mercoledì 7 settembre 2011

Fame di giustizia

Sapevo che stava male e lo avevo sentito circa una settimana prima.
Affettuosamente burbero, come sempre, si negava oramai agli incontri, chiuso nella tormentosa attesa della fine, di cui era consapevole.
Per quanti, come me, sono nati alla politica con lui, nel glorioso tentativo di dar vita, a fine 1993, al nuovo “Partito Popolare Italiano”, è un fatto che va oltre il significato della scomparsa dell’uomo politico.
Martinazzoli, infatti, esprimeva il fascino di una personalità che conquistava per il rimando ad un’idea di politica che trascende la contingenza, per risalire alle ragioni ultime di un impegno che trova nella centralità della persona e nell’ispirazione cristiana i suoi primi ed ultimi significati.
Ascoltarlo era sempre un’esperienza straordinaria, che all’apparente timbro del pessimismo faceva seguire, quasi magicamente, la forza della tenacia,  sull’onda della suggestione morotea secondo cui il destino dell’uomo rimane quello di “avere sempre fame di sete e di giustizia”. Ineguagliabile, in proposito, era proprio quella citazione di Moro, che era solito offrirci e che costituiva per lui, e divenne per noi che ci affacciavamo alla politica, una sorta di manifesto esistenziale:"Probabilmente, malgrado tutto, l’evoluzione storica, di cui noi saremo stati determinatori, non soddisferà le nostri ideali esigenze; la splendida promessa, che sembra contenuta nell’intrinseca forza e bellezza di quegli ideali, non sarà mantenuta. Ciò vuol dire che gli uomini dovranno pur sempre restare di fronte al diritto e allo stato in una posizione di più o meno acuto pessimismo. E il loro dolore non sarà mai pienamente confortato. Ma questa insoddisfazione, ma questo dolore sono la stessa insoddisfazione dell’uomo di fronte alla sua vita, troppo spesso più angusta e meschina di quanto la sua ideale bellezza sembrerebbe fare legittimamente sperare.
Il dolore dell’uomo che trova di continuo ogni cosa più piccola di quanto vorrebbe, la cui vita è tanto diversa dall’ideale vagheggiato nel sogno. Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino".
Da lui molti di noi hanno appreso tutto. Hanno appreso del valore della libertà, sul registro della quale Martinazzoli inscriveva lo stigma peculiare del primo popolarismo, quello sturziano, al quale rinviava lo statuto del nuovo PPI: “Il popolarismo – ci diceva – è innanzitutto un metodo per l’esercizio della libertà”, un esercizio che va coniugato con quello della responsabilità e della solidarietà, sapendo che la libertà viene prima della solidarietà o meglio, per così dire, “la solidarietà è il fiore che fiorisce sullo stelo della libertà”. Per poi aggiungere subito che la politica deve innanzitutto onorare quell’idea e lo deve fare con mitezza, anche se la “la mitezza non va confusa con la rassegnazione”.
Era un uomo politico “diverso”, Mino Martinazzoli. Non a caso non valorizzato come meritava, in un Paese come il nostro, che lui amava profondamente, ma che con i suoi figli migliori ha preso il vezzo di mostrare il suo volto patrigno.
Adesso ha finito i suoi giorni e, chissà?, forse verrà riscoperto.
Ha vissuto gli ultimi anni in compagnia della malattia e, alla fine, in attesa della fine, che si aspettava e quasi a volte sembrava volesse affrettare.
Il cammino verso la fine, in un uomo che già di per sé dava l’idea di vivere un esistenzialismo tormentato e nello stesso tempo illuminato dalla fede, mi ha fatto venire alla mente quanto ha scritto il nostro amato cardinal Martini, a commento del Pensiero sulla morte di Papa Paolo VI:
Io (…) mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito. Invece Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nell’oscurità, che fa sempre un po’ paura. Mi sono rappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto pieno di fiducia in Dio. (…) La morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Ciò che ci attende dopo la morte è un mistero, che richiede da parte nostra un affidamento totale. Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo a occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani” (…) Come papa Montini “… capace di perdersi in Dio con l’animo di un fanciullo”, termina il cardinale “…desideriamo anche noi godere di quella pace interiore che vince ogni ansietà e si affida a Dio con tutto il cuore”.
Di questo straordinario commento avevamo discusso proprio con Martinazzoli in tempi non sospetti. Ora, con l’affetto che non può non provare chi con animo sereno lo ha conosciuto, io confido che Mino abbia vissuto la fine “con l’animo di un fanciullo”, destinato a trovare la gioia che viene riservata agli uomini giusti.
A quanti di noi si considerano “martinazzoliani non pentiti” il compito di onorare la sua memoria. Seguendo il suo esempio e magari non rinunciando, con Sturzo, a “ricominciare daccapo ad indovinare la via”. La via di una politica che continua ad aspirare alla sua potenziale grandezza, come Mino Martinazzoli ci ha insegnato con l’esempio della sua vita.

