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sabato 6 febbraio 2016

Renzi e Andreotti

"Renzi sta procedendo a una restaurazione che ha il tratto di un certo andreottismo: potere per il potere senza un disegno. A differenza di Andreotti che aveva due forni, lui ne ha quattro: Verdini per le riforme, Ncd per governare, il M5s per le unioni civili, lo stesso Berlusconi per l’Italicum.

Renzi pensa sempre di non pagare un prezzo per la sua spregiudicatezza. E sta facendo un errore di fondo. Lui sta imbarcando solo ceto politico di destra, non voti. Non è un’operazione vincente, a fronte di tutti gli elettori di sinistra che se ne vanno, un’autentica scissione silenziosa".

Miguel Gotor, Il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2016

domenica 6 dicembre 2015

Ho avuto una vita incredibilmente felice

«Ho avuto una vita incredibilmente felice». Così Giulio Andreotti definisce la sua esistenza terrena, in una delle sei lettere che scrisse in momenti particolari della sua vita a partire dal 1978. Sono lettere indirizzate ai familiari che dovevano essere aperte solo in caso fosse morto improvvisamente, per cause naturali o per un attentato. 

La sua prima lettera è datata 10 aprile 1978, ventiseiesimo giorno del sequestro di Aldo Moro, un momento drammatico per Andreotti: «Non avevo mai pensato di scrivere qualcosa per il mio post mortem, ma gli avvenimenti di queste ultime settimane, dando fragilità alla nostra sicurezza, mi inducono a farlo». Le sei lettere da aprire post mortem, che contengono anche alcune disposizioni per il dopo – «poche, perché ho comandato fin troppo da vivo», scrive Andreotti con la sua nota ironia in quella più recente, datata giugno 2005 – sono state ritrovate e aperte dai figli dopo la sua scomparsa, avvenuta il 6 maggio 2013, all’età di 94 anni. Ma, in quel giorno di lutto i figli non le hanno fatte leggere a nessuno, per non rischiare di alimentare polemiche strumentali: la notizia della scomparsa del politico italiano più longevo e famoso della storia dell’Italia repubblicana stava facendo il giro del mondo, e, agli attestati di stima e affetto che arrivavano anche da tanti Paesi stranieri, si accompagnavano giudizi critici e ricostruzioni storiche faziose sugli oltre sessant’anni di vita politica dello statista democristiano.
Ora, dopo un anno, in linea con lo stile riservato della famiglia Andreotti, è stata inviata copia delle lettere a pochi parenti e amici. La prima lettera, come detto, è del 1978; le altre cinque sono state scritte tra il 1994 e il 2005, nel periodo in cui Andreotti svolge con assiduità il suo lavoro di senatore a vita, affronta i due processi che lo vedono imputato a Perugia e a Palermo, pubblica libri e dirige il mensile internazionale 30Giorni. 

