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domenica 31 agosto 2025

 Qui muore un altro giorno

durante il quale ho avuto occhi, orecchie, mani

E il grande mondo tutto intorno; 

e domani ne inizia uno nuovo. 

Possibile ne possa avere due?

G. K. Chesterton,  “Sera”, da The Notebook


sabato 30 agosto 2025

La scontatezza: il grande nemico

Il 28 dicembre scorso Papa Francesco nel Pensiero del giorno trasmesso in onda dalla BBC ha parlato di gentilezza, umiltà e gratitudine e quindi ha citato G.K. Chesterton — non era la prima volta — questo grande scrittore britannico, ha detto, molto stimato dal poeta argentino Borges, il quale nel finale della sua Autobiografia ci ricorda saggiamente di prendere i fatti della vita con gratitudine e non con scontatezza.


In due parole il Papa ha colto l’essenza dell’opera del poeta inglese, il grande nemico appunto della scontatezza. Una parola inusuale ma che dice e mette in guardia da quello che forse è il pericolo peggiore per l’uomo di ogni tempo e latitudine, quell’atteggiamento di sentirsi “in credito” nei confronti della vita e impedisce così di aprirsi allo stupore e, infine, alla gratitudine. Proprio nel finale della sua Autobiografia, che uscì postuma nel 1936 dopo la morte dell’autore, Chesterton conclude affermando che «L’esistenza è ancora una cosa molto strana e stupefacente per me e le do il benvenuto come se fosse uno straniero (…). Sento di essere stato approvato nel mio desiderio di capire il miracolo di essere vivi (...). Ho detto che questa religione un po’ grossolana e primitiva della gratitudine non mi ha preservato dall’ingratitudine, dal peggiore dei peccati». Un’affermazione che chiude il cerchio visto che all’inizio del libro aveva dichiarato: «Questo fu il mio primo problema, quello di indurre gli uomini a capire la meraviglia e lo splendore dell’essere vivi».


Non a caso il suo miglior romanzo è intitolato Manalive (in italiano: Le avventure di un uomo vivo) in cui il protagonista, Innocent Smith, cioè l’uomo comune colto nella sua innocenza, attraversa il mondo di chi lo accoglie con scontatezza e, con il suo candore eccentrico e con azioni che appaiono scandalose, getta lo scompiglio rivelando che si tratta di un mondo già morto, infilzato come una farfalla dall’entomologo le cui spille sono le abitudini, le convenzioni, le rigidità mentali. Da questo rigor mortis Innocent e Gilbert, uomini vivi, sono venuti a scuotere gli uomini, con leggerezza, allegria, humour e umiltà (tra loro fratelli) e un grande gusto per il paradosso.


Chi ha colto tutta la portata della rivoluzione chestertoniana è appunto Borges, come ha sottolineato il Papa, il quale riflettendo sull’essenza della poesia dice che essa consiste nel saper cogliere le cose della vita in quanto “strane”. Cioè libere dalla scontatezza e splendenti nel sole della gratuità e della libertà. La poesia come gratitudine di fronte a un dono. Questo combacia con il “benvenuto” che Chesterton dà all’esistenza “come fosse uno straniero”. Spesso solo lo straniero, che viene a inquietarci nel nostro torpore, apprezza quelle bellezze che noi “del luogo” abbiamo sotto gli occhi e quindi non vediamo più.


Eppure di quella bellezza ne abbiamo nostalgia, cerchiamo una casa per il nostro desiderio. Per chiudere questa lunga rassegna che nel 150esimo anniversario dalla nascita abbiamo voluto dedicargli, forse è allora giusto citare questi due versi composti in occasione del Natale, quando lo Straniero è venuto a visitare il nostro piccolo, meraviglioso, mondo: «Un bambino in una misera stalla, / con le bestie a scaldarlo ruminando; / solo là, dove Lui fu senza un tetto, / tu ed io siamo a casa».


fonte: Andrea Monda, Osservatore Romano, 30 dicembre 2024




venerdì 1 luglio 2022

Un'intelligenza che poteva tagliare il vetro

«La maggior parte [dei martiri dei primi secoli] non morì tanto per non aver venerato Mercurio, Venere, o qualche altro personaggio leggendario che probabilmente non è mai esistito, oppure Moloc o Priapo che vogliamo sperare non siano mai esistiti. La maggior parte di loro morì per aver rifiutato di venerare una persona realmente esistente; persona che loro erano sì disposti ad obbedire, ma non a venerare. Il martirio più comune si riferisce alla questione dell’incenso offerto al cospetto della statua del divino Augusto, l’immagine sacra dell’imperatore. Non che fosse un demonio da distruggere: era semplicemente un despota che non poteva essere considerato una divinità. Ecco il caso che si avvicina così tanto al problema concreto di Tommaso Moro, e che si avvicina ancor di più alla venerazione che oggi viene data allo Stato».


