mercoledì 17 aprile 2013
mercoledì 3 aprile 2013
Legge stabilità
400. Nelle more dell'attuazione dell'articolo 1, comma
8, della legge 28 giugno 2012, n. 92, fermi restando i vincoli
finanziari previsti dalla normativa vigente, nonché le previsioni di cui
all'articolo 36 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, le
amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto
legislativo 30 marzo 2001, n. 165 possono prorogare i contratti di
lavoro subordinato a tempo determinato, in essere al 30 novembre 2012,
che superano il limite dei trentasei mesi comprensivi di proroghe e
rinnovi, previsto dall'articolo 5, comma 4-bis, del decreto
legislativo 6 settembre 2001, n. 368, o il diverso limite previsto dai
Contratti collettivi nazionali del relativo comparto, fino e non oltre
il 31 luglio 2013, previo accordo decentrato con le organizzazioni
sindacali rappresentative del settore interessato secondo quanto
previsto dal citato articolo 5, comma 4-bis, del decreto
legislativo n. 368 del 2001. Sono fatti salvi gli eventuali accordi
decentrati eventualmente già sottoscritti nel rispetto dei limiti
ordinamentali, finanziari e temporali di cui al presente comma.
articolo 36 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 comma 5. In ogni caso, la violazione di disposizioni imperative riguardanti l'assunzione o l'impiego di lavoratori, da parte delle pubbliche amministrazioni, non può comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le medesime pubbliche amministrazioni, ferma restando ogni responsabilità e sanzione. Il lavoratore interessato ha diritto al risarcimento del danno derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative. Le amministrazioni hanno l'obbligo di recuperare le somme pagate a tale titolo nei confronti dei dirigenti responsabili, qualora la violazione sia dovuta a dolo o colpa grave. I dirigenti che operano in violazione delle disposizioni del presente articolo sono responsabili anche ai sensi dell'articolo 21 del presente decreto. Di tali violazioni si terrà conto in sede di valutazione dell'operato del dirigente ai sensi dell'articolo 5 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 286.
articolo 36 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 comma 5. In ogni caso, la violazione di disposizioni imperative riguardanti l'assunzione o l'impiego di lavoratori, da parte delle pubbliche amministrazioni, non può comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le medesime pubbliche amministrazioni, ferma restando ogni responsabilità e sanzione. Il lavoratore interessato ha diritto al risarcimento del danno derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative. Le amministrazioni hanno l'obbligo di recuperare le somme pagate a tale titolo nei confronti dei dirigenti responsabili, qualora la violazione sia dovuta a dolo o colpa grave. I dirigenti che operano in violazione delle disposizioni del presente articolo sono responsabili anche ai sensi dell'articolo 21 del presente decreto. Di tali violazioni si terrà conto in sede di valutazione dell'operato del dirigente ai sensi dell'articolo 5 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 286.
martedì 26 marzo 2013
Contro il relativismo
Credo nel Gesù che ho amato sin da bambino, leggendolo nei Vangeli e
vivificato da autentici testimoni - religiosi e laici cristiani –
attraverso le loro opere buone, ma non credo più nella Chiesa. La mia
conversione al cattolicesimo, avvenuta per mano di Benedetto XVI nella
notte della Veglia Pasquale il 22 marzo 2008, la considero conclusa ora
in concomitanza con la fine del suo papato. Sono stati 5 anni di
passione in cui ho toccato con mano la vicissitudine del vivere da
cattolico salvaguardando nella verità e in libertà ciò che sostanzia
l'essenza del mio essere persona come depositario di valori non
negoziabili, di un'identità certa, di una civiltà di cui inorgoglirsi,
di una missione che dà un senso alla vita.
La mia è una scelta estremamente sofferta, mentre guardo negli occhi
Gesù e i tanti amici cattolici che proveranno amarezza e reagiranno con
disapprovazione. C'è stata un'improvvisa accelerazione nel far maturare
questa decisione di fronte alla realtà di due Papi, che per la prima
volta nella Storia s'incontrano e si abbracciano, entrambi depositari di
investitura divina, dal momento che il grande elettore è lo Spirito
Santo che si manifesta attraverso i cardinali, entrambi successori di
Pietro e vicari di Cristo anche a prescindere dalla decisione umana di
dimettersi.
La Papalatria che ha infiammato l'euforia per Francesco I e ha
rapidamente archiviato Benedetto XVI, è stata solo la goccia che ha
fatto traboccare il vaso di un quadro complessivo di incertezze e dubbi
sulla Chiesa che ho descritto correttamente e schiettamente già nel mio
“Grazie Gesù” del 2008 e in “Europa Cristiana Libera” del 2009.
