Marcello Veneziani, La Verità – 7 novembre 2023
mercoledì 8 novembre 2023
Patriota perché cristiano
venerdì 14 luglio 2023
Un comune disegno riformatore
Il governo è attraversato da tsunami che mettono a dura prova la leadership di Giorgia Meloni. Così loro ci provano a mettere in mare una piccola scialuppa, ennesimo contenitore centrista che dovrebbe riuscire a fare sterzare il timone del governo verso quell'area politica liberal fino a ieri presidiata da Silvio Berlusconi e oggi da loro considerata orfana. A differenza degli altri gruppi analoghi essi vantano di non fare parte organica dell'alleanza di centrodestra e quindi di avere maggiore libertà di manovra e di influenza e a differenza dell'ex Terzo Polo sottolineano la matrice cattolica. In più ci sono le europee del prossimo anno, col ruolo che intendono giocare i centristi. Tanta carne al fuoco per i volenterosi che terranno la presentazione ufficiale della loro creatura politica il 19 luglio alla Camera dei Deputati.
A fare gli onori di casa saranno, tra gli altri: Marco Follini, quattro legislature, ex vice presidente del Consiglio (governo Berlusconi del 2004), ex Dc, ex Udc, ex Pd, Gaetano Quagliariello, quattro legislature, ex ministro nel governo Letta del 2013, ex Pri, ex partito radicale, ex Forza Italia, Mario Mauro, una legislatura più tre da europarlamentare, ministro nel governo Letta del 2013, ex Fi, ex Scelta Civica (Mario Monti), Giuseppe De Mita (nipote dello scomparso Ciriaco), una legislatura e dal 2010 al 2013 vicepresidente della Regione Campania, ex Dc, ex Pd, ex Udc, Giorgio Merlo, quattro legislature, ex Dc, ex Ppi, ex Pd, Angelo Sanza, dieci legislature, quattro volte sottosegretario (governi De Mita, Goria, Cossiga-Forlani-Spadolini, Andreotti), ex Dc, ex Fi, ex Udc.
Tutti insieme appassionatamente in Base Popolare, così si chiama il neo raggruppamento che dopo l'ufficializzazione alla Camera incomincerà a raccogliere adesioni, sfidando anche il periodo estivo poiché le elezioni europee sono vicine, il centro è in fase di assestamento e questa nuova voce reclama il proprio spazio. Spiega Giuseppe De Mita: «C'è bisogno di una nuova forza politica autonoma di matrice popolare. Non è possibile organizzarne la presenza in uno degli schieramenti esistenti, di destra o di sinistra, poiché le loro posizioni politiche oggi prevalenti sono costruite sull'elaborazione di proposte riferite a modelli astratti, conditi di demagogia ideologica, che cercano di forzare la realtà o ne ignorano una parte. Il popolarismo cerca risposte non fondate su astratte pretese di verità, ma dentro la complessità della realtà. Il bisogno di sicurezza e il desiderio di libertà, che in misura diversa caratterizzano le principali tendenze sociali, non sono i termini di uno scontro irriducibile, ma gli elementi di un conflitto che la cultura politica deve pacificare offrendo loro un orizzonte di compatibilità».
Molti sono stati i tentativi di riempire il vuoto lasciato dalla Dc. Il principale è stato quello di Forza Italia. Ma l'area centrista ha visto nascere (e morire) gruppi e movimenti di vario genere. Quali sono le prospettive di Base Popolare? Secondo Follini: «La destra gode oggi di un vantaggio numerico e insieme di un vantaggio strategico. Il favore popolare è dalla sua, come dicono i numeri. E l'impossibilità di coalizzare tutti gli avversari accomunandoli in uno stesso cartello elettorale aggiunge una buona dose di fortuna ai numeri della maggioranza. Dunque, viene facile scommettere sulla stabilità, a meno di errori ed eventi che modifichino questo quadro un po' idilliaco.
Eppure tutti questi vantaggi contengono un'intima fragilità, che è legata alla profonda crisi del sistema politico. E dunque, se a quella crisi non verrà posto rimedio, è facile prevedere che prima o poi essa invaderà anche i giardini fioriti dell'attuale maggioranza di governo. Ma il rimedio sta per l'appunto in un comune disegno riformatore. Quel disegno che da mezzo secolo a questa parte viene continuamente evocato e che poi continuamente svanisce”.
Del gruppo costitutivo di Base Popolare fanno parte anche Lorenzo Dellai, una legislatura, ex sindaco di Trento, ex presidente del Trentino Alto Adige, ex Dc, ex Ppi, ex Scelta Civica e Francesco Maria Tuccillo, avvocato e segretario di Avocats sans frontières. Il vertice del Partito popolare europeo ha espresso un apprezzamento che si concretizzerà nella presenza di Manfred Weber, capogruppo del Ppe, alla prima manifestazione ufficiale del movimento, a settembre.