                                                                                                                              Lino Duilio, Europa 6 settembre 2011

martedì 6 settembre 2011

Un uomo appassionato del proprio Paese

"La scomparsa di Mino Martinazzoli mi rattrista profondamente. Con lui se ne va un protagonista della vita politica italiana". Con queste parole il Presidente Romano Prodi ricorda l'ultimo segretario della Democrazia Cristiana Mino Martinazzoli scomparso oggi. Il Presidente Prodi malgrado non potra' essere presente ai funerali perche' all'estero per i suoi impegni accademici, ha espresso alla famiglia di Martinazzoli tutta la sua vicinanza in questo momento di dolore.
"Un uomo integerrimo, esempio di virtu' etiche e civiche, appassionato del proprio Paese cui ha dedicato gran parte della propria vita e per il cui cambiamento ha lottato con coerenza fino a quando le forze glielo hanno reso possibile", aggiunge.
"Senza il suo impegno nel difficile passaggio dalla Dc al Ppi, che ha messo in salvo la cultura e i valori del cattolicesimo democratico, non sarebbe nato l'Ulivo e il Pd. In questo momento di tristezza e dolore mi stringo alla sua famiglia nel ricordo di un uomo di grande valore", conclude Prodi.

Adnkronos 4 settembre 2011

Un richiamo che resta

«Per noi non c’è che il tentare/ Il resto non ci riguarda». Più volte questo verso di Eliot tornava nei discorsi di Mino Martinazzoli, morto domenica mattina a Caionvico, vicino a Brescia, a poche settimane dal suo ottantesimo compleanno. Non era questo verso l’unico riferimento di questo politico atipico e sostanzialmente “solitario” nel panorama italiano – nonostante i prestigiosi incarichi ricoperti nella Democrazia Cristiana e nel governo in quegli anni ’80 del secolo scorso che videro l’occupazione sempre più degradante della società, la fine del comunismo, l’esplodere di Tangentopoli.

C’erano in Martinazzoli a più riprese il richiamo al lombardo Alessandro Manzoni ma anche a Gadda, a Luzi, e, sul piano più politico, a Rosmini, a Tocqueville, a Sturzo. «Martinazzoli coltiva il vezzo decadente dell’esteta – ha notato il giornalista Massimo Franco – Litoti, ossimori, altri artifici retorici. E poi citazioni dotte, tipiche di chi ama sfoggiare buone letture». Nessuna superbia intellettuale in lui, ma questi richiami lo aiutavano a cogliere – e i suoi ascoltatori lo avvertivano – la voglia di cambiamento della società italiana al quale avrebbe contribuito anche la breve esperienza del Partito Popolare. Certo, le elezioni dei 27 marzo 1994 con la vittoria del centrodestra di Berlusconi e la sconfitta della “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto avevano svuotato il suo progetto. Era mancato infatti al Pp «la capacità di decisioni lucide, continuità di scelte, un lavoro accorto ed intenso», come avrebbe scritto Martinazzoli del partito nel fax inviato da Brescia il 30 marzo ai responsabili del Pp annunciando le sue dimissioni ( e consegnandoci il testo manoscritto, ndr). Una decisione che gli è valsa l’accusa di aver liquidato frettolosamente il Partito Popolare, ponendo fine ad una presenza organizzata dei cattolici democratici e favorendo in tal modo una diaspora di partiti e partitini a ispirazione cristiana ininfluenti nello scenario dominato da Berlusconi.

