Il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale: ciò che conta è il coraggio di andare avanti.
Wiston Churchill
mercoledì 16 aprile 2014
martedì 15 aprile 2014
"Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii, victores nos fecit”.
Le ragioni storiche dello scontro
Dopo che il 31 maggio 1453 Maometto II aveva conquistato la città di
Costantinopoli e con essa il millenario Impero cristiano d’Oriente, i
turchi ottomani ritenevano imminente il giorno del loro dominio
universale. Nel 1521 si erano impadroniti di Belgrado; nel 1526 avevano
conquistato l’Ungheria ed erano arrivati fino alle porte di Vienna.
In Italia avevano invaso e saccheggiato tutte le coste del meridione.
Tripoli era già stata tolta agli spagnoli, l’isola di Chio ai genovesi,
Rodi ai cavalieri che la possedevano e la stessa isola di Malta, nuova
sede dei cavalieri, sarebbe caduta nelle mani turche se Jean de La
Valette, Gran Maestro dell’Ordine non l’avesse difesa e salvata con
eroico valore.
Nel febbraio 1570 era giunto a Venezia un ambasciatore turco con un
ultimatum della Sublime Porta: o la cessione al sultano dell’isola di
Cipro o la guerra. Venezia aveva rifiutato con sdegno. Ma dopo undici
mesi di assedio il 1 agosto 1571, nell’isola di Cipro era caduta la
città di Famagosta. Il patto di resa garantiva la vita ai difensori
superstiti, ma quando il comandante turco era penetrato a Famagosta
aveva fatto scorticare vivo il comandante della piazza cristiana
Marcantonio Bragadin. Il corpo era stato squartato, la pelle di Bragadin
era stata quindi riempita di paglia, rivestita con la sua uniforme e
trascinata per la città.
Il terrore regnava nel Mediterraneo, l’antico Mare nostrum. La sorte
dei cristiani di Cipro era quella che l’Islam sembrava preparare ai
cristiani di tutta Europa. Sulla cattedra di Pietro sedeva un teologo
domenicano, Michele Ghislieri, salito al pontificato all’inizio del 1566
con il nome di Pio V. Egli valutò la gravità del pericolo e comprese
che solo una guerra preventiva avrebbe salvato l’Occidente. Con parole
gravi e commosse esortò le potenze cristiane ad unirsi contro gli
aggressori e di questa difesa della cristianià fece l’asse del suo breve
pontificato.
Non tutti, però, risposero all’appello. L’espansione dei turchi si
sviluppava anche grazie alla complicità decisiva di paesi cristiani,
come la Francia, che in nome della realpolitik, oggi diremmo dei suoi
interessi geopolitici, incoraggiava e finanziava i turchi per indebolire
il suo tradizionale nemico: la casa imperiale d’Austria. Tuttavia
grazie alle preghiere e alle insistenze del pontefice, il 25 luglio del
1570, la Spagna, Venezia e il Papa conclusero l’alleanza contro i
turchi. Subito dopo aderirono il duca di Savoia, la Repubblica di Genova
e quella di Lucca, il granduca di Toscana, i duchi di Mantova, Parma,
Urbino, Ferrara, l’Ordine sovrano di Malta. Si trattava di una
prefigurazione dell’unità italiana su basi cristiane, la prima
coalizione politica e militare italiana nella storia.
Alla testa della Lega Cristiana fu posto un giovane di 25 anni: don
Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V e dunque fratellastro del
re di Spagna Filippo II. La flotta pontificia, costituita grazie
all’aiuto decisivo dei cavalieri di Santo Stefano, era comandata da
Marcantonio Colonna, duca di Paliano, a cui il Papa affidò la bandiera
della Chiesa. La Santa Lega fu ufficialmente proclamata a Roma nella
basilica di San Pietro. Lasciata Messina, dove si era concentrata alla
fine di agosto, dopo venti giorni di navigazione con rotta verso
levante, la flotta cristiana attaccò il nemico alle undici di mattina di
quella domenica 7 ottobre dell’anno 1571.
