martedì 9 luglio 2013

Chi ha pianto oggi nel mondo ?

Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie! Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto, il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco signora Giusi Nicolini, grazie tanto per quello che lei ha fatto e che fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!
Questa mattina, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti.
«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!
Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!
Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto.
«Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?
Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore!
Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».


Al termine della Celebrazione il Santo Padre ha pronunciato le seguenti parole:
Prima di darvi la benedizione voglio ringraziare una volta in più voi, lampedusani, per l'esempio di amore, per l'esempio di carità, per l'esempio di accoglienza che ci state dando, che avete dato e che ancora ci date. Il Vescovo ha detto che Lampedusa è un faro. Che questo esempio sia faro in tutto il mondo, perché abbiano il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore. Grazie per la vostra testimonianza. E voglio anche ringraziare la vostra tenerezza che ho sentito nella persona di don Stefano. Lui mi raccontava sulla nave quello che lui e il suo vice parroco fanno. Grazie a voi, grazie a lei, don Stefano.

lunedì 1 luglio 2013

In quali mani

«Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?». La celebre invettiva lanciata nel 1776 da Alphonse de Sade davanti alle rovine di Pompei sarà stata ripetuta chissà quante volte, parola più parola meno, dai turisti bloccati dai cancelli chiusi nel «venerdì nero» dei beni culturali. Scaricare sui custodi tutta la colpa di questa figuraccia mondiale, che ha spinto l'Unesco a lanciarci un umiliante ultimatum pochi giorni dopo averci riconosciuto altri tre siti patrimonio dell'umanità, però, è troppo facile.
 
Certo, scegliendo di lasciar fuori dalla porta, sotto il sole, da un capo all'altro della penisola, com'era già successo al Colosseo, migliaia di turisti venuti dalle più lontane contrade perché innamorati del nostro Paese, i custodi si sono assunti pesanti responsabilità. In momenti come questo la reputazione dell'Italia dovrebbe venire prima di qualunque altra cosa. Perfino delle battaglie contrattuali giuste.
 
Ed è francamente inaccettabile che il comunicato ufficiale di tutte le organizzazioni sindacali diffuso a Napoli per spiegare l'agitazione non contenga neppure un cenno di scuse, manco uno, verso quei visitatori bloccati a Pompei, Oplontis o Ercolano dopo essere arrivati da Vancouver o da Tokio. Non si fa così.
Detto questo, le assemblee destinate a bloccare gli ingressi dei musei il 28 giugno erano state comunicate al ministero, come prova un documento ufficiale, il 10 giugno. In questi casi, dicono i sindacati, «un ministro subito si muove, convoca, discute, ascolta, propone. Invece Massimo Bray cosa fa? Ci dà appuntamento per l'8 luglio! Quattro settimane dopo!».
 
Beghe contrattuali loro? No. Episodi come il «venerdì nero» dei nostri musei e dei nostri siti archeologici, infatti, finiscono per rimbalzare sui giornali di mezzo mondo. Rinsaldano antichi pregiudizi sulla inaffidabilità degli italiani. E vanno a incidere profondamente nelle tabelle che poi pesano sul nostro credito internazionale quindi anche sulla nostra economia.
 
Basti dire che il Country Brand Index 2013, la classifica sulla reputazione di 118 Paesi stilata dall'agenzia FutureBrand, vede il «marchio Italia» primo tra i sogni dei visitatori stranieri, primo nella tabella del patrimonio culturale, primo nella cucina. Eppure perdiamo cinque posizioni su 2012 scivolando al 15º posto. Per non dire della graduatoria Travel & Tourism del World Economic Forum sulla competitività turistica che ci vede arrancare al 26º posto.
 
Non basta possedere il Colosseo e Taormina, le mura di Palmanova o Selinunte: devi occupartene. Garantire trasporti, una rete web decente, alberghi e ristoranti decorosi ma non avidi, sicurezza sul fronte della piccola criminalità. Ma soprattutto devi mostrarti consapevole delle ricchezze che hai e coscienzioso nella loro gestione. E qui non ci siamo proprio.
 
Dal 2001 ad oggi, mentre gli altri Paesi si muovevano in direzione opposta, gli investimenti sulla cultura sono calati dal 39% al 19% del nostro Pil. E i risultati si vedono. Anche nelle carenze del personale di chi dovrebbe occuparsi dei nostri tesori. Come ha scritto Vittorio Emiliani, in tutta l'Italia «gli archeologi in organico sono 343 per oltre 700 siti archeologici e monumenti dello Stato, spesso di dimensioni imponenti, e magari in località decentrate. Più altri 1.300 siti su cui vigilare. Non va meglio con gli storici dell'arte scesi a 453 per altrettanti musei dello Stato, più altri tremila circa su cui vigilare, centomila fra chiese e cappelle (nel Sud veri e propri musei), 734 musei ecclesiastici, ecc...».
 
