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lunedì 5 dicembre 2016

Il partito del Presidente

(Tommaso Ciriaco per la Repubblica, 30 novembre 2016) – Sarà pure arbitro, ma può contare su una squadra. «La persuasione non vuole proclami – ripete Sergio Mattarella – perché così funziona meglio». Ecco la filosofia che ispira il Capo dello Stato. Ed ecco il faro che orienta il team parlamentare di “mattarelliani”, ormai un “partito di fatto” che si prepara ad affrontare il rebus del 5 dicembre in autonomia, però con regole d’ ingaggio ricavate dal verbo del Presidente.
Capitanati da Dario Franceschini, consigliati da Francesco Garofani e Antonello Soro, sostenuti da Enrico Letta e Graziano Delrio. «In una parola: diccì», per dirla con Pierluigi Castagnetti. In tutto, un centinaio tra deputati e senatori. Pronti a spendersi per la continuità di questo governo, fedeli al motto di “Renzi dopo Renzi”. A patto che il premier – indipendentemente dall’ esito del referendum – eviti fughe elettorali e rinunci alla tentazione di fare tabula rasa nel Pd. Lealtà all’ unica leadership su piazza, insomma, ma solo a condizione di sostituire una “trumpizzazione” buona solo per la campagna elettorale con l’ immagine di una coalizione responsabile.
Sono cementati da una militanza comune e dalla stella polare della stabilità. «Se vincesse il Sì – ha chiarito ieri Franceschini non ci sarebbe ragione per andare a elezioni anticipate». Insieme al ministro, il vero ufficiale di collegamento tra i “quirinalizi” del Pd e il Colle più alto è un altro deputato dem: Francesco Garofani. Ombra del Presidente, al suo fianco alla direzione del Popolo, si presenta agli amici come «mattarelliano di ferro, mattarelliano sopra ogni cosa».
Stessa scuola del sottosegretario agli Affari regionali Gianclaudio Bressa e del Garante per la privacy Antonello Soro: per anni, dopo ogni seduta, hanno cenato assieme al futuro Presidente. E ancora, tifano Quirinale anche il sottosegretario Antonello Giacomelli, la vicepresidente della Camera Marina Sereni e il deputato Piero Martino. Sono i centurioni della corrente di Franceschini, in tutto un’ ottantina tra deputati e senatori.
A loro sulla carta vanno sommati i parlamentari che fanno capo a Rosy Bindi ed Enrico Letta. Una ventina in tutto, con lo stesso dna del Presidente. «Hanno scelto un mio fratello maggiore», confidò commossa la presidente dell’ Antimafia nel giorno dell’ elezione. Come lei, il deputato della sinistra dem siciliana Giovanni Burtone: poche parole e assoluta fedeltà alla linea presidenziale. Amico del Quirinale è anche Enrico Letta, assieme a una pattuglia di lettiani capitanati da Francesco Sanna.
Anche dalle parti del governo si intravede la sagoma di questo “partito della continuità”. La ministra della Difesa Roberta Pinotti, per dire, si confronta spesso con il Capo dello Stato, che negli anni Novanta guidò lo stesso dicastero. L’ altro membro dell’ esecutivo in grado di contattare rapidamente il Colle è Graziano Delrio. A far da ponte tra i due è stato il solito Castagnetti. Non esattamente mattarelliano è il vicesegretario dem Lorenzo Guerini. Fu proprio lui, però, l’ ambasciatore che annunciò al telefono il sostegno renziano alla candidatura: «Puntiamo su di lei». Da allora è scattata la scintilla.
Nessuno pensa che un gruppo tanto eterogeneo possa orientare da solo il destino di un’ eventuale crisi, naturalmente. Ma i numeri di quest’ area crescono con l’ avvicinarsi del voto referendario. E il campo si allarga anche a settori “insospettabili”. Uno come Pierluigi Bersani, certo non organico a questo mondo, fatica ad ignorare i ragionamenti del Colle. Con Mattarella al governo durante la premiership di Massimo D’ Alema, poi grande sponsor dell’ attuale Presidente nel 2013 e nel 2015: fu quella l’ unica trattativa con Renzi condotta in porto con successo. Addirittura fuori dal campo del Pd si segnala l’ afflato quirinalizio di Pier Ferdinando Casini.
A lui Renzi preferì proprio l’ attuale Capo dello Stato. Senza rancore, il leader centrista mantiene in ogni caso un filo diretto con il Colle. «Io però non penso che nella moral suasion pesi più di tanto il “partito di Mattarella” – ragiona – Quando sarà giunto il momento della verità, saranno solo il Presidente e Renzi a parlarsi». E che dire di due ex montiani come Benedetto Della Vedova e Mario Giro, entrambi alla Farnesina? Uno ex radicale, l’ altro regista della comunità di Sant’ Egidio, entrambi a pieno titolo tesserati nel partito del Colle.
Una menzione di sfuggita meritano anche altri parlamentari siciliani di centrodestra che nel febbraio del 2015 votarono per Mattarella: non vanta una frequentazione, ma soltanto la comune provenienza isolana la pattuglia di Ncd capitanata da Giuseppe Castiglione e quella organizzata dal verdiniano Saverio Romano. L’ unico berlusconiano che si confronta davvero con Mattarella resta insomma Gianni Letta. Mesi a tessere una tela, fino al “disgelo” culminato nel recente faccia a faccia tra il Presidente e il Cavaliere.
Un centinaio di parlamentari, si diceva, questa è la stima per difetto del “partito della continuità”. Tutti fan della linea del Colle. E soprattutto convinti che solo senza strappi Renzi potrà continuare la navigazione. Da tutt’ altra postazione, infine, si schiera con il Quirinale anche un altro “arbitro”: Piero Grasso. Il Presidente del Senato, pm a Palermo durante l’ omicidio di Piersanti Mattarella, ha consolidato lungo decenni un legame solido con il Capo dello Stato. Impossibile non arruolare anche lui tra i “mattarelliani”.

mercoledì 6 luglio 2016

Il ritorno di Letta?