Lo svolgimento della battaglia
All’alba del 7 ottobre 1571 una gigantesca flotta ottomana, la più
numerosa mai schierata nel Mediterraneo, avanzava lentamente, con il
vento di scirocco in poppa. Circa 270 galee e una quantità
indescrivibile di legni minori formavano un semicerchio, una enorme e
minacciosa mezzaluna che occupava tutte le acque che dalle coste
montagnose dell’Albania, a nord, arrivano alle secche della Morea, a
sud. Al centro della mezzaluna che avanzava, sulla nave ammiraglia,
chiamata la Sultana, sventolava uno stendardo verde, venuto dalla Mecca,
che recava ricamato in oro per 28.900 volte il nome di Allah.
Di fronte, in formazione a croce, era schierata la flotta cristiana,
sulla cui ammiraglia, comandata da don Giovanni d’Austria, garriva un
enorme stendardo blu con la raffigurazione del Cristo in Croce. La
battaglia durò cinque ore e si decise al centro dello schieramento, dove
le navi ammiraglie si speronarono l’un l’altra formando un campo di
battaglia galleggiante in cui si susseguirono attacchi e contrattacchi
finchè il reggimento scelto degli archibugieri di Sardegna riuscì a
sferrare l’attacco decisivo. Alì Pascià fu colpito a morte e sulla
Sultana fu ammainata la Mezzaluna e issato il vessillo cristiano.
Si coprirono di valore tra gli altri i Colonna e gli Orsini, sette
della stessa famiglia, il conte Francesco di Savoia che cadde in
battaglia, il ventitreenne Alessandro Farnese, destinato a divenire uno
dei maggiori condottieri del secolo, Giulio Carafa che, preso
prigioniero si liberò e si impadronì del brigantino nemico, ed i
veneziani tutti che pagarono il maggior tributo di sangue.
Il provveditore veneziano Agostino Barbarigo che comandava l’ala
sinistra dello schieramento cristiano, si batté, fino a che non gli
mancarono le forze, con una freccia infitta nell’occhio sinistro. Sulla
sua ammiraglia, Sebastiano Venier, combatté a capo scoperto e in
pantofole perché, risponde a chi gliene chiede il motivo, fanno migliore
presa sulla coperta. Ha settantacinque anni e imbraccia la balestra,
aiutato da un marinaio per il caricamento dell’arma, un’operazione che
era ormai superiore alle sue forze. Sopraffatto dal numero viene
soccorso dalle galee di Giovanni Loredan e Caterino Malipiero, che
trovano la morte nella lotta.
Al termine della battaglia la Lega aveva perso più di 7.000 uomini,
di cui 4.800 veneziani, 2.000 spagnoli, 800 pontifici, e circa 20.000
feriti; i turchi, contarono più di 25.000 perdite e 3.000 prigionieri.
Il nome di Lepanto era entrato nella storia. Per la prima volta dopo un
secolo il Mediterraneo tornò libero. A partire da questo giorno iniziò
il declino dell’impero ottomano.
Nel pomeriggio del 7 ottobre, Pio V che aveva moltiplicato le
preghiere a Colei che sempre aveva soccorso i cristiani nelle ore
drammatiche della cristianità, stava esaminando i conti con alcuni
prelati. D’improvviso fu visto levarsi, avvicinarsi alla finestra
fissando lo sguardo come estatico e poi, ritornando verso i prelati
esclamare: “Non occupiamoci più di affari, ma andiamo a ringraziare
Iddio. La flotta cristiana ha ottenuto vittoria”.
Il Pontefice attribuì il trionfo di Lepanto all’intercessione della
Vergine e volle che nelle Litanie lauretane si aggiungesse l’invocazione
Auxilium christianorum. Anche il Senato Veneziano che non era composto
da donnicciole, ma da uomini fieri e rotti a sfidare i più gravi
pericoli in mare e in terra, volle attribuire alla Santissima Vergine il
merito principale della vittoria e sul quadro fatto dipingere nella
sala delle sue adunanze fece scrivere queste parole: “Non virtus, non
arma, non duces, sed Maria Rosarii, victores nos fecit” (non il valore,
non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto
vincitori).
fonte:Lepanto.org
sabato 12 aprile 2014
Confedir contro Renzi
Stefano Biasoli, segretario generale Confedir:
Giù la maschera! Chi è un po’ scafato (e noi lo siamo, grazie ad una
lunga esperienza professionale e sindacale) ha capito molto di Renzi e
del renzismo.
