sabato 20 dicembre 2025

La democrazia è più forte dei suoi nemici. Partecipazione, astensionismo, sicurezza nazionale, questione demografica e intelligenza artificiale

Questo tradizionale appuntamento di fine anno, con chi riveste ruoli di rilievo nelle istituzioni e con quanti ricoprono responsabilità nei diversi comparti della vita sociale, ci invita a volgere lo sguardo verso il futuro, cercando i motivi su cui fondare una speranza che non sia una mera espressione rituale.

La nostra comune speranza oggi ha il nome della pace. Una pace vera e giusta ovunque che ponga fine all’incertezza e al disorientamento indotti dalla attuale situazione internazionale.

Abbiamo il dovere di coltivare e consolidare ogni piccolo spiraglio che si apra rispetto ai conflitti in corso, in Ucraina come in Medioriente. Con l’obiettivo di costruire quella “pace permanente”, come la definì il presidente Franklin D. Roosevelt che affermava: “Più che una fine della guerra vogliamo una fine dei principi di tutte le guerre”.

Pace, quindi, come affermazione del diritto sulla forza delle armi. Pace come condizione di libertà e di sviluppo.

L’anno scorso si è celebrato l’ottantesimo anniversario dello sbarco in Normandia: erano presenti alcuni anziani reduci: nei loro volti e nei loro sguardi ho colto, insieme all’orgoglio, il significato profondo della parola pace.

Erano lì, con le loro storie, con il loro bagaglio di memoria, a testimoniare il sacrificio di migliaia di ragazzi venuti a morire in Europa, spesso lontanissimi dalle loro case, per costruire un tempo nuovo. Un tempo in cui la pace fosse premessa e condizione per affermare nella libertà una nuova civiltà.

Questa è la pace che l’Europa ha costruito coltivando la relazione transatlantica.

Questo patrimonio è irreversibile, perché acquisito nei sentimenti e nelle coscienze dei popoli, e va tutelato e consolidato, in ogni maniera.

Lo spazio dei diritti, degli uomini e delle donne, di scegliersi i propri rappresentanti, di controllare e di criticare, senza paura di conseguenze negative. Di poter leggere, scrivere, manifestare il pensiero, senza rischi di repressione o di censure preventive. Di assicurare pari condizioni per tutti, prescindendo dal sesso, dall’estrazione sociale, dalle convinzioni politiche, dal colore della pelle, dalla fede religiosa, liberi da razzismo e da risorgente antisemitismo. Di avere una giustizia indipendente. Di vedere assicurato, a tutti, livelli dignitosi di assistenza sanitaria gratuita, di previdenza, di sostegno nelle difficoltà.

Di tutto questo è stato veicolo il modello democratico, modello che oggi appare sfidato da Stati sempre più segnati da involuzioni autoritarie che, contro la storia, si propongono come modelli alternativi. 

Una sfida per i sistemi democratici appare oggi derivare anche dal tentativo di ignorare e cancellare il confine tra libertà e arbitrio.

La pretesa di rimuovere i limiti ai comportamenti individuali, unita alle potenzialità offerte dalle tecnologie, rischia di travolgere ordinamenti democratici e stato di diritto.

Si parla sovente dell’affermarsi di un nuovo potere che nasce dalla concentrazione in pochissime mani di enormi risorse finanziarie e tecnologiche, a detrimento del ruolo delle istituzioni che rappresentano i cittadini. Uno scenario che genera inquietudine, incertezza, allarme. Perché senza la mediazione della politica, senza la possibilità di composizione di interessi e tensioni divergenti le comunità si dividono. Le istituzioni si indeboliscono. Le democrazie inaridiscono. Le diseguaglianze crescono e viene smarrita persino l’idea di un destino comune.

La democrazia è più forte dei suoi nemici. Lo è soprattutto là dove è stata edificata con sacrificio. Là dove si è radicata nel consenso delle comunità, nelle convinzioni delle persone, nel pieno affermarsi dei diritti e dei doveri di cittadinanza.  

Nell’anno che si avvicina celebreremo gli 80 anni della Repubblica.

80 anni di democrazia, di sviluppo, di pace.

Quale insegnamento dobbiamo trarre da quel che abbiamo realizzato, raccogliendo quanto costruito dalle generazioni che ci hanno preceduto?

Il primo valore su cui porre l’accento ce lo consegna la parola “insieme”: la Repubblica ha vissuto e vive del contributo di ciascuno. Dell’impegno, della responsabilità, del sacrificio di ogni italiano. Della loro partecipazione.

Insieme è anche l’antidoto alla sfiducia verso il futuro. Insieme vuol dire popolo. Significa partecipazione alla vita collettiva.

È la radice di quella unità che la Costituzione pone a fondamento della Repubblica.

Partecipazione sembra parola desueta in un tempo caratterizzato da una crescente astensione elettorale. Alle ultime elezioni regionali ha votato meno del 45 per cento degli aventi diritto. Nelle precedenti tornate la percentuale era già in discesa e dobbiamo purtroppo constatare che questa tendenza prosegue.

Non ci si può stancare di ripeterlo: una democrazia di astenuti, di assenti, di rassegnati è una democrazia più fragile e a subirne danno sono i cittadini. Riflettere su questo fenomeno è un dovere di tutti, mentre talvolta si ha l’impressione che l’astensionismo sia una sorta di problema del giorno prima, come se, dopo, a contare fosse soltanto chi ha vinto e chi ha perso e tutto tornasse a essere normale.