Enrico Letta candidato premier, Roberto Speranza segretario del Pd. Concentrati sull’accusa a Renzi di «vivere in un talent», è sfuggita ai più, durante la direzione dem, l’altra parola inglese usata da Gianni Cuperlo: ticket. «Al prossimo congresso — ha detto l’ex presidente del Pd — non sosterrò un capo ma un ticket composto da una guida solida per Palazzo Chigi e una personalità diversa per il partito».

Il congresso, annunciato dallo stesso Renzi, dovrebbe tenersi in anticipo alla fine dell’anno. In mezzo c’è l’appuntamento con il referendum destinato comunque a scompaginare i calcoli della vigilia. Ma la minoranza del Pd si attrezza a sfidare il presidente del Consiglio. E per la carica di premier ha individuato il suo predecessore. «Su questa formula siamo perfettamente in sintonia con Cuperlo», conferma il bersaniano Miguel Gotor.

«La mia simpatia e la mia stima per Letta sono note. Ma i nomi verranno più avanti». Cuperlo afferma di aver parlato solo di «un principio generale che prende atto di un fallimento. Il modello alternativo può essere quello della divisione dei compiti, come fu per Craxi e Martelli. Lascio ad altri invece le congetture sulle modifiche allo statuto ».


Il piano appare definito nei dettagli, frutto di incontri, sondaggi e riunioni. Secondo Matteo Orfini si gioca ormai a carte scoperte. «Quell’idea appartiene anche a D’Alema», sostiene il presidente del Pd che del capo della Fondazione Italianieuropei è stato strettisimo collaboratore. Il nome di Letta può essere evocativo da molti punti di vista:

un diverso modello di governo (“il cacciavite” contro il “bulldozer” renziano), una personalità che continua a coltivare i rapporti con le Cancellerie estere, un leader riconosciuto anche fuori dai confini italiani come dimostra la recente nomina alla guida dell’Istituto Delors.

Bisogna dunque spuntare a Renzi l’arma usata in Italia e all’estero del “dopo di me il diluvio”. Non esiste alcuna catastrofe di sistema se cade il governo dell’attuale segretario del Pd, se viene a mancare la sua figura sullo scenario internazionale. E se il referendum finisce con la sconfitta del Sì. Perché il Partito democratico ha altre carte da giocare, nel solco europeista e riformista. 

La principale è quella dell’ex premier Letta. Roberto Speranza, nella strategia della minoranza, sarebbe un segretario in piena simbiosi con il candidato premier. Niente diarchie o vecchi duelli interni. Ma il punto centrale è Letta perché tocca a lui simboleggiare l’argine al disastro, di cui parlano i renziani. E ora, sulla modifica alla legge elettorale, si intravedono le prime crepe nel fronte dei fedelissimi del premier.

Per l’obiettivo finale serve infatti un logoramento lento, ma non troppo, visto che al referendum mancano quattro mesi scarsi al massimo, se la data sarà quella del 30 ottobre. Pier Luigi Bersani semina ancora dubbi sul Sì della sua parte. «La riforma è un passo avanti, ma se il partito diventa un comitato del Sì creiamo un precedente pericoloso», dice l’ex segretario a In Onda su La7. «Chi vota No è ancora del Pd?», si chiede. Non sono le premesse migliori per coinvolgere la minoranza nella campagna renziana.


Del resto, Bersani attacca a tutto campo. Spiega che Renzi proietta un «film lontano dalla realtà, a partire dal lavoro che non c’è», «l’Italia si sente ancora dentro la crisi », «la risposta del segretario alla sconfitta delle comunali è solo o con me o contro di me». Niente viene risparmiato alla classe dirigente renziana: «Vedo troppi fenomeni, come De Luca che prende in giro la Raggi. C’è un eccesso di conformismo intorno a Renzi. Verdini? Ha sei inchieste addosso, conosco gente che si è dimessa per molto meno».


Un alleato che non viene meno è invece il presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano. L’altro ieri, in direzione, Renzi ha fatto trasmettere un filmato con il discorso dell’allora capo dello Stato al Parlamento. Uno schiaffo ai ritardatari delle riforme. E ora Napolitano lo ripaga: «Auspico con tutte le mie forze e la mia convinzione — scandisce a un convegno — che la stragrande maggioranza dei cittadini non faccia finire nel nulla gli sforzi messi in atto in questi due anni in Parlamento».

Intervento non nuovo, difesa delle riforme non sorprendente, endorsement per il Sì chiaro e limpido, ma non inaspettato. Eppure scatena la viollenza verbale di Matteo Salvini: «Spero che Napolitano prenda una bella capocciata ad ottobre. Dopo si ritiri e la smetta di rompere le palle agli italiani».


fonte: Goffredo De Marchis per “la Repubblica”

sabato 13 febbraio 2016

Il club degli ex Presidenti


La scena che vi stiamo per descrivere si ripete ormai da un po' di settimane con una certa continuità. E da quando i mercati hanno deciso di punire con decisione le Borse europee, e soprattutto quella italiana, facendo registrare delle brusche oscillazioni sui titoli bancari (ieri Milano ha chiuso a meno 5,63 per cento) e rimettendo in movimento lo spread tra titoli di stato italiani e titoli di stato tedeschi (spread che ieri ha superato i 150 punti base), capita sempre più spesso che i collaboratori più stretti del presidente del Consiglio si ritrovino a rispondere a domande brusche come quelle ricevute in queste ore, a Roma, da diversi ambasciatori.