In realtà la storia è più complessa. Inserito nel filone di quel cattolicesimo bresciano che tanta parte ha avuto nella storia del nostro Paese, Martinazzoli aveva iniziato l’impegno politico come consigliere comunale ed assessore nel suo paese natale Orzinuovi, approdando poi alla presidenza della provincia di Brescia. In un partito come la Dc, dove avevano sempre più peso le correnti organizzate attorno a questo o quel leader, Martinazzoli, pur riconoscendosi nelle posizioni della “Base”, restava un “solitario” ma con autorevolezza crescente che avrebbe portato questo strano democristiano, prima a Montecitorio, poi a Palazzo Madama, arrivando a presedere il gruppo parlamentare, a ricoprire l’incarico di presidente della commissione inquirente e poi a divenire ministro della Giustizia(e con l’ironia che lo ha sempre contraddistinto avrebbe rivendicato a suo merito la riforma delle buste per la trasmissione degli atti giudiziari), della Difesa e poi delle Riforme istituzionali. Un crescere d’incarichi al quale egli guardava con distacco ma che si sarebbe scontrato con la crisi, irreversibile, della Democrazia Cristiana travolta da Tangentopoli. “Mino il solitario” veniva percepito in un partito sempre più allo sbando come il politico in grado, per la sua rettitudine e per il suo percorso politico senza macchie, di guidarlo fuori dalla tempesta. Nell’ottobre 1992 il Consiglio nazionale lo acclamava segretario del partito. Ma Martinazzoli avvertiva l’esigenza di una discontinuità – anche nel nome – dell’impegno politico dei cattolici democratici. Nasceva il Partito popolare, che avrebbe dovuto aprire una nuova fase nella vita democratica del Paese. Intanto sullo scenario italiano si era affacciato, alla guida del centrodestra, Silvio Berlusconi con il suo carisma di modernizzatore contro la sinistra. Alcuni democristiani come Casini e Mastella scelsero di accompagnare il suo progetto. Il Partito Popolare alleato con Segni e con Tremonti, dovette affrontare le elezioni politiche in una posizione scomoda. Dopo un fallito tentativo di accordo con il Cavaliere: «Berlusconi non voleva un’intesa, ma assorbirci», avrebbe commentato asciuttamente Martinazzoli. Il voto avrebbe penalizzato il polo imperniato sul Ppi, sebbene il centrodestra – con Forza Italia più la Lega al Nord e il Movimento sociale al Sud – avesse mancato la maggioranza assoluta al Senato. Ma al varo del governo Berlusconi una piccola pattuglia di senatori popolari scelsero il sì o l’assenza dall’aula. Martinazzoli, a quel punto, era già dimissionario. Non avrebbe abbandonato comunque il suo impegno. Pochi mesi dopo sarebbe stato eletto sindaco di Brescia, poi sarebbe stato candidato, sconfitto, per il centrosinistra alla presidenza della Lombardia contro Formigoni.