G.K. Chesterton riflette così sul motivo reale che portò Tommaso Moro al martirio. Il Cancelliere del regno inglese non si oppose nemmeno apertamente al re Enrico VIII, ma quest’ultimo non tollerò nemmeno il suo silenzio, poiché pretendeva un ossequio esplicito.


Chesterton presenta la fede di Moro nel suo equilibrio e denuncia come “settoriale” la fede di chi lo condusse a morte e spiega:


«L’intelligenza di Moro era un diamante che poteva tagliare il vetro, e tagliando cose che sembravano tutte egualmente trasparenti, scopriva esservi alcune meno solide e meno poliedriche. In quanto le eresie di un certo rilievo sembrano veramente molto chiare: come il calvinismo allora e il comunismo oggi. Sembrano persino, a volte, corrispondere a verità, e, talvolta, sono vere, nel senso limitato in cui una verità non è la Verità. Sono, allo stesso tempo, più sottili e più fragili del diamante. In quanto l’eresia non è semplicemente una menzogna, come ricordava lo stesso Tommaso Moro: «Non vi fu mai eretico che disse solo menzogne». L’eresia è quella verità che trascura tutte le altre verità. Un’intelligenza come quella di Moro era piena di luce come una casa fatta di vetrate, ma con vetrate che guardano in tutte le direzioni e da tutti i lati. Possiamo dire che come il gioiello ha molti lati, così quell’uomo aveva molti aspetti, nessuno dei quali era una maschera».


La monarchia medioevale, tanto disprezzata perché faceva riferimento alla Legge divina, in realtà non avrebbe mai preteso un ossequio assoluto, proprio perché si riteneva legata ad una legge che la superava. È, invece, a partire dall’età moderna che il potere richiede un ossequio assoluto:


«Tommaso Moro è morto come un traditore per aver sfidato la monarchia assolutistica, cioè quella monarchia che si considera l’assoluto. Era disposto, e anche convinto, a rispettarla come una realtà relativa, non assoluta. L’eresia che colpiva i suoi tempi si chiamava monarchia per diritto divino. In quella forma è oggi considerata come una superstizione superata, ma sta riapparendo come una nuova forma di superstizione: la dittatura per diritto divino. Ma la maggior parte della gente la considera ancora come una cosa vecchia, e quasi tutti la ritengono molto più antica di quanto in realtà sia. Una delle difficoltà maggiori, oggigiorno, è spiegare alle persone che questa idea non è nata nel medioevo o nell’antichità. La gente sa che i controlli costituzionali nei confronti dei re sono stati incrementati da due secoli, circa, a questa parte; non si rende conto che potevano sussistere anche altri tipi di controlli; e, con il cambiamento di scenario, quei controlli non sono facilmente descrivibili o immaginabili. Ma è certo che per la maggior parte degli uomini medioevali il re governava sub deo et lege; cioè «soggetto a Dio e alla legge», e inoltre inserito in un ambiente che gli imponeva di regnare «soggetto a quelle regole morali proprie di tutte le istituzioni». I re venivano scomunicati, deposti, assassinati, trattati in tutte le maniere concepibili e inconcepibili; ma nessuno riteneva che tutto lo Stato dovesse soccombere con il re, oppure che solo il re avesse l’autorità massima. Lo Stato non aveva un potere così assoluto sugli individui, anche se poteva mandarli al rogo, così come oggi li può mandare talvolta alla scuola elementare. C’era un luogo in cui ci si poteva rifugiare, il quale veniva comunemente considerato sacro. In poche parole, pur con delle modalità che potrebbero apparirci stravaganti e oscure, vi era una possibilità di evasione verso l’alto. C’erano limiti per Cesare, e c’era la libertà con Dio».

domenica 26 giugno 2016

Più importante oggi che in qualunque altro tempo

Nel 1516, cinquecento anni fa, veniva pubblicata un'opera destinata ad essere non solo un capolavoro immortale, ma anche a costituire un vero e proprio paradigma in campo letterario, filosofico e politico. Utopia era uscita dalla fervida mente dell'inglese sir Thomas More, in italiano Tommaso Moro. 

Colui che in quel momento era uno degli umanisti più in vista d'Europa, consigliere del Re d'Inghilterra Enrico VIII, brillante avvocato e raffinato intellettuale pubblicò un romanzo scritto in lingua latina in cui descrive un'isola immaginaria, una società ideale. Moro derivò il termine dal greco antico con un gioco di parole fra ou-topos (cioè non-luogo) ed eu-topos (luogo felice); utopia è quindi, letteralmente un "luogo felice inesistente". Il grande umanista dipinse un opposto idealizzato della società sua contemporanea, che egli sottopose a una satira sottile. La parola Utopia da allora entrò nel lessico comune con il significato di sogno, di progetto, di immaginazione proiettata sul futuro. 