Una società che non si preoccupasse quando la maggioranza assoluta degli elettori sceglie di non votare non si accorgerebbe che si riduce la sua solidità, che la sua politica rischia di esaurirsi nella autoreferenzialità.

Senza questa presa di coscienza si contribuirebbe, involontariamente, ad alimentare la disaffezione, il senso di estraneità alla vita delle istituzioni. Spezzare questo circolo vizioso è interesse di tutti, perché è un’ampia, consapevole partecipazione a conferire una forte legittimazione.  

Soprattutto dovremmo riflettere sulle ragioni che inducono gli elettori più giovani a disertare le urne. Spesso non si tratta di un generico rifiuto della politica. Al contrario, una parte significativa del mondo giovanile mostra ampia, preziosa propensione all’impegno civile, alla mobilitazione sui grandi temi del nostro tempo, dalla pace all’ambiente, al volontariato, alla vita associativa. Ma tanti decidono di non votare. Indagando sulle cause di questo rifiuto, approfondendo le ragioni di questa diffidenza potremmo forse comprendere come fare emergere più ampia partecipazione.

Il pluralismo delle idee, la dialettica tra opinioni diverse, il confronto tra posizioni culturali anche molto distanti sono indispensabili alla democrazia. Ma quando le sbrigative categorie amico/nemico prevalgono sulla fatica di trovare risposte condivise nell’interesse collettivo, quando si producono fratture che dividono le nostre società si alimentano i germi della estraneità alla politica.

Sul piano economico l’anno che si conclude ci ha consegnato alcuni risultati positivi.

L’occupazione ha avuto una fase di crescita e mostra tenuta, nonostante il prodotto interno si muova con lentezza, come avviene a livello europeo.

I conti pubblici sono tenuti dal Governo sotto un prudente controllo, e questo ha contribuito a determinare un forte raffreddamento dello spread e un importante apprezzamento delle agenzie internazionali.

L’affidabilità del Paese è un valore preservato e da preservare. Nell’interesse dei cittadini, delle imprese, dei risparmiatori. E tanto più è prezioso questo valore quanto più alto è il carico del debito pubblico.

Nonostante il rallentamento della produzione industriale l’esportazione delle nostre aziende continua a vedere l’Italia sempre più ai primi posti nel mercato mondiale, a conferma di quanto, per la nostra economia, sia sempre vantaggiosa la reciproca apertura dei mercati.

A questi dati rassicuranti, e alle potenzialità che esprimono, si affiancano problemi e questioni aperte.

Oltre a quella indicata dal Presidente del Senato sulla sicurezza sul lavoro, non si può ignorare la condizione di oltre cinque milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà.

Se l’occupazione degli over 50 ha raggiunto livelli alti, ed è confortante, il lavoro delle donne è ancora sotto la media europea e l’occupazione dei giovani si registra insufficiente.

Abbiamo il problema, annoso e pesante, del valore reale delle retribuzioni. Soprattutto, non da ora, di quelle di primo ingresso nel mondo del lavoro.

È legittimo e necessario che ogni forza politica abbia la sua agenda, le sue priorità, una sua visione della realtà e delle dinamiche che la muovono.

Ma oltre al confronto e alla fisiologica dialettica deve esserci anche la   condivisione di alcuni obiettivi fondamentali su cui lavorare insieme per assicurare il bene dell’Italia.

Ci sono alcuni grandi temi della vita nazionale che vanno oltre l’orizzonte delle legislature, e attraversano le eventuali alternanze tra maggioranze di governo. Temi che richiedono programmi a lungo termine, investimenti di risorse ingenti, impegni e sacrifici che riguarderanno le generazioni che verranno. Questioni strategiche che definiscono per il loro contenuto il futuro della nostra Repubblica.

Il tema della politica internazionale, delle alleanze, della scelta dell’Europa come strada da percorrere senza ripensamenti. E questo non soltanto per gli impegni che abbiamo assunto con l’adesione ai Trattati.

Sappiamo bene che l’Unione ha alcuni problemi e molti avversari.

Soltanto l’Europa può preservare, e dare un futuro, a quelle conquiste che gli Stati hanno garantito per decenni con i loro ordinamenti. Sempre più numerosi sono i grandi problemi di questo nostro tempo che non possono essere governati, risolti dalla dimensione del singolo stato.

Neppure il più ricco, il più grande, il più forte militarmente tra i Paesi europei può avere la capacità, o la presunzione - di fare da solo in questo mondo che cambia.

Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale, in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali.

La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale.

E tuttavia, poche volte come ora, è necessario. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme, salvaguardia dello spazio condiviso di libertà e di benessere.

Sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili, qualunque sia la prospettiva con la quale affrontiamo il tema della protezione della libertà e dello sviluppo delle nostre società.

Richiede comune responsabilità una politica energetica che assicuri autonomia strategica. Su questo piano molto è stato fatto. Il futuro richiederà impegni ulteriori sia nell’approvvigionamento, sia nella diversificazione delle fonti, ferme restando le ineludibili esigenze di transizione ecologica. Soprattutto considerando la crescente domanda di energia, dovuta anche all’impatto delle nuove tecnologie e alle altissime esigenze energetiche dei sistemi di intelligenza artificiale.

