Visualizzazione post con etichetta De Gasperi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta De Gasperi. Mostra tutti i post

sabato 15 marzo 2025

"Una dura necessità preliminare"


Nel discorso tenuto a Strasburgo l’11 marzo 2025 di fronte al Parlamento EuropeoUrsula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, ha esordito citando Alcide De Gasperi e la sua esortazione a erigere una difesa comune, descritta come il compito della sua generazione. Un compito rimasto incompiuto per la generazione di De Gasperi e dei Padri dell’Europa, Jean MonnetRobert Schuman e Konrad Adenauer fra gli altri, quella degli anni Ottanta dell’Ottocento, dei giovani durante la Grande Guerra che oggi chiamiamo la lost generation.

 

Fu proprio a Strasburgo, il 10 dicembre 1951, che De Gasperi lanciò nel famoso discorso “l’occasione che passa” il progetto di esercito europeo. Assunto l’incarico di ministro degli esteri nel luglio del 1951, egli era stato inondato da resoconti di discussioni tediose sul progetto di Comunità Europea di Difesa (CED) partito da un’idea del ministro francese René Pleven. Questi proponeva il modello della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, ossia di un’organizzazione sovranazionale, per risolvere la questione del riarmo europeo includendo anche la Germania


In Italia spaventava soprattutto la prospettiva del costo dell’operazione e De Gasperi riteneva che l’opinione pubblica non fosse pronta ad avallare la gestione del bilancio militare da parte di un fondo comune. Benché precedentemente molto scettico sul riarmo, di fronte alla nuova situazione internazionale caratterizzata dalla guerra fredda e dal conflitto in Corea, e persuaso dallo studio della questione e dalle pressioni americane, De Gasperi sottolineò convintamente la necessità di riarmare. Non si trattava però solo di riarmare - si trattava invece, insisteva, di partire dall’esercito per fare l’Europa.


Alla vigilia della partenza per Strasburgo, in Consiglio dei Ministri dichiarò che non era disposto ad accettare la soluzione CED così com’era: benché a titolo personale, annunciò, avrebbe promosso una soluzione federale. Dare un’anima politica e partecipativa al progetto era l’unico modo per evitare che le nuove generazioni vedessero nelle amministrazioni comuni “una struttura superflua e fors’anche oppressiva, quale apparve, in certi periodi del suo declino, il Sacro Romano Impero. Così si espresse nel discorso davanti all’Assemblea del Consiglio d’Europa. Il giorno seguente ritornò sul concetto in un incontro appassionato con i colleghi europei. Era necessario risolvere la questione politica perché “se si trasferisce tutto l’esercito a un potere europeo bisogna che i parlamenti e i popoli sappiano in che maniera questo potere sarà organizzato”. 

Il progetto di CED, rilanciato a Strasburgo nella sua dimensione politica, trascinò con sé anche gli altri Padri dell’Europa, in fondo tutti più restii, a cominciare da Robert Schuman che si disse particolarmente colpito dall’enfasi degasperiana. Nelle discussioni attorno alla CED De Gasperi insisteva nel dire che bisognava partire dalle questioni politiche fondamentali, invece che perdersi in dettagli che rischiavano di consumare l’entusiasmo in estenuanti negoziati.

 

Nell’agosto 1954, alla vigilia del voto all’Assemblea Nazionale francese per la ratifica del trattato CED firmato due anni prima, De Gasperi era quasi ossessionato dal presentimento che il progetto in cui tanto credeva sarebbe stato accantonato. E in effetti così accadde poco dopo. Nella sua ultima lettera a Fanfani, dieci giorni prima di morire, aveva definito la CED “la sua spina”, poiché la considerava un elemento essenziale per costruire l’Europa Unita “come un edificio destinato a durare”.

 

In molti momenti la storia dell’integrazione europea ha ricevuto impulso da crisi considerate insuperabili. Così fu certamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Così fu con la crisi del progetto di difesa comune nel 1954 che sembrava aver posto una pietra tombale sul progetto europeo e che invece si tramutò di lì a poco in un rilancio verso la costruzione del mercato comune

Von der Leyen fa bene a ricordare come le crisi abbiano innescato in Europa delle fasi di entusiasmo, di consenso senza precedenti, e come sia importante oggi usare la carica di quel consenso per procedere con un grande piano di investimenti comuni da indirizzare alla difesa e alla sicurezza. Senza dimenticare però, nella scia di De Gasperi, che il riarmo è “una dura necessità preliminare” per erigere l’edificio europeo - così nel discorso alla Conferenza Parlamentare Europea di Parigi nell’aprile 1954. E che il riarmo è da pensare nel quadro di una politica europea di difesa veramente unitaria, con un unico centro di comando e mettendo in comune le forze armate, con investimenti congiunti che oggi riguardano soprattutto scudo nuclearerete satellitare intelligenza artificiale.

“Un’associazione di sforzi militari è opera sterile ove essa non conduca, ed a breve scadenza, alla Federazione dell’Europa libera”, dichiarava De Gasperi nel febbraio 1952. L’occasione che passa doveva servire a costruire una struttura che “è più di un’alleanza; è fusione di eserciti”, diceva, e che doveva aprire la strada all’unione politica dell’Europa. È questo ora il compito per la nostra generazione.


Sara Lorenzini, docente di storia contemporanea presso la Scuola di Studi Internazionali e il Dipartimento di Lettere e Filosofia

fonte: Il Dolomiti


 

venerdì 1 novembre 2024

Persona, Comunità, Bene Comune

Il tema a me assegnato evoca l’essenza del magistero di Alcide Degasperi e mette in luce l’estrema attualità della cultura cultura politica che egli ha interpretato. Degasperi non si capisce senza il riferimento alla sua cultura politica. A quel tempo, le leadership non erano effimere e solitarie: erano espressione di una visione culturale ben radicata in una esperienza di comunità. Il titolo propone di leggere l’eredità degasperiana attraverso tre “parole”: Persona, Comunità, Bene Comune. 