Un panorama agghiacciante, per un Paese che si vanta di avere più siti Unesco di qualunque altro. Fatto sta che gli stranieri, davanti alle condizioni in cui versano le cascine di Tavola di Lorenzo il Magnifico o la reggia di Caserta, il castello di Cusago o la residenza borbonica di Carditello, la cittadella di Alessandria o l'anfiteatro di Paestum segato a metà dalla strada mai rimossa per non infastidire i gelatai e i mercanti di souvenir, restano allibiti.
Quanto ai custodi in carico al ministero, sono meno di 9 mila (contro un organico fissato in 12 mila), hanno in media 58 anni (dopo una giornata passata in piedi sono a pezzi), lavorano per contratto non più di 26 turni festivi all'anno, vanno in pensione senza essere reintegrati e denunciano di non ricevere da mesi la mercede concordata per gli straordinari. Risultato: dopo esser stato esteso dalle 9 alle 19 con aperture nei festivi fino a mezzanotte, l'orario rischia d'essere ridotto.
 
Di idee per marcare una svolta ce ne sarebbero pure. Ad esempio Gianfranco Cerasoli, storico punto di riferimento della Uil per i beni culturali, propone di far pagare almeno un euro, il costo di un caffè, a quei 20 milioni di visitatori che entrano gratis grazie alle tante esenzioni: basterebbero ad assumere duemila persone nei periodi di piena. Ma ce l'hanno, le controparti, l'elasticità necessaria?
In Sicilia l'assessore Mariarita Sgarlata, tirandosi addosso le ire dei pezzi più corporativi del sindacato, ha denunciato ad esempio l'assurdità di avere oltre 1.200 custodi di cui 484 a Palermo con vuoti da incubo nei musei e nei siti disagiati. Per non dire di certi furbetti che avendo concordato con la giunta Lombardo di fare solo 10 domeniche l'anno pagate in soldoni e non con riposi compensativi, si autogestiscono bruciando i turni nei mesi invernali coi musei vuoti per poi battere cassa per altri straordinari quando arriva l'emergenza a Pasqua e in estate.
 
Ecco: Pompei, come hanno scritto il New York Times o Le Monde, è la metafora di tutto questo. Cioè dell'abuso di un patrimonio immenso sprecato giorno dopo giorno per sciatteria, egoismi, cecità. Basti leggere il dossier degli inviati dell'Unesco. Scandalizzati dalla scoperta che 50 domus su 73 sono chiuse al pubblico, compresa quella dei Vettii, sbarrata per restauri dal lontano 2003.
 
O che su terreno archeologico, come inutilmente aveva denunciato il presidente dell'osservatorio archeologico Antonio Irlando, sono stati edificati nuovi magazzini «impressionanti» mentre l'Antiquarium resta chiuso dal 1977. O che esiste una carenza «allarmante» di tecnici addetti alla manutenzione, come i mosaicisti (l'ultimo è andato in pensione il 1° aprile 2001: dodici anni fa) con il risultato che perfino il mosaico più famoso, quello del «cave canem» all'ingresso della domus del Poeta Tragico, è ormai sfigurato dall'incuria.
 
Come ricorda Vincenzo Esposito sul Corriere del Mezzogiorno, gli esperti dell'Unesco scrivono nel loro rapporto che «in quasi tutte le domus sono stati trovati affreschi in pericolo, mosaici a rischio e una allarmante vegetazione che invade peristili e atri. Molto preoccupanti sono giudicate le infiltrazioni d'acqua».
 
Il giudizio sulla ristrutturazione del teatro decisa da Marcello Fiori, il commissario della protezione civile mandato da Bondi, denunciata dal Corriere e seguita da un'inchiesta giudiziaria, è pesantissimo: «Nella prospettiva di organizzare spettacoli numerosi e grandiosi (...) il teatro ha subito una ripugnante ristrutturazione in tufo dei suoi gradini di marmo e l'installazione dietro la scena di un certo numero di baracche tipo container da cantiere...».
E torniamo ad Alphonse de Sade: «Cosa direbbero questi maestri, questi amatori delle arti belle, se bucando lo spessore delle lave che li hanno inghiottiti potessero tornare alla luce e vedere i loro capolavori affidati a mani così?».
 
fonte, Corriere della Sera, G.A. Stella, 1 luglio 2013

sabato 29 giugno 2013

Tuum semper videns principium





Il 13 giugno 2013 ricorre il centesimo anniversario dell’insediamento del Monastero delle Clarisse della SS. Annunziata nel convento di via S. Marco.



