venerdì 20 aprile 2012

L'antipolitica

Intervenendo sulla vicenda dei finanziamenti ai partiti il presidente della Repubblica ha ammonito che ciò che rischiamo è «la fine della democrazia e della libertà». Ad alcuni, quella di Napolitano, sarà parsa una forzatura retorica. Ma non lo è. Gli scricchiolii sono sempre più numerosi, il rischio c'è. Si consideri la contestuale presenza di tre elementi. In primo luogo, una crisi economica destinata a durare a lungo, per anni probabilmente, con tanti giovani disoccupati e l'impoverimento di molte famiglie. In secondo luogo, una condizione di generale discredito dei partiti e della classe politica professionale. Infine, l'incapacità di quella medesima classe politica di trovare rimedi adeguati per la crisi di legittimità che l'ha investita. È la sinergia fra questi tre fatti che può provocare conseguenze devastanti.
Sbaglia chi crede che la crisi della Lega tolga semplicemente di mezzo uno dei principali strumenti di canalizzazione di umori antipolitici, che quella crisi sia un colpo all'antipolitica. Semmai, contribuisce a esasperarla. L'antipolitica è il convitato di pietra della politica italiana, si nutre del suo discredito, ne succhia il sangue, e può, in qualunque momento, esplodere in forme imprevedibili. Quando i sentimenti antipolitici diventano dominanti, e certamente lo sono oggi in Italia, aspiranti demagoghi di ogni genere si fanno avanti per intercettarli e assicurarsi un lauto bottino. Chi pensa che alle prossime elezioni politiche il gioco, e il pallino, resteranno interamente nelle mani delle vecchie oligarchie forse si illude. È possibile che la combinazione dei tre elementi suddetti (crisi economica, discredito della politica, inadeguatezza delle risposte al discredito) favorisca il successo di movimenti di protesta a vocazione autoritaria, già esistenti o in via di costituzione, non importa di quale colore politico. Con effetti di condizionamento sull'intera politica italiana.
Soffermiamoci sulla inadeguatezza delle risposte della classe politica al discredito. Si prenda il caso dei rimborsi pubblici ai partiti. L'andazzo durava da anni. Quando finalmente è esplosa la vicenda Lusi i politici hanno solo finto di scandalizzarsi. Adesso che è scoppiato il caso della Lega sembrano decisi a muoversi. Per fare cosa? A quanto pare, per «riformare» il sistema dei rimborsi, stabilire controlli, regole, eccetera. Senza tener conto di due fatti che pesano come macigni: il primo è che il finanziamento pubblico che vogliono mantenere, sia pure riformandolo, ha un non emendabile vizio d'origine, è figlio di un grave vulnus alle regole democratiche. È stato messo in piedi aggirando, e annullando di fatto, i risultati di un referendum popolare che imponeva la fine del finanziamento pubblico (i radicali di Pannella, che lo hanno sempre denunciato, hanno ragione). Se il sistema viene solo «riformato», il vulnus e la connessa illegittimità restano intatti. Il secondo macigno è dato dal fatto che, essendo i partiti giunti a questo livello di impopolarità, è l'idea stessa di finanziamento pubblico (camuffato o meno da rimborso) che è diventato inaccettabile per il grosso dei cittadini-contribuenti, i quali, per giunta, sono soggetti a una pressione fiscale altissima.
Occorrerebbe una rivoluzione, il coraggio di rinunciare ai soldi pubblici e di puntare sui finanziamenti privati (con tutti i paletti, i tetti, i limiti e i controlli che si vuole). Sulla base del principio: il cittadino, se vuole, «si paga» il partito che preferisce. Sarebbe un modo per assicurare che vivano (o si ricostituiscano) i partiti veri, capaci di mobilitare cuori e portafogli, e che muoiano invece le camarille oligarchiche in grado di sopravvivere solo come strutture parastatali, grazie ai soldi pubblici. Non si può fare? Sarebbe una cosa troppo «americana»? E allora tenetevi tutto il pacchetto: i soldi pubblici assieme al disgusto dell'opinione pubblica.
Oppure prendiamo il caso delle riforme istituzionali su cui si è realizzato un accordo di massima fra Pdl, Pd e Udc. Luciano Violante, autore di quella bozza, non me ne voglia se dico che quello schema mi sembra, anche al di là delle sue personali intenzioni, un «Manuale di autodifesa per oligarchie partitiche in pericolo». Un manuale, aggiungo, che non può dare ciò che promette. È surreale, nelle attuali condizioni, puntare su una legge elettorale i cui scopi sono quelli di assicurare (come nella legge che si vuole sostituire) il controllo di pochi dirigenti sulle candidature e di ritornare all'epoca in cui i governi si facevano e si disfacevano in Parlamento, senza riguardo per la governabilità. In Italia, dal 1948 al 1992, in 44 anni, si succedettero 45 governi. Non c'è più nessun Muro di Berlino in grado di tenere in piedi un sistema politico così inefficiente.
Se non fosse perché troppo preoccupati della propria sopravvivenza politica a breve termine, i politici italiani comprenderebbero che la sola strada rimasta per rimettere in sicurezza la democrazia consiste in un vero ampliamento dei poteri del governo (Cancellierato) o in un ampliamento dei poteri unito alla elezione diretta (Presidenzialismo). E in una legge elettorale coerente con lo scopo. Per iniettare più capacità decisionale nella democrazia e dare alle cariche di governo quel prestigio e quella forza perduti dai partiti e che questi ultimi potrebbero recuperare solo dopo anni di buon lavoro.
Le democrazie muoiono di solito per eccesso di frammentazione, instabilità, incapacità decisionale, e per il discredito che, in certe fasi, colpisce i loro partiti. Oggi i partiti italiani vengono percepiti da tanti come un problema anziché una soluzione (ciò spiega la popolarità di Monti). Ai loro dirigenti converrebbe uscire dall'angolo mediante qualche risposta adeguata. Altrimenti, la democrazia potrebbe in breve tempo vacillare sotto l'urto di ondate di protesta sempre più impetuose e pericolose.