Dice Gaetano Quagliariello: «L'attuale governo è a guida centrodestra, cioè il mio schieramento da sempre, ma al suo interno la parte liberale, quella a cui sono sempre stato vicino, oggi conta davvero poco. Ciò è, oggettivamente, frutto di diversi errori fatti nel tempo. Penso che Giorgia Meloni stia facendo molto bene, ma penso anche che questa parte liberale abbia bisogno di ripensarsi». Aggiunge Mario Mauro: «L'Europa sta andando a destra, ma è responsabilità dei socialisti, e anche di quelle forme che in Italia si chiamano 'dibattito sul centro'. Così il centro viene, non di rado, riassorbito nell'orbita di quei partiti di destra che nei singoli Paesi trionfano. Il governo Meloni da questo punto di vista è un modello esemplare, dove la rappresentanza dei moderati vale intorno al 7/8%. Si tratta di un'anomalia. Perciò vogliamo ricostruire l'area popolare, non per il blasone che porta, ma perché la politica senza pensiero trascinerà il nostro Paese e l'Europa verso il conflitto. Dobbiamo quindi fare un sacrificio organizzativo, metterci insieme in una direzione di marcia. Ci abbiamo provato in tanti in questi anni, ma siamo stati vinti e messi al muro. Dobbiamo evitare di farci la guerra a vicenda, di mettere veti. Un soggetto politico non può essere ridotto a feudo. Facciamo presto, bene e insieme».
Base Popolare molla gli ormeggi. Tra i prossimi ingressi vi sarebbe quello di Marco Bentivogli, ex segretario della Fim-Cisl e co-fondatore del movimento Base Italia: sempre Base è… È annunciata pure la richiesta di un incontro da parte di De Mita & Co con Carlo Calenda e Matteo Renzi. Ci si potrà accordare in vista delle europee? Non sarà facile ma ci si proverà. A settembre bisognerà decidere. Conclude Lorenzo Dellai: «Tutti noi abbiamo pasticciato una serie di soluzioni parziali, limitate, autoreferenziali. Rimane fondamentale e cogente la necessità del recupero di un pensiero popolare. Smettiamola di piantare micro bandierine in ogni dove. Dobbiamo davvero costruire una casa comune. Italia Viva e Azione? Il problema è che è un soggetto con due proprietari, dove c'è molta cultura liberal, poca cultura popolare. Non possiamo essere dei gregari, ma stare su un livello di pari dignità».
Fonte: Italia Oggi, Carlo Valentini, 11 luglio 2023
mercoledì 5 luglio 2023
Un grande scrittore, un grande italiano, un grande milanese
Autorità, gentili ospiti, care
studentesse e cari studenti.
Ringrazio, a nome di tutti per i loro interventi, il Sindaco, il Presidente della Regione, il Prof. Bazoli, il Prof. Stella.
Ho deposto questa mattina una corona di fiori sulla tomba di Alessandro Manzoni, in questo 150° anniversario della sua morte. Un grande scrittore, un grande italiano, un grande milanese. Perché, caro sindaco, non si può spiegare Manzoni senza Milano e, penso che si possa dire, Milano senza Manzoni.
Con questa cerimonia – così
raccolta e partecipata, per questo sarebbe piaciuta certamente a Manzoni –
vogliamo rendere testimonianza di quanto l’Italia gli sia debitrice, in termini
di pensiero, di produzione letteraria, di esempio morale, di evoluzione della
lingua. Manzoni, uno degli spiriti più nobili del nostro Ottocento, protagonista
del Romanticismo e del Risorgimento italiano. Definito, a ragione, il padre del
romanzo italiano e maestro indiscusso di tante generazioni di letterati e di
patrioti.
La lettura dei “Promessi Sposi” ci riserva, ogni volta, nuovi e sorprendenti aspetti, per finezza, per arguzia, per profondità, per vividezza delle descrizioni, per il tratteggio psicologico dei personaggi; talmente autentici che i loro nomi, ancora oggi, definiscono caratteri esemplari.
Abbiamo appena ascoltato, con una lettura particolarmente intensa – che qui la ringraziamo tutti - da parte Eleonora Giovanardi, l’episodio dell’incontro a quattr’occhi di fra’ Cristoforo con don Rodrigo. Sono eccezionali, in quel momento e in quel passaggio del romanzo, il gioco degli sguardi, quasi cinematografico, il movimento scenico, il dialogo drammatico, che si intreccia tra i rappresentanti di due concezioni del mondo così diverse: l’umiltà, la sete di giustizia, l’umanità da un lato; l’arroganza, la protervia, la prepotenza dall’altro.
Nello sterminato territorio che separa l’universo valoriale di fra’ Cristoforo da quello, turpe, di don Rodrigo si muove - sembra dirci Manzoni - la storia, cammino dolente ma inarrestabile dell’umanità verso il futuro.
Genti e popoli in marcia, con le loro speranze, i loro progressi, le loro miserie, le loro cadute. Un percorso che - come è stato ricordato poc’anzi - Manzoni affida nelle mani della Divina Provvidenza. Ma che è quanto di più lontano da un rassegnato fatalismo, perché gli uomini, mediante la loro forza e le loro debolezze, sono e restano i costruttori del proprio presente e del proprio avvenire.
