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sabato 12 ottobre 2013

La più difficile

Tra le tre virtù teologali, la speranza è forse l'unica difficile e probabilmente la più gradita a Dio.

C. Peguy (Il Portico del Mistero della Seconda Virtù)

domenica 21 luglio 2013

Un'amicizia mancata

Non sbaglia l’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri a definirlo nella sua effervescente introduzione «uno straordinario testo». È il saggio su Paul Claudel e Charles Péguy, esaminati quasi al microscopio da Henri De Lubac, uno dei padri del Concilio Vaticano II, e Jean Bastaire, giornalista e discepolo del grande gesuita francese. Il primo morirà cardinale nel 1991. Il secondo, classe 1927, approdato al cristianesimo grazie a Péguy, ha consacrato la vita allo studio del poeta di Orléans, caduto in guerra il 5 settembre 1914, primo giorno della battaglia della Marna. Così, allo scoccare dei quarant’anni dell’edizione francese, arriva finalmente la prima traduzione italiana di un saggio tanto penetrante quanto avvincente sulle relazioni, al tempo stesso di stima e di allergia reciproca, tra i due maggiori scrittori cristiani del secolo scorso.
 
Edito dalla fondazione veneziana (Marcianum) voluta dal patriarca e ora arcivescovo di Milano Angelo Scola, il volume fu concepito in vista del centenario della nascita di Péguy e doveva essere una presentazione del carteggio custodito presso il Centro Charles Péguy di Orléans. Quattro lettere di Claudel, una di Péguy e quattro dediche di Péguy a Claudel. «Così verso la fine – annoterà De Lubac – ho avuto l’occasione di salutare due geni che ho abbinato (quasi di nascosto, perché intorno a me nessuno sembrava riconoscerne il valore) fin dall’inizio del mio noviziato nel 1913, in un taccuino che mi ha accompagnato per lungo tempo. La lettura di Claudel mi esaltava e mi esauriva; quella di Péguy, anche nelle sue polemiche più fumose, mi rilassava sempre».

Problemi di salute impediranno a De Lubac di proseguire l’impresa oltre il centinaio di pagine introduttive. Così toccò a Bastaire annodare il filo dell’opera. Il risultato appare così convincente che l’unica domanda che sorge nel lettore è: com’è possibile che un gioiello del genere sia rimasto insabbiato per quasi mezzo secolo? Il peguyano Antonio Socci risponderebbe: «Sono le curie che interessano ai media, non i cristiani (e neanche i santi). Come diceva Péguy, le “curie clericali” e le “curie anticlericali” si trovano sempre accomunate dal loro orizzonte, che infine è un orizzonte politico e di potere. Paradossalmente fra coloro che si possono definire “non clericali” ci sono proprio Joseph Ratzinger e Jorge M. Bergoglio». È talmente giusta questa osservazione che, a fronte dell’irrilevanza culturale dell’editoria cattolica, la sorpresa di questo libro sembra della stessa luminosa natura dell’imprevedibilità di papa Francesco e dell’amicizia tra i due, Bergoglio e Ratzinger.

Cosa dice la Lumen Fidei a proposito dell’amore se non, essenzialmente, che «non esiste amore senza verità»? Sembra l’enciclica fatta apposta per illuminare ciò che ha unito anche Péguy e Claudel, pur nel contrasto di temperamenti così apparentemente opposti. «Mi spiace non averlo conosciuto», scriverà all’indomani della morte dell’autore del trittico dei Misteri il poeta ambasciatore Claudel. «Aveva una cattiva opinione di me. Credeva fossi un franco-massone», aveva sospettato Péguy. «Claudel è un grande artista, ma non è intelligente». E in un certo senso il giudizio sembrava cogliere nel segno se è vero che l’autore dell’Annuncio a Maria una volta confidò a un amico: «Ma in fin dei conti, chi è questo Péguy? E cosa vuole? I suoi figli non sono neppure battezzati ma li affida alla Santa Vergine. Non riesco proprio a capire».