Il tema è il seguente e la domanda è stata rivolta ancora una volta ieri, da parte di un importante ambasciatore, a un esponente del Pd vicino al premier: "Ci risulta ci sia un piano per far cadere questo governo. Siete sicuri che il presidente del Consiglio non faccia la fine che ha fatto Berlusconi nel 2011?". Il collaboratore di Renzi anche in questa occasione ha risposto con un sorriso e ha argomentato l' inesistenza di questa eventualità. La scena si ripete ormai da settimane con vari pezzi più o meno pregiati della diplomazia straniera.

Ma al contrario di quello che si potrebbe credere, la ragione per cui si è diffusa, anche in molte ambasciate romane, la voce che ci sia qualcuno che stia provando a lavorare ai fianchi il presidente del Consiglio non è legata a un' invenzione di qualche malelingua diplomatica. E' legata, piuttosto, alla presenza sulla scena internazionale di un pezzo di establishment italiano, un po' sgangherato, che da alcune settimane tende a sponsorizzare la tesi, esplicita, che ci sia una connessione precisa tra lo stato di salute delle Borse italiane e lo stato di salute del governo.

Un pezzo di establishment, dicevamo, guidato da uno speciale club con ottimi contatti in Europa formato da ex presidenti del Consiglio (Enrico Letta, Massimo D' Alema, Romano Prodi) che da tempo, a vario titolo, sostiene, in modo più o meno implicito, che - per salvare l' Italia e non condannare il nostro paese a una nuova recessione e a un imminente collasso economico - sia necessario, urgentissimo, preparare la strada a un' alternativa all' attuale presidente del Consiglio.


Commissariare, adesso. L' idea che D' Alema, Letta e Prodi - spalleggiati da un establishment in movimento e in leggero riposizionamento che si riconosce negli editoriali di Eugenio Scalfari e in molti fondi del Corriere della Sera improvvisamente critici con il governo - possano ambire a innescare una scintilla capace di far saltare Renzi può apparire goffa e sconclusionata anche perché i tre ex presidenti del Consiglio si trovano ormai distanti anni luce dal Parlamento e dai giochi di palazzo e difficilmente sarebbe sufficiente una raffica di interviste o una mitragliata di dichiarazioni sulle agenzie, come quelle registrate negli ultimi giorni, per far cambiare il volto di un governo (anche se Enrico Letta, per esempio, mantiene da tempo ottimi rapporti con il Mef, dove si trovano diversi tecnici che Letta aveva a Palazzo Chigi, e con lo stato maggiore del Quirinale).


Eppure, a credere alla possibilità di uno switch off, non sono soltanto gli amici del club degli ex premier e alcuni ambasciatori ma è anche un personaggio particolare, un tecnico di lusso con il profilo da perfetto politico, che da mesi prova ad accreditarsi, anche con il Quirinale, come il sostituto naturale di Matteo Renzi in caso di improvviso collasso di questo governo. Come se fosse lui, in un certo senso, il Mario Monti del 2016.

Il nome del tecnico è quello dell' attuale presidente dell' Inps Tito Boeri, economista di fama internazionale, professore ordinario di Economia del lavoro all' Università Bocconi, già consulente del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale, della Commissione europea, già senior economist all' Ocse dal 1987 al 1996, già direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, ottimi rapporti con il mondo Rep. e ottimi legami con la sinistra non solo del Pd (ai tempi della riforma del mercato del lavoro, la proposta alternativa al Jobs Act, la legge Boeri -Garibaldi, fu sponsorizzata non solo dalla sinistra del Pd ma persino dalla sinistra a sinistra del Pd, fronte Pippo Civati).


Nonostante sia stato proprio Renzi a nominarlo a capo dell' Inps - anche se la decisione è stata presa più sulla base della rinuncia degli altri candidati che su quella di un investimento specifico di Palazzo Chigi - dal giorno del suo insediamento all' Istituto nazionale della previdenza sociale Boeri ha scelto di muoversi con un passo non da tecnico puro ma da tecnico politico.

Già pochi mesi dopo la sua nomina (24 dicembre 2014) ha cominciato a intestarsi alcune battaglie squisitamente politiche: lotta ai vitalizi ("Dimezziamo quelli sopra gli 80 mila euro"), lotta alle pensioni d' oro ("Ricalcoliamo tutte le pensioni retributive o miste con il solo calcolo contributivo"), lotta a favore dell' introduzione del reddito minimo ("Andrebbe introdotto un reddito minimo garantito per gli over 55").


Al di là delle dichiarazioni, che quasi somigliano comunque a una bozza di agenda di governo, la tentazione di Boeri (fratello di Stefano, architetto, ex assessore della giunta Pisapia) di svestire i panni del tecnico per indossare gli abiti del politico era già emersa esattamente due anni fa, quando il fondatore del sito Lavoce.info si illuse che le voci che lo davano come prossimo ministro del Lavoro del governo Renzi fossero vere - Boeri digerì a fatica la scelta fatta dal segretario del Pd di affidare invece quel ruolo a Giuliano Poletti.

Oggi Tito Boeri coltiva una nuova illusione. E se da un lato il club delle prime mogli (D' Alema, Letta, Prodi) probabilmente non crede fino in fondo alla possibilità di spodestare Renzi da Palazzo Chigi (anche perché il presidente della Bce Mario Draghi, pur mantenendo alcune riserve nei confronti dell' atteggiamento del governo in Europa, non ha alcuna intenzione di triangolare neanche lontanamente con il partito della zizzania), dall' altro lato si può dire che il bocconiano Boeri sogna ormai da tempo di poter essere un giorno la guida di un governo alternativo a quello attuale (e poi chissà).