Se proprio Benedetto XVI denunciando la “dittatura del relativismo” mi
aveva attratto e affascinato, la verità è che la Chiesa è
fisiologicamente relativista. Il suo essere contemporaneamente Magistero
universale e Stato secolare, ha fatto sì che la Chiesa da sempre
accoglie nel suo seno un'infinità di comunità, congregazioni, ideologie,
interessi materiali che si traducono nel mettere insieme tutto e il
contrario di tutto. Così come la Chiesa è fisiologicamente globalista
fondandosi sulla comunione dei cattolici in tutto il mondo, come emerge
chiaramente dal Conclave. Ciò fa sì che la Chiesa assume posizioni
ideologicamente contrari alla Nazione come identità e civiltà da
preservare, predicando di fatto il superamento delle frontiere
nazionali. Come conseguenza la Chiesa è fisiologicamente buonista,
mettendo sullo stesso piano, se non addirittura anteponendo, il bene
altrui rispetto al bene proprio, compromettendo dalla radice il concetto
di bene comune. Infine prendo atto che la Chiesa è fisiologicamente
tentata dal male, inteso come violazione della morale pubblica, dal
momento che impone dei comportamenti che sono in conflitto con la natura
umana, quali il celibato sacerdotale, l'astensione dai rapporti
sessuali al di fuori del matrimonio, l'indissolubilità del matrimonio,
in aggiunta alla tentazione del denaro.
Ciò che più di ogni altro fattore mi ha allontanato dalla Chiesa è il
relativismo religioso e in particolare la legittimazione dell'islam come
vera religione, di Allah come vero Dio, di Maometto come vero profeta,
del Corano come testo sacro, delle moschee come luogo di culto. E' una
autentica follia suicida il fatto che Giovanni Paolo II si spinse fino a
baciare il Corano il 14 maggio 1999, che Benedetto XVI pose la mano sul
Corano pregando in direzione della Mecca all'interno della Moschea Blu
di Istanbul il 30 novembre 2006, mentre Francesco I ha esordito
esaltando i musulmani che “che adorano Dio unico, vivente e
misericordioso”. Sono invece convinto che, pur nel rispetto dei
musulmani depositari al pari di tutte le persone dei diritti
inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà, l'islam sia
un'ideologia intrinsecamente violenta così come è stata storicamente
conflittuale al suo interno e bellicoso al suo esterno. Ancor di più
sono sempre più convinto che l'Europa finirà per essere sottomessa
all'islam, così come è già accaduto a partire dal Settimo secolo alle
altre due sponde del Mediterraneo, se non avrà la lucidità e il coraggio
di denunciare l'incompatibilità dell'islam con la nostra civiltà e i
diritti fondamentali della persona, se non metterà al bando il Corano
per apologia dell'odio, della violenza e della morte nei confronti dei
non musulmani, se non condannerà la sharia quale crimine contro
l'umanità in quanto predica e pratica la violazione della sacralità
della vita di tutti, la pari dignità tra uomo e donna, la libertà
religiosa, infine se non bloccherà la diffusione delle moschee.
Sono contrario al globalismo che porta all'apertura incondizionata
delle frontiere nazionali sulla base del principio che l'insieme
dell'umanità deve concepirsi come fratelli e sorelle, che il mondo
intero deve essere concepito come un'unica terra a disposizione di tutta
l'umanità. Sono invece convinto che la popolazione autoctona debba
legittimamente godere del diritto e del dovere di salvaguardare la
propria civiltà e il proprio patrimonio.
Sono contrario al buonismo che porta la Chiesa a ergersi a massimo
protettore degli immigrati, compresi e soprattutto i clandestini. Io
sono per l'accoglienza con regole e la prima regola è che in Italia
dobbiamo innanzitutto garantire il bene degli italiani, applicando
correttamente l'esortazione di Gesù “ama il prossimo tuo così come ami
te stesso”.
Sono stati dei testimoni - coloro che fanno sì che la verità che
affermano corrisponde alla fede in cui credono e si traduca nelle opere
buone che compiono - a persuadermi della bontà, del fascino, della
bellezza e della forza del cristianesimo come dimora naturale dei valori
non negoziabili, dei binomi indissolubili di verità e libertà, fede e
ragione, valori e regole. Ed è proprio nel momento in cui attorno a me
viene sempre meno la presenza di testimoni autentici e credibili, in
parallelo alla conoscenza approfondita del contesto cattolico di
riferimento, che è vacillata la mia fede nella Chiesa.