Un settore dove l’Europa sembra essere rimasta indietro e potrebbe invece aspirare a un ruolo autonomo è proprio quello dell’intelligenza artificiale. I Paesi dell’Unione dispongono, insieme, delle risorse necessarie per realizzare un modello di intelligenza artificiale originale, trasparente, sicuro, attento ai diritti, finalizzato a sviluppare i settori di eccellenza che in Europa e in Italia non mancano.

Allo stesso modo si potrebbero ricordare i piani necessari all’ammodernamento della rete di infrastrutture, dalle comunicazioni alla mobilità. A quel che è necessario fare per rendere finalmente adeguata la rete idrica nazionale.

Vorrei inoltre richiamare l’attenzione sulla questione demografica, con la crescente flessione della natalità. Si tratta di un problema dalle grandi ricadute sociali, i cui effetti, già oggi visibili, aumenteranno nel medio e nel lungo periodo. Problema acuito dal fenomeno in aumento dell’abbandono di tante nostre ragazze e tanti nostri ragazzi – solo nell’ultimo anno un numero molto grande e preoccupante – che scelgono di costruire il loro futuro fuori dall’Italia.

Si tratta, come è evidente, di grandi questioni che toccano complessivamente l’interesse nazionale, sulle quali è auspicabile uno sforzo comune per individuare elementi di convergenza, trovando il modo di coinvolgere le migliori energie del Paese.

Possiamo farlo, sappiamo farlo, come abbiamo dimostrato impegnando proficuamente le risorse messe a disposizione dall’Europa con il Next generation e con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un risultato importante realizzato anche grazie all’impegno dei diversi governi che si sono succeduti.

Ho fatto riferimento alla partecipazione come elemento vitale che anima la vita della nostra Repubblica. È prezioso il contributo di ognuno alla comunità di cui fa parte.

La partecipazione è fatta anche di domande, di risposte, di confronto, di fiducia nei confronti delle istituzioni.

A chi è chiamato a rappresentare le istituzioni, a dare loro un volto e una voce, a chi ha l’onore di servirle è chiesto di corrispondere a queste attese e a questa fiducia.

La fiducia dei cittadini è la risorsa più preziosa per lo Stato.  Su di essa si basa il patto costituzionale della nostra convivenza.

Anche per questo desidero esprimere il ringraziamento della Repubblica alle donne e agli uomini che ogni giorno svolgono il loro dovere con competenza, abnegazione, onestà, dignità e onore in ogni settore della vita pubblica.

Abbiamo corpi e strutture amministrative di vera eccellenza, che rappresentano un patrimonio di alto valore e che operano, in stragrande maggioranza, come prescrive la Costituzione, garantendo indipendenza, imparzialità, buon andamento del funzionamento degli uffici, nello Stato, nelle Regioni, nelle Province, nei Comuni, in ogni amministrazione; non per fedeltà all’uno o all’altro ma per lealtà alla Repubblica e alle sue istituzioni.

Grazie, quindi, a chi lavora nelle pubbliche amministrazioni al servizio dei nostri concittadini.

A chi insegna e a chi opera, dedicandovi la vita, nella scuola e nell’Università.

A coloro che, agenti della Polizia penitenziaria, operatori e volontari, negli istituti carcerari si preoccupano del reinserimento di chi vi è recluso.

Ai medici, agli infermieri, ai ricercatori che con passione e dedizione si prendono cura di chi soffre a causa di una malattia.

A chi, con il lavoro di giornalista, garantisce libertà e pluralismo dell’informazione.

Ai nostri militari che si impegnano con professionalità e sacrificio, in patria e all’estero, per assicurare pace e sicurezza.

Alle forze dell’ordine che tutelano la nostra serena convivenza.

A chi adempie il suo mandato elettivo con lo sguardo rivolto non alle successive elezioni ma all’orizzonte del bene comune dell’Italia.

A tutte e a tutti l’augurio più sincero di buone festività.

Buon Natale e buon 2026

Sergio Mattarella


Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine anno con i rappresentanti delle Istituzioni, delle forze politiche e della società civile

lunedì 27 ottobre 2025

Il principe e il giurista

 "Vicino ad un principe che viola la legge è rarissimo che non vi sia un giurista, il quale assicura non esservi nulla di pù legittimo, dimostrando sapientemente che la violenza è giusta"

 attribuita a Alexis de Tocqueville (L'antico regime e la rivoluzione), ma anche a Piero Calamandrei

domenica 31 agosto 2025

 Qui muore un altro giorno

durante il quale ho avuto occhi, orecchie, mani

E il grande mondo tutto intorno; 

e domani ne inizia uno nuovo. 

Possibile ne possa avere due?

G. K. Chesterton,  “Sera”, da The Notebook


sabato 30 agosto 2025

La scontatezza: il grande nemico

Il 28 dicembre scorso Papa Francesco nel Pensiero del giorno trasmesso in onda dalla BBC ha parlato di gentilezza, umiltà e gratitudine e quindi ha citato G.K. Chesterton — non era la prima volta — questo grande scrittore britannico, ha detto, molto stimato dal poeta argentino Borges, il quale nel finale della sua Autobiografia ci ricorda saggiamente di prendere i fatti della vita con gratitudine e non con scontatezza.