E proprio ai giornalisti della rivista, «con i quali – scrive – ho vissuto anni di esaltante collaborazione in uno spirito unitario», è dedicato l’ultimo dei saluti. È un Andreotti per certi versi sorprendente (anche se solo per chi non lo conosceva bene) quello che ne emerge: solare e lontano mille miglia dallo stereotipo dell’uomo di potere cinico e indecifrabile che gli è stato cucito addosso in tanti anni; lontano da quel senso di angoscia e cupezza che pervade il film Il Divo di Sorrentino. Le lettere sono indirizzate alla moglie Livia, ai figli e ai nipoti, che per Andreotti sono i principali elementi della sua vita “incredibilmente felice”, accompagnata da una profonda fede cattolica. Afferma, infatti, nella lettera del 24 settembre 1999, scritta mentre attende con fiducia la sentenza di primo grado di Perugia: «Li affido alla Madonna e ai miei tre punti fermi di spiritualità: santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, padre Pio e il beato Escrivà». Anche se indirizzate ai familiari, le lettere sembrano sempre rivolte a tutti, una sorta di testamento spirituale nel quale emerge l’umanità dello statista, ciò in cui credeva e i suoi riferimenti ideali. Pensieri accompagnati sempre da tanto realismo. Scrive, infatti, nella stessa lettera del ’99: «Nell’azione politica qualche sgambetto l’ho fatto e non ho frenato la mia ambizione.  Se a qualcuno ho arrecato ingiuste amarezze chiedo indulgenza». E, anni prima, nella lettera del 1978, così aveva sintetizzato la sua vita politica: «Riconosco innanzi tutto di aver avuto un ruolo superiore ai miei mezzi intellettuali, che mi sono sforzato di svolgere nel modo migliore, supplendo con l’impegno alle carenze di base. Nella vita politica mi sono sempre ispirato alla difesa dei più deboli, nutrendo una personale allergia per ogni forma demagogica. Spero di non lasciare dietro di me rancori od equivoci». Tante le persone ricordate con gratitudine nelle lettere, tanti personaggi famosi, ma anche persone qualunque: «Sono grato a quanti mi hanno aiutato: da De Gasperi a Gonella ai Somaschi di S. Maria in Aquiro e a uno splendido sacerdote segnino, don Giuseppe Del Giudice.  Se qualcuno vorrà far qualcosa a mio ricordo aiuti il Parroco di S. Giovanni dei Fiorentini, don Luigi Veturi, per la costruzione della cappella dell’Amore Misericordioso. Un pensiero devoto a Giovanni Paolo II che mi ha voluto bene e mi ha tanto aiutato».


Andreotti ha sempre parlato della sua morte con una certa ironia: “sono in proroga”, diceva spesso negli ultimi anni di attività in Senato. Un umorismo popolano romano d’altri tempi, il suo.
Nella lettera del 1999 scrive: «Spero di potere dire, chiusi i processi, il mio “Nunc Dimittis” (ma la Scrittura non narra che il saggio vegliardo che aveva atteso Gesù morisse subito dopo il cantico). Debbo comunque dire “Miserere mei Deus secundum magnam Misericordiam tuam”». Ma ci sono passaggi, nelle lettere, nei quali il registro e i toni cambiano decisamente, le frasi sono profondamente solenni, sembrano scolpite nella pietra. Scrive Andreotti nella lettera del 1978: «Minacciose figure stanno turbando la vita italiana, ma è da gridare alto che non dobbiamo avere paura di coloro che possono solo toglierci la vita terrena. Se a me succedesse qualcosa di grave, i miei non nutrano sentimenti di odio e ancor meno di vendetta. Così non farebbe piacere al mio spirito». Ancor più significativo (per chi dà il giusto valore a un giuramento solenne fatto davanti a Dio) quello che Andreotti afferma nella lettera del 25 settembre 1995, scritta il giorno prima della partenza per Palermo, dove si sarebbe tenuta, nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone, la prima udienza che lo vedeva imputato per associazione mafiosa: «Ora che sto per partire per Palermo desidero ripetere con la serietà di un giuramento dinanzi a Dio, cui nulla può essere nascosto o manipolato, che io nulla ho mai avuto a che fare con la mafia (se non per combatterla con leggi o atti pubblici) o con la morte di Pecorelli, del gen. Dalla Chiesa e di chiunque altro tra gli assassinati.  Mi offende particolarmente l’insinuazione che non si sia fatto tutto il possibile per salvare Moro. Sul perché sia nata l’infame iniziativa del marzo 1993 non sono ancora in grado di dare una risposta. Il tempo e, spero, i giudici lo dovranno acclarare. Se per il lungo decorso delle procedure o per la realizzazione di un attentato che è da tempo nell’aria io non arrivassi da vivo alla verità spero che si trovi comunque un modo di renderla palese». La lettera fu affidata, non sigillata, alla segretaria Patrizia Chilelli, perché la consegnasse ai figli nel caso lui non fosse tornato dalla trasferta siciliana. Chilelli ci ha raccontato che quel giorno tentò di sdrammatizzare, ma Andreotti le rispose: «Custodiscila perché i tempi si fanno torbidi».
Nelle lettere Andreotti trova un senso cristiano anche alla bufera giudiziaria che durò dal 1993 al 2004: «Ero abituato a troppi onori e tappeti rossi. Non arrivo a ringraziare chi mi ha teso la trappola, ma non porto rancori» scrive in una delle due lettere del 1999. Un pensiero che in quegli anni espresse anche in interviste e interventi pubblici. Ma è ancor più chiaro nella lettera del 1995, nella quale, riprendendo le parole che gli aveva detto Madre Teresa di Calcutta in un incontro privato nel suo studio, all’inizio del calvario giudiziario, lascia scritto: «Nella mia vita ho avuto tanto: incarichi, onori, fiducia, riconoscimenti accademici. Che potevo offrire in cambio alla Provvidenza divina? Forse questi anni di sofferenze e di calunnie servono a bilanciare un corso di vita tutto favorevole. Sarebbe ingiusto avere lo stesso premio eterno dei poveri che, senza una casa o un lavoro, affollano le chiese chiedendo un aiuto che non sempre possiamo dar loro». L’aiuto ai poveri è una raccomandazione a figli, nipoti e amici sempre presente nelle lettere: «Raccomando di aiutare i poveri di cui mi sono occupato. Ho sempre detto loro che ero uno strumento; e ora la Provvidenza provvederà altrimenti». E nel 2005, al termine della lettera aggiunge anche alcuni post scriptum. Nel primo scrive: «Viene al portone spesso un poverino, spesso ricoverato per cure. Con i miei lo chiamiamo: “il vecchietto”. Aiutatelo».
 