Persona 

In Degasperi, il termine richiama il “personalismo comunitario” di Mounier e di Maritain, filtrato attraverso l’esperienza di quel cattolicesimo sociale mitteleuropeo - del quale Degasperi era figlio - incarnato nella pratica quotidiana delle relazioni di prossimità tipiche delle sue valli alpine.

Degasperi aveva dunque robusti anticorpi sia verso le pulsioni di matrice individualistica, sia verso ogni concezione collettivistica. Entrambe negavano un principio primo: il nesso di equilibrio (e non di reciproca sopraffazione) tra l’io ed il noi. 

Questa idea di “persona” dovrebbe essere oggi riscoperta come valore primario, sia di fronte alla cifra puramente economicistica ed efficientistica dei rapporti sociali - con il portato della spersonalizzazione e delle disuguaglianze crescenti - sia come ancoraggio di “misura” nel confuso dipanarsi delle questioni antropologiche. 

Vi si ravvisa, infatti, il rischio di uno scivolamento verso una idea di “diritti individuali” che è certo un segno del nostro tempo e non va disconosciuta, ma che appare sempre più slegata dai principi della responsabilità; insofferente rispetto al legame tra diritti e doveri; propensa a confondere desideri, anche legittimi, con diritti da esigere “senza se e senza ma”. Perfino per quanto riguarda il desiderio di avere figli. 

Avere chiaro questo valore della Persona dovrebbe aiutarci oggi a vivere i cambiamenti senza pigre nostalgie del tempo che fu, ma anche senza acritiche e ideologiche adesioni alle iperboli di un “tempo nuovo” che ancora deve essere costruito, modellato, elaborato in maniera eticamente ed umanamente sostenibile. 

Comunità 

Per Degasperi, la “Comunità” non è l’aggregato indistinto degli individui in un determinato spazio fisico o confine istituzionale. È invece l’espressione vitale di un legame organico tra persone e formazioni sociali capaci di condividere al tempo stesso la memoria viva di una radice comune e la propensione ad un destino futuro, altrettanto comune. É relazione “generativa”, non pura aggregazione quantitativa e numerica. Comunità non è la somma di tante solitudini e neppure il ritrovarsi, di volta in volta, attorno a rivendicazioni tanto contingenti, quanto mutevoli. Comunità é esperienza di vicinanza, di prossimità, di condivisione. 

Se “due non è il doppio, ma il contrario di uno” - come ha scritto Erri De Luca a proposito delle coppie - analogamente Comunità non è la somma di tanti “uno” messi in fila, ma spazio nuovo, frutto della messa a fattor comune delle esperienze, dove la radice è la moltiplicazione, non la semplice addizione. 

Bene Comune 

Per Degasperi, di conseguenza, il Bene Comune non è la somma degli interessi prevalenti dei singoli (quelli più capaci di farsi valere), ma la sintesi virtuosa e faticosa delle aspirazioni, dei sogni, delle preoccupazioni e dei diritti di tutti. 

Non è questione di pure sommatorie di pretese individualistiche o di gruppi, ma condivisione di una “idea di società” coerente con la tutela del “valore delle Persone” e con l’anima di una Comunità. Non è materia esclusiva né dei singoli o dei loro gruppi organizzati, né delle Pubbliche Istituzioni: è il campo della relazione virtuosa e dinamica tra l’io ed il noi: il noi prossimo ed il noi universale.

Degasperi aveva assimilato, come prima dicevo, l’esperienza della sua Terra tra i monti, dove, per antichissima tradizione, gran parte dei boschi e dei pascoli era proprietà “collettiva”. Vale a dire: non pubblica e non privata. Ed era amministrata da consigli eletti dai “capi famiglia”, o “capi fuoco”, come allora si chiamavano. Per nostra fortuna, tutt’oggi, questa tradizione in larga parte sopravvive, garantita dalla Legge. 

Aveva anche assimilato il valore emblematico di una norma del vecchio Impero - anch’essa, nelle sue terre, tutt’ora viva - che diceva sostanzialmente questo: è fatto obbligo che in ogni Comune ci sia un Corpo Volontario di Pompieri. Può sembrare un ossimoro: obbligo di volontari! Non é così: è invece la cifra di una cultura sociale in base alla quale tra il pubblico ed il privato non esiste il vuoto, ma il diritto-dovere della Comunità organizzata di farsi carico direttamente del Bene Comune, in tutti i campi.

Da queste tre parole (Persona, Comunità, Bene Comune) derivano - coerentemente - le idee di “Popolo”, Democrazia” e “Stato” che Degasperi ha perseguito. 

Popolo 

Disse nel 1947: “Ho imparato che bisogna guardare innanzitutto al popolo. Quando mi parlano di partiti, io li giudico da questo punto di vista: come servono il Popolo? Io non servirei neppure la Democrazia Cristiana se non avessi la convinzione che essa vuole servire il Popolo”.

Ma cosa è il Popolo per Degasperi? Nello stesso discorso egli chiarisce: “Il Popolo vuol dire: il Popolo come vive organicamente nel suo paese, nelle sue società, nei suoi focolari, nelle sue città. Non vuol dire il conglomerato posticcio improvvisato su una piazza”.

Popolo, in sintesi, come dimensione di “comunità strutturata”. Questa idea di “Popolo” - sideralmente lontana da quella oggi prevalente - non solo, certo, ma principalmente e direi ontologicamente, a Destra - colloca a buon diritto Degasperi tra i Maestri dell’antipopulismo ante litteram. Ed è - al tempo stesso - il fondamento della sua idea di Democrazia. Democrazia La Democrazia non è solo regole formali - pur essenziali - ma esigente percorso di “liberazione” dai vincoli delle sopraffazioni di ogni tipo che impediscono il pieno sviluppo delle Libertà e della Dignità della Persona, delle sue relazioni e delle aggregazioni comunitarie nelle quali essa è organicamente inserita. 