fonte: Corriere della Sera, Panebianco, 10 aprile 2012

Il francescano

ROMA - «Farò una vita da francescano».
Addirittura.
«Avevo già restituito quattro miliardi».
Vecchie lirette.
«Mica le prendevo per me».
No?
«No. Solo per il mio partito, il Pli».
Non come questi di adesso, chessò, i Lusi e i Belsito, magari con qualche famigliola politica da sfamare...
«Eh, ora c'è chi scambia il Parlamento per un benefit».
Pure prima esageravate.
«Lo ammetto, ma era diverso. Le spiegherò come».
Sospira Francesco De Lorenzo, un tempo Sua Sanità, ed è difficile dire se per nostalgia d'una stagione morta o per il sollievo d'esserle sopravvissuto. Settantatré anni portati alla grande, come uno che prima è passato sotto le forche caudine di Tangentopoli, poi attraverso Poggioreale e un tumore con chemioterapia devastante, ed è infine risorto, lavorando coi drogati di don Gelmini (grande foto del controverso sacerdote dietro la scrivania), e inventandosi infine l'Aimac, che raccoglie cinquecento associazioni di volontari nella lotta contro il cancro: «E tutto senza un euro delle case farmaceutiche, lo scriva, lo scriva». Marmi, assistenti, gran sede in via Barberini, c'è chi resta in piedi anche quando cade...
«Si chiudono dei cicli, io ho cambiato vita».
Già, però il tarlo è quello vecchio. Averci marciato, sui malati, quand'era ministro della Salute, governo Amato, primi anni Novanta.
«Non ho alterato i prezzi dei farmaci, i giudici me l'hanno riconosciuto infine! Non ho danneggiato l'erario, guardi qua».
(Tira fuori faldoni, sentenze, pandette, carte da bollo in perenne lotta tra loro: come molti a lungo strizzati dai magistrati, è ormai il migliore avvocato di se stesso). Comunque sia, deve pagare cinque milioni di euro per danno all'immagine del nostro povero Stato, sentenza definitiva.
Dove li trova?
«Metà li restituii a suo tempo, gliel'ho detto prima. Per il resto, venderò la casa, ho qualche bene al sole. Potrei vendere anche i pastori».
I famosi pastori del Settecento napoletano...
«Quelli: una settantina, raccolti in trent'anni. Valgono duecentomila euro, ma non facciamolo sapere ai ladri».
Ci mancherebbe. Parliamo di altri furti. Una sua foto sotto l'insegna del ristorante «Due Ladroni» è rimasta nella storia.
«Mai intascato un soldo, per me».
Dunque si dichiara innocente?
«No. Il finanziamento illecito è stata la mia colpa. Mandavo dagli imprenditori il mio segretario, Marone, perché non si pensasse che me li tenevo io. Adesso lo fanno per loro tasche. Ma allora tutti sapevano. Anche Zanone che poi ha fatto tanto il moralista».
Pochi sono stati tanto detestati dagli italiani quanto lei.
«Colpa di una lunga campagna di stampa».
Lei era uno dei viceré di Napoli, con Pomicino e Di Donato.
«Un viceré senza truppe, mi creda. Napoli è una città plebea, mia moglie non poteva nemmeno più andare a giocare a bridge. I miei amici liberali si misero con Bassolino. Io per la sanità ho dato il sangue, l'ho detto varie volte».
Sangue infetto, quello dello scandalo...
«Non ero nemmeno testimone, in quell'inchiesta, sia serio. Mi hanno spedito all'inferno e non so perché. Ero benestante, ero un tecnico, avevo il settanta per cento di consensi».