Tratto da Avvenire del 4 maggio 2014

domenica 12 maggio 2013

Doppiopetto blu

Ha il solito doppiopetto blu presidenziale. E se non fosse per il rosario nero che gli avvolge le mani intrecciate sul grembo, e perché è sdraiato sul letto vestito di tutto punto con gli occhi chiusi, potrebbe quasi sembrare il Giulio Andreotti di sempre. Ma il piccolo presepe vivente che lo circonda, stavolta, non è nella sua stanza da letto per ascoltare le battute al curaro, o le perle di buonsenso romano-papalino. Le tre bombole a ossigeno accostate alla parete raccontano giorni di sofferenza. E il senatore a vita Emilio Colombo, vecchio alleato e avversario in decine di congressi democristiani e di quasi altrettanti governi, si fa un segno della croce che non è solo un saluto a lui ma il commiato a un'epoca della storia d'Italia.
In questa stanza nella penombra al quarto piano di corso Vittorio Emanuele che si affaccia sul Tevere e sul Vaticano, sorvegliato e protetto da un grande crocifisso di porcellana appeso sopra al letto, è morto ieri mattina, poco dopo mezzogiorno, l'uomo-simbolo della Prima Repubblica. In quel momento in casa c'erano soltanto Gloria, la badante filippina che lo assisteva con altri due connazionali, e Giancarlo Buttarelli, il capo della scorta con lui da oltre trentacinque anni. C'era anche la signora Livia, ma per fortuna non si è accorta di nulla. E anche adesso, alle cinque del pomeriggio, mentre un silenzioso viavai di amici e mondi tramontati viene accompagnato a salutarlo per l'ultima volta, la moglie è in cucina in compagnia della cognata Antonella Danese. Forse non capisce quanto è successo. I figli vogliono che non si accorga che suo marito Giulio se n'è andato a novantaquattro anni.
Già, ci sono anche gli Andreotti: la tribù più discreta e invisibile del potere romano. Per il momento Stefano e Serena, due dei quattro figli. Gli altri, Lamberto, presidente della multinazionale Meyers Squibb, arriverà da New York in serata, e la figlia maggiore Marilena è partita da Torino, dove vive. In compenso ci sono alcuni dei nipoti, Giulio Andreotti e Giulia Ravaglioli, figlio il primo di Stefano e l'altra di Serena e del giornalista della Rai Marco Ravaglioli. Ci sono anche Marco e Luca Danese, i cugini. E sono loro, tutti insieme, ad accogliere ex ambasciatori e capi di gabinetto, alti burocrati e parlamentari figli della diaspora scudocrociata; e naturalmente sacerdoti. Il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, si è offerto di celebrare la messa. E anche il suo predecessore, il decano del Sacro Collegio, Angelo Sodano.
«E il cardinale Fiorenzo Angelini non viene?», si chiedono nel salottino con le cineserie e le scatoline d'argento allineate in ordine su un tavolino rotondo col drappo di velluto marrone. No, non ce la fa. E nemmeno il cardinale Achille Silvestrini. Sono molto vecchi anche loro, reduci di mille battaglie e pezzi d'antiquariato del «partito romano» italo-vaticano. Ci sono invece il vescovo Matteo Zuppi, parroco di Santa Maria in Trastevere, la chiesa della comunità di Sant'Egidio, e padre Luigi Venturi, il parroco di San Giovan Battista dei Fiorentini, la chiesa di quartiere dove oggi alle 17 si celebreranno i funerali in forma privata: perché la famiglia non vuole una cerimonia di Stato. Parlano tutti del «Presidente», come continuano a chiamarlo ricordando pagine ormai ingiallite di storia repubblicana. E la famiglia, con discrezione e garbo, ringrazia e stringe mani. Ma sempre un po' appartata, cordiale e insieme vigile. Come se concedesse per l'ultima volta il padre e il nonno a quelle persone che lo hanno visto più di loro.