Aldo Moro - nel saggio “Democrazia Sociale” del 1944 - ha sintetizzato in maniera eccelsa questa idea: “È doveroso riconoscere che tra libertà e giustizia non vi è irrimediabile antitesi, ma solo conflitto, sia pure angoscioso, di precedenze e che alla Democrazia non solo può, ma deve essere data una qualificazione che ne completi il significato. (…) Non si devono fermare le forze amanti davvero della libertà nel suo pugnante significato che include la giustizia”.

Parole, pensieri, visioni che oggi ci appaiono come luci nella nebbia: quella che avvolge e spesso travolge il carisma della nostra Democrazia presso parti crescenti del nostro stesso popolo, sempre più tentate di barattare la propria libertà in cambio di effimere promesse di sicurezza e di benessere, come reazione alla colpevole crescita dello spaesamento, delle disuguaglianze e di vecchie e nuove povertà non solo materiali. 

L’eredità degasperiana, anche in tal senso, deve suscitare nuovi impegni e nuove pulsioni di “resistenza” rispetto alla diffusa verticalizzazione del Potere Politico; al diffondersi delle “Democrature”; alle concentrazioni globali degli strumenti tecnologici, economici, finanziari e informativi. 

Fenomeni sempre più lesivi sia del valore della Libertà, sia di quello della Giustizia e tali da erodere il valore ed il senso stesso della Democrazia. 

Stato 

Il filo rosso di questo pensiero degasperiano porta infine alla parola “Stato”. Cito nuovamente Aldo Moro, che anche su questo punto, nei suoi scritti giovanili del 1943, ha colto il punto focale: “Lo Stato è, nella sua essenza, il divenire nella storia della società, secondo il suo ideale di giustizia”. 

Questo principio fondamentale per la cultura popolare di ispirazione cristiana, era per Degasperi un punto fermo fin dalle sue prime esperienze politiche. Era stato deputato trentino al Parlamento di Vienna. Aveva respirato la cultura multi nazionale e multi linguistica dell’Impero. Ne aveva colto i segni di disgregazione, certo, ma mai li ha intesi come viatico per una “sacralizzazione” degli Stati Nazione. Degasperi è stato uno “statista”, il più grande della nostra storia dal secondo dopoguerra. Eppure non ha mai confuso il “senso dello Stato” con i disvalori insiti nei concetti di nazionalismo, statalismo e sovranismo. Ha dato un contributo determinate alla costruzione di una identità nazionale, ma sempre testimoniando la sua convinzione che l’idea di Nazione dovesse essere coniugata, da un lato, con il rispetto delle Autonomie (quelle delle formazioni sociali, delle minoranze etniche, linguistiche e culturali, dei Territori) e, dall’altro, con il necessario percorso di costruzione di una Europa Unita e di solide cooperazioni internazionali. 

Due prospettive di enorme attualità, alla luce del confuso balbettio di oggi sia sul terreno delle Autonomie sia su quello dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. Degasperi oggi è ricordato e riconosciuto da tutti, a parole. Ne siamo felici. Ma rimaniamo perplessi e turbati quando leggiamo interpretazioni tanto improbabili quanto palesemente strumentali, come quelle - per fare un solo esempio - contenute in un recente libro dal titolo: “La Destra da Degasperi alla Meloni”. Nessuno oggi può rivendicare esclusive e dirette eredità morali e politiche di Degasperi. Se non altro perché gli attuali nanetti che lo facessero, a fronte di un gigante come Degasperi, sarebbero perfino patetici e ridicoli. Tuttavia, il suo pensiero - pur collocato in un passato ormai lontano - non è affatto neutro rispetto alle vicende politiche e sociali del nostro tempo. 

Degasperi è, di sicuro, in primo luogo, uno dei Padri Fondatori della nostra Repubblica e dell’Europa Unita. Un Padre che appartiene dunque ormai alla Storia del Paese e dell’Europa. Nel contempo, egli è stato però interprete primario della cultura politica del Popolarismo. La Storia evolve e richiede nuovi linguaggi e nuovi orizzonti. Le eredità ideali e politiche sono di chi se le conquista sul campo della coerenza e ne rigenera con credibilità intrinseca il senso, non di chi le proclama per coprire il vuoto di radici oppure radici impresentabili. 

Il vero tema è che le culture politiche non devono morire, ma rigenerarsi. Perché, senza culture fondanti, la Politica diventa arida lotta di potere; perde le sue bussole valoriali; rinuncia a rappresentare e guidare il Popolo; degrada il valore del consenso partecipe a effimera tifoseria; smarrisce la virtù dell’onestà, che non è solo “non rubare”, ma dovere di dire al Popolo parole di verità. L’esigenza di dare un “ubi consistam” ad un “nuovo Popolarismo” non riguarda pure ragioni di parte, ma l’urgenza di rianimare la nostra Democrazia nel segno di una concezione comunitaria: l’unica che può essere più forte delle crescenti derive verso la “post democrazia”.

A questo sforzo ci devono esortare sia la lettura di ciò che sta accadendo nelle pieghe anche nascoste della nostra società, sia lo stimolo della Chiesa - da ultimo nella Settimana Sociale di Trieste - che tocca ovviamente alla Politica assumere senza nessuna tentazione strumentale, ma nel rispetto del valore della Laicità, del quale Degasperi fu esemplare testimone, talvolta anche in modo molto sofferto. Per questo, però, dobbiamo essere alternativi alle nostre paure, alle nostre pigrizie, alle nostre frammentazioni auto referenziali, alle nostre stesse nostalgie. 