In realtà l’intelligenza di Claudel, che era stato avvicinato alla lettura di Péguy niente meno che dal giovane André Gide, aveva capito una cosa essenziale dell’anarco-socialista e cattolico escluso da tutti i sacramenti: «Definire Péguy un convertito… Sarebbe più giusto affermare che un giorno egli si accorse di essere diventato cristiano. È così che il Cher o l’Indro avvertono impercettibilmente di essere confluiti nella Loira e di avere iniziato a dare impulso ai suoi flutti e al suo corso». Solo Péguy fu più esatto. «È per un approfondimento costante del mio cuore sul medesimo cammino e non è affatto per un’evoluzione né per un ripensamento che ho trovato la strada del cristianesimo». Una volta sola Péguy chiese appuntamento a Claudel. E quell’unica volta Claudel non rispose. «Onoro Péguy ma con distacco. Camminiamo su due binari completamente separati che si incontrano solo idealmente». Era il 1930. L’amministratore dei Cahiers era morto da sedici anni. E dire che lui, l’«istitutore sporco d’inchiostro fino alla punta del naso» come lo chiamava Claudel, ci ha avvertiti: «Dobbiamo guardarci dai parroci. Essi non hanno fede o ne hanno poca. La fede, quando c’è, si può trovare nei laici».

Sconvolgente Péguy che condivideva con Cartesio la ripugnanza per l’inazione e anche per la sola esitazione. «Qualunque cosa è meglio che girare a vuoto. Muoversi, avanzare, arrivare da qualche parte. Arrivare altrove piuttosto che non arrivare… L’errore più grande ancora una volta è errare». Comprensibile che l’ultima parola di Claudel su Péguy sia stata la conferma di una fraternità vera, ma nella radicale diversità. «Siamo ambedue cristiani giunti alla religione in maniera particolare… non per la via abituale. Ma devo riconoscere che non abbiamo scalato dallo stesso lato, eravamo su versanti differenti… avremmo potuto incontrarci soltanto in cima».

Contrasti apparenti, insisterà a spiegare il gesuita Pierre Ganne. «Claudel, che si definiva un “uomo d’ordine”, era profondamente anarchico; Peguy, il “rivoluzionario”, portava in sé quasi l’ossessione dell’“ordine organico” della “città Armoniosa”». Il fatto curioso è che doveva arrivare De Lubac a puntualizzare con dovizia di particolari il controverso quadro culturale e la filologia degli opposti che convivevano nei Cahiers (i grandi della letteratura francese sono passati di lì, ma per decenni il loro editore restò un signor nessuno). E dimostrare che piuttosto che una “rivista” letteraria «i Cahiers non cesseranno mai di essere uno strumento di lotta».

fonte: Tempi

sabato 8 settembre 2012

La rivista viva

Una rivista è viva solo se ogni volta scontenta un buon quinto dei suoi abbonati. E la giustizia vuole che non siano sempre gli stessi a rientrare in questo quinto. Altrimenti, voglio dire, quando ci si sforza a non scontentare nessuno, si cade nel sistema di quelle colossali riviste che perdono milioni, o che guadagnano milioni, per non dire nulla".