Meglio di Berlusconi...
«Non scherzi. La gente si è sentita tradita. Ma io ho avuto giudici etici, mi hanno condannato per associazione per delinquere da solo, tutti i miei coimputati erano assolti. Il mio processo è stato ingiusto, l'ha detto la Corte costituzionale quattro mesi dopo la mia condanna definitiva. E mi hanno fatto andare in udienza mentre facevo la chemio!».
Lei, nessuna colpa?
«Non insista. Gliel'ho detto: avrei dovuto rinunciare alla poltrona di ministro, è vero. Se la volevi, dovevi finanziare il partito. Funzionava così. Per assicurare il quoziente al partito servivano consiglieri comunali, sezioni, giornali, cose che costavano».
E nani, ballerine, terrazze...
«Cose che ho letto, non c'ero su quelle terrazze».
Mi dica dei finanziamenti.
«Il finanziamento illecito c'è sempre stato. Malagodi prendeva soldi da Confindustria, Moro si alzò per difendere Gui. Solo che quelli avevano... gli attributi. Noi ci lasciammo sbranare, portare via l'immunità parlamentare».
Molti imprenditori si sentirono sbranati, in verità.
«Se agli imprenditori chiedevi di darti i soldi in chiaro, rifiutavano: avrebbero dovuto dare cento a noi liberali, ottocento ai socialisti, mille alla Dc».
Ci furono ruberie grosse.
«Ci furono. Ma io non appartenevo a quella classe politica. Comunque gente come Citaristi o Balzamo non prendeva soldi per sé. E, lo sa?, nemmeno Craxi, dico io».
Dice lei. E di Tonino Di Pietro che mi dice?
«Nulla. E' stato mio pm, non sarebbe elegante».
Di Berlusconi?
«La magistratura ha abusato anche con lui. Poi lui avrebbe dovuto fare attenzione al suo ruolo, l'ultima variante non mi piace. Ma ha aiutato molto la nostra associazione contro il cancro, gli sono grato».
Vent'anni dopo. Si ruba in proprio rispetto a ieri?
«Oggi è tutto abnorme».
Ormai è saltato anche lo schermo del partito, no?
«Mi invitarono nel casertano all'ultima campagna elettorale. Non c'era un comizio, non c'era un manifesto. E allora dove stanno i costi della politica?».
Già. E dove vanno i soldi della politica?
«Questa legge elettorale è tremenda, tutti stanno appesi al leader».
Pure Belsito e Lusi?
«Cosa mi sta chiedendo?».
Un leader può avere un tesoriere simile e non saperlo?
«Ai miei tempi, no».
E adesso?
«E' diverso. Non si coprono spese reali periferiche, il finanziamento viene dato al centro, il tesoriere ha un ruolo fondamentale. Certo, se poi un partito non ha nessuna attività...».
Cosa fa, allude a un caso specifico? Manda messaggi?
«Prossima domanda».
Ultima. Cosa fa domani l'ex viceré di Napoli?
«Cerca di salvare San Giuseppe».
Chi?
«Il mio pastore preferito, un viso splendido. Quello non lo vendo. A costo di smettere di mangiare». 

fonte: Corriere della Sera, Goffredo Buccini 14 aprile 2012 

venerdì 13 aprile 2012

la versione croata

La Croazia deve «affermare l'intangibilità della vita umana dal concepimento fino alla sua morte naturale», ricordava lo scorso giugno Benedetto XVI mettendo in guardia dal pericolo della riduzione della coscienza all'«ambito del soggettivo». In realtà la coscienza è una, ricordava, luogo «dell'ascolto della verità e del bene». Se non torna a una visione come questa, «l'Europa è destinata all'involuzione».