Il vento che tira, in Italia, in Europa e nel mondo, non è quello degli ideali di Degasperi e del suo Popolarismo. C’è chi pensa che la nave debba seguire il vento e dunque si adegua, limitandosi ogni tanto a lanciare qualche flebile allarme per mettersi a posto con la coscienza. Ma il vento non vede gli scogli. Il buon nocchiero invece dovrebbe vederli per tempo e cambiare la rotta. 

Base Popolare esiste per concorrere a trovare una nuova rotta. La Buona Politica non è seguire il vento, ma seminare presenza, idee, proposte per tracciare nuove rotte sicure. E cercare alleati, anche di diversa ispirazione culturale, ma disponibili a questo. Del resto, il “Centro” (degasperianamente inteso) non è moderatismo, né furbesca equidistanza topografica tra Destra e Sinistra, né - men che meno - conformismo all’aria prevalente per qualche utilità di bottega. È piuttosto “profezia”. Coraggiosa profezia. 

Sua Eccellenza l’Arcivescovo di Perugia, Ivan Maffeis, nella sua bellissima Lectio Degasperiana del 18 Agosto a Pieve Tesino, ha detto: “Tra le figure bibliche che attraversano il tempo senza perdere il loro smalto, c’è senz’altro quella del profeta. Il profeta affascina per la sua libertà da ogni forma di potere. Per il suo essere uomo ancorato al presente. Per la sua capacità e la sua intuizione nel leggere e nell’interpretare le vicende sociali, politiche, economiche e religiose in cui è coinvolto. Per la forza del suo esempio e della sua azione, che gli deriva dalla fedeltà alla parola e all’azione di Dio, vivente nella storia. 

Alcide De Gasperi è stato un uomo politico dotato di capacità profetiche. Nessun altro leader del suo tempo ha avuto una vita così intensa e imprevedibile. La sua grandezza non si misura solo con quello che ha fatto come statista, ma soprattutto per la testimonianza che ci ha offerto. Come gli antichi profeti, ha indicato una strada e un metodo politico che vanno oltre la sua stessa esistenza”.

Oggi la Politica manca terribilmente di Profezia. In Italia, in Europa e nel Mondo. Se non è più il tempo di Profeti come Degasperi, dovrà essere il tempo di una profezia collettiva. Ai Popolari - quelli veri, quelli dalla schiena dritta, capaci di resistere al vento che tira - tocca il compito, non certo da soli, di seminarla, farla crescere, organizzarla e diffonderla. Partendo, più che dai Palazzi di Roma, dalla società e dalle Istituzioni delle nostre Comunità Territoriali. 


Lorenzo Dellai, relazione tenuta dall’autore al convegno promosso dai “Popolari per Ancona” e da “Base Popolare Marche” sul tema: “La politica come servizio e l’attualità di Alcide De Gasperi” (Ancona, 29 ottobre 2024). 

fonte: il Domani d'Italia

Ndr. - Volutamente l’autore ricorre alla variante onomastica “Degasperi” perché così fu trascritto all’anagrafe il cognome dello statista.

martedì 11 luglio 2023

Dovere e passione

Signor Presidente della Repubblica, cari figli Alessandro, Luigi e Marco, cari nipoti e familiari, autorità, sorelle e fratelli tutti,

ci stringiamo oggi attorno ad Arnaldo Forlani per dargli il nostro ultimo saluto mentre lui compie il suo ultimo tratto che lo separa dalla Gerusalemme del cielo. Quante volte Arnaldo ha ascoltato questa pagina dell’Apocalisse! E, come credente, quei cieli nuovi e quella terra nuova li ha sempre avuti davanti, certo solo in visione, come meta della sua vita, ma anche della stessa azione politica. La visione della nuova Gerusalemme come destinazione di tutti i popoli, non riguarda solo la fine della storia: essa orienta già da ora l’azione del credente. Questa pagina biblica che ascoltiamo in questa celebrazione illumina non solo il senso della morte – quella di Arnaldo, la nostra, di tutti – come passaggio verso la destinazione della storia, appunto la Gerusalemme del cielo ove anche la morte sarà vinta per sempre. E questa luce illumina anche il buio di questo tempo segnato tragicamente da guerre, stragi, distruzioni, che lasciano spaesati e senza più visioni.

Ecco, vorrei ricordare Arnaldo Forlani proprio a partire di qui, ricordarlo come uomo di pace. Lo fu non solo da ministro degli Esteri – primo governante europeo a visitare una Cina ancora sconvolta dalla scomparsa di Mao – ma in tutta una lunga attività politica, attentissimo alle relazioni multilaterali, alla cooperazione internazionale e all’europeismo. Voleva che l’Europa portasse un proprio originale contributo per lo sviluppo e la pace nel mondo e fu anche, per un breve periodo, ministro per i rapporti con le Nazioni Unite. Tutto ciò aveva una radice profonda che affondava nel terreno della sua formazione giovanile nell’Azione Cattolica e nella Fuci. Ed appariva appassionata quando parlava di La Pira, un credente che ha sempre avuto nel cuore la visione finale della Gerusalemme del cielo: in lui – diceva – era “sempre presente il disegno biblico finalizzato alla pace e un nuovo ordine: le spade convertite in vomeri”.

Visioni come questa spingevano Arnaldo Forlani a dare un esempio di rigore, di serietà e di sobrietà. Non ci ha lasciato solo un’importante eredità politica, ha anche compiuto un’opera che resta nelle fibre profonde della società italiana. E’ bene dirlo: se l’Italia è diventata così diversa – in meglio – da come era nel 1945 è anche per la sua opera e per quella di tanti altri credenti e non impegnati con serietà a servire il Paese. Fin dalla giovinezza Arnaldo lo ha fatto, quando, ancora ventenne, negli anni della liberazione entrò nella clandestinità e partecipando alla resistenza. E ha continuato a servire con fedeltà il Paese. Fece suo il vecchio motto “giusto o sbagliato è il mio Paese”.