Figlio del suo secolo, Manzoni ha avuto la peculiarità - che appartiene soltanto ai grandi - di gettare sulla società e sulla realtà storica del suo tempo uno sguardo lungimirante, capace di andare oltre, collegandosi – e spesso ispirandole - alle forze più vive e dinamiche della cultura italiana ed europea, pervase dall’aspirazione alla libertà, all’indipendenza, all’autodeterminazione. Un’aspirazione che non può essere disgiunta dall’opposizione e dalla ripugnanza nei confronti della tirannide, dell’abuso di potere, della violenza, dell’ingiustizia, specialmente contro i poveri, gli umili, gli indifesi.
Manzoni si è sempre sottratto, per la sua proverbiale riservatezza e anche per ragioni di salute, alla militanza politica in senso stretto. Ma è considerato, ben a ragione, un ispiratore e un propulsore del nostro Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Ed è, a tutti gli effetti, un padre della nostra Patria.
Ricollegandosi alla grande tradizione della poesia civile, di Dante, Petrarca, Foscolo, ambiva a un’Italia unita, che non fosse una mera espressione geografica, una addizione a freddo di diversi Stati e staterelli, ma la sintesi alta di un unico popolo, forte, orgoglioso della sua cultura, della sua storia, della sua lingua, delle sue radici. Ve ne è traccia, efficace e di rimpianto, nel Coro dell’Adelchi.
Al poeta Lamartine, che aveva parlato sprezzante di “diversità” di “popoli” italiani, Manzoni rispose con una lettera sdegnata: «No, non c’è più differenza tra l’uomo delle Alpi e quello di Palermo che tra l’uomo sulle rive del Reno e quello dei Pirenei.»
Cattolico integrale, ma mai integralista, Manzoni ha affrontato la questione dell’ingresso e della presenza delle masse cattoliche all’interno del processo risorgimentale e di formazione nazionale, respingendo ogni tentazione di mantenimento di forme di potere temporale della Chiesa, da lui considerato storicamente superato, origine di corruzione e fonte di gravi mali. Fu Paolo VI, Prof. Bazoli, a ricordare che fu provvidenziale la perdita del potere temporale ad opera dello Stato italiano.
Anche quando queste tentazioni temporalistiche o neotemporalistiche si presentavano nella forma temperata e accattivante proposta da animi illuminati, come Gioberti o il suo amico, e padre spirituale, Rosmini. Da senatore, infatti, Manzoni non ebbe alcuna remora nel votare a favore di Roma capitale, nonostante la minaccia di scomunica papale.
Si è molto parlato e discusso - a proposito di Manzoni – del suo cattolicesimo liberale; del suo punto di vista sulle masse popolari, del suo interesse - del suo amore, in realtà - per gli umili e per gli oppressi.
Francesco De Sanctis, in pagine illuminanti, definisce la concezione manzoniana come “eminentemente democratica”: «Non è il titolo - scriveva De Sanctis - e non la ricchezza, e non la dignità e neppure la scienza che crea l’interesse estetico; è il carattere morale, non privilegio di classe o di professione, ma partecipe a tutti: ideale democratico – aggiungeva De Sanctis - che è la negazione di ogni aristocrazia di convenzione.»
Conosciamo le riserve di Gramsci e di altri studiosi sul cosiddetto “paternalismo” manzoniano o sul suo vero o presunto “moderatismo”. Non spetta certo a me rievocare o valutare queste controversie politico-letterarie, peraltro influenzate dallo spirito dei tempi in cui si svilupparono. Ma vorrei condividere qualche breve riflessione sul Manzoni civile.
A proposito del Romanticismo e del Risorgimento italiano si cita spesso la triade Dio, Patria, Famiglia, quasi in contrapposizione alla triade della Rivoluzione Francese, Libertà, Eguaglianza, Fraternità. È una cesura eccessivamente schematica.
Il romantico e cattolico Manzoni, in verità, non rinnega i valori della Rivoluzione Francese, anzi, li approva e li condivide, insistendo soprattutto sul quello più trascurato, la fraternità. La Rivoluzione Francese, secondo Manzoni, aveva tradito questi valori, perché, con il giacobinismo, si era trasformata nell’ideologia del Terrore e della violenza.
Nulla, per l’autore dei Promessi Sposi, è più nefasto delle teorie politiche astratte che immolano sull’altare della ragion di Stato i diritti di uomini o di intere popolazioni. Nulla, per lui, è più sacro della vita umana. La verità deve prevalere sulla menzogna, la tolleranza sull’odio, la pietà sulla violenza, la morale sul calcolo di convenienza.
A differenza di molti suoi contemporanei, che vagheggiavano improbabili ritorni a ere classiche e pre-cristiane, scrive che non bisogna provare alcuna nostalgia per “la barbarie degli antichi”, un’epoca caratterizzata da guerre di conquista, stermini, distruzioni, sopraffazioni, riduzione in schiavitù.