Renzi è un berluschino, un abile venditore di pentole e di aspirapolveri, il mago Silvan della politica.
È un uomo frettoloso, che pensa e parla a 7mila giri al minuto, che cerca di incantare la gente.
Si è dato tempi molto stretti per le riforme. Nessuno di questi è
stato rispettato… ma la colpa di questo non è ovviamente sua, ma degli
altri.
Il putto fiorentino non accetta contraddittorio, su niente e con
nessuno. Il suo “noi ” significa solo io, io, io. Un ego gigantesco, che
non ha avuto pari, dai tempi di Craxi.
Craxi si era circondato da nani e ballerine; Berlusconi si è
circondato di una corte di adulatori, fuggiti al primo cenno di
tramonto. Bossi è finito per colpa del cerchio magico (magico o
tragico?).
Renzi ha fatto una scelta diversa. Un solo amico, un lavoratore, un
sindaco ex capo dell’Anci… e tante, tante giovani donne bellocce, con
poca esperienza politica e tanta dipendenza dal capo.
Gioventù fru-fru, in ginocchio davanti a colui che le ha “sistemate”.
Per sempre o per un po’? Secondo la moda prevalente nel nostro Paese,
tutte e tutti sono balzati sul carro del vincitore, inclusa colei che –
dalla piccola Vicenza – era arrivata a Roma per merito di Bersani, lei
che aveva combattuto Renzi ed ora si è riciclata con il putto, per una
poltroncina europea.
Allora? Allora ricordiamo a Renzi che il tempo fugge, anche per i
giovani di successo. Siamo in quaresima, perciò gli consigliamo di
batterei il petto e di farsi lavare i piedi dal suo parroco, il Giovedì
Santo.
Come può pensare di continuare a massacrare chi lavora nelle pubblica amministrazione, dirigenti e mezze-maniche?
Come può pensare che tutti i mali di questo Paese siano solo legati
alla amministrazione pubblica e non piuttosto a quella masnada di
politici che, da decenni, ha preteso di violare le regole pubbliche
(contrattuali e legislative) occupando – manu politica – tutti gli spazi
possibili e non possibili della pubblica amministrazione per sistemare
amici, conoscenti, commilitoni, parenti, portaborse, portavoti?
La spesa pubblica è esplosa per questo, per l’invasione politica
degli spazi tecnici, per l’occupazione di pseudo-tecnici servi o amici
del potentato di turno.
La sanità e le Regioni insegnano. Eppure, ora Renzi addita al
pubblico ludibrio non i supermanager superpagati (scelti da politicanti
come Renzi), non i superburocrati dai molti incarichi e superpagati, ma i
dirigenti pubblici in generale.
Ossia quelli che, bene o male, costituiscono l’ossatura dello Stato e
del parastato, quelli che hanno fatto carriera per meriti propri e non
per “meriti politici”. Tutti costoro non rubano i loro stipendi,
stipendi che sono frutto di accordi pattizi, a livello nazionale. Pacta
servanda sunt! Ma non per chi, da Roma, impone oggi uno stop ai
contratti pubblici per altri 6 anni (teorici, ma poi saranno sette), che
si aggiungono al blocco contrattuale 2010-2014.
In definitiva, per la prima volta in Italia e nel mondo occidentale,
un governo impone uno stop decennale ai contratti pubblici, rinnegando
le regole liberamente sottoscritte (accordi nazionali triennali )
nell’ormai lontano 2010.
Dopo il disastro delle Legge Brunetta, che ha massacrato i
“fannulloni” della p.a. imponendo testi contrattuali penosamente lesivi
perché basati sulla presunzione di diffusa incapacità dei dirigenti
pubblici, ora arriva il Renzi che addita alla folla i colpevoli dei
disastri italiani. Non i politici, non i superburocrati brontosauri e
pluri-incaricati e con pluriprebende, ma tutti i dirigenti pubblici.
Tutti, nessuno escluso. Nessuno escluso. Ebbene, dice Renzi, costoro
non meritano i denari che prendono. Costoro vanno castigati, possono
essere castigati impunemente, senza colpo ferire. “La gente è con me”,
dice chiaramente e pensa Renzi. Ed allora, diamo addosso ai dirigenti
pubblici, a quelli bravi ed a quelli meno bravi. Ed allora,
bastoniamoli. Non solo bloccando i Ccnl pubblici fino al 2020, ma anche
tagliando le prebende dei dirigenti, dai 70mila euro/annui lordi in su.