Faccio questa scelta, nella sofferenza interiore e nella consapevolezza
della disapprovazione che genererà nella patria del cattolicesimo,
perché sento come imperativo il dovere morale di continuare ad essere
coerente con me stesso e con gli altri nel nome del primato della verità
e della libertà. Non mi sono mai rassegnato alla menzogna e non mi sono
mai sottomesso alla paura. Continuerò a credere nel Gesù che ho sempre
amato e a identificarmi orgogliosamente nel cristianesimo come la
civiltà che più di altre avvicina l'uomo al Dio che ha scelto di
diventare uomo e che più di altre sostanzia l'essenza della nostra
comune umanità. Continuerò a difendere laicamente i valori non
negoziabili della sacralità della vita, della centralità della famiglia
naturale, della dignità della persona, della libertà religiosa.
Continuerò ad andare avanti con la schiena dritta e a testa alta per
dare il mio contributo alla rinascita valoriale e identitaria degli
italiani. Lo farò da uomo integro nell'integralità della mia umanità.
Magdi Allam, Il Giornale, 25 marzo 2013
mercoledì 13 marzo 2013
Ecco Francesco !
Un Papa a sorpresa, venuto dalla fine del mondo quasi a dire basta agli
intrighi e ai ricatti italiani della Curia e alla paralisi di governo
che ha indebolito la vecchiaia di Benedetto XVI fino alla rinuncia. Ma
un Papa che evidentemente la Chiesa preparava da tempo, se è vero che
già nel 2005 Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, era uno
dei due candidati forti del Conclave, sostenuto dai riformatori che poi
lui stesso portò a convergere su Ratzinger, per evitare una scelta più
conservatrice. Per due volte a distanza di otto anni, dunque, due
Conclavi hanno elaborato la candidatura a Papa del cardinale argentino, e
bisogna tener presente che nel frattempo la composizione del Sacro
Collegio è cambiata per quasi il 50 per cento. La considerazione di
Bergoglio è dunque alta, forte e costante nei vertici della Chiesa
universale. Ma questa volta gli scandali vaticani hanno pesato in suo
favore.
E hanno chiuso la porta al ritorno di un Papa italiano (cioè a Scola, il vescovo più qualificato e conosciuto) per metter fine a un sistema di potere simbolicamente impersonato dalle figure del Decano del Collegio Cardinalizio e del Camerlengo, Sodano e Bertone, che scadono con la fine della Sede Vacante. L'addio al pontificato di Ratzinger ha dunque lasciato un "segno" visibile nel Conclave. La scelta di successione a Benedetto XVI rappresenta infatti un rovesciamento geografico e culturale del potere curiale vaticano talmente evidente e simbolico da diventare un gesto politico che scuote Roma parlando al mondo. Un gesto di apertura e di speranza che chiude un'epoca e porta il Papa fuori dai Sacri Palazzi, liberandolo dal potere per sperare di ritrovarlo pastore.
Questo significato del Conclave, che ha appreso fino in fondo il "mistero" dell'impotenza coraggiosa di Ratzinger, è stato potenziato ed ampliato dalle primissime mosse del nuovo Papa, ben consapevole fin dal suo apparire sulla Loggia di San Pietro della necessità di una rottura con un mondo e un modello di potere che ha finito per imprigionare se stesso, fino a consumare la stessa azione di Ratzinger, in una sovranità infine esausta perché immobile. Bergoglio infatti nelle sue prime parole non si è mai definito Papa (cioè sovrano e Vicario di Cristo) ma vescovo, quindi pastore, e ha annunciato che il vescovo di Roma e il suo popolo cammineranno insieme.
Un richiamo quasi giovanneo, tanti anni dopo, un conferimento della maestà alla comunità cristiana, una suggestione di collegialità, in quell'invito insistito e convinto - prima della benedizione apostolica del Pontefice ai fedeli - alla preghiera della piazza e del mondo per il Papa, per non lasciarlo solo, per dargli quella forza che deriva certo da Dio per chi crede, ma anche dalla convinta e fraterna partecipazione del popolo cristiano. Mentre questa preghiera avveniva in silenzio, per la prima volta durante il rito solenne dell'Habemus Papam Jorge Bergoglio ha curvato la maestà papale verso la folla, nell'umiltà di un inchino del Sommo Pontefice che sulla Loggia non si era mai visto.
Tutto questo senza titubanze e cedimenti, ma con la sicurezza spontanea di chi si sente pronto, il sorriso di chi chiede aiuto non per timore, ma per scelta. E la prova più grande di questa umiltà personale unita all'ambizione del cambiamento viene dalla scelta del nome, che nessun Papa aveva mai osato pronunciare per sé come successore di Pietro: Francesco. Un nome che è un progetto e un vincolo per il pontificato, quasi la denuncia programmatica della necessità di un gesto estremo, un ritorno alle origini, al Vangelo, all'Annuncio, alla missione di una Chiesa disincarnata dal potere e dalle sue pompe.