Non c’è alcun quietismo, alcuna rassegnazione: Manzoni sostiene i moti di indipendenza nazionale, incoraggia i venti di libertà che spirano in Italia e in tante altre parti del mondo – non a caso nella Pentecoste ricorda America Latina, Irlanda, Libano e Haiti – giungendo, davanti alle aggressioni e alle ingiustizie, a teorizzare la legittimità della resistenza.
Ma - nella sua visione - è la persona, in quanto figlia di Dio, e non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale, a essere destinataria di diritti universali, di tutela e protezione. È l’uomo in quanto tale, non solo in quanto appartenente a una nazione, in quanto cittadino, a essere portatore di dignità e di diritti.
Colpisce quanto ricordato da Margherita Provana di Collegno, assidua frequentatrice di Manzoni, a proposito del triste fenomeno della schiavitù: Manzoni le confidò, infatti, che “benché l'America abbia il Governo più libero ed il Re di Napoli il più tirannico, pure, se gli avessero fatto scegliere di rinascere, o americano, o napoletano, avrebbe preferito di nascere napoletano, perché nulla esiste di peggio della mostruosa schiavitù.”
Nell’idea manzoniana di libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà si può scorgere una anticipazione della visione di fondo della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948.
Una carta fondamentale, nata dopo gli orrori della Seconda Guerra mondiale, che individua la persona umana in sé, senza alcuna differenza, come soggetto portatore di diritti, sbarrando così la strada a nefaste concezioni di supremazia basate sulla razza, sull’appartenenza, e, in definitiva, sulla sopraffazione, sulla persecuzione, sulla prevalenza del più forte. Concetti e assunti che – come ben sappiamo - sono espressamente posti alla base della nostra Costituzione repubblicana.
Dai diritti dell’uomo la concezione manzoniana si allarga a quella del diritto internazionale e dei rapporti tra gli Stati, dove si ritrova una critica lucida e serrata al nazionalismo esasperato. Perché la moralità, la fraternità e la giustizia devono prevalere sugli odi, sugli egoismi, sulle inutili e controproducenti rivalità.
Scrive Manzoni in un frammento delle Osservazioni sulla Morale Cattolica, pubblicato postumo: “Bisogna sentire e ripetere che la somiglianza che ci dà l’essere d’uomo è ben più forte che la diversità di nazione; che il Vangelo ci ha fatto conoscere che abbiamo un cuore grande abbastanza per amar tutti gli uomini; che gli sforzi di una nazione contro l’altra (…) son sempre piccioli, perché fondati sulla passione e non sulla ragione e sulla verità; sono inutili, perché non ottengono stabilmente nemmeno il fine che si propongono quelli che li fanno; sono impolitici, perché producono (…) l’indebolimento e il pervertimento dei popoli”.
Manzoni si spinge anche oltre, prefigurando la illiceità di accordi internazionali ratificati sulla testa dei popoli e degli Stati: in una lettera al genero Giovan Battista Giorgini, del marzo 1861, parla esplicitamente della “ingiustizia e la nullità morale di trattati stipulati da alcuni sugli affari d’altri, senza sentirli e con il solo titolo della forza, e dell’inaudita e iniquissima teoria che attribuiva a quegli alcuni … il diritto di costituire un diritto sopra gli altri.”
Per concludere, vorrei segnalare
un ultimo aspetto che mi sembra di particolare attualità.
Sono state scritte pagine illuminanti sulla sua vicinanza, sull’empatia, sulla condivisione nei confronti delle masse popolari, che per la prima volta diventano protagoniste di un romanzo. Utilizzando una terminologia moderna, di oggi, possiamo parlare di un Manzoni certamente “popolare”, ma non “populista”.
Il legame controverso che Manzoni stabilisce tra potere e opinione pubblica, tra giustizia e sentimenti diffusi, ci induce a riflettere - sia pure in tempi incommensurabilmente distanti - sui pericoli che oggi corrono le società democratiche di fronte alla diffusione del distorto e aggressivo uso dei social media, dell’accentramento dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi, della disinformazione organizzata e dei tentativi di sistematica manipolazione della realtà.
E, anche, sulla tendenza, registrabile in tutto il mondo, di classi dirigenti di assecondare la propria base elettorale o di consenso e i suoi mutevoli umori, registrati di giorno in giorno tramite i sondaggi, piuttosto che dedicarsi a costruire politiche di ampio respiro, capaci di resistere agli anni e di definire, in tal modo, il futuro.
Già nei Promessi Sposi, nei capitoli dedicati alla peste, Manzoni scriveva icasticamente a proposito di questi rischi: “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.
La “Storia della Colonna infame” - un capolavoro di letteratura civile, compreso e rivalutato soltanto a partire dal secolo scorso - ci ammonisce di quanto siano perniciosi gli umori delle folle anonime, i pregiudizi, gli stereotipi; e di quali rischi si corrano quando i detentori del potere - politico, legislativo, giudiziario - si adoperino per compiacerli a ogni costo, cercando soltanto un consenso effimero. Un combinato micidiale, che invece di produrre giustizia, ordine e prosperità - che è il compito precipuo di chi è chiamato a dirigere - produce tragedie, lutti e rovine.