In due parole il Papa ha colto l’essenza dell’opera del poeta inglese, il grande nemico appunto della scontatezza. Una parola inusuale ma che dice e mette in guardia da quello che forse è il pericolo peggiore per l’uomo di ogni tempo e latitudine, quell’atteggiamento di sentirsi “in credito” nei confronti della vita e impedisce così di aprirsi allo stupore e, infine, alla gratitudine. Proprio nel finale della sua Autobiografia, che uscì postuma nel 1936 dopo la morte dell’autore, Chesterton conclude affermando che «L’esistenza è ancora una cosa molto strana e stupefacente per me e le do il benvenuto come se fosse uno straniero (…). Sento di essere stato approvato nel mio desiderio di capire il miracolo di essere vivi (...). Ho detto che questa religione un po’ grossolana e primitiva della gratitudine non mi ha preservato dall’ingratitudine, dal peggiore dei peccati». Un’affermazione che chiude il cerchio visto che all’inizio del libro aveva dichiarato: «Questo fu il mio primo problema, quello di indurre gli uomini a capire la meraviglia e lo splendore dell’essere vivi».


Non a caso il suo miglior romanzo è intitolato Manalive (in italiano: Le avventure di un uomo vivo) in cui il protagonista, Innocent Smith, cioè l’uomo comune colto nella sua innocenza, attraversa il mondo di chi lo accoglie con scontatezza e, con il suo candore eccentrico e con azioni che appaiono scandalose, getta lo scompiglio rivelando che si tratta di un mondo già morto, infilzato come una farfalla dall’entomologo le cui spille sono le abitudini, le convenzioni, le rigidità mentali. Da questo rigor mortis Innocent e Gilbert, uomini vivi, sono venuti a scuotere gli uomini, con leggerezza, allegria, humour e umiltà (tra loro fratelli) e un grande gusto per il paradosso.


Chi ha colto tutta la portata della rivoluzione chestertoniana è appunto Borges, come ha sottolineato il Papa, il quale riflettendo sull’essenza della poesia dice che essa consiste nel saper cogliere le cose della vita in quanto “strane”. Cioè libere dalla scontatezza e splendenti nel sole della gratuità e della libertà. La poesia come gratitudine di fronte a un dono. Questo combacia con il “benvenuto” che Chesterton dà all’esistenza “come fosse uno straniero”. Spesso solo lo straniero, che viene a inquietarci nel nostro torpore, apprezza quelle bellezze che noi “del luogo” abbiamo sotto gli occhi e quindi non vediamo più.


Eppure di quella bellezza ne abbiamo nostalgia, cerchiamo una casa per il nostro desiderio. Per chiudere questa lunga rassegna che nel 150esimo anniversario dalla nascita abbiamo voluto dedicargli, forse è allora giusto citare questi due versi composti in occasione del Natale, quando lo Straniero è venuto a visitare il nostro piccolo, meraviglioso, mondo: «Un bambino in una misera stalla, / con le bestie a scaldarlo ruminando; / solo là, dove Lui fu senza un tetto, / tu ed io siamo a casa».


fonte: Andrea Monda, Osservatore Romano, 30 dicembre 2024




sabato 26 aprile 2025

Il Papa degli ultimi

 


In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel corso di questi 12 anni, siamo raccolti in preghiera attorno alle sue spoglie mortali col cuore triste, ma sorretti dalle certezze della fede, che ci assicura che l’esistenza umana non termina nella tomba, ma nella casa del Padre in una vita di felicità che non conoscerà tramonto. A nome del Collegio dei Cardinali ringrazio cordialmente tutti per la vostra presenza. Con intensità di sentimento rivolgo un deferente saluto e vivo ringraziamento ai Capi di Stato, ai Capi di Governo e alle Delegazioni ufficiali venute da numerosi Paesi ad esprimere affetto, venerazione e stima verso il Papa che ci ha lasciati.

Il plebiscito di manifestazioni di affetto e di partecipazione, che abbiamo visto in questi giorni dopo il suo passaggio da questa terra all’eternità, ci dice quanto l’intenso Pontificato di papa Francesco abbia toccato le menti ed i cuori. La sua ultima immagine, che rimarrà nei nostri occhi e nel nostro cuore, è quella di domenica scorsa, Solennità di Pasqua, quando papa Francesco, nonostante i gravi problemi di salute, ha voluto impartirci la benedizione dal balcone della Basilica di San Pietro e poi è sceso in questa piazza per salutare dalla papamobile scoperta tutta la grande folla convenuta per la Messa di Pasqua. Con la nostra preghiera vogliamo ora affidare l’anima dell’amato Pontefice a Dio, perché Gli conceda l’eterna felicità nell’orizzonte luminoso e glorioso del suo immenso amore. Ci illumina e ci guida la pagina del Vangelo, nella quale è risuonata la voce stessa di Cristo che interpellava il primo degli Apostoli: “Pietro, mi ami tu più di costoro?”. E la risposta di Pietro era stata pronta e sincera: “Signore, Tu conosci tutto; Tu sai che ti voglio bene!”. E Gesù gli affidò la grande missione: “Pasci le mie pecore”. Sarà questo il compito costante di Pietro e dei suoi Successori, un servizio di amore sulla scia del Maestro e Signore Cristo che “non era venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per tutti” (Mc.10,45).

Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, papa Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita. E lo ha fatto con forza e serenità, vicino al suo gregge, la Chiesa di Dio, memore della frase di Gesù citata dall’Apostolo Paolo: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti, 20,35). Quando il Card. Bergoglio, il 13 marzo del 2013, fu eletto dal Conclave a succedere a papa Benedetto XVI, aveva alle spalle gli anni di vita religiosa nella Compagnia di Gesù e soprattutto era arricchito dall’esperienza di 21 anni di ministero pastorale nell’Arcidiocesi di Buenos Aires, prima come Ausiliare, poi come Coadiutore e in seguito, soprattutto, come Arcivescovo.

La decisione di prendere il nome Francesco apparve subito come la scelta di un programma e di uno stile su cui egli voleva impostare il suo Pontificato, cercando di ispirarsi allo spirito di San Francesco d’Assisi. Conservò il suo temperamento e la sua forma di guida pastorale, e diede subito l’impronta della sua forte personalità nel governo della Chiesa, instaurando un contatto diretto con le singole persone e con le popolazioni, desideroso di essere vicino a tutti, con spiccata attenzione alle persone in difficoltà, spendendosi senza misura, in particolare per gli ultimi della terra, gli emarginati. È stato un Papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti. Inoltre è stato un Papa attento al nuovo che emergeva nella società ed a quanto lo Spirito Santo suscitava nella Chiesa. Con il vocabolario che gli era caratteristico e col suo linguaggio ricco di immagini e di metafore, ha sempre cercato di illuminare con la sapienza del Vangelo i problemi del nostro tempo, offrendo una risposta alla luce della fede e incoraggiando a vivere da cristiani le sfide e le contraddizioni di questi nostri anni di cambiamenti, che amava qualificare “cambiamento di epoca”. Aveva grande spontaneità e una maniera informale di rivolgersi a tutti, anche alle persone lontane dalla Chiesa.

Ricco di calore umano e profondamente sensibile ai drammi odierni, Papa Francesco ha realmente condiviso le ansie, le sofferenze e le speranze del nostro tempo della globalizzazione, e si è donato nel confortare e incoraggiare con un messaggio capace di raggiungere il cuore delle persone in modo diretto e immediato. Il suo carisma dell’accoglienza e dell’ascolto, unito ad un modo di comportarsi proprio della sensibilità del giorno d’oggi, ha toccato i cuori, cercando di risvegliare le energie morali e spirituali.
Il primato dell’evangelizzazione è stato la guida del suo Pontificato, diffondendo, con una chiara impronta missionaria, la gioia del Vangelo, che è stata il titolo della sua prima Esortazione Apostolica Evangelii gaudium. Una gioia che colma di fiducia e speranza il cuore di tutti coloro che si affidano a Dio.

Filo conduttore della sua missione è stata anche la convinzione che la Chiesa è una casa per tutti; una casa dalle porte sempre aperte. Ha più volte fatto ricorso all’immagine della Chiesa come “ospedale da campo” dopo una battaglia in cui vi sono stati molti feriti; una Chiesa desiderosa di prendersi cura con determinazione dei problemi delle persone e dei grandi affanni che lacerano il mondo contemporaneo; una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, al di là di ogni credo o condizione, curandone le ferite. Innumerevoli sono i suoi gesti e le sue esortazioni in favore dei rifugiati e dei profughi.

Costante è stata anche l’insistenza nell’operare a favore dei poveri. È significativo che il primo viaggio di papa Francesco sia stato quello a Lampedusa, isola simbolo del dramma dell’emigrazione con migliaia di persone annegate in mare. Nella stessa linea è stato anche il viaggio a Lesbo, insieme con il Patriarca Ecumenico e con l’Arcivescovo di Atene, come pure la celebrazione di una Messa al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, in occasione del suo viaggio in Messico. 

Dei suoi 47 faticosi Viaggi Apostolici resterà nella storia in modo particolare quello in Iraq nel 2021, compiuto sfidando ogni rischio. Quella difficile Visita Apostolica è stata un balsamo sulle ferite aperte della popolazione irachena, che tanto aveva sofferto per l’opera disumana dell’Isis. È stato questo un Viaggio importante anche per il dialogo interreligioso, un’altra dimensione rilevante della sua opera pastorale. Con la Visita Apostolica del 2024 a quattro Nazioni dell’Asia-Oceania, il Papa ha raggiunto “la periferia più periferica del mondo”. Papa Francesco ha sempre messo al centro il Vangelo della misericordia, sottolineando ripetutamente che Dio non si stanca di perdonarci: Egli perdona sempre qualunque sia la situazione di chi chiede perdono e ritorna sulla retta via. Volle il Giubileo Straordinario della Misericordia, mettendo in luce che la misericordia è “il cuore del Vangelo”.

Misericordia e gioia del Vangelo sono due parole chiave di Papa Francesco. In contrasto con quella che ha definito “la cultura dello scarto”, ha parlato della cultura dell’incontro e della solidarietà. Il tema della fraternità ha attraversato tutto il suo Pontificato con toni vibranti. Nella Lettera Enciclica “Fratelli tutti” ha voluto far rinascere un’aspirazione mondiale alla fraternità, perché tutti figli del medesimo Padre che sta nei cieli. Con forza ha spesso ricordato che apparteniamo tutti alla medesima famiglia umana.