Quasi un punto e a capo, nella scelta di un nome che non ha precedenti nella lunga storia del pontificato, e che suona come una promessa agli ultimi e una minaccia ai potenti. L'indicazione di un Papa che sa di dover camminare tra i lupi, che è pronto a spogliare il Vaticano dei suoi ricchi mantelli, che proverà a rinunciare alle ricchezze occulte dello Ior, che testimonierà col solo risuonare del suo nome nei Sacri Palazzi quel sogno che spinse il frate di Assisi a Roma da Innocenzo III, dopo aver avuto la visione terribile del Laterano - sede del Papato - che minacciava di crollare disfacendosi.
E' come se il Papa, già anziano nei suoi 76 anni, sentisse di non avere molto tempo di fronte all'irreparabile, la consunzione del ruolo della Chiesa attraverso gli scandali, le lotte di potere, i corvi, i peccati di Curia contro il sesto e il settimo comandamento, la rete di ricatti che da tutto ciò è cresciuta, avviluppando il visibile e l'invisibile della potestà vaticana e deturpandone il volto, come dice l'ultima drammatica denuncia di Ratzinger dopo la rinuncia. Papa Francesco potrà essere soltanto un uomo di rottura con questo viluppo di bassi poteri. Nel segno della preghiera come affidamento, della sobrietà come obbligo di coerenza coi valori di fede, della povertà come scelta. Quella croce semplice, di metallo su una veste tutta bianca era già la conferma di uno stile diverso anche per il Capo della Chiesa cattolica. In coerenza con la predicazione pratica del vescovo di Buenos Aires, ortodosso e fermo nella dottrina (la fede in Cristo come "alleanza" non solo "informativa ma performativa", perché non è un semplice annuncio, ma un cambiamento di tutta la vita), rivoluzionario nella scelta di stare dalla parte degli ultimi, dei più poveri, degli sconfitti e degli "schiavi", nella convinzione che su questo si svolgerà il Giudizio nell'ultimo giorno.
Questo avvento di pontificato che ribalta evidentemente la geopolitica eurocentrica della Chiesa, probabilmente grazie ad una convergenza su Bergoglio dei cardinali americani, avviene dunque nella scelta di un nome che è una profezia di cambiamento, come se dopo l'immediata preghiera con la piazza per Joseph Ratzinger il nuovo pontefice avesse fretta di voltare pagina. Il rinnovamento ha naturalmente un costo. Papa Francesco dovrà capire che nei suoi doveri universali c'è anche quello della piena trasparenza sui suoi rapporti con la dittatura militare argentina, sugli scandali di compromissione che lo hanno chiamato in causa come gesuita in vicende mai chiarite. Dovrà farlo per avere le mani libere. E poi, non potrà tornare indietro rispetto alla novità che rappresenta, al mondo finito che lo ha preceduto, alle necessità di rinnovamento dell'istituzione cristiana, al rapporto tra l'universalità della Chiesa e la chiusura del Vaticano. Al peso, al dovere e all'obbligo che deriva dalla scelta di chiamarsi Francesco.
fonte: La Repubblica, Ezio Mauro, 14 marzo 2013
E hanno chiuso la porta al ritorno di un Papa italiano (cioè a Scola, il vescovo più qualificato e conosciuto) per metter fine a un sistema di potere simbolicamente impersonato dalle figure del Decano del Collegio Cardinalizio e del Camerlengo, Sodano e Bertone, che scadono con la fine della Sede Vacante. L'addio al pontificato di Ratzinger ha dunque lasciato un "segno" visibile nel Conclave. La scelta di successione a Benedetto XVI rappresenta infatti un rovesciamento geografico e culturale del potere curiale vaticano talmente evidente e simbolico da diventare un gesto politico che scuote Roma parlando al mondo. Un gesto di apertura e di speranza che chiude un'epoca e porta il Papa fuori dai Sacri Palazzi, liberandolo dal potere per sperare di ritrovarlo pastore.
Questo significato del Conclave, che ha appreso fino in fondo il "mistero" dell'impotenza coraggiosa di Ratzinger, è stato potenziato ed ampliato dalle primissime mosse del nuovo Papa, ben consapevole fin dal suo apparire sulla Loggia di San Pietro della necessità di una rottura con un mondo e un modello di potere che ha finito per imprigionare se stesso, fino a consumare la stessa azione di Ratzinger, in una sovranità infine esausta perché immobile. Bergoglio infatti nelle sue prime parole non si è mai definito Papa (cioè sovrano e Vicario di Cristo) ma vescovo, quindi pastore, e ha annunciato che il vescovo di Roma e il suo popolo cammineranno insieme.