Bastonate su bastonate, sugli stessi asini pubblici: quelli con basto e quelli senza basto.
Nuovo Robin Hood, Renzi vuole rubare ai dipendenti pubblici per dare un po’ di euro ai “poveri”. Poveri veri e poveri falsi, dato il fisco italico. Un fisco che se la prende sempre con chi non può evadere: con i dipendenti pubblici, considerati come mucche da mungere ed asini da bastonare. Troppo facile, troppo scontato.
Nuovo Robin Hood, Renzi vuole rubare ai dipendenti pubblici per dare un po’ di euro ai “poveri”. Poveri veri e poveri falsi, dato il fisco italico. Un fisco che se la prende sempre con chi non può evadere: con i dipendenti pubblici, considerati come mucche da mungere ed asini da bastonare. Troppo facile, troppo scontato.
Purtroppo, per Renzi, a maggio si vota. Non sappiamo cosa succederà.
Ma i dipendenti pubblici sono tanti, da 2.850.00 a 3.200.000, perché in
Italia i numeri sono sempre “ballerini”.
Non sappiamo cosa faranno gli iscritti alla triplice, alla Cisal,
alla Confsal, alla Ugl. Possiamo ipotizzarlo ma non lo sappiamo con
certezza.
Ciò che sappiamo è che i tanti dirigenti della Confedir (aderenti
agli undici sindacati confederali autonomi della dirigenza pubblica),
questa volta non resteranno passivi. La segreteria Confedir del 17
aprile deciderà le azioni concrete, ma fin da ora possiamo dire a Renzi
che 300mila dirigenti pubblici, alle europee, non voteranno secondo il
loro credo ideologico, ma secondo gli interessi della bottega familiare.
Voto in libertà e voto secondo interesse.
Forse Renzi non sa che i dirigenti pubblici condizionano ben più di
300mila voti, perché non solo “hanno famiglia” ma, normalmente, sono
parte di altre aggregazioni e di vari gruppi associativi.
Vedremo. Di certo, zitti, noi non ci saremo.
domenica 6 aprile 2014
Le coordinate della politica
"Per la mia generazione le coordinate della politica furono Concilio e Costituzione".
Guido Bodrato
Guido Bodrato
L'abuso di allarme democratico
Quando vedremo una giunta militare presentarsi in tv, faticheremo a
parlare di un colpo di stato. Quando un ministro verrà beccato in una
riunione di mafiosi, non saremo sicuri che si tratti davvero di
collusione tra politica e cosche. Quando un capo dello stato emanerà
decreti non approvati dal parlamento, sarà difficile denunciare una
svolta autoritaria.
Già, andrà così. Per colpa del sistematico abuso di allarme
democratico, presto non avremo più la percezione esatta dei rischi né la
terminologia credibile per descriverli. Dopo l’ultima denuncia
apocalittica, ogni parola pesante avrà perso di significato e ogni
concetto grave apparirà banale.
Pensate che solo nelle ultime 48 ore si sono consumati in Italia
almeno due golpe mentre si chiudeva con successo la famigerata
trattativa tra Stato e mafia.
È stato «un golpe» approvare (dopo i doverosi passaggi parlamentari)
la riforma Delrio che anticipa l’abolizione delle province: lo ha
tuonato alla camera il capogruppo di Forza Italia Brunetta.
Ci si è poi inchinati alla criminalità varando alla camera la
versione aggravata del reato voto di scambio con modifiche rispetto al
testo del senato: l’ha denunciato Cinquestelle, tacendo che la
precisazione del reato era stata chiesta dalla magistratura (per evitare
di mandare in vacca inchieste e processi per colpa di codici
irrealistici). E sorvolando sul dettaglio che saranno finalmente
perseguibili complicità finora impunite.
Infine, come ognuno sa, abbiamo in pieno corso «la svolta
autoritaria» della fine del bicameralismo, denunciata dagli
auto-nominatisi custodi della Costituzione.