Sorelle e fratelli, oggi consegniamo nelle mani misericordiose di Dio un servitore della causa di questo Paese, addolorati, certo, ma sereni, come le Sante Scritture ci assicurano che “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà” (Sal 3,1). Ed è bene ricordare che quanto Arnaldo ha fatto con passione e zelo per l’Italia – assieme a tanti altri – conta ancora, anzi suggerisce uno stile di vita. In una realtà conflittuale e polarizzata come quella in cui viviamo, appare forse più chiara l’importanza della sua opera costante per conciliare posizioni diverse, per avvicinare forze contrapposte, per tessere alleanze tra mondi anche culturalmente lontani. Tutto ciò che la buona politica avvicina, ricompone, collega, migliora la vita di una società e, al tempo stesso, fa accumulare a chi la promuove un tesoro prezioso che resta patrimonio comune.

Il Paese ha bisogno di visioni che uniscano.

Nella sua solida formazione cristiana Arnaldo ha trovato i motivi ispiratori del suo impegno politico che lui riassumeva in due parole: dovere e passione. Ci vogliono entrambi per far fruttare i talenti ricevuti, come lui ha fatto. Il senso del dovere, anzitutto. Il talento di cui parla il vangelo non è qualcosa di proprio ma, appunto, un dono che si riceve e la cui proprietà resta sempre di un Altro. E qui il senso cristiano dell’esistenza ha segnato con decisione la sua azione politica. E poi anche passione. Nell’impegno per la società c’è bisogno di creatività, di determinazione, di pazienza, di coraggio e di speranza. Si, dovere e passione, non spingono a seppellire i talenti sottoterra, come avviene quando li usiamo per noi stessi, ma spingono a investirli perché producano molti frutti per il bene degli altri, magari correndo qualche rischio personale, accettando rinunce e mettendo in conto anche sconfitte, croce compresa.

Ho conosciuto meglio Arnaldo Forlani quando si abbatté su di lui la tempesta giudiziaria. Di quei momenti ricordo la sua dignità, la mitezza ed anche l’equilibrio. Certo, in un mare di dolore e di sconcerto. Mi colpi la sua fiducia in Dio: si affidò alle sue mani, come il salmista: “anche se vado in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4). E sentiva forte l’amicizia della sua famiglia e degli amici. Molti hanno sottolineato l’inconsistenza delle accuse che gli sono state rivolte, e di certo non si è arricchito con il suo impegno pubblico. E neppure si è sottratto all’azione della magistratura rispettandone l’azione, interpretando, poi, tutto come un effetto amaro del clima devastante di quegli anni. Ma lui – così disse – volle bere “la cicuta fino in fondo”.

Tutto ciò non intaccò, anzi rafforzò, la sua attenzione – ne fece uno stile umano e politico – a non indebolire le istituzioni sulle quali si fonda la convivenza civile e il bene di tutti. Il suo rispetto anche per chi aveva idee diverse dalle sue, è stato un contributo sostanziale allo sviluppo e al consolidamento della democrazia nel nostro Paese. Arnaldo ha sempre mostrato un grande senso delle istituzioni tutte le volte in cui è stato Presidente e vicepresidente del Consiglio o ministro. La sua sobrietà e il suo rigore si univano in lui a una viva sensibilità per i problemi sociali, più volte ne abbiamo parlato assieme, anche perché da giovane iniziò come sindacalista nella corrente cristiana nella CGL, allora unitaria. Era sempre attento agli effetti pesanti sulla vita di tante persone che avevano gli squilibri del sistema economico – come, in Italia, quelli tra città e campagna, tra Nord e Sud – e spesso i suoi discorsi rivelano una profonda sintonia con le encicliche sociali di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Arnaldo non si riconosceva nell’immagine di uomo di corrente. Era sì un uomo di partito, quando i partiti erano le forze vitali della democrazia italiana. E pensava che i partiti fossero chiamati a servire gli interessi non di una parte ma di tutti gli italiani. Uno dei motivi per cui ammirava tanto De Gasperi – me lo raccontò un giorno nei nostri colloqui – fu la commozione e la gratitudine che l’intero popolo italiano espresse per lo statista trentino mentre lo accompagnava nel suo ultimo viaggio da Trento a Roma. Lo scrisse anche: “è stato il momento di più intensa identificazione tra il nostro partito e l’Italia”. Il ruolo guida della Dc gli pareva una necessità, in presenza di un grande partito comunista in Italia. Era convinto che questo problema non potesse essere risolto con forzature, ma solo con “un lungo e difficile confronto” democratico: escludeva, perciò, la creazione di “un blocco d’ordine” che avrebbe lacerato in modo drammatico la società italiana e ha sempre contrastato l’uso politico della violenza da parte di gruppi con opposte matrici ideologiche.

E’ stato lui a coniare l’immagine del “potere discreto”, per indicare l’ideale di una limitazione del potere da parte anzitutto di chi lo esercita. Lo diceva anche per il suo partito: deve rispettare “anche nell’immagine una consuetudine di prudenza e di collegialità”. E, pur convinto dell’importanza dei partiti per la democrazia italiana, era però contrario alla concentrazione di tutto il potere nelle loro mani: fin dagli anni Sessanta, fu tra i primi a parlare di riforme istituzionali per correggere i limiti e le deformazioni del sistema politico, un problema di cui ancora oggi si continua a discutere, non sempre con il disinteresse e la lungimiranza di cui egli era capace.

Anche la sua uscita di scena – trent’anni fa; un’uscita totale e irrevocabile – è stata improntata all’ideale di un “potere discreto”. E' rimasto sempre fedele al partito in cui si è svolta la sua intera vicenda politica. Non ha condiviso le scelte di quanti, anche vicini a lui politicamente, hanno rotto quell’unità che per lui costituiva un bene superiore agli interessi personali: doveva sempre prevalere sulle divergenze di vedute e sui conflitti di potere, per ragioni più profonde di quelle solo politiche. Con la fine della Democrazia Cristiana, Forlani ha ritenuto definitivamente conclusa anche la sua esperienza politica, scegliendo un rigoroso riserbo.