Un richiamo quasi giovanneo, tanti anni dopo, un conferimento della maestà alla comunità cristiana, una suggestione di collegialità, in quell'invito insistito e convinto - prima della benedizione apostolica del Pontefice ai fedeli - alla preghiera della piazza e del mondo per il Papa, per non lasciarlo solo, per dargli quella forza che deriva certo da Dio per chi crede, ma anche dalla convinta e fraterna partecipazione del popolo cristiano. Mentre questa preghiera avveniva in silenzio, per la prima volta durante il rito solenne dell'Habemus Papam Jorge Bergoglio ha curvato la maestà papale verso la folla, nell'umiltà di un inchino del Sommo Pontefice che sulla Loggia non si era mai visto.
Tutto questo senza titubanze e cedimenti, ma con la sicurezza spontanea di chi si sente pronto, il sorriso di chi chiede aiuto non per timore, ma per scelta. E la prova più grande di questa umiltà personale unita all'ambizione del cambiamento viene dalla scelta del nome, che nessun Papa aveva mai osato pronunciare per sé come successore di Pietro: Francesco. Un nome che è un progetto e un vincolo per il pontificato, quasi la denuncia programmatica della necessità di un gesto estremo, un ritorno alle origini, al Vangelo, all'Annuncio, alla missione di una Chiesa disincarnata dal potere e dalle sue pompe.
Quasi un punto e a capo, nella scelta di un nome che non ha precedenti nella lunga storia del pontificato, e che suona come una promessa agli ultimi e una minaccia ai potenti. L'indicazione di un Papa che sa di dover camminare tra i lupi, che è pronto a spogliare il Vaticano dei suoi ricchi mantelli, che proverà a rinunciare alle ricchezze occulte dello Ior, che testimonierà col solo risuonare del suo nome nei Sacri Palazzi quel sogno che spinse il frate di Assisi a Roma da Innocenzo III, dopo aver avuto la visione terribile del Laterano - sede del Papato - che minacciava di crollare disfacendosi.
E' come se il Papa, già anziano nei suoi 76 anni, sentisse di non avere molto tempo di fronte all'irreparabile, la consunzione del ruolo della Chiesa attraverso gli scandali, le lotte di potere, i corvi, i peccati di Curia contro il sesto e il settimo comandamento, la rete di ricatti che da tutto ciò è cresciuta, avviluppando il visibile e l'invisibile della potestà vaticana e deturpandone il volto, come dice l'ultima drammatica denuncia di Ratzinger dopo la rinuncia. Papa Francesco potrà essere soltanto un uomo di rottura con questo viluppo di bassi poteri. Nel segno della preghiera come affidamento, della sobrietà come obbligo di coerenza coi valori di fede, della povertà come scelta. Quella croce semplice, di metallo su una veste tutta bianca era già la conferma di uno stile diverso anche per il Capo della Chiesa cattolica. In coerenza con la predicazione pratica del vescovo di Buenos Aires, ortodosso e fermo nella dottrina (la fede in Cristo come "alleanza" non solo "informativa ma performativa", perché non è un semplice annuncio, ma un cambiamento di tutta la vita), rivoluzionario nella scelta di stare dalla parte degli ultimi, dei più poveri, degli sconfitti e degli "schiavi", nella convinzione che su questo si svolgerà il Giudizio nell'ultimo giorno.
Questo avvento di pontificato che ribalta evidentemente la geopolitica eurocentrica della Chiesa, probabilmente grazie ad una convergenza su Bergoglio dei cardinali americani, avviene dunque nella scelta di un nome che è una profezia di cambiamento, come se dopo l'immediata preghiera con la piazza per Joseph Ratzinger il nuovo pontefice avesse fretta di voltare pagina. Il rinnovamento ha naturalmente un costo. Papa Francesco dovrà capire che nei suoi doveri universali c'è anche quello della piena trasparenza sui suoi rapporti con la dittatura militare argentina, sugli scandali di compromissione che lo hanno chiamato in causa come gesuita in vicende mai chiarite. Dovrà farlo per avere le mani libere. E poi, non potrà tornare indietro rispetto alla novità che rappresenta, al mondo finito che lo ha preceduto, alle necessità di rinnovamento dell'istituzione cristiana, al rapporto tra l'universalità della Chiesa e la chiusura del Vaticano. Al peso, al dovere e all'obbligo che deriva dalla scelta di chiamarsi Francesco.