Eppure Moro era tutt'altro che un sognatore, che un uomo in fuga dalla realtà. Era un uomo estremamente concreto, abituato ad affrontare l'esistenza propria e degli altri, le persone della sua famiglia, coloro i cui casi giudiziari gli erano affidati e che per lui erano sempre prima di tutto persone, e non appunto "casi". Un uomo che si prendeva cura della vita pubblica, della politica, del bene comune dei suoi concittadini inglesi. Un uomo caratterizzato da una profonda, intensa fede, che anni dopo lo avrebbe portato al patibolo, vittima di quel re che aveva fedelmente servito ma che non seguì nella sua rottura con Roma, con la Chiesa universale. 

Virtù che secoli dopo sarebbero state riconosciute dalla Chiesa stessa, dopo che lo erano state dal piccolo gregge cattolico di Inghilterra, perseguitato a lungo. Nel 1935 Tommaso Moro venne canonizzato e anni dopo un altro papa, san Giovanni Paolo II, lo avrebbe proclamato santo protettore dei politici, una categoria di persone che effettivamente ha un enorme bisogno di protezione sovrannaturale, in primo luogo per sfuggire alle tentazioni del potere cui sono sottoposti, e nei confronti dei quali si rivelano debolissimi nella propria resistenza, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Un santo dunque, l'autore di una chimera letteraria, filosofica, politica? 

La parola utopia in effetti non sembrerebbe appartenere strettamente al "gergo" della Chiesa, che usa terminologie molto concrete per definirsi e per definire la propria missione: popolo, gregge, corpo stesso di Cristo. Il Cristianesimo nasce a partire da un fatto, un avvenimento assolutamente concreto: il farsi carne di Dio in un bambino, Gesù, nonché nella passione, morte e resurrezione di quest'ultimo. Se tuttavia è vero che la parola utopia è molto usata nell'ambito politico e culturale, presenta anche alcuni aspetti religiosi molto importanti. Un'utopia (il cui significato è letteralmente non luogo, un luogo che non c'è) è un assetto politico, sociale nonchè religioso che non trova riscontro nella realtà, ma che viene proposto come ideale e come modello. Indica una meta intesa come puramente ideale e non effettivamente raggiungibile; in questa accezione, può avere sia il connotato di punto di riferimento su cui orientare azioni praticabili, sia quello di mera illusione e di ideale irraggiungibile. 

L'utopista - sia come coniatore di utopie, sia come semplice propugnatore, sia come pensatore utopico critico - può quindi essere tanto colui che costruisce le sue ipotesi ideologiche prescindendo dalla realtà - come Lenin, che affermava che se le sue idee non coincidevano con la realtà, tanto peggio per la realtà- quanto colui che indica un percorso che ritiene al contempo auspicabile e pragmaticamente perseguibile. Nell'uso comune, utopia e utopismo sono spesso associati a pensieri e comportamenti velleitari. Molto spesso anche il Cristianesimo viene indicato come un'"utopia". La via mostrata da Cristo sarebbe troppo "alta", impraticabile, e quindi utopica, così come una società fondata sui princìpi cristiani.  Eppure il termine utopia fu coniato da un santo, un martire, Tommaso Moro, che per difendere i suoi ideali, che erano realtà ben concrete, finì sul patibolo. Ideali concreti, e non sogni o visioni ideologiche: la verità, la giustizia, il bene comune del popolo, l'unità della famiglia. Moro aveva compreso con straordinaria lucidità dove avrebbe portato la strada aperta dal suo ambizioso sovrano: all'esatto contrario di un "luogo buono" in cui vivere, ma ad un paese oppresso da una feroce oligarchia che per egoismo si sarebbe fatta beffe dei valori per cui Moro si battè fino alla morte, pur di non venir meno alla verità. 

Quelli in cui Moro pubblicava il suo romanzo erano anni fervidi, anni che precedettero eventi eccezionali e drammatici per la storia europea e del mondo: Erasmo da Rotterdam aveva appena scritto - nel 1511- l'Elogio della Follia, un'opera peraltro dedicata allo stesso Moro, e nel 1513 Machiavelli redasse Il Principe, manifesto del pragmatismo politico, dove il fine giustifica i mezzi. Infine, un anno dopo Utopia, nel 1517, Martin Lutero pubblicò le sue tesi, e diede inizio alla Riforma. Si apriva così una stagione non solo religiosa, ma anche politica, che avrebbe sconvolto per sempre gli scenari europei.
"Quando penso in cuor mio a tutte le repubbliche che oggi fioriscono ovunque, Dio mi aiuti, non vedo che cospirazioni dei ricchi per curare i propri interessi privati con il pretesto di fare quelli pubblici. Escogitano e inventano ogni genere di stratagemma , in primo luogo per conservare senza timori quel che hanno ingiustamente accumulato, secondariamente per abusare del lavoro e della fatica dei poveri con la minor spesa possibile. Poi gli stessi ricchi decidono che questi stratagemmi devono essere adottati e rispettati per il bene dello Stato, ossia anche della povera gente, e quindi ne fanno delle leggi".  
Così scriveva Tommaso Moro nelle ultime conclusive pagine di Utopia. Ancora una volta una visione tristemente anticipatrice, profetica.
La cupidigia sembra essere il grande male – all'origine di ulteriori mali. contro cui lottare anche oggi.
Lo aveva ben colto un attento lettore di Moro come Gilbert K. Chesterton, che agli inizi del '900 scrisse alcuni romanzi apparentemente surreali, come La sfera e la croce, Il Napoleone di Notting Hill, Manalive, e soprattutto  L'osteria volante dove immagina un Inghilterra del XXI secolo dominata da un potere di tipo massonico che si avvale della collaborazione di ambienti islamici – una sorprendente distopia mitigata da quello straordinario umorismo per cui il celebre convertito può essere considerato il miglior erede di Moro.