Oggi i renziani sorridono, e sorridiamo anche noi. Ma se un domani dovesse esserci un qualche cortocircuito al governo il partito trasversale di Tito Boeri proverà in tutti i modi a trasformare il presidente dell' Inps nel Monti del 2016. Auguri, e figli spread.

fonte: Il Foglio

domenica 23 febbraio 2014

Recondita armonia di bellezze diverse

La scorsa settimana ero abbastanza triste per il modo inconsueto e molto crudele col quale la direzione del Pd aveva sfiduciato Enrico Letta. Mi venne in mente la canzone jazz americana "Stormy Weather", tempi bui, e la citai nel mio articolo domenicale e nel titolo. Ma oggi è diverso.
Oggi, sia pure con qualche cautela, dobbiamo festeggiare l'ascesa al potere di Matteo Renzi, il rilancio in programma della crescita economica, dell'occupazione, dei giovani, il compimento della riforma elettorale, la diminuzione delle tasse, la riforma della pubblica amministrazione, la semplificazione cioè la modernizzazione dello Stato e il prolungamento della vita del governo fino al termine naturale della legislatura nell'aprile del 2018.
È lungo quest'elenco, anche solo a snocciolarne i titoli. Ricordo che Letta fu contento perché per esporre il suo programma, che la direzione del Pd neppure esaminò, aveva scritto 54 pagine. Ma qui, per illustrare quello di Renzi, ce ne vorrebbero almeno 500. Per ora non ci sono, anzi non ce n'è neppure mezza. C'è soltanto l'elenco dei titoli che abbiamo sopra elencato, c'è un doppio criterio che Renzi ha ribadito più volte venerdì nelle sue dichiarazioni successive alla nomina ricevuta dal Capo dello Stato e cioè: concretezza e trasparenza.
E c'è anche la tempistica: sei mesi per la legge elettorale, che invece fino all'altro ieri sembrava doversi collocare entro questo mese ed è stata, giustamente, agganciata alla riforma del Senato che richiede una legge costituzionale e una maggioranza comprensiva di Berlusconi.
Gli altri obiettivi invece saranno "avviati" e in buona parte effettuati entro quattro mesi, uno al mese cominciando dal lavoro e dall'occupazione. No, non state sognando, la tempistica indicata da Renzi è proprio questa: un mese per risolvere quei problemi (quasi secolari). Quattro problemi, quattro mesi e il pranzo è servito. E noi dovremmo festeggiare? Un governo di otto donne e otto uomini, il premier più giovane della storia italiana a partire dal 1861. Un altro esempio di grande gioventù per la presa del potere (ancora molto più giovane di lui) fu quello di Lorenzo il Magnifico, anche lui di Firenze, ma erano altri tempi. Anche Napoleone arrivò al vertice più o meno sui trent'anni e non parliamo di Alessandro Magno. Ma erano appunto tempi diversi.
Tra i moderni in Italia, abbiamo un campione; perciò in alto i calici. Personalmente purtroppo ho il divieto medico di bere alcol perciò - il presidente del Consiglio mi scuserà - brinderò alla salute sua e del governo da lui formato con una Coca light. Spero ne sarà ugualmente contento.
Ci sono però in più due punti che vorrei precisare prima di analizzare la situazione attuale del nostro Paese. E sono questi. Il direttore della Stampa, Mario Calabresi, riscontra nel nuovo governo e in Renzi che lo presiede una leggerezza che gli ricorda il Calvino delle Lezioni americane e ne trae ottimi auspici. Non so quanti siano i membri del nuovo governo che abbiano letto le Lezioni americane.
L'amico Calabresi, che formula quell'auspicio, certamente le conosce ma ha dimenticato di dire che il personaggio che Calvino indica come la personificazione della leggerezza che lui intende era - pensate un po' - Guido Cavalcanti. Francamente non pare che Renzi abbia qualche affinità con Cavalcanti. Ezio Mauro nel suo editoriale di ieri giudica Renzi un po' bullo. È chiaro che con Cavalcanti non ha nulla a che fare.
La seconda affermazione si rifà a una dichiarazione del neo-premier subito dopo l'investitura ricevuta al Quirinale. Ha detto testualmente: «Il mio governo è il più di sinistra degli ultimi 30 anni ». Dice così ma non sembrerebbe. Personalmente, se dovessi dare un attributo, direi che è un governo pop. Forse la sinistra è diventata pop. Non so se sia un progresso. Speriamo di sì.
Una novità c'è sicuramente: questo non è più un governo del presidente della Repubblica, come accadde con Monti e con Letta. Questo nel bene e nel male è il governo di Renzi e del suo partito. Napolitano l'ha nominato e non poteva far altro visto che il partito di Renzi ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato dove la maggioranza assoluta viene raggiunta con i voti di Alfano e dei pochi senatori centristi.
Ma c'è un'altra maggioranza della medesima importanza sulla quale né la legge elettorale né le riforme costituzionali potrebbero esser fatte ed è quella stipulata, con "piena sintonia", con Forza Italia di Silvio Berlusconi, il quale ha manifestato ampia adesione all'incarico che Renzi ha ricevuto.
Al punto che ieri il Cavaliere avrebbe espresso apprezzamento per la nomina della Guidi allo Sviluppo economico e comunicazioni, vantandosi di avere un ministro pur stando all'opposizione. C'è un problema per il premier e non è da poco. Anche perché tutto è confermato da una cena avvenuta lunedì a casa di Berlusconi, con la Guidi e suo padre tra gli invitati.
Ci sono dunque due maggioranze che per ora sostengono il nuovo governo, le quali però - è bene averlo presente - non vanno d'accordo tra loro perché Berlusconi, se solo potesse, vorrebbe distruggere Alfano e reciprocamente. Renzi e il suo partito sono perciò il perno che usa a proprio beneficio questa dicotomia. Durerà fino al 2018 o si sfascerà prima? Molto dipenderà anche dall'esito delle elezioni europee ma soprattutto dai risultati che nel frattempo il nuovo governo otterrà in materia economica.
Napolitano non aveva altre soluzioni, ma alcuni elementi della situazione dipendono pur sempre da lui. Per esempio lo scioglimento delle Camere; per esempio l'approvazione preventiva dei decreti e la promulgazione delle leggi o il loro rinvio al Parlamento nei casi di dubbia costituzionalità.
Insomma ha ripreso un ruolo non più determinato dall'emergenza, anche se l'emergenza c'è ancora ma con caratteristiche diverse.
Con intelligenza e coraggio del quale è giusto dargli atto, Renzi ha detto che i rischi d'un insuccesso ci sono ma bisognava correrli ed ha aggiunto che lui e il suo partito ci mettono la faccia; se sbaglieranno pagheranno. Si è però scordato di aggiungere che se sbaglieranno pagherà anche il Paese e sarà esattamente il Paese a pagare il prezzo più alto.
In quel deprecabile caso, che dobbiamo tutti cercar di scongiurare, ciascuno operando responsabilmente nel campo che gli è proprio, quali sono le alternative? Solo il populismo dilagante?
Quello è certamente il pericolo da scongiurare, ma ce n'è un altro che a mio avviso è più concreto: se Renzi dovesse fallire noi saremo commissariati dall'Europa con tutte le conseguenze del caso; ma avremo anche contribuito col nostro fallimento a danneggiare fortemente l'Europa nella sua evoluzione.
Il nostro continente diventerebbe irrilevante nell'economia globale con tutte le conseguenze del caso. La faccia di Renzi è a rischio e questo è il suo coraggio, ma se solo fosse questo ce ne potremmo tranquillamente infischiare. Il rischio è in realtà terribilmente più elevato ed è opportuno esserne consapevoli.