fonte: La Repubblica, Ezio Mauro, 14 marzo 2013
sabato 9 marzo 2013
Agenzia per l'Italia Digitale: approvato lo statuto
ROMA - Adesso l'Agenzia per l'Italia Digitale è
operativa e quindi passerà all'azione per rendere concreto e attuale il
piano dell'Agenda digitale, con cui il governo intende trasformare
profondamente la pubblica amministrazione e le città. In quest'ultimo
scampolo di legislatura, infatti, ha approvato lo statuto dell'Agenzia:
in extremis e tra le polemiche di varie parti politiche e sindacali, che
chiedevano di ripensarci. Ad annunciare l'approvazione è stato oggi il
ministro dello Sviluppo economico,Corrado Passera,
su Twitter, commentando che si tratta di un "altro passo avanti per
l'Agenda digitale e per dotare i cittadini di servizi più efficienti".
Il nuovo organismo diventa operativo e può così svolgere "gli importanti
compiti sul fronte dell'innovazione che le sono stati assegnati",
sottolineano i ministri Corrado Passera, Filippo Patroni Griffi,
Francesco Profumo e Vittorio Grilli, nel commentare l'approvazione dello
Statuto dell'Agenzia per l'Italia digitale. "Ora abbiamo lo strumento
necessario per dare continuità all'attuazione delle strategie e dei
principali obiettivi contenuti nell'Agenda digitale italiana ed europea,
che consideriamo prioritari per la crescita e lo sviluppo del Paese"
hanno concluso i ministri.
Conferma a Repubblica. it Agostino Ragosa, direttore generale dell'Agenzia: "Lo statuto è un passo importante, finalmente
Conferma a Repubblica. it Agostino Ragosa, direttore generale dell'Agenzia: "Lo statuto è un passo importante, finalmente
siamo operativi. Senza statuto l'agenzia non poteva funzionare".
L'ex dirigente di Poste Italiane aggiunge che "ora i quattro ministeri
competenti dovranno nominare il direttivo, per completare la governance
dell'Agenzia. Poi faremo una relazione al Parlamento per indicare come
intendiamo attuare il piano Ict nazionale (cioè l'Agenda digitale, ndr)".
Ragosa è stato nominato già a ottobre, dal Consiglio dei ministri, a
capo della nuova struttura. Ma ha aspettato finora i tempi tecnici della
burocrazia per entrare nel vivo dei lavori.
L'Agenzia è l'asse portante operativo dell'Agenda, cioè di un pacchetto di norme (tra cui soprattutto il decreto Crescita 2.0 convertito in legge a dicembre 2012) con cui l'Italia intende introdurre il digitale a tutti i livelli nel Paese: con una rete banda larga onnipresente, una pubblica amministrazione che funziona e comunica tramite internet, senza carta; città ("smart city") dove il traffico e i consumi energetici sono regolati ed efficienti. E dove la strada è spianata per la crescita delle aziende innovative.
Per esempio, secondo il Crescita 2.0 che istituisce l'Agenzia, questa dovrà spingere le PA ad accettare i pagamenti con moneta elettronica a partire dai prossimi mesi. "Sentita la Banca d'Italia, definisce linee guida per la specifica dei codici identificativi del pagamento". Uno dei ruoli più importanti sarà di definire e sviluppare "grandi progetti strategici di ricerca e innovazione connessi alla realizzazione dell'Agenda digitale italiana e in conformità al programma europeo Horizon2020". "Definisce strategie e obiettivi, coordina il processo di attuazione e predispone gli strumenti tecnologici ed economici per il progresso delle comunità intelligenti". "In sostanza si tratta di mettere a fattor comune, a livello nazionale, tutti i progetti di innovazione e smart cities che si aggiudicheranno i bandi Miur da 1,2 miliardi di euro", spiega Mario Calderini, responsabile di questi temi per il Miur (Ministero per l'istruzione, università e ricerca). E' in corso proprio in questi giorni il primo bando smart city nazionale, da 665,5 milioni di euro.
Ma se è importante che l'Agenzia sia finalmente operativa, dopo mesi di attese, il momento e le modalità di avvio sono giudicate inopportune da varie parti. Nei giorni scorsi hanno protestato le organizzazioni sindacali, Fp Cgil, Fp Cisl, Falbi, Ugl, Fialp Cisal e la Rsu Agenzia per l'Italia Digitale, con una missiva urgente a Ragosa, perché a loro dire l'approvazione dello statuto "non rientra nei poteri di "ordinaria amministrazione del governo dimissionario". Inoltre, accusano lo statuto di contenere "previsioni in assoluto contrasto con la stessa normativa di risparmio e contenimento della spesa pubblica che ha ispirato la riforma e soppresso i vari enti che sono poi confluiti nella nuova Agenzia".