La storia di questa comunità religiosa affonda le sue radici addirittura nel 1664, allorquando il Vescovo di Jesi, Cardinale Alderano Cybo, accolse la proposta del Municipio di istituire, presso la Chiesa di S. Giovanni Battista, un convento “per le giovanette di famiglie nobili decadute”.



Due ricorrenze a distanza ravvicinata - quella di quest’anno e l’altra del 2014  in occasione dei 350 anni dalla fondazione -  che permettono di ripercorrere una storia umile, ma costellata da avvenimenti straordinari.



Durante lo stato pontificio, l’occupazione napoleonica, il risorgimento e l’unità d’Italia,  la vita del Monastero, pur lontana dal clamore mondano,  si è intrecciata con i fatti salienti della storia jesina.



Dalle cronache e dai documenti d’archivio custoditi all’interno della clausura, spuntano i protagonisti celebri della ribalta nazionale e locale (da Papa Pio IX a Re Umberto I, dal Commissario Lorenzo Valerio al Marchese Raffaele Mereghi)  le cui azioni hanno inciso, talvolta con esiti drammatici,  sull’esistenza della comunità religiosa.



Emergono, con forza, anche le figure di Madri Badesse (a titolo di esempio Luigia Segatori, Cecilia Schiaroli, Chiara Maria Damiani) vissute nel nascondimento, ma pronte a difendere, con indomito coraggio, la loro comunità monastica nel clima ostile delle soppressioni ottocentesche e nelle fasi difficili delle ricostruzioni.



Per ricordare questi avvenimenti, la comunità delle Clarisse ha affidato a Mauro Torelli la stesura del libro “Per sempre di fronte agli occhi” al quale si accompagna il testo fotografico “Nel cielo aperto del chiostro”, realizzato da Valerio Lancioni. Il progetto grafico di entrambe le opere è stato curato dalla Risedesign di Gianluca Garbuglia.



La memoria della storia del Monastero non vuole essere un esercizio celebrativo destinato agli scaffali di una biblioteca, quanto piuttosto l’occasione per ricordare la lunga strada percorsa e, soprattutto, uno stimolo per riflettere sul cammino futuro, nella fedeltà al carisma di S. Chiara.



Come ha scritto, nella prefazione, Padre Giancarlo Corsini, la vita del Monastero ha conosciuto “giorni di fervore e momenti di debolezza e fatica, ma nonostante le contraddizioni, che ineriscono alla vita dell’uomo di ogni tempo, l’opera educativa delle clarisse, soprattutto attraverso l’educandato, ha contribuito notevolmente alla crescita umana, cristiana e culturale della gente di Jesi”.


 






"Tieni sempre davanti agli occhi il punto di partenza.

I risultati raggiunti, conservali.

Ciò che fai, fallo bene.

Non arrestarti; ma anzi, con corsa veloce e passo leggero, con piede sicuro avanza confidente e lieta nella via della beatitudine che ti sei assicurata”.



L’esortazione di Chiara d’Assisi - rivolta ad Agnese di Boemia ma, indirettamente, anche a tutte le Sorelle Povere di ogni tempo e luogo – ha costituito il filo conduttore della festa dedicata, giovedì 13 giugno,  alla ricorrenza del centesimo anniversario dell’insediamento del Monastero della SS. Annunziata sul colle di San Marco.



L’incontro si è svolto nella cappella del Monastero, incapace di contenere le tantissime persone accorse per salutare la comunità delle Clarisse in occasione del compleanno.

Numerose le autorità civili (il Sindaco di Jesi Massimo Bacci, il Presidente del Consiglio Comunale Daniele Massaccesi, l’Assessore alla Cultura Luca Butini) che hanno voluto attestare la riconoscenza della cittadinanza per una realtà religiosa distintasi anche in campo sociale nelle opere caritative verso i poveri e in campo pedagogico nell’attività educativa per le giovani generazioni.



Nel corso della celebrazione eucaristica Il Vescovo Gerardo Rocconi ha rinnovato l’esortazione di Chiara, ringraziando le Clarisse per la loro quotidiana testimonianza di fedeltà nell’osservanza del Vangelo vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.



La Madre Badessa Suor Anna Maria Genco, in sintonia con l’invito clariano, ha confermato l’impegno della comunità delle Sorelle Povere a guardare alle proprie origini e a perseguire il carisma nella sua forma autentica: “Noi non smetteremo mai di cercare e alla fine della nostra ricerca arriveremo là dove siamo partiti e conosceremo quel luogo per la prima volta”.



Mauro Torelli, autore del libro “Per sempre di fronte agli occhi” (parafrasi dell’esortazione di Chiara), ha ripercorso la storia plurisecolare della presenza delle Sorelle Povere a Jesi, iniziata nella prima metà del XIII secolo nel protomonastero di San Procolo (situato nelle vicinanze dell’Abbazia di Santa Maria del Piano) e proseguita nel Cinquecento a via Valle con la fondazione del convento di Santa Chiara, destinato a trasferirsi nel Seicento nell’imponente edificio, oggi conosciuto con il nome di Appannaggio.