C'è un punto che resta assolutamente oscuro: fino a cinque o sei giorni prima del pronunciamento della direzione del Pd che abbatté Letta e votò per il nuovo governo, Renzi aveva confermato che mai e poi mai avrebbe messo fuorigioco il governo esistente, almeno fino alla conclusione del semestre italiano di presidenza europea. Non sosteneva che quel semestre fosse di grande importanza (anche Berlusconi la pensa così, ma Renzi ora su questo punto ha completamente cambiato idea) ma lui comunque non sarebbe intervenuto e si sarebbe unicamente occupato del partito, cosa che era di grande importanza e ci aveva preso gusto a portarla avanti.
Proprio in quei giorni, cioè un paio di settimane fa, a me capitò di partecipare nella trasmissione di Lilli Gruber ad un dibattito con Delrio che non conoscevo ma sapevo bene chi fosse.
Delrio, su domanda della Gruber e anche mia, ribadì che Renzi non pensava affatto a sostituire Letta e che lui era dello stesso parere e l'aveva consigliato a mantener ferma quella posizione. Ricordo che Delrio era ministro del governo Letta.
Accadde invece che a pochi giorni di distanza anche Delrio abbia cambiato radicalmente opinione e sia stato tra i più fidati dei luogotenenti del leader a spingerlo verso la presa del potere a Palazzo Chigi. In quei giorni Delrio era in predicato per assumere la guida dell'Economia, del quale non risulta abbia particolare esperienza.
Come si spiega questo improvviso cambiamento, talmente sorprendente che, quando avvenne e ancora fino a venerdì scorso, Renzi non aveva affatto formato la squadra di governo e si aggirava tra i nomi di Montezemolo, Baricco, Farinetti, Guerra, Boeri, Moretti ed altri che alla fine sono risultati indisponibili? Che cosa ha spinto Renzi e Delrio a "metter la faccia" loro e quella dell'intero Paese?
Io non so dare alcuna risposta e neanche Renzi la dà. Dice che la situazione era divenuta insostenibile. Perché? E perché non se n'era accorto nei quattro o cinque giorni prima della direzione del partito? Mi sorge un dubbio: forse aveva capito che la situazione congiunturale stava migliorando e che a metà agosto si sarebbe consolidata la fine della recessione con i primi effetti positivi e con il relativo successo di Letta. Questa prospettiva avrebbe messo lui in una posizione secondaria, perciò non c'era tempo da perdere.
Capisco che questa ipotesi è maliziosa, ma altre non ne vedo e voglio ricordare che Renzi aveva riferito anche a Napolitano le sue intenzioni di non insidiare il governo esistente. Questo rinnova la domanda: perché il neo-premier ha cambiato idea?
Il problema che adesso si pone (e dovrebbe esser risolto entro un mese stando alla tempistica renziana) è, per dirla in breve, un abbattimento sostanziale del cuneo fiscale o di qualche provvedimento che gli somigli, la ripresa dei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione verso aziende creditrici, la ripresa degli investimenti; il tutto insieme ad una diminuzione del debito pubblico e della pressione fiscale sulle fasce povere della popolazione.
Sono gli stessi temi reclamati da Squinzi e dalla Confindustria i quali, però, alle domande rivoltegli, non hanno mai indicato le coperture che rispettino il limite del 3 per cento del deficit, ricordato da Visco a Renzi nel colloquio di tre giorni fa come asticella invalicabile.
Da calcoli fatti da attendibili osservatori le cifre necessarie oscillano tra i 50 e i 70 miliardi. Ma quand'anche ci si limitasse allo strettissimo necessario facendo passare degli straccetti di carne per bistecche alla fiorentina, ce ne vorrebbero come minimo 40. Da prendere attraverso la spending review.
Tagliando gran parte delle inutili sovvenzioni ad imprese del tutto improduttive se ne tirano fuori una trentina e un'altra decina tassando le rendite finanziare. Ma per realizzarle se ne parla alla fine dell'anno perché la bacchetta magica Renzi e Delrio non ce l'hanno.
Avevano detto un mese. Ben che vada ce ne vorranno otto di mesi anche se si aggiungesse - come pure sarebbe necessario - un'imposta edilizia con andamento decisamente progressivo per far fronte agli esodati e ai lavorati delle imprese messe a secco dai tagli della spending review. Il compito spetta al ministro del Tesoro Padoan, il solo ministro che a bocca storta Renzi ha dovuto accettare dal fermo suggerimento di Napolitano.
Purtroppo lo stormy weather permane. Al più ci si può consolare con la "Recondita armonia di bellezze diverse" cantata da Mario, il protagonista della Tosca, come apertura dell'opera. Era molto ardito quel fantasioso pittore che amava la bruna, sognava la bionda e intanto cospirava con i repubblicani per buttare giù il Papa. Alla fine fu fucilato e gettato nel Tevere. Segno che troppe cose insieme non si possono fare.