Protesta anche Oriano Giovanelli, presidente del Forum PA e Innovazione del PD, per una struttura definita troppo "pesante": "16 posizioni dirigenziali, 150 dipendenti per un soggetto regolatore non sono forse troppi? E poi che senso ha fissare nello statuto questa forte dotazione organica se non quella di irrigidire le scelte future?" Secondo Giovanelli "prevedere poi addirittura un articolo transitorio per dare al direttore il potere di conferire immediatamente 6 incarichi dirigenziali della durata di 24 (ventiquattro) mesi a pochi giorni dal voto" potrebbe tradire "l'intenzione di creare il fatto compiuto". Accuse anche dall'ex ministro della PA e Innovazione, Renato Brunetta: "Aumento della spesa, nessuna selezione per i nuovi dirigenti, rinuncia alla separazione del potere di indirizzo da quello di gestione, sterilizzazione delle strutture di controllo, strapotere del direttore".
Altre critiche denunciano invece una possibile debolezza della governance dell'Agenzia, perché è sottoposta a ben quattro ministeri: è quanto affermano Paolo Gentiloni (PD) e Antonio Palmieri (Pdl), tra gli altri. "Era ora che cominciassero a lavorare, visto che hanno tanto da fare", aggiunge Paolo Colli Franzone, dell'osservatorio specializzato Netics. "Ma oltre a un capo dell'Agenzia, che ha un ruolo tecnico, è necessario ci sia anche un referente unico politico per l'Agenzia. Altrimenti la governance per questi temi è troppo frammentata", aggiunge.
Piuttosto critico, sull'Agenzia, è stato anche Pierluigi Bersani, in un intervista al Corriere Comunicazioni: "Noi non ci siamo appassionati all'Agenzia Digitale. In Italia quando le cose non vanno si cambia il nome di organismi o si inventano strutture, invece di affrontare i problemi", ha detto il segretario del PD. "Il nodo è quello di avviare un progetto di riorganizzazione della PA che tiene conto delle necessità della società moderna. L'informatica nella PA è organizzata secondo linee dei primi anni '90, forse bisogna metterci mano. Qualche correzione alla Agenzia andrà fatta. Non servono tuttavia faraoniche riforme, servono chiari obiettivi e la possibilità di poter lavorare senza dipendere da fatti compiuti, pesanti condizionamenti di interessi".
L'Agenzia è l'asse portante operativo dell'Agenda, cioè di un pacchetto di norme (tra cui soprattutto il decreto Crescita 2.0 convertito in legge a dicembre 2012) con cui l'Italia intende introdurre il digitale a tutti i livelli nel Paese: con una rete banda larga onnipresente, una pubblica amministrazione che funziona e comunica tramite internet, senza carta; città ("smart city") dove il traffico e i consumi energetici sono regolati ed efficienti. E dove la strada è spianata per la crescita delle aziende innovative.
Per esempio, secondo il Crescita 2.0 che istituisce l'Agenzia, questa dovrà spingere le PA ad accettare i pagamenti con moneta elettronica a partire dai prossimi mesi. "Sentita la Banca d'Italia, definisce linee guida per la specifica dei codici identificativi del pagamento". Uno dei ruoli più importanti sarà di definire e sviluppare "grandi progetti strategici di ricerca e innovazione connessi alla realizzazione dell'Agenda digitale italiana e in conformità al programma europeo Horizon2020". "Definisce strategie e obiettivi, coordina il processo di attuazione e predispone gli strumenti tecnologici ed economici per il progresso delle comunità intelligenti". "In sostanza si tratta di mettere a fattor comune, a livello nazionale, tutti i progetti di innovazione e smart cities che si aggiudicheranno i bandi Miur da 1,2 miliardi di euro", spiega Mario Calderini, responsabile di questi temi per il Miur (Ministero per l'istruzione, università e ricerca). E' in corso proprio in questi giorni il primo bando smart city nazionale, da 665,5 milioni di euro.