Chesterton paventava l'avvento di "masse di uomini devoti al Nulla, diventati schiavi senza un padrone". Per Chesterton si sarebbe riconosciuta questo nuovo ordine per le offese recate a Dio e all'uomo, alla morte e alla vita, entrambe rese un nulla . Da questo si sarebbe capito che la barbarie era in arrivo.

Mentre nella prima metà del '900 andavano realizzandosi i peggiori incubi di società tiranniche, ingiuste, oppressive, Chesterton pensò alla possibilità di realizzare forme di civiltà come quella descritta da Moro. Anche e soprattutto per questo motivo fondò il movimento Distributista. In occasione di una manifestazione celebrativa di Tommaso Moro tenutasi a Londra, nel Santuario di Beaufort Street nel 1929, Chesterton scrisse: "Il beato Thomas More è più importante oggi che in qualunque altro tempo fin dalla sua morte, forse anche più che del grande momento del suo morire, ma non è ancora così importante come sarà tra un centinaio di anni." 

Dalla vita e dal martirio di san Tommaso Moro scaturisce un messaggio che attraversa i secoli e parla agli uomini di tutti i tempi della dignità inalienabile della coscienza, nella quale, risiede il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nella sua intimità.
Quando questo richiamo della verità viene ascoltato, allora la coscienza orienta con sicurezza i loro atti verso il bene.
Tommaso Moro morì testimoniando che c'è un bene più grande di ogni potere e ogni successo mondano per cui vale la pena dare la vita. Dava la vita per i propri amici, per la propria famiglia, per il proprio povero paese che stava a sua volta per andare incontro a un bagno di sangue.
Il 6 luglio 1535 venne decapitato.
Le cronache riportarono il modo in cui si avviò al supplizio: con animo sereno, con fede pronta, con umorismo, con grazia. 


Paolo Gulisano (fonte:uomovivo.blogspot.it)

sabato 27 febbraio 2016

Stupefacente

Voglio dirvi qualcosa che è la più difficile da esprimere a parole, qualcosa che è più privato della vita privata. È il fatto che siamo vivi, e che la vita è la cosa di gran lunga più  di qualsiasi gioia o sofferenza che può capitarci durante la vita.

Gilbert Keith Chesterton, Radio Chesterton

lunedì 18 gennaio 2016

Romanticismo

Imbucare una lettera e sposarsi sono tra le poche cose ancora assolutamente romantiche, perché per essere assolutamente romantica una cosa deve essere irrevocabile.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici

venerdì 1 gennaio 2016

Una nuova anima

The object of a New Year is that we should have a new soul and a new nose; new feet, a new backbone, new ears, and new eyes.

L’obiettivo di un nuovo anno è che dovremmo avere una nuova anima e un nuovo naso; piedi nuovi, una nuova spina dorsale, nuove orecchie e occhi nuovi.


(Gilbert Keith Chesterton)

sabato 16 maggio 2015

Il pasticcione scelto da Cristo

«Quando in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua Grande Società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un pasticcione, uno sempre fuori posto, uno pauroso: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell'Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza: furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest'unica opera, la storia Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole».