L'allarme allora sembrava esagerato e irrealistico, oggi meno. Eletta a dicembre, la sinistra croata sta cercando di varare una legge a dir poco controversa bypassando il processo democratico. Come riportato dal Foglio, il nuovo governo ha invocato la procedura d'urgenza per imporre una norma che apra alla fecondazione assistita senza limiti di età, alla procreazione eterologa, che comprende la selezione in base al sesso, e all'adozione degli embrioni da parte di coppie omosessuali. I diritti del concepito vengono ridotti al minimo, dato che la vita umana ha inizio «a seconda della visione del mondo di ciascuno», come ha dichiarato il ministro della Salute croato.

Secondo il primo ministro, poi, coloro che sono contrari a questo provvedimento sono definibili come «scarti». Insomma, o con noi o contro di noi: non c'è molto spazio per il dibattito. Ma i movimenti cattolici e pro life hanno deciso di opporsi al provvedimento, chiamando anche in causa il capo dei vescovi cattolici e sperando di riuscire ad aprire almeno un dibattito pubblico

La storia di Bella

Abbiamo preso la decisione nel fine settimana: la campagna per me è finita. La sospendo da oggi». Il 10 aprile il candidato alle primarie repubblicane Rick Santorum ha deciso di ritirarsi dalla corsa, lasciando a Mitt Romney il compito di sfidare Barack Obama alle prossime presidenziali. Fra le motivazioni che l'hanno spinto alla decisione, l'outsider italoamericano ha citato anche le condizioni della figlia Bella, la cui situazione di salute si è complicata. Non è la prima volta che una vicenda intima influisce sulla carriera politica di Santorum. Anzi. Tutta la sua storia è un continuo intrecciarsi tra privato e pubblico, tra affetti e impegno civile.

Era la metà degli anni Novanta e un allora semisconosciuto Santorum si segnalava per alcune importanti battaglie contro l'aborto a nascita parziale. Una pratica assai cruenta, allora permessa negli Usa e che consiste nell'estrazione parziale del feto dall'utero attraverso l'uso di una pinza; il cranio del bambino è svuotato attraverso una cannula, che ne risucchia il contenuto fino a provocarne la morte. Santorum era uno dei più fieri oppositori a tale prassi e, col passare dei mesi, era diventato la bandiera del mondo pro life. Fu proprio allora che la moglie, Karen Garver, scoprì di essere incinta del quarto figlio, Gabriel, cui i medici diagnosticarono una grave malformazione. La famiglia Santorum si ritrovò quindi nella particolare situazione di attendere proprio uno di quei bambini che, secondo i pro choice, non avrebbero meritato di vivere. La loro battaglia personale divenne un formidabile esempio di come le ragioni della vita potessero essere sostenute anche nelle situazioni più avverse. Fu in quei mesi che Karen iniziò a redigere un diario (poi pubblicato col titolo Letters to Gabriel) la cui eco giunse fino a Madre Teresa di Calcutta che inviò ai coniugi una lettera poi posta a
prefazione del testo.