Charles Péguy, Denaro

domenica 18 marzo 2012

Le bianche caravelle

Esistono momenti nella vita in cui  le parole degli uomini, anche quelle degli amici e dei poeti e degli scrittori più cari sembrano di troppo e la giornata si fa silenziosa e assorta.
Confusamente allora può riemergere il ricordo di qualche breve frammento vecchio di secoli: Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza, dice il profeta Zaccaria.
La Chiesa custodisce la speranza degli uomini, proprio per i giorni in cui, dipendesse tutto da noi, ci sentiremmo nell’opacità della nebbia, senza punti chiari di riferimento.
Bisogna che la preghiera sia digiuno, prima di essere banchetto. Tu eviterai quindi di inventar preghiere. Tu canterai umilmente con il libro dei poveri di spirito. Ed aspetterai. L’abate esperto della vita insegna così all’irruenza  di Miguel Manara.
Anche questo è ritornare alla cittadella.
E c’è una via ancora più semplice, a cui invita la prossima festa dell’Annunciazione; la poesia di Péguy la suggerisce con parole di grande dolcezza:
Bisogna prendere il coraggio a due mani
E rivolgersi direttamente a colei che è al di sopra di tutto
Essere arditi. Una volta.
Rivolgersi arditamente a colei che è infinitamente bella
Perché è anche infinitamente buona.
A colei che intercede.
La sola che possa parlare con l’autorità di una madre.
Rivolgersi arditamente a colei che è infinitamente pura.
Perché è anche infinitamente dolce.
A colei che è infinitamente nobile.
Perché è anche infinitamente cortese.
Infinitamente accogliente.
A colei che è infinitamente grande.
Perché è anche infinitamente piccola.
Infinitamente umile.
Una giovane madre.
A colei che è infinitamente gioiosa.
Perché è anche infinitamente dolorosa.
A colei che è infinitamente commovente.
Perché è anche infinitamente commossa.

L’autore paragona la preghiera di Gesù, il Padre nostro, alla punta del vascello dell’immenso corteo di preghiere che sale verso Dio, con una scia che s’allarga fino a sparire. 



E’ una grande  nave da guerra che avanza gagliarda e sicura. E dopo di essa ecco le bianche caravelle delle  Ave Maria, umilmente raccolte sotto le loro vele a fior d’acqua; come bianche colombe che si prendessero nella mano.
Di tutti i vascelli sono le più opportune,
Cioè quelle che si presentano più direttamente davanti al porto.

Il Padre comprende che tutte le preghiere  come timidi passerotti si sono ammassati dietro colui che è forte, si nascondono dietro lo sperone della preghiera di Gesù e proprio per Lui accoglie la flotta di tutte le preghiere che non sono nemmeno dette, le parole che non sono pronunciate.
Colui che ne è la sede non se ne accorge nemmeno.
Ma io le raccolgo, dice Dio, e le conto e le peso.
Perché io sono il giudice segreto.

Il Sussidiario.net, 17 marzo 2012

martedì 1 novembre 2011

La speranza

"La Fede è quella che tiene duro nei secoli dei secoli. La Carità è quella che dà se stessa nei secoli. Ma è la piccola Speranza che si leva tutte le mattine" La Fede è una cattedrale radicata nel suolo di un paese. La Carità è un ospedale che raccoglie tutte le miserie del mondo. Ma senza Speranza, tutto questo non sarebbe che un cimitero. Parliamo di speranza e lo facciamo attraverso alcuni versi di un famoso poemetto dedicato a questa virtù teologale da Charles Péguy e intitolato Il portico del mistero della seconda virtù (1911). Le immagini sono vivaci e un po' paradossali. 

 

Ci sono, però, due aspetti di questa virtù - che il poeta francese raffigura spesso come «una bimba piccina», la sorella minore delle altre due - che meritano di essere sottolineati. Anzitutto la sua quotidianità. Fede e carità hanno i colori del trascendente, dell'eterno e dell'infinito. 


 

L'apostolo Paolo dichiara, ad esempio, che la carità è la più alta e la più grande delle virtù. La speranza, invece, è colei che ti dà la carica per camminare ogni giorno, «semplicemente e a testa bassa», come ancora diceva Péguy, rimanendo fedeli anche nel tempo della prova o quando il lavoro è pesante e senza apparente ricompensa. 


 

Ad Aristotele si attribuiva questa frase suggestiva: «La speranza è un sogno fatto da svegli». C'è, poi, una seconda nota che la riguarda: senza speranza ogni nostra azione od opera sarebbe forse grandiosa ma ferma e morta come un monumento solenne. 


 


La speranza impedisce al mondo di essere un cimitero perché continuamente ti spinge ad andare oltre, ad attendere, ad avere fiducia, a credere in un' alba diversa, in una meta, in un significato. 


 


Ravasi, Avvenire 4 novembre 2005

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...