fonte: Eugenio Scalfari, La Repubblica, 23 febbraio 2014



martedì 11 febbraio 2014

Il Governo Letta in sintesi










Nasceva 289 giorni fa il governo guidato da Enrico Letta. Con la disoccupazione al 12,2 per cento (e quella giovanile al 38,6), il giorno dell’insediamento il “lavoro” era stato definita dal premier la principale priorità dell’esecutivo: «Bisogna ridurre le restrizioni ai contratti a termine, aiuteremo le imprese ad assumere giovani a tempo indeterminato in una politica generale di riduzione del costo del lavoro.»

289 giorni dopo, i risultati del governo sono magri: i dati sulla produzione industriale pubblicati dall’Istat mostrano che il rallentamento dell’economia non conosce soluzioni di continuità. A dicembre la produzione è calata dello 0,9 per cento, giù del 3 per cento dall’anno scorso. Confindustria ha calcolato che le tasse in Italia continuano a essere alte: al 42,3 per cento sul lavoro e al 65,8 per cento sugli utili d’impresa.

Sull’occupazione va persino peggio, con 12,7 persone senza lavoro su 100 (+0,5 punti percentuali dall’inizio del governo) e la disoccupazione giovanile al 41,6 per cento (+3 punti da maggio). E se lo spread tra Btp e Bund continua a calare, lo spread tra la disoccupazione tedesca e quella italiana ha raggiunto il livello più alto dagli ultimi decenni.

Di fronte a questa emergenza, il governo Letta si è trovato spesso bloccato negli arzigogoli burocratici: secondo l’Ufficio per il programma di governo - creato per monitorare l’attività dell’esecutivo - al 30 novembre 2013, dei 311 decreti attuativi richiesti dai 22 provvedimenti del governo Letta, 272 sono in attesa di attuazione. Una percentuale di realizzazione bassa, che riflette una maggioranza debole.

Dopo l’uscita di Forza italia lo scorso ottobre Letta dispone infatti di 368 deputati (dei 315 richiesti alla Camera) e 167 senatori (161 richiesti), senza contare la recente uscita dell’Udc di Casini e il terremoto dentro Scelta Civica. Inoltre, il travaglio interno al Partito democratico si rovescia sempre di più in Parlamento. Sulle 21 votazioni finali svoltesi al Senato dopo l’abbandono di Forza Italia sono 8 (il 38 per cento) le votazioni in cui alcuni senatori della maggioranza di governo hanno votato contro il proprio gruppo. Questa quota scende di poco (al 35 per cento) analizzando le votazioni finali passate alla Camera dei deputati. Tra i parlamentari “ribelli” quelli del Pd la fanno da padrone: sono il 75 per cento tra tutti i “ribelli” alla Camera e il 62 per cento al Senato.

A causare turbolenze i parlamentari cuperliani, che contano per il 60 per cento di tutti i “ribelli” del Pd, seguiti da renziani (25 per cento) e civatiani (15 per cento). Il dato è una conseguenza naturale del peso relativo del Pd nella maggioranza ma l’alta percentuale di cuperliani - in minoranza nei gruppi - mostrano che né Letta né il segretario del Pd, Matteo Renzi, sembrano riuscire a controllare completamente i propri parlamentari. E la situazione si fa anche peggiore nelle commissioni e durante le votazioni non definitive.

Lo spazio di manovra del governo è insomma ristretto, e la situazione è reso ulteriormente complicata dall’irrigidimento della disciplina di bilancio prevista dal cosiddetto Fiscal Compact, che prevede l’abbattimento del rapporto debito-Pil (oggi al 127 per cento) come principale obiettivo fiscale da parte dei governi fino al raggiungimento del 60 per cento in vent’anni - un obiettivo che implicherebbe per l’Italia risparmi tra i 40 e 50 miliardi annuali. Difficile abbattere il peso delle tasse sul lavoro e contemporaneamente aderire al fiscal compact.

“La ripresa è dietro l’angolo”, affermano da mesi i membri del governo e non importa quante volte questa frase venga ripetuta: rimane sempre, al fondo, la sensazione che si tratti di speranze più che di realtà.
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fonte: Pagina 99
Nasceva 289 giorni fa il governo guidato da Enrico Letta. Con la disoccupazione al 12,2 per cento (e quella giovanile al 38,6), il giorno dell’insediamento il “lavoro” era stato definita dal premier la principale priorità dell’esecutivo: «Bisogna ridurre le restrizioni ai contratti a termine, aiuteremo le imprese ad assumere giovani a tempo indeterminato in una politica generale di riduzione del costo del lavoro.»