Gilbert Keith Chesterton

lunedì 9 febbraio 2015

L'arcivescovo e lo scrittore

Dopo la XXXVII giornata per la vita del 1° febbraio 2015
06/02/2015
Carissimi figli e figlie della nostra Chiesa particolare,
avrete visto in questi giorni che la semplice riproposizione dei temi tradizionali del Magistero della Chiesa, in particolare la condanna esplicita dell'aborto e delle sue conseguenze - e la sottolineatura, a puro livello di buon senso, che la denatalità, come ormai è ammesso dai migliori economisti del mondo, è una delle cause, se non la più grave, della crisi economica in cui il mondo intero si dibatte da anni - mi hanno dato una pubblicità inattesa, per la quale nulla è stato fatto dalla nostra Diocesi, e che ha raggiunto le più significative testate italiane e straniere. Tutto questo mi sembra confermare l'idea di uno dei miei grandi maestri, G. K. Chesterton, il quale diceva che sarebbe venuto un momento in cui "Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate". Vorrei tuttavia confidarvi che non m'interessa la posizione pubblica che la mentalità - soprattutto laicista - mi fa spesso ricoprire; ciò che desidero è infatti solo riproporre fedelmente la Dottrina della Chiesa e la possibilità di fare esperienza di quella vita nuova in cui consiste la fede. Preferisco che il mio nome sia scritto nei cieli, ed è per questo che chiedo a tutta la Diocesi di aiutarmi in questi momenti non facili, soprattutto con la preghiera.

+ Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa

martedì 6 gennaio 2015

L’Assoluto ha retto l’universo da una stalla per animali

canti tradizionali e il cuore di Betlemme
di Fabio Trevisan
fonte:riscossacristiana.it
In una recente pubblicazione curata da Maurizio Brunetti (Lo spirito del Natale, D’Ettoris Editori), sono stati tradotti in italiano inediti di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) sul Santo Natale che periodicamente lo scrittore nativo di Beaconsfield pubblicava su giornali e riviste lungo tutto l’arco del Novecento in cui visse. Uno di questi brevi saggi, I canti tradizionali di Natale, ci restituisce ancora una volta uno scrittore cristiano capace di sorprenderci, di commuoverci e di indurci alla riflessione.
In queste meditazioni molto acute sul Natale, Chesterton ci mostra e ci fa assaporare il paradosso della grotta, ovvero ci fa cogliere e riscoprire tutte quelle cose che, ritenute di poco conto dal mondo, in realtà celano nell’umiltà il Divino Bambino. Sta nella continuità di questa riscoperta il cuore dell’intera faccenda, il cuore di Betlemme, il fulgore della mangiatoia: “L’Assoluto ha retto l’universo da una stalla per animali”. L’elogio dei canti tradizionali di Natale risale al 1901 e Chesterton si erse a cantore e difensore, da assertore medievalista qual era, di tutte quelle ballate antiche e sempre nuove, contrapponendole alla durezza dei teologi e all’ottusità del mondo moderno: “Con sempre maggiore insistenza, i teologi hanno battuto l’accento sulla separazione fra Cristo e l’umanità; all’antico venditore di ballate è bastata, invece, l’ispirazione poetica per intuire ciò che della divinità emoziona e meraviglia, cioè la pienezza e la perfezione del suo nascondimento”. Soprattutto in un antico canto natalizio, When Joseph was a-walking (Mentre Giuseppe era in cammino), Chesterton rilevava la stridente contrapposizione tra la pomposità nebulosa ed il vigore e la precisione nei versi di quella sublime ballata: “Non dovrà nascere né in una casa né in una grande sala, né in un luogo di Paradiso, ma nella mangiatoia di una stalla. Non dovrà essere battezzato né con vino bianco né con vino rosso, ma nell’acqua chiara di primavera dove fummo battezzati anche noi”.