Ma se è importante che l'Agenzia sia finalmente operativa, dopo mesi di attese, il momento e le modalità di avvio sono giudicate inopportune da varie parti. Nei giorni scorsi hanno protestato le organizzazioni sindacali, Fp Cgil, Fp Cisl, Falbi, Ugl, Fialp Cisal e la Rsu Agenzia per l'Italia Digitale, con una missiva urgente a Ragosa, perché a loro dire l'approvazione dello statuto "non rientra nei poteri di "ordinaria amministrazione del governo dimissionario". Inoltre, accusano lo statuto di contenere "previsioni in assoluto contrasto con la stessa normativa di risparmio e contenimento della spesa pubblica che ha ispirato la riforma e soppresso i vari enti che sono poi confluiti nella nuova Agenzia".
Protesta anche Oriano Giovanelli, presidente del Forum PA e Innovazione del PD, per una struttura definita troppo "pesante": "16 posizioni dirigenziali, 150 dipendenti per un soggetto regolatore non sono forse troppi? E poi che senso ha fissare nello statuto questa forte dotazione organica se non quella di irrigidire le scelte future?" Secondo Giovanelli "prevedere poi addirittura un articolo transitorio per dare al direttore il potere di conferire immediatamente 6 incarichi dirigenziali della durata di 24 (ventiquattro) mesi a pochi giorni dal voto" potrebbe tradire "l'intenzione di creare il fatto compiuto". Accuse anche dall'ex ministro della PA e Innovazione, Renato Brunetta: "Aumento della spesa, nessuna selezione per i nuovi dirigenti, rinuncia alla separazione del potere di indirizzo da quello di gestione, sterilizzazione delle strutture di controllo, strapotere del direttore".
Altre critiche denunciano invece una possibile debolezza della governance dell'Agenzia, perché è sottoposta a ben quattro ministeri: è quanto affermano Paolo Gentiloni (PD) e Antonio Palmieri (Pdl), tra gli altri. "Era ora che cominciassero a lavorare, visto che hanno tanto da fare", aggiunge Paolo Colli Franzone, dell'osservatorio specializzato Netics. "Ma oltre a un capo dell'Agenzia, che ha un ruolo tecnico, è necessario ci sia anche un referente unico politico per l'Agenzia. Altrimenti la governance per questi temi è troppo frammentata", aggiunge.
Piuttosto critico, sull'Agenzia, è stato anche Pierluigi Bersani, in un intervista al Corriere Comunicazioni: "Noi non ci siamo appassionati all'Agenzia Digitale. In Italia quando le cose non vanno si cambia il nome di organismi o si inventano strutture, invece di affrontare i problemi", ha detto il segretario del PD. "Il nodo è quello di avviare un progetto di riorganizzazione della PA che tiene conto delle necessità della società moderna. L'informatica nella PA è organizzata secondo linee dei primi anni '90, forse bisogna metterci mano. Qualche correzione alla Agenzia andrà fatta. Non servono tuttavia faraoniche riforme, servono chiari obiettivi e la possibilità di poter lavorare senza dipendere da fatti compiuti, pesanti condizionamenti di interessi".
domenica 3 marzo 2013
La forza dell'incontro
“Quando
due elementi si incontrano, quando l’ossigeno e l’azoto si incontrano,
non è che dopo ritrovi l’azoto, o l’ossigeno: no, tu trovi un’altra cosa. Questa è la prima scoperta produttiva che ho fatto nella mia vita“.
Che cos’è, allora, un incontro? Un incontro – dice Maggiani – è quando due atomi, due molecole, due corpi, due uomini, si sfiorano. E solo per il fatto di sfiorarsi, cambiano irrevocabilmente la loro direzione.
Questo è un incontro. Che sia fra due particelle subatomiche o fra due uomini, poco importa, perchè incontrandosi cambia la loro direzione e quindi la loro vita, in qualche modo, da qualche parte, cambia.
Che cos’è, allora, un incontro? Un incontro – dice Maggiani – è quando due atomi, due molecole, due corpi, due uomini, si sfiorano. E solo per il fatto di sfiorarsi, cambiano irrevocabilmente la loro direzione.
Questo è un incontro. Che sia fra due particelle subatomiche o fra due uomini, poco importa, perchè incontrandosi cambia la loro direzione e quindi la loro vita, in qualche modo, da qualche parte, cambia.
Può bastare uno sguardo, una parola, un’attenzione, un
gesto. E la nostra vita, anche impercettibilmente, cambia di direzione.
Questa è la forza dell’incontro. Una forza propulsiva che muove la
nostra vita, e quella degli altri.
“Io - sostiene Maggiani – non voglio nient’altro nella vita che incontrare degli uomini, delle donne: incontrare! “.
“Io - sostiene Maggiani – non voglio nient’altro nella vita che incontrare degli uomini, delle donne: incontrare! “.
Maurizio Maggiani (dal blog della Fraternità di Romena)
venerdì 1 marzo 2013
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