Fino all’ultimo, ancora pochi giorni fa, Martinazzoli non ha smesso di richiamare i cattolici a un impegno nuovo, originale contro l’imbarbarimento della politica. Un richiamo che resta
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Antonio Airò, Avvenire, 6 settembre 2011

Uno tra i migliori

Il Presidente della Repubbica, Giorgio Napolitano, appresa con profonda commozione la dolorosa notizia della scomparsa di Mino Martinazzoli, ha espresso in un messaggio ai famigliari il suo intenso cordoglio: "Nel corso di lunghi anni potei seguirlo e apprezzarlo nei molteplici impegni parlamentari e di governo, assolti tutti con altissimo senso delle istituzioni e dell'interesse nazionale, secondo una concezione limpida e nobile della politica. Da segretario della Dc, in momenti drammaticamente difficili per il suo stesso partito come quelli del biennio 1992-'93, diede prova della sua capacità di considerare sempre prioritari i valori della legalità e i doveri morali rispetto a qualsiasi calcolo e interesse di parte. Egualmente forte è il ricordo che serbo della sua cultura e della sua sensibilità quali si manifestavano in ogni dibattito pubblico e privata conversazione. La Repubblica perde con Mino Martinazzoli un uomo fra i migliori che abbia avuto al servizio degli ideali democratici e della cosa pubblica".

Giorgio Napolitano, 4 settembre 2011

Il cattolico "manzoniano"