Un altro bel canto tradizionale di Natale (Carol for St. Stephen’s Day), che raccontava la storia di Santo Stefano martire, descriveva la testimonianza oculare dell’apparizione della stella di Betlemme a Stefano, che era maggiordomo nella sala per banchetti di re Erode: “Non mi mancano né cibo né bevande nella dimora di re Erode: è nato un bambino a Betlemme che è meglio di noi tutti”. Chesterton rilevava nei versi di quelle preziose ballate una sublime rilevanza spirituale e tutta l’energia creativa cristiana che lo spingevano entusiasticamente a sostenerne l’esecuzione e la diffusione: “Una moda miope e volgare porta a deprezzare i canti tradizionali di Natale e a scoraggiarne l’esecuzione. Le stesse persone che chiacchierano allegramente in mezzo a tutti i rumori infernali della metropolitana, o che sopportano lo sferragliare di migliaia di veicoli su una strada sassosa (allora le strade non erano asfaltate), dicono di detestare il suono dei canti di Natale. Far finta che qualcosa ti piaccia forse è peccato; ma far finta che qualcosa non ti piaccia si avvicina molto a un peccato contro lo Spirito Santo”. Il finale dell’apologetica riguardante i canti tradizionali di Natale è condensato in due righe di stupefacente spessore: “E’ ancora lecito tuttavia sperare che qualcuno senta quei canti: essi rappresentano gli ultimi echi di quel vagito che ha rinnovato il mondo”.
Quegli ultimi echi del Divino Infante costituivano, per il grande scrittore inglese, il cuore della cittadina di Betlemme, ossia, con le sue stesse parole: “Nessuna poesia, nemmeno quella dei poeti più grandi, riuscirà mai a esprimere tutti i significati nascosti nell’immagine della luce del mondo che si fa sole sotterraneo”.
Chesterton si pone e ci colloca, come i Re Magi, dinanzi al miracolo della Sacra Famiglia affinché possiamo contemplarne l’ineffabile bellezza. Egli ci fa ascoltare l’incedere solenne dei Magi e ci mette sui loro passi: “Andate lenti, sotto pioggia o neve, trovate il luogo ove poter pregare, è tutta così facile la strada che potremmo smarrirla…Bianco e terribile diventa il mondo, bianco accecante è il giorno che nasce; camminiamo perplessi nella luce, qualcosa è troppo grande da vedere, qualcosa è troppo semplice da dire. Quel Bimbo fu, prima che il mondo fosse; quel Bimbo che giocò con luna e sole, gioca con la paglia. La casa che dà vita al paradiso, la strana vecchia casa che è la nostra, ove parole false mai si dicono, la Compassione è pura come l’acqua, l’Onore è solido come la pietra. Siate umili come sono i cieli, e bassa, grande e fiera è la Stella: la Mangiatoia è così vicina che noi possiamo viaggiar lontano. Udite! Un riso di leon si desta, ruggisce alla pianura risonante. Grida e si scuote allora il cielo intero, ché Dio stesso è rinato, e noi siamo bambini che camminano fra la neve e la pioggia”.
Sono versi semplici e profondi che ci fanno assaporare il devoto pellegrinaggio verso la Casa del Padre che è la Casa del Figlio, il cuore di Betlemme, dove quella Divina mangiatoia ormai vicina ci permette di andare lontano! E’ la Casa che dà vita al paradiso, quella Casa che sempre ci accoglie, seppur così apparentemente strana. Il Gloria in Profundis composto da Chesterton nel 1927 conclude il cammino meditabondo dei Re Magi e ci fa approdare al Porto gioioso di salvezza, al terrificante ed esplosivo Annuncio anticipato nei cieli dagli angeli: “Sulla terra è caduto come un pegno, dio troppo grande pel cielo. Da ogni cosa esplodendo egli ha infranto i confini dell’eterno”. Chesterton, pur nella consapevolezza che l’eterno non può avere confini, gioca sulla forza del paradosso (Dio troppo grande per il cielo) per farci trasalire e sconvolgere dall’inaudito: “Chi sarà fiero se i cieli son umili, salirà se i monti cadono, le stelle fisse slittano e un diluvio d’amore tutto sommerge? Chi mai potrà corona aspirare, chiamar diritto sua voglia, col flusso astrale lottare, se in basso discende tutto ch’è bene?”. L’attualità sconvolgente del paradosso cristiano di Colui che è così Alto e così umilmente si abbassa viene proiettata dinanzi agli occhi di un mondo pretenzioso e peccaminoso che chiama diritto ogni sua voglia, ogni suo capriccio. Chi mai, ci interroga Chesterton, può essere ancora così arrogante dinanzi a cieli così umili? Salire se i monti cadono? Insuperbirsi nelle proprie ribellioni, come quegli angeli capeggiati da Lucifero?
Nella composizione poetica Chesterton ci mostra l’insolenza del peccato di coloro che precipitarono scalando: “Poiché temendo una tale caduta gli angeli caduti caddero scalando, invertiti in arroganza, d’inferno il monte pendente…Che al Signore sia Gloria nel Più Basso, getto in piena delle stelle, laddove il tuono pensa d’essere lento e il lampo si teme tardo: cercando una gemma persa noi la seguiamo, cacciamo e staniamo, e la stella cadente l’ha trovata nella caverna a Betlemme”.