Non è una veglia di potenti, ma di vecchi amici. Sì, sembra che Andreotti avesse anche amici. Non piange nessuno, perché probabilmente il «divo Giulio», o «Belzebù», come lo chiamano tuttora gli avversari più irriducibili, non approverebbe. Anche Pier Ferdinando Casini e Gianni Letta sono confusi fra l'avvocato Barone e Luigi Turchi e il figlio Franz. Parlano come se tutto fosse uguale a prima. Le segretarie, Daniela e Patrizia, raccontano che lo studio a palazzo Giustiniani ormai era un guscio vuoto da mesi; e che da febbraio i figli avevano deciso di restituirlo al Senato per non tenere occupate le stanze in nome di una finzione. È passato a salutare anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Sono arrivati appena si è saputa la notizia Franco e Sandra Carraro. C'è la signora Santarelli, figlia di un amico storico dell'ex presidente. E figli e nipoti osservano, rispondono alle domande, sorridono perfino, con gentilezza.
Quando Stefano Andreotti presenta a un Gianni Letta affranto il figlio, dicendogli: «Ecco Giulio Andreotti», c'è un attimo di sorpresa. Poi spunta un ragazzo alto, con i capelli un po' lunghi, in giacca blu e cravatta, che ha il nome del nonno e fa l'avvocato. L'altro, quello «vero», è sul letto con la coperta verde di lana a fiori e la foto di madre Teresa di Calcutta sul comodino, nella stanza a metà corridoio: quella annunciata dalla mensola di vetro dove sono esposti una parte dei campanelli d'argento che il senatore a vita ha collezionato per gran parte della sua lunga vita. Oltre la porta a due ante, in questo appartamento bello ma senza lusso, riposa quello che per decenni è stato considerato il sopravvissuto per antonomasia. Al punto che gli piaceva dire con civetteria: «Io, in fondo, sono postumo di me stesso». Perché lui continuava a vivere mentre finivano la Guerra fredda, la Prima e la Seconda Repubblica, e morivano o si dimettevano i Papi.
Non l'avevano schiantato né i processi per mafia, dai quali era uscito assolto e, per alcuni reati, solo prescritto, né un potere che aveva regole, riferimenti e protagonisti lontani ormai anni luce da lui. Finché era esistito un modo diviso fra Occidente e comunismo, Andreotti era parso eterno. Era il «suo» mondo, nel quale si muoveva con la leggiadria e il cinismo di chi ne conosceva non solo le apparenze, ma anche il sottosuolo. Aveva presieduto i suoi primi governi nel 1972, alleato con i liberali. Il terzo era stato nel 1976, appoggiato dal Pci. E l'ultimo, il settimo, nel 1989, a capo di un'alleanza con i socialisti di Bettino Craxi: l'ultimo della Prima Repubblica. Obiettivo: preservare la continuità dello Stato democristiano e un progresso senza avventure; e garantire il Vaticano, l'Europa e gli Usa come stelle polari. La Dc era solo uno strumento per governare. In realtà, la forza e il potere andreottiani erano fuori, non dentro al partito.