Oggi, siamo in tanti attorno a lui, con la particolare solennità dei funerali di Stato, mentre si accinge a compiere l’ultimo tratto del suo pellegrinaggio verso la Gerusalemme del cielo. Lo circondiamo con l’onore dovuto ad un servitore dello Stato, con l’affetto che si ha per un amico e con la preghiera di chi crede in un Dio ch’è amore. Arnaldo troverà nel cielo le risposte che ha cercato lungo la sua vita, quelle alle domande suscitate dalle asprezze e dalle contraddizioni della politica e, soprattutto, troverà quelle risposte che riguardano il senso ultimo dell’esistenza umana e che la politica, da sola, non è in grado di dare. Troverà il Suo Signore ad attenderlo. Ma ancor prima delle risposte sentirà il Signore che sull’ uscio gli dirà, come il Vangelo suggerisce: “Arnaldo, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuto padrone”. E ci piace immaginare l’amata moglie, Alma Maria, farsi avanti tra i tanti che lo aspettano per riabbracciarlo, e con lei i genitori la moglie e gli amici, numerosi, che gli fanno festa. \e perché tutti i popoli si incamminino verso quella fraternità universale che resta il sogno di Dio sul mondo. Amen.


Mons. Vincenzo Paglia

Omelia ai funerali di Stato di Arnaldo Forlani

10 luglio 2023

venerdì 21 ottobre 2022

Un uomo scomodo

Enzo Biagi, riguardo a uno dei più illustri padri della Democrazia Cristiana, scriveva: “De Gasperi è scomodo per i potenti d’oggi. De Gasperi è una figura di statista che ti spinge a fare confronti tra i suoi comportamenti, i suoi riserbi, la sua sobrietà, la sua solitudine e lo stile di vita di coloro che vogliono accreditarsi come i suoi eredi. Lui rispondeva solo alle sue idee e alla sua coscienza. Lo celebrano, lo ascoltano, lo esaltano, ma non fu amato e non fu capito. Nemmeno dai suoi. Per tutti gli anni in cui lavorò nella Biblioteca Vaticana, non ebbe mai una visita da un prelato, anche se poi aggiungeva: “Ho un debito di gratitudine poiché con le 700 lire che guadagnavo ogni mese ho mantenuto la famiglia”. 

Dalla penombra e dalle ceneri della guerra perduta, l’Italia vide emergere un personaggio inconsueto, rigoroso e austero, lontano dalla retorica e dalla narrativa teatrale della politica a cui gli italiani erano stati abituati durante il fascismo ma anche prima, nell’Italia liberale. Nato in un piccolo borgo di montagna, Pieve Tesino (vicino Trento), circondato da castagneti, abeti, pini e dal suono dolce e rilassante dei pascoli. Poi ci sono i campanili e le chiese che con loro suono segnano le ore nel vuoto delle valli. Gente semplice gli abitanti, contadini e massaie che lottano nella loro quotidianità contro le fatiche e i dolori di una vita dura ma ricompensata dall’amore per i loro monti, per la loro terra, per i loro bestiami. 

A Borgo Valsugana, De Gasperi abitava nella prima grande casa, a sinistra venendo dalla stazione. “La casa, bassa, un po’ tozza, in pietra e dagli alti soffitti - ricorda la figlia Maria Romana – ha i tappeti e i mobili scuri che sembravano a proprio agio, certi di vivere a lungo”. In questo umile mondo contadino, molto ‘verghiano’, in cui si cercava attraverso i veri valori della vita di proteggersi dalla “fiumana del progresso”, nacque Alcide De Gasperi. Il più grande statista del ‘900 italiano e, assieme a Cavour ed Einaudi, uno dei padri della patria. De Gasperi era un uomo dall’aspetto apparentemente severo e asciutto nell’eloquio. Occhi grigi e volto di pietra, con evidenti e scavati segni di anni di lotta e sofferenze, mantenne sempre un carattere calmo, paziente, quasi “liturgico”. 

Era un uomo di grandi ideali, di specchiata onestà, un servo devoto di Cristo e cercò sempre nel corso della sua vita di non perdere mai la speranza ed il senso della fede, la sua vera àncora di salvezza insieme all’amore per la famiglia nei tanti momenti bui in cui tutto sembrava perduto. Egli seppe conciliare la fede con l’amore per la patria. Pur mantenendo distinte le due sfere d’influenza. Politico accorto e realista, di rara modestia, consigliava ai giovani di non lasciarsi andare alla “mitologia politica” e proprio ad un Congresso della gioventù democristiana disse: “Non ci sono uomini straordinari. Non ci sono uomini entro il Partito e fuori, pari alla grandezza dei problemi che ci stanno di fronte [...] Per risolvere i problemi, vi sono vari metodi: quello della forza, quello dell’intrigo, quello dell'onestà, quello della fermezza in una fede sicura. Se io sono qualche cosa, in questa categoria, mi reputo di appartenere alla terza. Sono l’uomo che ha l'ambizione di essere onesto. Quel poco di intelligenza che ho la metto al servizio della verità] Non voglio essere altro. Quindi il grido di “Viva De Gasperi”, lo traduco “Viva l’uomo di buona volontà che cerca la verità”.