Potremmo continuare con «la repressione delle idee» (come un ex
ministro degli interni ora presidente della regione più ricca d’Italia
definisce l’arresto di alcuni dementi pianificatori di secessioni
armate) per toccare il culmine della ben nota «fine della democrazia»
rappresentata dall’applicazione a Berlusconi della legge uguale per
tutti (legge del contrappasso peraltro, avendo lo stesso Berlusconi
liquidato la democrazia italiana almeno una decina di volte, a stare
alla vulgata di sinistra).
Golpe di cui non rimarrà traccia sulle pagine di storia. Meglio così,
se pensiamo che secondo l’economista Beppe Grillo e i suoi accoliti l’Italia sarebbe dovuta andare in default esattamente sei mesi fa. Un’altra catastrofe di cui non s’è più saputo nulla.
Stefano Menichini, Europa quotidiano, 4 aprile 2014
giovedì 3 aprile 2014
2013: il crollo dei prezzi delle abitazioni
Il 2013 segna un crollo nei prezzi delle abitazioni, scesi del 5,6% rispetto al 2012, quando il ribasso era stato del 2,8%. La diminuzione è quindi il doppio più intensa. Lo rileva l'Istat, ricordando la crisi del 'mattone', ovvero che il calo ''si è manifestato in presenza una flessione del 9,2%'' nelle compravendite.
Il ribasso dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie (-5,6%) risente soprattutto del forte calo (-7,1%) registrato per le 'vecchie' case, definite dall'Istat come già 'esistenti', o meglio non più di 'prima mano'. Ma a scendere stavolta sono anche le quotazioni delle nuove costruzioni, appena messe sul mercato e fresche di vernice, in diminuzione del 2,4% (+2,2% nel 2012).
Negli ultimi tre mesi del 2013 l'indice dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie, sia per fini abitativi sia per investimento, è diminuito dell'1,3% sul trimestre precedente e del 4,8% nel confronto annuo. Lo rileva l'Istat, sulla base delle stime preliminari. ''Questo dato conferma una tendenza al calo congiunturale e tendenziale dei prezzi delle abitazioni in atto ormai da due anni'', spiega l'Istituto. Tuttavia rispetto al terzo trimestre del 2013, l'ultima parte dell'anno mostra un rallentamento della caduta, visto che in termini tendenziali tra luglio e settembre del 2013 la flessione era stata del (5,6%). Anche l'Istat parla, infatti, di ''calo tendenziale più contenuto''.
fonte: Ansa
Il ribasso dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie (-5,6%) risente soprattutto del forte calo (-7,1%) registrato per le 'vecchie' case, definite dall'Istat come già 'esistenti', o meglio non più di 'prima mano'. Ma a scendere stavolta sono anche le quotazioni delle nuove costruzioni, appena messe sul mercato e fresche di vernice, in diminuzione del 2,4% (+2,2% nel 2012).
Negli ultimi tre mesi del 2013 l'indice dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie, sia per fini abitativi sia per investimento, è diminuito dell'1,3% sul trimestre precedente e del 4,8% nel confronto annuo. Lo rileva l'Istat, sulla base delle stime preliminari. ''Questo dato conferma una tendenza al calo congiunturale e tendenziale dei prezzi delle abitazioni in atto ormai da due anni'', spiega l'Istituto. Tuttavia rispetto al terzo trimestre del 2013, l'ultima parte dell'anno mostra un rallentamento della caduta, visto che in termini tendenziali tra luglio e settembre del 2013 la flessione era stata del (5,6%). Anche l'Istat parla, infatti, di ''calo tendenziale più contenuto''.
fonte: Ansa
Iscriviti a:
Post (Atom)
In morte di Francesco Guccini
"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...
-
Lo studio di Attone Chi era Atpicove? Atpicove è l’acronimo di Attone Pini Colocci Vespucci , figlio del duca Pini di San Miniat...
-
EVANGELIUM SECUNDUM IOANNEM 15 1 Ego sum vitis vera, et Pater meus agricola est. 2 Omnem palmitem in me non ferentem fructum tollit eu...
-
Questo tradizionale appuntamento di fine anno, con chi riveste ruoli di rilievo nelle istituzioni e con quanti ricoprono responsabilità nei ...