È quello di Karen un testo ricco di fatti e coincidenze singolari. Come scrisse l'autrice, nella loro vicenda accadevano fatti difficilmente spiegabili con il solo riferimento al caso: «“Perché noi? Perché adesso?”, a nessuno di noi è passata inosservata la coincidenza del fatto che, una settimana dopo il dibattito al Senato, ci siamo trovati di fronte a una gravidanza come quelle che erano state citate a difesa di quella procedura». Gabriel nacque a 22 settimane e sopravvisse solo poche ore, morendo fra le braccia dei suoi genitori.
«Non erano tessuti, era un bambino», disse Santorum dopo quella triste esperienza, testimoniando di aver cullato un bimbo che per la legge sarebbe stato possibile abortire. In diversi interventi pubblici Santorum ritornò ad affermare le sue convinzioni, esprimendo la certezza che «la vita ha sempre un senso» e che nell'esistenza di ciascuno di noi «c'è un piano. Ognuno deve saperlo e dare il suo contributo». Fu a causa di questa sua battagliera posizione che sulla stampa liberal si iniziò a definirlo il «cattolico masochista», cercando in ogni modo di stopparne l'ascesa e la popolarità. Come ha detto in una recente intervista Karen: «Hanno cercato di distorcere le cose, dicendo che avevamo portato a casa un feto. Spero non soffrano mai una perdita simile. Quello era mio figlio. L'ho portato a casa per fargli il funerale. Nessuno può dirmi come seppellire mio figlio».

Nel maggio 2008 un nuovo evento. A casa Santorum s'affacciò il viso paffuto e simpatico di Isabella Maria, detta Bella. La piccola è affetta da una rara sindrome genetica. Per un altro strano scherzo del destino, ancora nel libro di Karen si ritrovano parole profetiche su questa nuova nascita: «Io non potrò mai dire: accetterò e amerò un bambino sano e non uno ammalato. Qualunque bimbo Dio ci donerà noi lo ameremo e lo cureremo con totale dedizione».
Le condizioni di Bella, solo dieci giorni dopo la venuta alla luce, si aggravarono. «I medici ci dissero di lasciarla morire, perché non sarebbe mai stata una bambina come le altre», ha rivelato Santorum durante un dibattito nel novembre scorso. «Chiesi l'ossigeno perché aveva una crisi respiratoria. Ci risposero ancora che dovevamo imparare a mollare!».
I coniugi Santorum portano Bella a casa. La piccola alterna fasi di buona e cattiva salute. nei primi mesi, in Rick qualcosa si incrinò e iniziò a trattare freddamente la piccola, con un distacco poco paterno. È stato sempre lui a narrarlo in recenti interviste: «Mi comportavo esattamente come chi sponsorizza l'aborto: trattavo mia figlia come se la sua vita avesse meno valore delle altre. Avevo deciso di non amarla. Perché così avrei sofferto meno se l'avessi persa». Fu allora che il cattolico Santorum si decise: «Supplicai Dio di salvare Bella. In cambio mi sarei battuto per amare e proteggere non solo lei ma tutti i bambini malati. Cominciai a pregare per capire come».

A far riscattare qualcosa in Santorum è stata la riforma sanitaria del governo Obama, «che è tutto il contrario di quella protezione che promisi». Vinta l'ostilità di Karen, restia a rituffarsi in un'avventura che inevitabilmente avrebbe scombussolato la tranquillità familiare, e quella del suo stesso partito, Santorum decise di iniziare l'avventura, con una motivazione dal sapore molto americano: «Non si fa una cosa del genere se non ci si sente chiamati». Per un anno ha consumato le suole delle scarpe e battuto alle porte degli americani. Pochi fondi, una generale diffidenza nelle sue idee troppo politicamente scorrette, ma anche una serie di vittorie inaspettate che rivelano agli occhi del bel mondo che esiste ancora un'America che crede nella lotta contro l'aborto, la famiglia naturale, il sostegno alla piccola-media impresa. Tematiche care a Santorum e inizialmente ai margini del dibattito, ma che, grazie al suo exploit, sono ritornate nell'agenda dell'establishment a stelle e strisce.

E siamo ai giorni nostri. Il 6 aprile Bella è stata ricoverata. «Come allora capii di essere chiamato in prima linea per essere un buon padre, ora capisco che devo stare vicino a mia figlia», ha dichiarato Santorum il 10 aprile, mentre annunciava lo stop. Cosa succederà ora, è presto per dirlo. Ma come nel caso di Gabriel, anche la fragile vita di Bella ha già interrogato milioni di americani, sbaragliando i piani di un intero partito
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La verità di Luisa