Nel 2019, durante il viaggio negli Emirati Arabi Uniti, Papa Francesco ha firmato un documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune”, richiamando la comune paternità di Dio. 

Rivolgendosi agli uomini e alle donne di tutto il mondo, con la Lettera Enciclica Laudato si’ha richiamato l’attenzione sui doveri e sulla corresponsabilità nei riguardi della casa comune. “Nessuno si salva da solo”. 

Di fronte all’infuriare delle tante guerre di questi anni, con orrori disumani e con innumerevoli morti e distruzioni, papa Francesco ha incessantemente elevata la sua voce implorando la pace e invitando alla ragionevolezza, all’onesta trattativa per trovare le soluzioni possibili, perché la guerra – diceva – è solo morte di persone, distruzioni di case, ospedali e scuole. La guerra lascia sempre il mondo peggiore di come era precedentemente: essa è per tutti sempre una dolorosa e tragica sconfitta.

Costruire ponti e non muri” è un’esortazione che egli ha più volte ripetuto e il servizio di fede come Successore dell’Apostolo Pietro è stato sempre congiunto al servizio dell’uomo in tutte le sue dimensioni. In unione spirituale con tutta la Cristianità siamo qui numerosi a pregare per Papa Francesco perché Dio lo accolga nell’immensità del suo amore. Papa Francesco soleva concludere i suoi discorsi ed i suoi incontri dicendo: “Non dimenticatevi di pregare per me”.

Caro papa Francesco, ora chiediamo a Te di pregare per noi e che dal cielo Tu benedica la Chiesa, benedica Roma, benedica il mondo intero, come domenica scorsa hai fatto dal balcone di questa Basilica in un ultimo abbraccio con tutto il popolo di Dio, ma idealmente anche con l’umanità che cerca la verità con cuore sincero e tiene alta la fiaccola della speranza.

Card. Giovanni Battista Re

Omelia al funerale di Papa Francesco (26 aprile 2025)

ROGITO PER IL PIO TRANSITO
DI SUA SANTITÀ FRANCESCO

MORTE, DEPOSIZIONE E TUMULAZIONE
DI FRANCESCO DI SANTA MEMORIA

Con noi pellegrino di speranza, guida e compagno di cammino verso la grande meta alla quale siamo chiamati, il Cielo, il 21 aprile dell’Anno Santo 2025, alle ore 7,35 del mattino, mentre la luce della Pasqua illuminava il secondo giorno dell’Ottava, Lunedì dell’Angelo, l’amato Pastore della Chiesa Francesco è passato da questo mondo al Padre. Tutta la Comunità cristiana, specialmente i poveri, rendeva lode a Dio per il dono del suo servizio reso con coraggio e fedeltà al Vangelo e alla mistica Sposa di Cristo.

Francesco è stato il 266° Papa. La sua memoria rimane nel cuore della Chiesa e dell’intera umanità.

Jorge Mario Bergoglio, eletto Papa il 13 marzo 2013, nacque a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, da emigranti piemontesi: suo padre Mario era ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupava della casa e dell’educazione dei cinque figli. Diplomatosi come tecnico chimico, scelse poi la strada del sacerdozio entrando inizialmente nel seminario diocesano e, l’11 marzo 1958, passando al noviziato della Compagnia di Gesù. Fece gli studi umanistici in Cile e, tornato nel 1963 in Argentina, si laureò in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fu professore di letteratura e psicologia nei collegi dell’Immacolata di Santa Fé e in quello del Salvatore a Buenos Aires. Ricevette l’ordinazione sacerdotale il 13 dicembre 1969 dall’Arcivescovo Ramón José Castellano, mentre il 22 aprile 1973 emise la professione perpetua nei gesuiti. Dopo essere stato maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio, il 31 luglio 1973 fu nominato provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Dopo il 1986 trascorse alcuni anni in Germania per ultimare la tesi dottorale e, una volta tornato in Argentina, il cardinale Antonio Quarracino lo volle suo stretto collaboratore. Il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nominò Vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Scelse come motto episcopale Miserando atque eligendo e nello stemma inserì il cristogramma IHS, simbolo della Compagnia di Gesù. Il 3 giugno 1997, fu promosso Arcivescovo coadiutore di Buenos Aires e alla morte del cardinale Quarracino gli succedette, il 28 febbraio 1998, come Arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica. Giovanni Paolo II lo creò cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 2001, del titolo di san Roberto Bellarmino. Nel successivo ottobre fu relatore generale aggiunto alla decima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

Fu un pastore semplice e molto amato nella sua Arcidiocesi, che girava in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus. Abitava in un appartamento e si preparava la cena da solo, perché si sentiva uno della gente.

Dai Cardinali riuniti in Conclave dopo la rinuncia di Benedetto XVI fu eletto Papa il 13 marzo 2013 e prese il nome di Francesco, perché sull’esempio del santo di Assisi volle avere a cuore innanzitutto i più poveri del mondo. Dalla loggia delle benedizioni si presentò con le parole «Fratelli e sorelle, buonasera! E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi». E, dopo aver chinato il capo, disse: «Vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo». Il 19 marzo, Solennità di San Giuseppe, iniziò ufficialmente il suo ministero Petrino.