Autorità, care studentesse, cari studenti,
Alessandro Manzoni ci ha regalato alcune delle pagine più belle e intense della nostra letteratura. Il suo altissimo senso morale, la sua ispirazione ideale, insieme umana e cristiana, ci è continuamente di riferimento e di sprone.
Come tutti gli spiriti eletti e gli artisti universali, Manzoni parla tuttora all’uomo di oggi, alle sue inquietudini e alle sue ricerche di senso, con voce autorevole, ferma e appassionata.
Anche per questo, oggi, gli rendiamo omaggio.
Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia in occasione del 150° anniversario della morte di Alessandro Manzoni - Milano, 22 maggio 2023
domenica 13 giugno 2021
Un cattolico liberale
Sassari, 24/09/2020
Rivolgo un saluto molto cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco e, attraverso di lui, a tutti i suoi concittadini.
Al Magnifico Rettore un saluto e un ringraziamento per l’accoglienza, pregandolo di trasmettere al Corpo docente, agli studenti e al personale tecnico-amministrativo il saluto e gli auguri che non mi è stato possibile recare direttamente in occasione dell’apertura dell’Anno accademico.
Ricordare Francesco Cossiga nell’Università che lo vide studente e poi brillantissimo e apprezzato docente è un omaggio alle sue radici, umane e intellettuali, e allo spessore con cui si è reso protagonista della vita politica e istituzionale del nostro Paese nell’arco di mezzo secolo.
Al tempo stesso è un tributo a questo Ateneo – che vive il suo quinto secolo, e lo vive bene, verso il futuro - il solo tra gli atenei d’Italia ad aver avuto nel proprio corpo docente due presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga e Antonio Segni, che è stato - come abbiamo ascoltato e come sapevamo – Magnifico Rettore di questo Ateneo.
Desidero ricordare anche che questa Università ha avuto tra i suoi docenti tre Presidenti della Corte Costituzionale e un Premio Nobel.
Il legame tra Cossiga, Sassari e la Sardegna è sempre stato forte e profondo, andando ben oltre la pur rilevante dimensione familiare e affettiva.
Del rilievo di queste origini il presidente Cossiga ha sempre parlato come di un insieme di valori etici e culturali, del retaggio di una comunità capace di tenere insieme ruvidità nel linguaggio e pudore nei sentimenti, contrasto nelle idee e amicizia tra le persone.
La famiglia, inserita in una ampia e feconda rete di relazioni nella società sassarese, è stata per lui anche la palestra dove ha potuto coltivare, sin da giovane, la passione politica. Palestra nella quale si è allenato al pluralismo, al confronto, alla laicità delle scelte e dove, ha poi sottolineato lo stesso presidente Cossiga, “l’antifascismo era un fatto discriminante non solo dal punto di visto politico ma morale”.
È in questo ambiente che ha sviluppato quella “sensibilità per l’unità delle forze democratiche”, che nel tempo si è affermata come tratto qualificante del suo impegno politico.
Francesco Cossiga si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1945, quando aveva appena 16 anni.
Volle notare, nel suo discorso di insediamento come Capo dello Stato, di essere il primo Presidente a non appartenere “alla generazione di coloro che meritatamente si possono definire padri della Patria, cioè a quegli uomini che hanno lottato per la libertà, per l’indipendenza e per la democrazia dell’Italia e che hanno contribuito in questo segno alla nascita della Costituzione repubblicana”.
Fu nel crogiuolo di idealità e speranze del dopoguerra, alimentate dalla libertà appena riconquistata e dalla responsabilità che si avvertiva nei confronti della rinata democrazia, che Cossiga formò il suo pensiero e cominciò a prendere parte al confronto pubblico.
Agli studi di diritto si affiancarono, già in età giovanile, le letture di Jacques Maritain e Antonio Rosmini, di Tommaso Moro e Gabriel-Honoré Marcel. Sentiva di voler misurare la sua fede cristiana nella costruzione di una società libera, democratica e pluralista e la Fuci fu anche per lui, come per altri prestigiosi dirigenti della Dc, una scuola di umanesimo, in cui il sapere teologico – da Sant’Agostino a San Tommaso – veniva portato al confronto con la modernità incalzante di una società che usciva dalla guerra e desiderava dare solidità a un percorso di sviluppo civile.
Al principio di laicità dello Stato Cossiga è rimasto sempre fedele. Nel suo dichiararsi “cattolico liberale” c’era un ossequio, un rispetto per la casa comune e per la sovranità delle istituzioni della Repubblica, che non concedeva spazio a tentazioni confessionali o integralismi di sorta.
Convincimenti che approfondiva volentieri anche attraverso gli amati classici del diritto e della filosofia anglosassone, ragioni non secondarie della sua capacità di dialogo, nel partito in cui militava e con personalità di partiti avversari.