«Ho lavorato con artisti come Gabriele Salvatores in ‘Nirvana', ho partecipato a Sanremo con Fausto Leali, recitato nell' ‘Odissea' con Giorgio Albertazzi, Renato Zero ha scritto canzoni per me, ma questa di "Pirates" è una sfida, una vera rinascita: dopo tanta televisione ho scoperto il teatro, i tour. Ma ho passato anche momenti durissimi, culminati con la morte di mio padre». Luisa Corna è fino al 27 novembre al Teatro Nuovo di Milano con il musical sui Pirati.
Luisa, prima si parlava di lei soprattutto per il suo privato, la sua storia con Aldo Serena...
«Siamo stati insieme dieci anni, un grande amore, ma ora lui è sposato, ha figli, lasciamolo tranquillo».
...poi con Alex Britti.
«Uomo stupendo e grande artista, ma siamo stati insieme solo un anno».
E oggi ha una storia?
«Sono ormai da anni felicemente single».
Luisa Corna
Bugiarda?
«Sincera: non ho nessuno, per questo sono sparita da certe notizie».

Sparita, ma mai dimenticata da "certe notizie": quando i miei amici hanno saputo che l'avrei incontrata mi hanno subito detto: «Avrai il coraggio di chiederle della storia con Umberto Bossi?».
«Vedo che il coraggio ce l'ha».
Si dice che la mattina dell' 11 marzo 2004, quando Bossi è stato ricoverato, fosse con lei. Un ex amico del senatur, Leonardo Facco, ha scritto nel libro Umberto Magno (Aliberti): «Luisa Corna non ha chiamato subito un' ambulanza... ma ha avvertito alcuni leghisti molto vicini a Bossi, che gli hanno detto di non fare niente perché sarebbero arrivati loro a gestire la faccenda. Ciò ha provocato il peggioramento dell'emorragia».
«Guardi, questa storia mi ha rovinato l'esistenza. Per la prima volta in questi termini, voglio chiarire una volta per tutte. Poi basta».
Chiariamo. D' altra parte, tra lei e Bossi ci sarebbe potuta essere anche un'affinità: lei cantante, lui con un passato da cantante. Con il nome d'arte di Donato Bossi arrivò in semifinale al Festival di Castrocaro nel 1961, ma fu giudicato «troppo triste». Dove lo ha incontrato la prima volta?
«La prima e ultima, a un concorso di Miss Padania. Ma più che conosciuto, l'ho intravisto».
Nessuna storia quindi?
«Per carità».

Come nasce una voce così persistente? Per tutti lei era la compagna segreta di Umberto Bossi.«Non so come sia successo, né chi abbia messo in giro questa voce. Guarda caso partita proprio nel momento d' oro della mia carriera e che mi ha penalizzato non poco. Un periodo d' oro e anche il più brutto».
Perché il più brutto?
«È quando si è ammalato mio padre, e ho deciso di ritirarmi per stare con lui, una scelta faticosa, ma che ho fatto senza rimpianti. Poi è arrivato questo pettegolezzo infamante».
Molti uomini politici sono attratti da belle donne dello spettacolo, che in genere vengono molto avvantaggiate nel lavoro.
«Non nel mio caso ed è la storia a parlare. Certe voci danneggiano il lavoro non di un singolo, ma di tutti. Se parliamo di Pirates, per esempio, ci lavorano 20 artisti, i tecnici, le maestranze del teatro, i maestri delle luci e suoni esterni. Non è giusto».
Secondo lei c' è stata una regia di questo pettegolezzo su quel terribile giorno?
«Non lo so, non ho fatto indagini, come non ho voluto fare smentite. Ora che sono passati anni, però, è il momento di dire basta».
È stato un danno grosso da un punto di vista professionale?
«Anche. Più che per la cantante Luisa Corna, per l'immagine che mi dava, una sorta di maga Circe, un gioco orrendo. Questa storia mi ha ferita come donna. Io non sono una persona che fa certe cose per calcolo. Non è quella la mia natura, non ci penserei nemmeno».
Come ha reagito quando le hanno riferito questa voce?
«Sono passata attraverso vari stati d' animo: dall' indifferenza alla risata, dal dire: "È terribile", Vno alle lacrime. Mi rivolgo a chi legge: non credete a questa voce, è falsa. Chi lo dice? Chi lo prova? Non c'è mai stato niente, mai una foto, mai perché credere ancora a una stupidaggine?».
Vox populi, vox Dei: a volte la voce del popolo è più forte di qualsiasi verità provata.
«È pazzesco. È un passaparola che non ti risparmia. Il fatto è che certi ambienti, anche il mio, a volte sono davvero faticosi. E cattivi».
È una storia che ha penalizzato anche Umberto Bossi, vi siete mai sentiti su questo punto?
«No, mai».