La sua base elettorale erano la Ciociaria, la burocrazia ministeriale romana, i conventi di suore, le congregazioni religiose. Come disse una volta lo scomparso capo dello Stato, Francesco Cossiga, Andreotti era «il popolo del Papa dentro la Dc». Oppure «un cardinale esterno», nella definizione dello storico Andrea Riccardi. Dei democristiani, di cui era un esemplare unico e dunque atipico, diffidava: forse perché aveva visto come erano stati rapidi a giubilare il suo mentore politico, Alcide De Gasperi, alla fine del centrismo e all'inizio degli Anni Cinquanta del secolo scorso. Non per nulla non aveva mai ricoperto cariche di partito, tranne quella di capogruppo alla Camera. E la sua corrente era piccola, combattiva e così variegata, per usare un eufemismo, che gli altri la chiamavano con una punta di razzismo «le truppe di colore» andreottiane.
Erano la sua piccola massa di manovra per ottenere ministeri; per garantirsi una longevità governativa dovuta non tanto alle sue strategie, quanto al ruolo di conservatore del sistema e conoscitore della macchina dello Stato. Eppure, quando la Dc finì insieme con la Guerra fredda, lui ne rimase un cultore nostalgico: capiva che l'archiviazione dell'unità politica dei cattolici era anche quella dei suoi punti cardinali e della sua cultura politica. Dopo la diaspora scudocrociata, a piazza del Gesù, sede storica della Dc a Roma, non voleva andare. Diceva che gli sembrava un condominio litigioso, con un partitino diverso a ogni piano. Da anni non era più un burattinaio. Anzi, rischiava di essere usato per operazioni politiche che non condivideva. Accadde nel 2006, quando Silvio Berlusconi lo candidò alla presidenza del Senato contro un altro ex democristiano, Franco Marini, scelto dal centrosinistra. Si illuse di essere «una goccia d'olio» in grado di sbloccare la situazione.
Ma fu la sua ultima illusione di potere, prima di un lungo oblìo dal quale è uscito solo ieri poco dopo mezzogiorno; e prima di essere di nuovo usato da partiti nei quali non si riconosce, come è accaduto dopo la notizia della sua morte. Il piccolo mondo antico che ieri si è ritrovato nel suo appartamento si è mimetizzato e adattato ai nuovi potenti. Ma sapeva che l'uomo adagiato in doppiopetto blu nella stanza accanto, e poi nella bara all'ingresso di casa, era la loro autobiografia: lo specchio nel quale per decenni la maggioranza silenziosa e moderata dell'Italia si era riflessa. Si tratta di un'Italia che ha rifiutato fino all'ultimo la sua scomparsa, perpetuando il mito dell'eternità andreottiana per non ammettere di essere postuma anche lei di se stessa. Ma «c'est fini», è finita, confessava a se stesso da tempo il suo segretario a palazzo Giustiniani, Salvatore Ruggieri.
E stavolta è finita davvero. Andreotti sarà ricordato come quello della battuta sul «potere che logora chi non ce l'ha»: un monumento lessicale a un potere senza alternativa, cresciuto negli ultimi anni della Dc; e pagato a caro prezzo quando quella stagione si è chiusa. Peccato che pochi ne ricordino un'altra, di molti anni prima. Chiesero all'allora ministro di qualcosa che avrebbe fatto se avesse avuto il potere assoluto. Andreotti ci pensò un secondo. Poi rispose: «Sicuramente qualche sciocchezza». Era una lezione di democrazia che molti, a cominciare da lui, hanno finito per rimuovere.

Massimo Franco, Corriere della Sera, 7 maggio 2013

sabato 5 novembre 2011

La proroga

Lettera di Giulio Andreotti a Dagospia
"In questi giorni mi giungono voci insistenti su un mio ricovero per aggravamento di salute. Capisco che molti attendono un mio passaggio a "miglior vita", ma io non ho...fretta e ringrazio tutti coloro ai quali sta a cuore la mia salute e in particolare il Signore per l'ulteriore ...proroga"...

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...