Laureatosi giovanissimo in giurisprudenza, mentre cominciava a inoltrarsi nell’impegno politico a partire dalla realtà cittadina, Francesco Cossiga intraprese la carriera accademica come docente di diritto costituzionale, avendo come maestro Giuseppe Guarino.
Grande attenzione manifestò, nel suo primo lavoro pubblicato nel 1950, al tema dell’autonomia regionale e alla pari dignità di ogni assemblea legislativa, fosse essa il Parlamento nazionale o i Consigli regionali.
È stato osservato come, già in questi scritti, emergesse in Cossiga un’idea di Costituzione fondata su presupposti di valore che ne orientavano l’attuazione e l’interpretazione.
In un saggio del 1951, dedicato al diritto di petizione, il professor Cossiga sottolineava la necessità del contributo della partecipazione attiva dei cittadini alla costante rigenerazione democratica, necessaria per consolidare i principi della Carta: “La caratteristica peculiare degli ordinamenti democratici – scriveva infatti Cossiga – prima e più ancora che da una organizzazione formale degli organi costituzionali, è data da una effettiva partecipazione della base popolare alla vita dello Stato”.
Una tensione che dal giovane studioso si è poi trasmessa nell’azione all’uomo di Stato e di cui troviamo traccia anche nella dichiarata aspirazione, all’atto del suo insediamento alla Presidenza della Repubblica, di essere espressione della gente comune.
Francesco Cossiga bruciò i tempi anche in politica, assumendo dal ’56 la responsabilità della guida provinciale del suo partito, insieme a un gruppo che promosse a Sassari un cambio generazionale e che prese il nome, provocatorio, di “giovani turchi”.
A dire il vero, Cossiga spiegò in seguito come la provocazione fosse in realtà un’ironia e una sfida che il gruppo rivolgeva a se stesso, “una sofisticheria intellettuale un po’ velenosa per ricordare ai giovani congiurati sardi che, tornato al potere, il sultano turco aveva decapitato tutti gli ufficiali ribelli senza pietà”.
Cossiga fu eletto per la prima volta deputato nel 1958, a trent’anni. Idealità e pragmatismo, fedeltà ai principi e attenzione alla concretezza della vita sociale divennero i parametri del suo lavoro parlamentare e della sua militanza politica.
A questa scuola si formava la classe dirigente di governo: nel confronto talvolta aspro sui principi ma sempre orientato a composizioni – sul piano delle norme come su quello dei riflessi sociali - capaci di evitare conflitti laceranti e di sospingere il Paese sulla strada della stabilità e di un maggior benessere.
Dirà Francesco Cossiga il giorno del giuramento come Presidente della Repubblica, citando Elias Canetti: “Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano”. E questa fu la sua chiosa personale: “Sotto le motivazioni ingannevoli di avventurose spedizioni intellettuali in terre remote, spesso si nasconde il tentativo ‘di evitare quanto ci sta dappresso’, l’incapacità di volgerci a quanto vi è di più vicino a noi e di più concreto”.
L’alleanza atlantica e la scelta europea furono pilastri nelle convinzioni di Cossiga e del suo impegno, anche istituzionale. In questo si può cogliere quella saldatura tra ideale e reale, tra progettualità e concretezza, che ha caratterizzato il profilo dell’uomo politico Cossiga come, del resto, le parti più qualificate della sua generazione di governo.
La sua prima esperienza nell’esecutivo cominciò nel 1966, come sottosegretario alla Difesa, e da subito gli vennero affidati incarichi particolarmente delicati.
I problemi aperti dalla vicenda del “Piano Solo” lo videro impegnato nella promozione di un rinnovamento della struttura stessa dei Servizi di informazione e sicurezza, in coerenza con l’ordinamento democratico del Paese.
Del processo di riforma dei Servizi, sollecitato anche dal Parlamento, Cossiga fu indubbiamente tra i maggiori artefici.
Esperienze e competenze che rafforzarono in Cossiga la convinzione che le questioni di sicurezza nazionale non fossero di ordine puramente interno, bensì anche temi cruciali dell’azione di governo e della sua politica estera.
L’atlantismo di Cossiga restò un punto fermo, anche nel suo tenace europeismo.
La convergenza sulla politica estera tra i partiti costruttori della Costituzione era ancora di là da venire negli anni Settanta, eppure Cossiga continuò a esprimere una propensione al confronto sia verso i partiti laici e socialisti, alleati della Dc, sia rispetto all’oppositore Partito comunista.
Nel 1976, il suo dialogo, da Ministro dell’Interno, con il gruppo dirigente del Pci divenne uno degli snodi più importanti della collaborazione nella maggioranza di solidarietà nazionale.
Una relazione che, pur tra robuste differenze che persistevano, favorì in misura significativa quell’unità di popolo, indubbiamente decisiva per la vittoria sul terrorismo.
Cossiga assolse al suo mandato al Viminale in un clima di violenza che aveva superato il livello di guardia.