La nomina a presidente del Consiglio Nel difficilissimo momento del dopoguerra, in cui la fame, la miseria, i contrasti politici e sociali tra forze democratiche, comuniste e monarchiche infiammavano la vita politica del paese, ecco che Alcide De Gasperi seppe guidare il popolo italiano, con fermezza, intelligenza e lucidità, cercando di unirlo e di rinfrancarlo. Molti lo criticarono, soprattutto i comunisti di Togliatti, pensando che volesse distrarre l’opinione pubblica, che era al servizio del Vaticano e degli Stati Uniti, ma niente fermò la sua ascesa, data dal suo prestigio personale e culturale. Nel 1945 fu nominato presidente del Consiglio dei ministri, l’ultimo del Regno d’Italia; carica delicatissima in un momento drammatico: l’unità nazionale – faticosamente raggiunta – era messa in pericolo e tra il governo e la casa reale gli scontri di palazzo furono durissimi. Alle 22:10 dell’11 giugno 1946, De Gasperi, a colloquio con il Re, tra galanteria politica e diplomazia, ormai in rotta con il marchese Luciferino che accusava (nuovamente) il governo di fare pressione sulla Cassazione per accelerare i lavori, De Gasperi, si rivolse al marchese dicendo: “Io ho finito il mio latino, si vuole ricorre alla forza? Va bene, vorrà dire che io verrò a trovarla a Regina Coeli o Lei verrà a trovare me”. Fu uno scontro che fece tremare il già fragile Statuto albertino. Durante tale governo fu proclamata la Repubblica e perciò De Gasperi fu anche il primo presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana. Il 9 dicembre del 1946 fu invitato dall’amministrazione americana, e nel suo viaggio negli Stati Uniti (4-17 gennaio 1947) mise fine all’isolamento internazionale dell’Italia. Il presidente Truman rimase colpito da quest’uomo, che rappresentando un paese sconfitto, demoralizzato, alla fame e con poche prospettive per il futuro, seppe dare prova della sua grande dignità, ma anche della sua tenacia e soprattutto del suo essere italiano nonostante Mussolini con disprezzo lo chiamasse “l’austriacante”. Parlò a nome del popolo italiano, mantenendo la schiena dritta e non venendo meno ai suoi principi cristiani e liberali.

L’Italia era sì un paese sconfitto, ma De Gasperi – con la sua squadra di governo aiutata anche dal ruolo fondamentale degli ambasciatori a Parigi, Londra, Washington come ad esempio Tarchiani – riuscì a far passare un messaggio di svolta, autorevolezza e sincera amicizia tra due nazioni che avevano a cuore i destini, la stabilità e la pace del mondo occidentale. L’amministrazione Truman non esitò a concedere prestiti e aiuti alimentari. L’Italia della ricostruzione di De Gasperi prese avvio dopo questo fondamentale viaggio, che lui fece accompagnato dall’amata figlia e segretaria particolare, Maria Romana. Il 10 agosto 1946 si era invece recato invece a Parigi, con il ministro degli Esteri Carlo Sforza, per partecipare alla Conferenza che doveva stabilire le clausole del Trattato di pace. I diplomatici lì convenuti presentarono il conto da pagare ai paesi sconfitti. Il presidente del Consiglio italiano prese la parola per pronunciare uno dei suoi interventi più memorabili, esordendo così: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Nessuno applaudì, solo il Segretario di Stato americano James Byrnes si alzò per andargli a stringere la mano e fu l’unico gesto di umanità. La rottura con il Pci Tra crisi di governo, attacchi da parte di molti Paesi che ci vedevano come sconfitti in ogni campo, l’avvio difficile del Piano Marshall, l’Italia che andò a votare nel 1948 (ben il 92% degli aventi diritto), ebbe fiducia in De Gasperi e per la Democrazia Cristiana fu un trionfo: maggioranza relativa dei voti (48,5% alla Camera dei Deputati, 48,14% al Senato) e la maggioranza assoluta dei seggi. Personalmente il presidente democristiano ottenne un plebiscito di preferenze, battendo enormemente gli altri leader. Dopo queste elezioni iniziò la vera e propria fase del ‘centrismo’ con De Gasperi che volle però allargare l’esecutivo. 

La Democrazia Cristiana di De Gasperi si mostrava come un partito fortemente interclassista, capace di catturare il consenso nei diversi e divergenti strati sociali del paese: dal piccolo mondo rurale del mezzogiorno alle grandi proprietà fondiarie e imprenditoriali del nord. Se poi ci soffermiamo allo straordinario risultato raggiunto alle elezioni del 18 aprile del 1948, quella che De Gasperi definì “una battaglia di civiltà”, osserviamo che il partito raggiunse la maggioranza assoluta alla Camera e una maggioranza risicata al Senato. Questo risultato, contrariamente alle spinte che venivano dalla Chiesa e da settori interni alla dc, non impedì al presidente del Consiglio di formare un nuovo governo comprendendo i “partiti laici”. Il raggiungimento di un risultato così unico fu dato dal fatto che ampie parti del paese, dalla grande industria ai forti interessi economici locali, nonostante fossero pervase da un trasversale anticlericalismo votarono la dc in chiave anticomunista. Uno dei più attivi oppositori a De Gasperi, in una dc che ancora non era divisa in numerose correnti che si andranno formando dopo la morte dello statista trentino, fu Giuseppe Dossetti. Qui è utile distinguere tra la dc di De Gasperi e Dossetti, come fa il Prof. Bedeschi nel suo libro La Prima Repubblica. Storia di una democrazia difficile.

