vi sia un giurista, il quale assicura non esservi nulla di pù legittimo...