La minaccia brigatista puntava a condizionare, a impedire, il regolare svolgimento dei processi ai terroristi. L’aggressione colpiva magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giovani, giornalisti, dirigenti.
Cossiga fronteggiò l’attacco alla Repubblica e difese le istituzioni democratiche con il consenso del Parlamento, nel rispetto dello Stato di diritto e cercando di preservare, come bene indispensabile, l’unità delle forze democratiche nella lotta al terrore e all’eversione.
Il ricorso a norme e a strumenti nuovi restò sempre iscritto nel solco della difesa dei valori e dell’ordine costituzionale. E il contrasto alle vulgate insurrezionaliste, così come alla inaccettabile predicazione equidistante di fautori del “né con lo Stato, né con le Br”, fu da parte di Cossiga sempre netto e scevro da ipocrisie e opportunismi.
Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, con la strage degli uomini di scorta, fu un colpo tremendo e uno spartiacque nella sua vita. Come fu uno spartiacque nella storia della Repubblica.
Il Ministro Cossiga si adoperò per la liberazione di Moro, suo amico e punto di riferimento politico, ma gli sforzi non giunsero al risultato sperato e la sofferenza fu acuita da quel susseguirsi di lettere di cui ebbe a riconoscere tratti di autenticità.
Al momento del ritrovamento del corpo dello statista assassinato dette esecuzione al suo proposito di dimissioni, “assumendosi la piena responsabilità politica dell’operato del dicastero”.
Tenne comunque a precisare: “Sono in coscienza convinto di non essermi fatto guidare nella mia azione di governo da nient’altro che non fosse l’interesse dello Stato ed il bene della comunità civile”.
Cossiga restò lontano da ogni incarico pubblico per poco più di un anno. Fu richiamato dal Presidente Pertini, come Presidente del Consiglio, per risolvere la difficile crisi di inizio legislatura nel 1979.
Anche quella fu una stagione di profondi cambiamenti geopolitici: l’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran fece seguito alla rivoluzione iraniana; l’Urss decise l’invasione dell’Afghanistan; in ambito internazionale si aprì un ciclo neo-liberale che avrebbe dispiegato i suoi effetti nel processo di globalizzazione.
Il governo Cossiga, che - dopo la chiusura dell’esperienza della solidarietà nazionale - si muoveva verso una ricomposizione dell’alleanza tra la Dc, il Psi e i partiti laici, si trovò di fronte a una scelta rilevante, conseguente alla rinnovata competizione Est-Ovest sugli armamenti.
La decisione sovietica di procedere alla installazione di nuovi missili a corto raggio in Cecoslovacchia e Germania dell’Est aveva suscitato forti preoccupazioni in alcuni governi occidentali, per la possibilità del divampare di un conflitto con armi nucleari limitato al teatro europeo, creando così un potenziale sganciamento in ambito Nato tra difesa statunitense e difesa degli alleati europei. Una preoccupazione particolarmente avvertita dai governi di Paesi come la Repubblica Federale Tedesca e quelli del Benelux che si sentivano più direttamente minacciati.
In sede di Alleanza Atlantica si decise per una risposta collegiale di cui l’Italia si rese co-protagonista, decidendo di ospitare - nella base di Comiso - unitamente alla Germania Federale, al Belgio e ai Paesi Bassi, i missili Cruise, mentre i Pershing2 furono destinati in Gran Bretagna.
Un atto di volontà che contribuì, unitamente all’impegno italiano nell’ambito della missione Onu in Libano, a profilare l’Italia repubblicana come capace di assumere responsabilità geostrategiche di rilievo.
Una scelta, quella del governo guidato da Francesco Cossiga che consolidò, fra l’altro, l’amicizia con il cancelliere Helmut Schmidt e il rapporto italo-tedesco, e ribadì il valore strategico di scelte comuni di deterrenza in ambito europeo.
La questione tedesca fu sempre presente al leader sardo che si spese in favore della riunificazione delle due Germanie e questo gli venne riconosciuto nella solenne occasione della cerimonia ufficiale per la riunificazione tedesca, il 3 ottobre 1990: il Presidente della Repubblica italiana fu, infatti, il Capo di Stato straniero invitato nell’occasione.
Nel 1983 Francesco Cossiga che, con il suo secondo governo, aveva ripreso il dialogo con il Partito Socialista, venne eletto Presidente del Senato con una larghissima maggioranza.
Alla guida di Palazzo Madama, Cossiga si fece apprezzare per solidità e imparzialità.
Questa fu premessa all’elezione a Presidente della Repubblica, il 24 giugno 1985, che avvenne al primo scrutinio – cui posso ricordare di aver personalmente partecipato - con il consenso di oltre tre quarti dei grandi elettori, espressione di volontà unitaria nel sostenere la Presidenza della Repubblica come presidio di coesione del Paese attorno ai valori della Costituzione.
Alla metà degli anni Ottanta, pur con un ciclo economico espansivo, si affacciavano interrogativi sulla modernità del sistema politico e istituzionale, con tensioni crescenti nel rapporto con la società civile.