lunedì 13 ottobre 2014

La sfera e la croce

La pagina che segue è tratta dal prologo de “La sfera e la croce”, in cui dialogano un anziano monaco, Michele, e Lucifero stesso. La riporto qui per comodità:

«Come ti stavo dicendo» seguitò Michele «anche quell'uomo aveva adottato l'opinione che il segno del Cristianesimo fosse un simbolo di barbarie e di irragionevolezza. È una storia assai interessante. Ed è una perfetta allegoria di ciò che accade ai razionalisti come te. Egli cominciò, naturalmente, col bandire il crocefisso da casa sua, dal collo della sua donna, perfino dai quadri. Diceva, come tu dici, che era una forma arbitraria e fantastica, una mostruosità; e che la si amava soltanto perché era paradossale. Poi diventò ancora più furioso, ancora più eccentrico; e avrebbe voluto abbattere le croci che si innalzavano lungo le strade del suo paese, che era un paese cattolico romano. Finalmente, si arrampicò sopra il campanile di una chiesa, ne strappò la croce e l'agitò nell'aria in un tragico soliloquio sotto le stelle. Una sera d'estate, mentre ritornava lungo un viale, a casa sua, il demone della sua follia lo ghermì di botto, gittandolo in quel delirio che trasfigura il mondo agli occhi dell'insensato. Si era fermato per un momento, fumando la sua pipa di fronte a una lunghissima palizzata: e fu allora che i suoi occhi si spalancarono improvvisamente. Non brillava una luce, non si muoveva una foglia; ma egli credette di vedere, come in un fulmineo cambiamento di scena, la lunga palizzata tramutata in un esercito di croci, legate l'una all'altra, su per la collina, giù per la valle. Allora, facendo volteggiare nell'aria il suo pesante bastone, egli mosse contro la palizzata, come contro una schiera di nemici. E, per quanto era lunga la strada, spezzò, strappò, sradicò tutte quelle assi che incontrava sul suo cammino. Egli odiava la croce ed ogni palo era per lui una croce. Quando arrivò a casa era pazzo da legare. Si lasciò cadere sopra una sedia, ma rimbalzò subito in piedi perché sul pavimento scorgeva l'intollerabile immagine. Si buttò sopra un letto; ma tutte le cose che lo circondavano avevano ormai l'aspetto del simbolo maledetto. Distrusse tutti i suoi mobili, appiccò il fuoco alla casa, perché anche questa era ormai fatta di croci; e l'indomani lo trovarono nel fiume».
Lucifero guardò il vecchio monaco mordendosi le labbra. «È vera questa storia?»
«No» disse Michele «è una parabola: la parabola di tutti voi razionalisti e di te stesso. Cominciate con lo spezzare la croce, ma finite col distruggere il mondo abitabile. Tu hai detto che nessuno deve entrare nella Chiesa contro la sua volontà e un minuto dopo dici che nessuno ha la volontà di entrarvi. Sostieni che non è mai esistito l'Eden, e il giorno dopo affermi che non esiste l'Irlanda. Cominci con l'odiare l'irrazionale e arrivi a detestare ogni cosa, perché tutto è irrazionale». (da La sfera e la croce, Piemme 1991, 20-22)

sabato 5 luglio 2014

Grazie, poi a scendere ci penserò da solo

Un condannato a morte sale i gradini che lo porteranno alla decapitazione, inciampa e un ufficiale lo sorregge. L’uomo sorride e sussurra: “Grazie, poi a scendere ci penserò da solo”. Anche sulla soglia della morte, proprio come quando prendeva in giro la moglie – “Certo, signora, vi farebbe gran torto il Signore Iddio se non vi mandasse all’inferno, dal momento che ve lo guadagnate con tanta fatica” – e i figli che studiavano – “mi assicurano che sapete perfino distinguere il sole dalla luna” – Sir Tommaso Moro, umanista, scrittore, giurista e politico inglese del 1500 proclamato nel 2000 patrono dei governanti e dei politici, non smise di far sorridere e, per questo, di pensare. Proprio alla sua figura è dedicata una mostra esposta a Montecitorio, su iniziativa di Maurizio Lupi, e inaugurata ieri con il premier Mario Monti.

Tommaso Moro è però un patrono paradossalmente scomodo, visto che la sua azione principale – quella ricordata da tutti – fu quella di dimettersi. In lui si trovava una bizzarra commistione di magnanimità personale e culturale, fermezza e al contempo divertito umorismo (caratteristiche di cui oggi si avverte decisamente la mancanza). Di lui colpiscono certamente la sua incorruttibilità – “se un tuo amico avesse in corso una causa davanti a me, potrei certo dare udienza prima a lui che non a un altro. Ma in ogni caso puoi star sicuro che se le parti avranno rimesso la causa nelle mie mani, allora, anche se uno dei contendenti fosse mio padre e l’altro il diavolo, e il diavolo avesse ragione, ti assicuro che sarebbe il diavolo a vincere la causa” – e la celerità con cui snellì la burocrazia processuale dell’epoca; così come la sua clamorosa iniziativa presso il re, a cui chiese formalmente, in difesa della libertà di parola, “di dare a tutti coloro che fanno parte di questa assemblea la Sua generosa licenza e benevola assicurazione di poter liberamente parlare, senza temere di incorrere nel Vostro temutissimo sdegno, e francamente esporre il proprio pensiero su tutto ciò che concerne quello per cui siamo qui riuniti”. Fu giudice capace di distinguere eccome, soprattutto con i poveri – “quando si ha a che fare non con gente arrogante e maliziosa, ma con persone ignoranti o semplici e sprovvedute, io desidero che si usi grande misericordia e poco rigore”.

Aveva sostenuto che “non si deve abbandonare la nave in piena tempesta, solo perché non potete comandare ai venti… se non potete far andare bene tutte le cose, dovete almeno aiutare, perché vadano il meno male possibile”, ma a un certo punto capì di non poter fare più niente, e chiese solo di essere lasciato nel suo silenzio, che pure ai suoi nemici si fece clamore insopportabile come le domande di Socrate; ed egli al pari di Socrate fu arrestato. Gli uomini di Enrico VIII, dopo le sue dimissioni in risposta allo scisma anglicano, cercarono di inchiodarlo con l’accusa di aver tradito, ma egli ribatté loro che a quel re col quale si era spesso trovato non per discutere affari di stato, ma per conversare e ammirare le stelle, egli non augurava che bene, ma che non poteva accompagnarlo in una menzogna.