Mentre De Gasperi si era formato sotto l’influenza della Rerum Novarum di Leone XIII, si ispirava ai principi del cattolicesimo liberale e rappresentava la classe dirigente del defunto Partito Popolare, Dossetti, anche per età anagrafica, era cresciuto nel fascismo e in particolare negli anni della crisi del ’29 scoppiata in America e da cui aveva maturato una forte critica al sistema capitalistico. Da qui le letture di Jacques Maritain, l’ammirazione per la Costituzione sovietica del 1936 e la collaborazione con i comunisti. Non a caso, quando De Gasperi ruppe con il fronte socialcomunista la “grande collaborazione tra forze popolari”, per citare Togliatti, fra i suoi più accesi oppositori vi fu Dossetti, che intorno a sé aveva radunato un gruppo di giovani, da La Pira a Fanfani che saranno i futuri rappresentati della sinistra democristiana. Le elezioni del 1948 videro scontri politici molto duri tra i vari candidati, in particolare tra Togliatti e De Gasperi. Quest’ultimo percorse l’Italia in aereo, in treno, in macchina, da nord a sud, per andare a diffondere in ogni angolo del paese la sua politica, le sue idee e la sua fede. I tanti governi di De Gasperi L’attività politica dei governi De Gasperi si sviluppò su tre fronti, che rispecchiavano, la concezione politica degasperiana espressa nel suo manifesto dal titolo Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana: l’Italia entrò nel Patto Atlantico il 5 maggio 1949, nacque il Consiglio d'Europa e il ministro Carlo Sforza disse “è il frutto di un compromesso fra le più avanzate aspirazioni franco-italiane e quelle assai più caute, invece, del governo britannico”. 

Furono realizzati accordi economici europei, quali ad esempio la CECA , la politica di ricostruzione fu caratterizzata dalla riforma agraria, predisposta dal ministro dell'Agricoltura Antonio Segni e inizialmente denominata ‘legge Sila’, poiché riguardava solo la Calabria, poi estesa - con l’approvazione della “legge stralcio” - ad altri territori italiani. Venne poi varato il piano INA-Casa, nacquero la Cassa per il Mezzogiorno e l’Eni, fu compiuta la riforma tributaria e la Lira si stabilizzò sotto la guida di Einaudi. Infine furono modificate la legge elettorale amministrativa e poi quella politica. Era l’estate del 1950 quando furono varate queste riforme: successivamente il 1950 passerà alla storia come “l’anno delle riforme”. De Gasperi, dopo tutti questi mesi di grande fatica e laboriosità, era felice dell’andamento del suo governo, pur mantenendo sempre un certo realismo sulle importanti riforme appena varate scrisse: “Con la riforma agraria, vedete, noi facciamo un atto di giustizia distributiva immediata, umanamente e cristianamente necessaria, forse politicamente utile, benché in politica non bisogna sopravvalutare la riconoscenza degli uomini. Tutto questo, ricordatevi, non risolverà il problema economico del Mezzogiorno. Esso va completato in un quadro di economia più vasta guardando al domani. Oggi non possiamo adottare una forma migliore, ma noi uomini politici dovremmo stare attenti a non scivolare dall’economia alla demagogia. C’è tanto da fare e in così poco tempo!”. I governi repubblicani, che De Gasperi guidò dal 1948 al 1953, pur tra mille difficoltà politiche, sociali ed economiche, furono di grande spessore e soprattutto governi ‘europei’, con un presidente del Consiglio europeista. 

De Gasperi sognava un’Europa unita, tanto che diceva “la nostra patria Europa” e dopo che nel luglio del 1953 decise di dedicarsi solo alla vita di partito, ecco che ci fu il coronamento di una grande carriera, ma soprattutto un riconoscimento personale alla sua attività politica e diplomatica: Alcide De Gasperi divenne presidente dell’Assemblea Comune della CECA. Il ‘figlio delle Dolomiti’, delle sue amate montagne che tanto la avevano formato e rafforzato, diventò il simbolo della futura Europa unita. Alcide De Gasperi, quel ragazzo che diceva senza vergogna “Io vengo da un ceppo di contadini e mio nonno lavorava quella magra terra, che è più roccia che terra”, arrivò al vertice della politica europea, che per lui non consisteva nel trarne vantaggi personali o partitici, la vita gli aveva tolto ma anche dato tanto, bensì lavorare nell’esclusivo interesse dei cittadini. La scomparsa Ma De Gasperi aveva già dato tanto, anzi troppo al nostro paese che forse mai lo capì veramente. Il suo corpo lo aveva sostenuto anche laddove nessuno se lo sarebbe mai immaginato, come quando, ormai malato, il medico gli sconsigliò di andare a Parigi, egli andò ugualmente e poi riuscì a partecipare al suo ultimo Congresso politico, a Napoli nel 1954, dove parlò e si sentì male, tanto che dovettero interrompere i lavori. Tuttavia dopo venti minuti riprese la parola e finì il discorso. Fu proprio quel discorso, forse perché sapeva che sarebbe stato l’ultimo, ad essere considerato come il suo testamento politico. È il 19 agosto 1954 la data che segnerà la morte del più grande statista e uomo politico italiano del ‘900. Le sue spoglie riposarono su un letto coperto di ciclamini e fiori di montagna. Fino all’ultimo desiderò che il suo letto fosse spostato verso la finestra per poter vedere meglio le sue montagne, che tanto lo avevano formato e che mai dimenticò. La salma fu trasportata in treno da Trento a Roma, e ovunque la folla giunse per rendere omaggio. 

A Roma fu sepolto nel porticato della Basilica di San Lorenzo. Qualcuno tra la folla, in una delle stazioni in cui il treno si fermava, mentre si avvicinavano i potentati della Dc urlò: “De Gasperi è nostro, non vostro!”. La Democrazia Cristiana, il partito da lui creato, governerà per ben cinquant’anni, ma i suoi allievi forse un po’ troppo ambiziosi di potere e meno degli interessi delle classi sociali verso cui De Gasperi chiese massima attenzione prima di morire, portarono la Dc al suo inesorabile tracollo politico e morale. Con la scomparsa del politico trentino, scrisse Indro Montanelli che “entrò in scena una classe politica che nulla sapeva di Stato e tutto di una cosa sola: il potere che mai smise di contendersi [...] Con De Gasperi finisce un’epoca e ne comincia un’altra certamente non migliore”.

fonte: Il Giornale
autore: Federico Bini

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...