Sempre attento agli ultimi e agli scartati dalla società, Francesco appena eletto scelse di abitare nella Domus Sanctae Marthae, perché non poteva fare a meno del contatto con le persone, e sin dal primo Giovedì Santo volle celebrare la Messa in Coena Domini fuori dal Vaticano, recandosi ogni volta nelle carceri, in centri di accoglienza per i disabili o tossicodipendenti. Ai sacerdoti raccomandava di essere sempre pronti ad amministrare il sacramento della misericordia, ad avere il coraggio di uscire dalle sacrestie per andare in cerca della pecorella smarrita e di tenere aperte le porte della chiesa per accogliere quanti desiderosi dell’incontro con il Volto di Dio Padre.

Ha esercitato il ministero Petrino con instancabile dedizione a favore del dialogo con i musulmani e con i rappresentanti delle altre religioni, convocandoli talvolta in incontri di preghiera e firmando Dichiarazioni congiunte a favore della concordia tra gli appartenenti alle diverse fedi, come il Documento sulla fratellanza umana siglato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi con il leader sunnita al-Tayyeb. Il suo amore per gli ultimi, gli anziani e i piccoli lo spinse ad iniziare le Giornate Mondiali dei Poveri, dei Nonni e dei Bambini. Istituì anche la Domenica della Parola di Dio.

Più di ogni Predecessore ha allargato il Collegio dei Cardinali, convocando dieci Concistori nei quali ha creato 163 porporati, dei quali 133 elettori e 30 non elettori, provenienti da 73 nazioni, di cui 23 non avevano mai avuto prima un cardinale. Ha convocato 5 Assemblee del Sinodo dei Vescovi, 3 generali ordinarie, dedicate alla famiglia, ai giovani e alla sinodalità, una straordinaria ancora sulla famiglia, e una speciale per la Regione Panamazzonica.

Più volte la sua voce si è levata in difesa degli innocenti. Alla diffusione della pandemia da Covid-19, la sera del 27 marzo 2020 volle pregare da solo in piazza San Pietro, il cui colonnato simbolicamente abbracciava Roma e il mondo, per l’umanità impaurita e piagata dal morbo sconosciuto. Gli ultimi anni di pontificato sono stati costellati da numerosi appelli per la pace, contro la Terza guerra mondiale a pezzi in atto in vari Paesi, soprattutto in Ucraina, come pure in Palestina, Israele, Libano e Myanmar.

Dopo il ricovero del 4 luglio 2021, durato dieci giorni, per un intervento chirurgico presso il Policlinico Agostino Gemelli, Francesco il 14 febbraio 2025 si è recato nuovamente nello stesso ospedale per una degenza di 38 giorni, a causa di una polmonite bilaterale. Rientrato in Vaticano ha trascorso le ultime settimane di vita a Casa Santa Marta, dedicandosi fino alla fine e con la stessa passione al suo ministero petrino, seppure ancora non ristabilito del tutto. Nel giorno di Pasqua, il 20 aprile del 2025, per un’ultima volta si è affacciato dalla loggia della Basilica di San Pietro per impartire la solenne benedizione Urbi et Orbi.

Il magistero dottrinale di Papa Francesco è stato molto ricco. Testimone di uno stile sobrio e umile, fondato sull’apertura alla missionarietà, sul coraggio apostolico e sulla misericordia, attento nell’evitare il pericolo dell’autoreferenzialità e della mondanità spirituale nella Chiesa, il Pontefice propose il suo programma apostolico nell’esortazione Evangelii gaudium (24 novembre 2013). Tra i documenti principali si annoverano 4 Encicliche: Lumen fidei (29 giugno 2013) che affronta il tema della fede in Dio, Laudato si’ (24 maggio 2015) che tocca il problema dell’ecologia e la responsabilità del genere umano nella crisi climatica, Fratelli tutti (3 ottobre 2020) sulla fraternità umana e l’amicizia sociale, Dilexit nos (24 ottobre 2024) sulla devozione al Sacratissimo Cuore di Gesù. Ha promulgato 7 Esortazioni apostoliche, 39 Costituzioni apostoliche, numerosissime Lettere apostoliche delle quali la maggioranza in forma di Motu Proprio, 2 Bolle di indizione degli Anni Santi, oltre alle Catechesi proposte nelle Udienze generali ed alle allocuzioni pronunciate in diverse parti del mondo. Dopo aver istituito le Segreterie per la Comunicazione e per l’Economia, e i Dicasteri per i Laici, la Famiglia e la Vita e per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Egli ha riformato la Curia romana emanando la Costituzione apostolica Praedicate Evangelium (19 marzo 2022). Ha modificato il processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità matrimoniale nel CCEO e nel CIC (M.P. Mitis et misericors Iesus e Mitis Iudex Dominus Iesus) e ha reso più severa la legislazione riguardo i crimini commessi da rappresentanti del clero contro minori o persone vulnerabili (M.P. Vos estis lux mundi).

Francesco ha lasciato a tutti una testimonianza mirabile di umanità, di vita santa e di paternità universale.

CORPUS FRANCISCI P.M.

VIXIT ANNOS LXXXVIII, MENSES IV DIES IV.