In particolare, Torelli ha ricordato le origini del secondo monastero di clarisse, quello della SS. Annunziata, istituito dal Vescovo Alderano Cybo “per le giovanette di famiglie nobili decadute”.

Il 4 ottobre 1664,  17 giovani ed una vedova fecero ingresso nella clausura situata nell’edificio adiacente la Chiesa di San Giovanni Battista, conosciuto ai nostri tempi come sede dell’Istituto Cuppari e, negli ultimi anni, dell’Università di Jesi. 



Nell’Ottocento, le dolorose vicende delle due soppressioni (prima napoleonica e poi neo-unitaria), determinarono ripetuti trasferimenti del Monastero della SS. Annunziata in diversi luoghi della città, fino ad arrivare, nel 1913, alla sistemazione attuale sulla bella collinetta di San Marco, secondo la definizione dell’allora Badessa Suor Chiara Maria Damiani.



Per provvidenziale destino, a conclusione di un periodo travagliato, le Clarisse edificarono la loro nuova casa in un luogo dallo straordinario valore simbolico: proprio su quella collinetta, secondo un’antica tradizione, il Poverello di Assisi aveva lasciato l’orma dei suoi piedi nel 1215, allorquando aveva ricevuto in dono dai benedettini il romitorio destinato a diventare la monumentale San Marco, chiesa-madre dei francescani della Vallesina.



Al termine dell’incontro è stato presentato anche il libro fotografico (“Nel cielo aperto del chiostro”) realizzato ad opera del Maestro Valerio Lancioni con il raffinato contributo grafico di Gianluca Garbuglia, curatore anche del volume storico.



Il percorso celebrativo, intervallato da vari appuntamenti, avrà il suo culmine nella festa di San Francesco del 4 ottobre 2014, in concomitanza con il 350° anniversario della fondazione del Monastero.





Voce della Vallesina, 9 giugno 2013



L'articolo del Prof. Vittorio Massaccesi per Voce della Vallesina (23 giugno 2013)




Jesi e la sua Valle, 29 giugno 2013





venerdì 14 giugno 2013

Insegnare la nostalgia

"Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito".

Antoine de Saint-Exupéry (1900 – 1944)

domenica 9 giugno 2013

La via della beatitudine



Tieni sempre davanti agli occhi il punto di partenza.

I risultati raggiunti, conservali.

Ciò che fai, fallo bene.

Non arrestarti; ma anzi, con corso veloce e passo leggero, con piede sicuro, che neppure alla polvere permette di ritardarne l’andare, avanza confidente e lieta nella via della beatitudine che ti sei assicurata.



II lettera di Chiara d’Assisi ad Agnese di Praga

 (figlia del Re di Boemia Ottocaro I, nata del 1205, promessa sposa a Enrico VII, figlio dell’imperatore Federico II e poi a Enrico II di Inghilterra, rifiutò energicamente tali proposte, interponendo appello a Papa Gregorio IX. Avendo conosciuto dai frati minori la fama di Francesco e Chiara, dopo aver costruito un ospedale in onore di san Francesco, fece costruire un monastero e vi vestì l’abito)

mercoledì 5 giugno 2013

La Chiesa umile e la Chiesa trionfalista

Una volta ero in un momento buio della mia vita spirituale e chiedevo una grazia. Poi sono andato a predicare gli esercizi alle suore e l’ultimo giorno si confessano. E’ venuta a confessarsi una suora anziana, più di 80 anni, ma con gli occhi chiari, proprio luminosi: era una donna di Dio. Alla fine l’ho vista tanto donna di Dio che le ho detto: ‘Come penitenza preghi per me, perché ho bisogno di una grazia, eh? Se lei la chiede al Signore, me la darà sicuro’. Lei si è fermata un attimo, come se pregasse, e mi ha detto questo: ‘Sicuro che il Signore le darà la grazia ma, non si sbagli: al suo modo divino’. Questo mi ha fatto tanto bene. Sentire che il Signore sempre ci dà quello che chiediamo, ma al suo modo divino. E il modo divino è questo fino alla fine: coinvolge la Croce, non per masochismo: no, no! Per amore. Per amore fino alla fine. Chiediamo al Signore la grazia di non essere una Chiesa a metà cammino, una Chiesa trionfalista, dei grandi successi, ma di essere una Chiesa umile, che cammina con decisione, come Gesù. Avanti, avanti, avanti. Cuore aperto alla volontà del Padre, come Gesù”. 

Papa Francesco

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...