martedì 10 aprile 2012

Scheda Legge 40

La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (pma), approvata nel 2004, prevede una serie di divieti e obblighi, tra cui il no alla fecondazione eterologa, il no a qualsiasi tecnica utile a predeterminare o alterare il patrimonio genetico dell’embrione (dunque anche la diagnosi pre-impianto), il no alla produzione di più di tre embrioni per volta e il no alla loro crioconservazione. A poter effettuare gli interventi di procreazione sono solo le strutture pubbliche o private autorizzate dalle Regioni e iscritte in un apposito registro istituito presso l’Istituto Superiore di Sanità.

Tuttavia, dal 2004 a oggi, varie sentenze della Corte Costituzionale e dei tribunali civili hanno smontato pezzo per pezzo i divieti imposti dalla legge, come quelli della creazione di soli tre embrioni e loro contemporaneo impianto, di crioconservarli, della diagnosi genetica pre-impianto.

I centri di procreazione medicalmente assistita offrono diversi servizi e tecniche, che variano a seconda della struttura, dei macchinari e del personale di cui dispongono. Non tutti hanno gli stessi servizi, dunque. Le tecniche di pma si possono suddividere in tecniche di base o I livello, semplici e poco invasive, e tecniche avanzate di II e III livello, complesse e più invasive.

Tra quelle di I livello c’è l’inseminazione intrauterina, con cui il liquido seminale viene introdotto all’interno della cavità uterina, e il congelamento dello sperma. In quelle di II e III livello ci sono la fecondazione in vitro e trasferimento dell’embrione (fivet), con cui ovociti e spermatozoi si incontrano all’esterno del corpo della donna e dopo la fecondazione e la produzione di uno o più embrioni vengono trasferiti nell’utero; l’icsi, o microiniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo; il trasferimento intratubarico di gameti (gift), ormai di raro utilizzo, e il trasferimento intratubarico di zigoti od embrioni (zift-tet), ormai quasi inutilizzato. In Italia ci sono 350 centri di procreazione assistita, di cui 130 pubblici, 27 privati convenzionati e 193 privati, e sono circa 150 quelli che offrono tecniche di I livello.