«Ciao Mino, come va?». Quante volte Helmut Kohl telefonava per informarsi delle vicende della Dc italiana. Non poteva accettare il Cancelliere che un partito che «aveva fatto l’Italia» si dissolvesse per colpa di alcuni suoi esponenti furfanti.
Era preoccupato per l’Italia e per l’Europa. Un giorno lo disse chiaramente Martinazzoli: «Da solo, senza l’appoggio di una Dc italiana forte, non ce la faccio a garantire la linea europeista del Ppe e, se ci molla il Ppe, l’Europa sarà un’altra cosa da come l’avevano pensata i padri fondatori».
A Martinazzoli infatti la Dc aveva affidato la missione impossibile della sua salvezza negli anni dell’uragano tangentopoli. Ma era troppo tardi. Il popolo democristiano in effetti avrebbe voluto già alcuni anni prima che Martinazzoli fosse segretario, almeno dalla fine degli anni ’80 quando De Mita andò a Palazzo Chigi. Martinazzoli era infatti “la carta” della discontinuità, del possibile ricominciamento come si diceva allora. Ma non tutto il gruppo dirigente del partito ne era convinto. Anzi, la caduta del muro nel 1989 secondo alcuni avrebbe aperto praterie infinite alla Dc, tanto valeva approfittarne! Arrivò così la prima discesa sotto il 30% nelle elezioni del 1992, le prime contestazioni periferiche dei dirigenti nazionali e poi l’esplosione di tangentopoli.
Martinazzoli, acclamato a quel punto a gran voce, non poté fare alcun miracolo. Anche se la base si infiammò subito come ai tempi di Zaccagnini e le piazze e i teatri tornarono a riempirsi, ma non altrettanto le urne. Privo della solidarietà vera di gran parte del precedente gruppo dirigente che per lo più assisteva in modo passivo alla demolizione di ciò che pur si doveva, e anche di quanti dall’esterno dichiaravano di parteggiare per il rinnovamento del partito ma non erano disposti ad esporsi più di tanto, Martinazzoli, con la sola forza della propria coscienza e del proprio disinteresse personale, tentò di tracciare il solco di un altro percorso dando vita a un partito nuovo, il Ppi, che conservasse nel nome la fedeltà alle antiche radici e insieme a un nuovo progetto.
Progetto. Su questo Martinazzoli, evocando l’insegnamento di Sturzo, si soffermava spesso riuscendo a mobilitare intelligenze e competenze anche esterne, ma i tempi erano poco propensi a valutare la qualità delle proposte. Alle elezioni del 1994 la lista “Alleanza per l’Italia” presentata insieme a Mario Segni, Giorgio La Malfa e Giuliano Amato raccolse poco meno del 18%, non poco ma troppo poco per quanti dall’interno, spesso dimentichi delle proprie colpe, gridarono subito alla sconfitta. Fu a quel punto che Martinazzoli ritenne di lasciare ad altri il cammino appena iniziato. Si ritirò a Brescia ma non si ritirò dalla politica.
Non si ritirò dall’interesse, dalla passione e dall’intelligenza per le vicende politiche. Sempre disponibile anche ultimamente, negli spazi che gli consentiva la grave malattia, a conversare e dispensare suggerimenti, con il rigore e la severità intellettuale di sempre. Le caratteristiche che avevano fatto di lui un personaggio atipico, scomodo, mai appagato, un po’ solitario, riflessivo, sempre alla ricerca di un punto di approdo.
Un intellettuale solido, i suoi aforismi non erano mai vezzi o civetterie raccolte dal “libro delle citazioni” ma frutto della ruminazione spirituale e culturale di letture classiche oltreché dalla consuetudine di colloqui gratificanti con amici veri come furono per lui Firpo, Galante Garrone, Luzi, Montanelli e, nell’area del partito, Andreatta, Elia, De Rosa e Scoppola.
«Le idee non valgono per quel che rendono ma per quel che costano», amava ripetere ricordando il suo conterraneo padre Bevilacqua. E questa per lui era una regola che applicava a sé e anche al suo partito, quando si esponeva su frontiere del pensiero rischiose perché ritenute da chi gli era vicino troppo innovative.
Si definiva un cattolico liberale, e lo era, anzi “manzoniano” e “rosminiano” per non confondersi con i troppo facili liberisti.
Laico, consapevole della specifica responsabilità posta in capo ai credenti, sulla scia della tradizione cattolico democratica bresciana le cui radici precedono lo stesso Ppi di Luigi Sturzo, si sentiva fortemente coinvolto dal dibattito ecclesiale.
Con lui ho avuto modo, ancora poco tempo fa, di discutere del “testamento biologico”, tema che lo intrigava anche per la sua condizione personale di cui ha sempre posseduto lucida consapevolezza, riscontrando una convergenza di preoccupazioni per la difficoltà a trovare soluzioni a questioni del tutto inedite che confermassero l’idea di uno stato amico dell’uomo: «Del resto non è vero che abbiamo sempre voluto un cambiamento che desse sempre più spazio alla società, equità ai cittadini, che ridefinisse le regole, la moralità, l’autorevolezza di uno stato concepito come stato del valore umano?». Si sentivano in queste riflessioni ascendenze del pensiero di Aldo Moro di cui fu amico e discepolo.
Martinazzoli soffriva moltissimo l’accusa di aver liquidato la Dc: «La Dc l’hanno liquidata altri, io non sono riuscito a farla rinascere perché i danni erano gravi e, per la verità, perché un ciclo storico si era concluso», e perché non vennero raccolte le sue esortazioni, «potevamo essere più democristiani di prima, meno il nostro potere e di più il nostro progetto». Ed era infastidito dagli insistenti richiami al moderatismo, come se fosse possibile costringere la potenza dell’ispirazione cristiana entro i confini angusti di una formula e di una ambizione contratta: «La moderazione è tutto tranne che moderatismo, neutralità, spirito conservatore. La parola moderazione raffigura vocazione trasformatrice e capacità di tolleranza, di armonia, di equità. Significa soprattutto esaltazione della libertà come espressione di verità e di ordine, di autonomia e di responsabilità, di rispetto della persona e di solidarietà fra le persone». In conclusione mi pare si possa dire che ci ha lasciato un uomo politico non consueto, il cui nome sarà per sempre associato al tentativo di evitare con le sole armi dell’intelligenza e della generosità il tracollo della cosiddetta prima repubblica. Ma contro la forza della storia, che chiude e apre le fasi quando cambiano le condizioni, quelle armi non bastarono.

Pierluigi Castagnetti, Europa 6 settembre 2011

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...