289 giorni dopo, i risultati del governo sono magri: i dati sulla produzione industriale pubblicati dall’Istat mostrano che il rallentamento dell’economia non conosce soluzioni di continuità. A dicembre la produzione è calata dello 0,9 per cento, giù del 3 per cento dall’anno scorso. Confindustria ha calcolato che le tasse in Italia continuano a essere alte: al 42,3 per cento sul lavoro e al 65,8 per cento sugli utili d’impresa.

Sull’occupazione va persino peggio, con 12,7 persone senza lavoro su 100 (+0,5 punti percentuali dall’inizio del governo) e la disoccupazione giovanile al 41,6 per cento (+3 punti da maggio). E se lo spread tra Btp e Bund continua a calare, lo spread tra la disoccupazione tedesca e quella italiana ha raggiunto il livello più alto dagli ultimi decenni.

Di fronte a questa emergenza, il governo Letta si è trovato spesso bloccato negli arzigogoli burocratici: secondo l’Ufficio per il programma di governo - creato per monitorare l’attività dell’esecutivo - al 30 novembre 2013, dei 311 decreti attuativi richiesti dai 22 provvedimenti del governo Letta, 272 sono in attesa di attuazione. Una percentuale di realizzazione bassa, che riflette una maggioranza debole.

Dopo l’uscita di Forza italia lo scorso ottobre Letta dispone infatti di 368 deputati (dei 315 richiesti alla Camera) e 167 senatori (161 richiesti), senza contare la recente uscita dell’Udc di Casini e il terremoto dentro Scelta Civica. Inoltre, il travaglio interno al Partito democratico si rovescia sempre di più in Parlamento. Sulle 21 votazioni finali svoltesi al Senato dopo l’abbandono di Forza Italia sono 8 (il 38 per cento) le votazioni in cui alcuni senatori della maggioranza di governo hanno votato contro il proprio gruppo. Questa quota scende di poco (al 35 per cento) analizzando le votazioni finali passate alla Camera dei deputati. Tra i parlamentari “ribelli” quelli del Pd la fanno da padrone: sono il 75 per cento tra tutti i “ribelli” alla Camera e il 62 per cento al Senato.

A causare turbolenze i parlamentari cuperliani, che contano per il 60 per cento di tutti i “ribelli” del Pd, seguiti da renziani (25 per cento) e civatiani (15 per cento). Il dato è una conseguenza naturale del peso relativo del Pd nella maggioranza ma l’alta percentuale di cuperliani - in minoranza nei gruppi - mostrano che né Letta né il segretario del Pd, Matteo Renzi, sembrano riuscire a controllare completamente i propri parlamentari. E la situazione si fa anche peggiore nelle commissioni e durante le votazioni non definitive.

Lo spazio di manovra del governo è insomma ristretto, e la situazione è reso ulteriormente complicata dall’irrigidimento della disciplina di bilancio prevista dal cosiddetto Fiscal Compact, che prevede l’abbattimento del rapporto debito-Pil (oggi al 127 per cento) come principale obiettivo fiscale da parte dei governi fino al raggiungimento del 60 per cento in vent’anni - un obiettivo che implicherebbe per l’Italia risparmi tra i 40 e 50 miliardi annuali. Difficile abbattere il peso delle tasse sul lavoro e contemporaneamente aderire al fiscal compact.

“La ripresa è dietro l’angolo”, affermano da mesi i membri del governo e non importa quante volte questa frase venga ripetuta: rimane sempre, al fondo, la sensazione che si tratti di speranze più che di realtà.
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Nasceva 289 giorni fa il governo guidato da Enrico Letta. Con la disoccupazione al 12,2 per cento (e quella giovanile al 38,6), il giorno dell’insediamento il “lavoro” era stato definita dal premier la principale priorità dell’esecutivo: «Bisogna ridurre le restrizioni ai contratti a termine, aiuteremo le imprese ad assumere giovani a tempo indeterminato in una politica generale di riduzione del costo del lavoro.»

289 giorni dopo, i risultati del governo sono magri: i dati sulla produzione industriale pubblicati dall’Istat mostrano che il rallentamento dell’economia non conosce soluzioni di continuità. A dicembre la produzione è calata dello 0,9 per cento, giù del 3 per cento dall’anno scorso. Confindustria ha calcolato che le tasse in Italia continuano a essere alte: al 42,3 per cento sul lavoro e al 65,8 per cento sugli utili d’impresa.

Sull’occupazione va persino peggio, con 12,7 persone senza lavoro su 100 (+0,5 punti percentuali dall’inizio del governo) e la disoccupazione giovanile al 41,6 per cento (+3 punti da maggio). E se lo spread tra Btp e Bund continua a calare, lo spread tra la disoccupazione tedesca e quella italiana ha raggiunto il livello più alto dagli ultimi decenni.

Di fronte a questa emergenza, il governo Letta si è trovato spesso bloccato negli arzigogoli burocratici: secondo l’Ufficio per il programma di governo - creato per monitorare l’attività dell’esecutivo - al 30 novembre 2013, dei 311 decreti attuativi richiesti dai 22 provvedimenti del governo Letta, 272 sono in attesa di attuazione. Una percentuale di realizzazione bassa, che riflette una maggioranza debole.