Il Presidente Cossiga visse dal Quirinale una stagione di intensi fermenti e di grandi mutamenti, che interessarono la valenza stessa della politica, la fiducia nelle istituzioni, le funzioni della rappresentanza, i limiti del potere.
La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, simboleggiò la modifica degli equilibri dell’Europa e del mondo, chiudendo il lungo dopoguerra e aprendo la porta alla società globale.
Cossiga colse con acuta sensibilità che caduta del Muro e fine della potenza sovietica avrebbero avuto conseguenze anche sulla vita politica del nostro Paese, mettendo in discussione non solo i vecchi equilibri ma anche le rendite di posizione di chi supponeva di riceverne vantaggio in quanto estraneo all’ideologia sconfitta.
La fine dell’equilibrio di Yalta, a giudizio del Presidente, non poteva non riflettersi sul sistema politico italiano.
Secondo la testimonianza di uno dei suoi più stretti collaboratori - Ludovico Ortona - Cossiga non gradiva il ruolo di Presidente notaio ma, ancor meno, aspirava a quello di Presidente “imperatore”.
Si riassume in questo la ricerca e la evoluzione dei rilievi che, dapprima in modo assolutamente misurato e, via via, in modo più vivace, rivolse sulla questione che animava anche il dibattito tra le forze politiche: quella di una stagione di riforme istituzionali.
Il Presidente partiva dalla considerazione che nuocesse al Paese una visione che giudicasse le istituzioni esistenti fragili perché in attesa di riforma, richiamando al rispetto di una indeclinabile finalità: “Le riforme istituzionali - disse nel tradizionale messaggio di fine anno nel 1987 - devono condurre all’obiettivo essenziale di promuovere la crescita della democrazia”.
Un obiettivo che faceva tutt’uno con la “nuova ed esaltante primavera della Repubblica”, da lui auspicata, con quelle parole, in occasione del discorso di insediamento quale Capo dello Stato.
Resta come atto impegnativo il suo messaggio alle Camere sulle riforme costituzionali, che reca la data del 26 giugno 1991.
Ne inviò altri otto, se contiamo il saluto al Parlamento all’atto delle sue dimissioni, annunciate il 25 aprile 1992, per ovviare a quello che, giornalisticamente, venne definito “l’ingorgo istituzionale” per la contestualità dell’insediamento delle Camere dopo le elezioni, della formazione del nuovo governo e, appunto, della vicina elezione del suo successore.
Uno strumento, quello del messaggio ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, utilizzato in precedenza una volta dal Presidente Segni nel 1963 e una dal Presidente Leone nel 1975.
Le proposte che il Presidente Cossiga formulò sono un capitolo del lungo percorso di transizione che la nostra Repubblica ha compiuto tra rallentamenti e accelerazioni. Cossiga suggerì, prima delle trasformazioni che hanno riguardato la stessa identità dei partiti storici, una stagione costituente, con ampie riforme della seconda parte della Carta, riaffermando il vincolo morale e civile tra gli italiani e i principi della Costituzione.
Il Presidente Cossiga esercitò le prerogative costituzionali con le qualità che derivavano dalla sua lunga esperienza, e anche con la puntualità di uno studioso del diritto.
Ribadì, con lettera al Presidente del Consiglio incaricato Andreotti, i poteri che la Costituzione conferisce al Capo dello Stato nella nomina dei ministri e descrisse il vaglio presidenziale come non comprimibile.
Diverse leggi furono rinviate dal Presidente Cossiga e le motivazioni addotte nei relativi messaggi di rinvio alle Camere hanno riguardato diversi profili, suscitando anche vivaci dibattiti tra gli studiosi.
Inaugurò la prassi dei rinvii di leggi di conversione di decreti, trovandosi a operare, del resto, in un contesto in cui, prima della nota sentenza della Consulta contro la prassi di reiterare i decreti legge, la decretazione d’urgenza aveva assunto caratteri abnormi, tali da stravolgere i rapporti tra Governo e Parlamento.
Agli storici del diritto e ai costituzionalisti ha offerto molti spunti e molti materiali per gli studi e per fornire alla vita delle istituzioni quel supporto di teoria e di cultura che è necessario per la sua qualità.
La sua testimonianza civile e politica ha contribuito al patrimonio democratico degli italiani.
Nel discorso di insediamento aveva assunto la gente comune come punto di riferimento per saldare – come disse - passato e futuro, auspicando una nuova solidarietà “per valori non solo personali ma soprattutto comunitari”.
Per avere speranza civile - disse - “c’è bisogno di una giustizia sociale che non sia calata dall’alto ma condivisa e prodotta dai cittadini”. Aggiungendo che “lo sviluppo non si traduce in speranza civile se non si unisce alla capacità di risolvere i due grandi problemi della nostra vita nazionale: la disoccupazione e l’arretratezza delle aree meridionali “.
Parole lungimiranti di un italiano che ha servito il Paese con tutta la forza di cui è stato capace e del quale oggi, a dieci anni dalla scomparsa, onoriamo la memoria.
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