lunedì 9 aprile 2012

I trenta-quarantenni sulla storia dell'arte

La demeritocrazia che da decenni governa il destino, e il declino, di un' Italia assai distratta ha regole di ferro. Fra queste: avanti i mediocri, quelli bravi si arrangeranno all' estero; meglio rifriggere banalità condivise, pensare è noioso; largo ai vecchi, i giovani possono aspettare. Perciò leggendo il manifesto TQ "sul patrimonio storico-artistico della nazione italiana" (da oggi disponibile integralmente sul loro sito, n.d.r.) c' è di che stupirsi. Giovani di trenta-quarant' anni che hanno scelto per parlare d' Italia la prospettiva della loro generazione; anzi, i «non pochi storici dell' arte che hanno deciso di aderire a TQ» che convincono gli altri a firmare un manifesto come questo; addirittura, un testo che non ricicla sciocchezze sui "beni culturali" come "petrolio d' Italia", da "sfruttare" fino ad esaurirlo come fosse un combustibile, ma proclama che «il fine del nostro patrimonio non è di produrre reddito», ma di esercitare un' alta funzione civile, di «rappresentare e strutturare, non meno della lingua», la comunità nazionale. Si sente vibrare molta indignazione e non poca speranza, nelle parole dei TQ. Indignazione (altra singolarità) rivolta in primo luogo verso la corporazione stessa degli storici dell' arte, corresponsabili dell' «inesorabile degrado del ruolo della storia dell' arte nel discorso pubblico italiano», di aver trasformato la loro disciplina in «un fiorente settore dell' industria dell' intrattenimento» prestandosi alla «mutazione mediatica del dibattito culturale in marketing occulto» di mostre ed eventi, anzi dei loro sponsor. Speranza, invece, nella nascosta forza di una disciplina ancora capace di trovare in se stessa le ragioni di un forte ruolo civile, la dignità di una disciplina umanistica, lo status di «sapere critico, strumento di riscatto morale, di liberazione culturale e di crescita umana». Quello degli storici dell' arte, suggerisce il "manifesto TQ", non è il silenzio degli innocenti. Infatti essi non tacciono, anzi sono impegnati in un vano chiacchiericcio intorno a mostre spesso inutilio dannose, ad attribuzioni implausibili, a "scoperte" mediatiche che rallegrano sindaci e assessori, ma reggono lo spazio di un mattino. Stanno alla larga invece (con pochissime eccezioni) da temi scottanti come il degrado della tutela, la prevaricazione dell' effimero (le mostre) sul permanente (musei e monumenti), la morte annunciata del Ministero dei Beni culturali per mancanza di fondi e di turn over, ma anche per l' espediente, già troppe volte ripetuto, di una sede vacante non di nome, ma di fatto. Il decalogo che conclude il "manifesto TQ" parte da affermazioni di principio, ma contiene anche importanti proposte. 
Sua stella polare è l' art. 9 della Costituzione, che congiunge la promozione della cultura e della ricerca con la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Ma dobbiamo constatare, scrive amaramente il manifesto, che oggi «la Repubblica né promuove né tutela». Per invertire la rotta, occorre che gli storici dell' arte si impegnino a rilanciare il ruolo della disciplina nella società. Occorre che «la funzione civile e costituzionale del patrimonio» diventi, come in passato, cardine della cultura e della vita della polis: poiché il patrimonio italiano, «coesteso e fuso all' ambiente» e al paesaggio, ne costituisce la più alta cifra simbolica, deposito di memorie e laboratorio del futuro. Occorre rafforzare e non smantellare il sistema pubblico della tutela, mantenendolo in capo allo Stato per assicurare, secondo Costituzione, identità di criteri in tutto il territorio nazionale. Occorre agire sulla scuola, «ampliando l' asfittico spazio concesso a quella storia dell' arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva, se vuole avere coscienza intera della propria nazione», come scrisse Roberto Longhi. Occorre «mettere radicalmente in discussione i corsi di Beni Culturali», che hanno provocato un pericoloso divorzio della storia dell' arte da altre discipline umanistiche. 
Occorre, i n s o m m a , p o r r e r i m e d i o all' «analfabetismo figurativo che ha afflitto le generazioni precedenti e ha sempre reso cieca la classe dirigente della Repubblica». E' importante che siano i giovani di TQ a rimettere con determinazione sul tavolo temi come questi. Per chi ha orecchi da intendere, essi dovrebbero servire da contraltare al banale economicismo che considera sinonimi "valorizzazione" e "sfruttamento", e nel patrimonio vede non una risorsa etica e civile, ma un salvadanaio da svuotare. Discorso contrario non solo alla Costituzione e a una secolare tradizione civile e giuridica, ma anche a una concezione meno stantia dei meccanismi socioeconomici. Dalle elaborate misurazioni di due economisti americani, David Throsby e Arjo Klamer, risulta che il patrimonio culturale ha due componenti: una è il valore monetario, ma assai più importante è la componente immateriale o valoriale, per definizione fuori mercato. Dalla conservazione del patrimonio e dalla sua conoscenza derivano benefici stabili per la società nel suo complesso, che accrescendo la coscienza civica e il senso di coesione dei cittadini finiscono col tradursi anche in sviluppo economico. 
In senso a n a l o g o h a a r g o m e n t a t o Amartya Sen, pensando alla sua India dove il recupero di storia e arte è andato di pari passo con l' eccezionale rilancio economico. Ma queste idee di innovativi economisti del sec. XXI mostrano, come meglio non si potrebbe, quanto fosse lungimirante la nostra Costituzione del 1948: l' art. 9, infatti, sancisce «la primarietà del valore estetico-culturale», che non può essere «subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e pertanto dev' essere «capace di influire profondamente sull' ordine economico-sociale», come ha ripetutamente affermato la Corte Costituzionale. Toccherà ai trenta-quarantenni, ma anche a quelli ancor più giovani, mostrare che i Costituenti avevano ragione. - 
SALVATORE SETTIS, La Repubblica, 5 aprile 2012

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...