ECCLESIAE UNIVERSAE PRAEFUIT

ANNOS XII MENSES I DIES VIII

Semper in Christo vivas, Pater Sancte!


sabato 15 marzo 2025

"Una dura necessità preliminare"


Nel discorso tenuto a Strasburgo l’11 marzo 2025 di fronte al Parlamento EuropeoUrsula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, ha esordito citando Alcide De Gasperi e la sua esortazione a erigere una difesa comune, descritta come il compito della sua generazione. Un compito rimasto incompiuto per la generazione di De Gasperi e dei Padri dell’Europa, Jean MonnetRobert Schuman e Konrad Adenauer fra gli altri, quella degli anni Ottanta dell’Ottocento, dei giovani durante la Grande Guerra che oggi chiamiamo la lost generation.

 

Fu proprio a Strasburgo, il 10 dicembre 1951, che De Gasperi lanciò nel famoso discorso “l’occasione che passa” il progetto di esercito europeo. Assunto l’incarico di ministro degli esteri nel luglio del 1951, egli era stato inondato da resoconti di discussioni tediose sul progetto di Comunità Europea di Difesa (CED) partito da un’idea del ministro francese René Pleven. Questi proponeva il modello della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, ossia di un’organizzazione sovranazionale, per risolvere la questione del riarmo europeo includendo anche la Germania


In Italia spaventava soprattutto la prospettiva del costo dell’operazione e De Gasperi riteneva che l’opinione pubblica non fosse pronta ad avallare la gestione del bilancio militare da parte di un fondo comune. Benché precedentemente molto scettico sul riarmo, di fronte alla nuova situazione internazionale caratterizzata dalla guerra fredda e dal conflitto in Corea, e persuaso dallo studio della questione e dalle pressioni americane, De Gasperi sottolineò convintamente la necessità di riarmare. Non si trattava però solo di riarmare - si trattava invece, insisteva, di partire dall’esercito per fare l’Europa.


Alla vigilia della partenza per Strasburgo, in Consiglio dei Ministri dichiarò che non era disposto ad accettare la soluzione CED così com’era: benché a titolo personale, annunciò, avrebbe promosso una soluzione federale. Dare un’anima politica e partecipativa al progetto era l’unico modo per evitare che le nuove generazioni vedessero nelle amministrazioni comuni “una struttura superflua e fors’anche oppressiva, quale apparve, in certi periodi del suo declino, il Sacro Romano Impero. Così si espresse nel discorso davanti all’Assemblea del Consiglio d’Europa. Il giorno seguente ritornò sul concetto in un incontro appassionato con i colleghi europei. Era necessario risolvere la questione politica perché “se si trasferisce tutto l’esercito a un potere europeo bisogna che i parlamenti e i popoli sappiano in che maniera questo potere sarà organizzato”. 

Il progetto di CED, rilanciato a Strasburgo nella sua dimensione politica, trascinò con sé anche gli altri Padri dell’Europa, in fondo tutti più restii, a cominciare da Robert Schuman che si disse particolarmente colpito dall’enfasi degasperiana. Nelle discussioni attorno alla CED De Gasperi insisteva nel dire che bisognava partire dalle questioni politiche fondamentali, invece che perdersi in dettagli che rischiavano di consumare l’entusiasmo in estenuanti negoziati.

 

Nell’agosto 1954, alla vigilia del voto all’Assemblea Nazionale francese per la ratifica del trattato CED firmato due anni prima, De Gasperi era quasi ossessionato dal presentimento che il progetto in cui tanto credeva sarebbe stato accantonato. E in effetti così accadde poco dopo. Nella sua ultima lettera a Fanfani, dieci giorni prima di morire, aveva definito la CED “la sua spina”, poiché la considerava un elemento essenziale per costruire l’Europa Unita “come un edificio destinato a durare”.

 

In molti momenti la storia dell’integrazione europea ha ricevuto impulso da crisi considerate insuperabili. Così fu certamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Così fu con la crisi del progetto di difesa comune nel 1954 che sembrava aver posto una pietra tombale sul progetto europeo e che invece si tramutò di lì a poco in un rilancio verso la costruzione del mercato comune

Von der Leyen fa bene a ricordare come le crisi abbiano innescato in Europa delle fasi di entusiasmo, di consenso senza precedenti, e come sia importante oggi usare la carica di quel consenso per procedere con un grande piano di investimenti comuni da indirizzare alla difesa e alla sicurezza. Senza dimenticare però, nella scia di De Gasperi, che il riarmo è “una dura necessità preliminare” per erigere l’edificio europeo - così nel discorso alla Conferenza Parlamentare Europea di Parigi nell’aprile 1954. E che il riarmo è da pensare nel quadro di una politica europea di difesa veramente unitaria, con un unico centro di comando e mettendo in comune le forze armate, con investimenti congiunti che oggi riguardano soprattutto scudo nuclearerete satellitare intelligenza artificiale.

“Un’associazione di sforzi militari è opera sterile ove essa non conduca, ed a breve scadenza, alla Federazione dell’Europa libera”, dichiarava De Gasperi nel febbraio 1952. L’occasione che passa doveva servire a costruire una struttura che “è più di un’alleanza; è fusione di eserciti”, diceva, e che doveva aprire la strada all’unione politica dell’Europa. È questo ora il compito per la nostra generazione.


Sara Lorenzini, docente di storia contemporanea presso la Scuola di Studi Internazionali e il Dipartimento di Lettere e Filosofia

fonte: Il Dolomiti


 

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