Ecco il suo segreto: Moro, che considerava l’amicizia “un ottavo sacramento”, è stato sempre e anzitutto un amico: del mondo, della cultura antica e recente, per cui “non si finirebbe più di spiegare quante cose mancano a chi non conosce i greci”; un apologeta cattolico che pure preferiva “discutere servendomi della ragione piuttosto che dell’autorità”; del re, consapevole che “se la mia testa potesse procurargli un castello in Francia, essa non tarderebbe a cadere”, e dello stato, di cui assunse la massima carica di Lord cancelliere scherzando con Erasmo da Rotterdam: “Mi fanno tutti le congratulazioni, sono sicuro che almeno tu mi compiangerai”.

Il segreto di tale costante capacità è a sua volta paradossalmente possibile non nonostante la fermezza delle sue convinzioni, ma in virtù di esse, della sua amicizia con Dio, che lo faceva respirare la vastità di una grandezza che non dipendeva da lui: come notò lo scrittore e suo ammiratore Gilbert K. Chesterton, “tanto egli era strenuo patrono di libertà spirituale, altrettanto era convinto che dovesse esserci qualcuno, o qualcosa, a disciplinarla, e non gli passava per la testa di poter essere lui questo qualcuno”. Questo lo rendeva e lo rende scomodo, sorridentemente e salutarmente scomodo per chi lo legge o a lui intende richiamarsi, visto che, sempre nelle parole di Chesterton “è facile, a volte, donare il proprio sangue alla patria e ancora più facile donarle del denaro. Talvolta è più difficile donarle la verità”.

Il foglio: Edoardo Rialti | 24 Ottobre 2012 

giovedì 1 maggio 2014

Il fortino

"La nostra casa è il fortino di famiglia, con la bandiera che sventola in cima e più è miserabile, meno dovremmo pensare di abbandonarla".

(Chersterton, Ortodossia)

mercoledì 2 ottobre 2013

Il metro di giudizio

«L’animo di un uomo è pieno di voci simili a quelle di una foresta; ci sono diecimila lingue simili a tutte le lingue degli alberi: fantasie, follie, assurdità, paure misteriose e speranze ancora più misteriose. […] 
L’unico metro di giudizio che conosco per valutare un’argomentazione o un’ispirazione è in fin dei conti il seguente: tutte le necessità nobili dell’uomo parlano il linguaggio dell’eternità. Quando un uomo compie tre o quattro azioni per cui è stato mandato sulla terra, allora parla come un individuo destinato a vivere per sempre. Chi muore per il suo paese non parla come se il suo attaccamento a un determinato luogo potesse mutare. Leonida non afferma: “La mia inclinazione attuale mi fa preferire Sparta alla Persia”. Guglielmo Tell non osserva: “La civiltà svizzera, per quanto posso vedere, è superiore a quella austriaca”. Quando gli uomini costruiscono comunità, parlano in termini assoluti e lo fanno anche quando creano quelle comunità più piccole chiamate famiglie» 
(Chesterton, da La serietà non è una virtù).

domenica 4 agosto 2013

Santo patrono dell'Uomo Comune

"Martin Thompson (chestertoniano inglese, ndr) dice che il vescovo Peter Doyle 'mi ha dato il permesso di comunicare che il vescovo di Northampton è in sintonia con i nostri desideri ed è alla ricerca di un chierico idoneo per iniziare un'indagine sulla potenziale apertura di una causa di Chesterton". 

Causa di beatificazione, si intende. Mons. Peter Doyle è il Vescovo della Diocesi di Northampton, da cui dipende il Buckinghamshire, la contea inglese dove si trova Beaconsfield, luogo di residenza e di morte del nostro Gilbert.
 
Questa è una bellissima notizia e quindi dobbiamo continuare a pregare per questo scopo!

Qualcuno tra i primi commenti ha scritto sulla pagina Facebook della American Chesterton Society (di cui è in corso a Boston la conference annuale proprio in questi giorni): "patron saint of the Common Man" cioè santo patrono dell'uomo comune... Sarebbe bello!

Questo è il messaggio originale:

"Martin Thompson says that Bishop Peter Doyle 'has given me permission to report that the Bishop of Northampton is sympathetic to our wishes and is seeking a suitable cleric to begin an investigation into the potential for opening a cause for Chesterton'".

Diffondete nell'orbe terracqueo.
 
fonte: www.uomovivo.blospot.com

Accenderemo fuochi

Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. 
Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. 
Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi. 
Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. 

(G.K. Chesterton)

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...