Dopo l’uscita di Forza italia lo scorso ottobre Letta dispone infatti di 368 deputati (dei 315 richiesti alla Camera) e 167 senatori (161 richiesti), senza contare la recente uscita dell’Udc di Casini e il terremoto dentro Scelta Civica. Inoltre, il travaglio interno al Partito democratico si rovescia sempre di più in Parlamento. Sulle 21 votazioni finali svoltesi al Senato dopo l’abbandono di Forza Italia sono 8 (il 38 per cento) le votazioni in cui alcuni senatori della maggioranza di governo hanno votato contro il proprio gruppo. Questa quota scende di poco (al 35 per cento) analizzando le votazioni finali passate alla Camera dei deputati. Tra i parlamentari “ribelli” quelli del Pd la fanno da padrone: sono il 75 per cento tra tutti i “ribelli” alla Camera e il 62 per cento al Senato.

A causare turbolenze i parlamentari cuperliani, che contano per il 60 per cento di tutti i “ribelli” del Pd, seguiti da renziani (25 per cento) e civatiani (15 per cento). Il dato è una conseguenza naturale del peso relativo del Pd nella maggioranza ma l’alta percentuale di cuperliani - in minoranza nei gruppi - mostrano che né Letta né il segretario del Pd, Matteo Renzi, sembrano riuscire a controllare completamente i propri parlamentari. E la situazione si fa anche peggiore nelle commissioni e durante le votazioni non definitive.

Lo spazio di manovra del governo è insomma ristretto, e la situazione è reso ulteriormente complicata dall’irrigidimento della disciplina di bilancio prevista dal cosiddetto Fiscal Compact, che prevede l’abbattimento del rapporto debito-Pil (oggi al 127 per cento) come principale obiettivo fiscale da parte dei governi fino al raggiungimento del 60 per cento in vent’anni - un obiettivo che implicherebbe per l’Italia risparmi tra i 40 e 50 miliardi annuali. Difficile abbattere il peso delle tasse sul lavoro e contemporaneamente aderire al fiscal compact.

“La ripresa è dietro l’angolo”, affermano da mesi i membri del governo e non importa quante volte questa frase venga ripetuta: rimane sempre, al fondo, la sensazione che si tratti di speranze più che di realtà.
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venerdì 3 maggio 2013

I sottosegretari del Governo Letta


 

A sorpresa, Consiglio dei ministri serale per la nomina dei sottosegretari di Stato, adempimento necessario perche il nuovo esecutivo Letta affronti a ranghi completi i lavori parlamentari che entreranno nel vivo da martedì, quando si insedieranno le commissioni permanenti di Camera e Senato. La riunione, partita con molto ritardo ma terminata in venti minuti, si è conclusa con il via libera ai nomi dei componenti del governo che coadiuveranno l'azione dei ministri: nella lista Stefano Fassina (Pd) e Luigi Casero (Pdl), nominati vice ministri all'Economia. A Fassina, in particolare, verrà affidata la delega per la riforma fiscale. Sottosegretari all'Economia Pierpaolo Baretta (Pd) e Alberto Giorgetti (Pdl), mentre Giuseppe Berretta, anche lui del Pd, sarà sottosegretario alla Giustizia.
In dettaglio, il comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi vede nominati sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Giovanni Legnini, del Pd, (Editoria e Attuazione Programma), la collega di partito Sesa Amici (Rapporti con il Parlamento e coordinamento attività di Governo), Sabrina De Camillis, del Pdl, (Rapporti con il Parlamento e coord. attività Governo), Walter Ferrazza (Affari Regionali e Autonomie)
Micaela Biancofiore, del Pdl, (Pari Opportunità), Gianfranco Miccichè, leader di "Grande Sud", (Pubblica Amministrazione e Semplificazione). Sottosegretari al ministero dell'Interno sono stati invece nominati Filippo Bubbico (Viceministro) e Giampiero Bocci, entrambi del Pd, e il magistrato Domenico Manzione. Questi gli altri incarici di sottosegretario o viceministro decisi dalla riunione dei ministri, 23 dei quali sono di area Pd, 10 di area Pdl, 5 di area Scelta Civica, 2 di area Grande sud.


Affari Esteri
Lapo Pistelli, responsabile Esteri del Pd, (Viceministro)
Bruno Archi, Pdl, già consigliere diplomatico di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, (Viceministro)
Marta Dassù, già membro tecnico del governo Monti (Viceministro)
Mario Giro, esponente della Comunità di . Egidio (in "quota" Scelta civica)
Giustizia
Giuseppe Beretta (Pd)
Cosimo Ferri, magistrato, segretario di Magistratura indipendente
Difesa
Roberta Pinotti (Pd)
Gioacchino Alfano (Pdl)
Sviluppo Economico
Carlo Calenda, Scelta civica, (Viceministro)
Antonio Catricalà, già sottosegretario al Palazzo Chigi del Governo Monti (Viceministro)
Simona Vicari (Pdl)
Claudio De Vincenti, già sottosegretario allo stesso ministero nel Governo Monti
Infrastrutture e Trasporti
Vincenzo De Luca Pd, sindaco di Salerno (Viceministro)
Erasmo De Angelis , presidente di Publiacqua Toscana
Rocco Girlanda (Pdl)
Politiche Agricole Forestali e Alimentari
Maurizio Martina (Pd)
Giuseppe Castiglione (Pdl)
Ambiente, Tutela del territorio e del mare
Marco Flavio Cirillo (Pdl)
Lavoro e Politiche sociali
Cecilia Guerra, senatrice Pd, già sottosegretario del ministero del Lavoro nel governo Monti (Viceministro)
Jole Santelli (Pdl)
Carlo Dell'Aringa (Pd)
Istruzione, Università e Ricerca
Gabriele Toccafondi (Pdl)
Marco Rossi Doria, già sottosegretario all'Istruzione del Governo Monti
Gianluca Galletti (Unione di centro)
Beni, Attività culturali e turismo
Simonetta Giordani, "renziana" in quota Letta
Ilaria Borletti Buitoni (Scelta civica)
Salute
Paolo Fadda (Pd)

fonte: Il Sole 24 ore

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...