mercoledì 9 luglio 2014

Il contratto di disponibilita

Tratto da www.diritto.it

Nel corso dell’ultimo decennio si è sviluppato in molti settori il fenomeno del partenariato pubblico-privato (PPP) da cui si sono originate forme di cooperazione fra le autorità pubbliche ed il mondo delle imprese con il preciso scopo di garantire il finanziamento, la costruzione, il rinnovamento, la gestione o la manutenzione di un’infrastruttura o la fornitura di un servizio. Il fenomeno ha preso piede in quanto permette al settore pubblico di reperire risorse finanziarie private e, allo stesso tempo, di beneficiare maggiormente del know how e dei metodi di funzionamento del settore privato nel quadro della vita pubblica.
Sensibile a tale esigenza il legislatore, nella fitta intelaiatura del decreto liberalizzazioni (convertito in legge n. 27 del 24 marzo), ha codificato una nuova operazione di PPP denominata contratto di disponibilità, ora contemplata all’art. 160-ter del d.lgs. 163/2006 (codice dei contratti pubblici). Di seguito ne vengono illustrate le principali caratteristiche.

Finalità. Mediante il contratto di disponibilità vengono affidate, a rischio e a spesa dell’affidatario, la costruzione e la messa a disposizione a favore dell’amministrazione aggiudicatrice di un’opera di proprietà privata destinata all’esercizio di un pubblico servizio, a fronte di un corrispettivo. Si evidenzia quindi che tale tipologia di contratto differisce dagli altri strumenti di PPP (concessione e locazione finanziaria) per il fatto che la titolarità opera realizzata dall’affidatario del contratto è del tutto privata.
La messa in disponibilità. Si tratta dell’onere assunto a proprio rischio dall’affidatario di assicurare all’amministrazione aggiudicatrice la costante fruibilità dell’opera, nel rispetto dei parametri di funzionalità previsti dal contratto, garantendo allo scopo la perfetta manutenzione e la risoluzione di tutti gli eventuali vizi, anche sopravvenuti

Corrispettivo. L’affidatario del contratto in oggetto viene retribuito con i seguenti corrispettivi:
  1. un canone di disponibilità, da versare soltanto in corrispondenza alla effettiva disponibilità dell’opera. Il canone è proporzionalmente ridotto o annullato nei periodi di ridotta o nulla disponibilità della stessa per manutenzione, vizi o qualsiasi motivo non rientrante tra i rischi a carico dell’amministrazione aggiudicatrice;
  2. l’eventuale contributo in corso d’opera, comunque non superiore al 50% del costo di costruzione dell’opera, in caso di trasferimento della proprietà dell’opera all’amministrazione aggiudicatrice;
  3. un eventuale prezzo di trasferimento, parametrato, in relazione ai canoni già versati e all’eventuale contributo in corso d’opera, al valore di mercato residuo dell’opera, da corrispondere, al termine del contratto, in caso di trasferimento della proprietà dell’opera all’amministrazione aggiudicatrice.
Adempimenti dell’affidatario. È a carico dell’affidatario il rischio della costruzione e della gestione tecnica dell’opera per il periodo di messa a disposizione dell’amministrazione aggiudicatrice, nonché, anche la redazione del progetto definitivo, esecutivo e delle eventuali varianti in corso d’opera che l’affidatario stesso può introdurre ai fini di una maggiore economicità di costruzione o gestione, nel rispetto del capitolato prestazionale e delle norme e provvedimenti di pubbliche autorità vigenti e sopravvenuti. Egli dovrà altresì approvare il progetto definitivo, esecutivo e le varianti in corso d’opera, previa comunicazione all’amministrazione aggiudicatrice e, ove prescritto, a terze autorità competenti. Sono, infine, a suo carico anche il rischio della mancata o ritardata approvazione da parte di terze autorità competenti della progettazione e delle eventuali varianti. Si evidenzia che, di norma, tali rischi sono, invece, a carico della stazione appaltante (nei contratti di appalto, nelle concessione e nella locazione finanziaria di opere pubbliche).

Collaudo dell’opera. Tale attività è posta in capo alla stazione appaltante al fine di:
  1. verificare la realizzazione dell’opera;
  2. accertare il puntuale rispetto del capitolato prestazionale e delle norme e disposizioni cogenti, potendo proporre modificazioni, varianti e rifacimento di lavori eseguiti, ovvero la riduzione del canone di disponibilità, sempreché siano assicurate le caratteristiche funzionali essenziali.

Veniamo al sodo

"Quando certi problemi vengono affrontati attraverso frasi sonanti o belle dizioni, mi viene la voglia di pigliare i miei interlocutori per lo stomaco e di dir loro: veniamo al sodo, che cosa, in fondo, vuoi tu? Poi ho imparato che bisogna guardare anzitutto al popolo (...) e il popolo vuol dire: il popolo come vive organicamente nel suo paese, nelle sue società, nei suoi focolari, nelle sue città. Non vuol dire il conglomerato posticcio improvvisato su di una piazza." 

Alcide De Gasperi

Programma popolare

"Dobbiamo essere conservatori sul terreno dei grandi valori, riformisti su quello delle politiche istituzionali, liberali nell'economia e democratico-cristiani nelle politiche sociali, privilegiando, sempre e comunque, la difesa in concreto della dignità di ogni singola persona umana".
Helmuth Kohl 

Che fine hanno fatto i tecnici?


Oggi li guardi e dici: maddài? Uno si candida da destra ad anti Renzi e gira per l’Italia (ex ministro dello Sviluppo ed ex dominus di Banca Intesa Corrado Passera); l’altra si duole come fosse ieri per le critiche sugli esodati, si difende dichiarando “amarezza” e, quando non insegna, gira per l’Europa (ex ministro del Welfare e prof. Elsa Fornero, fresca di lunga intervista al Garantista).


Per uno che s’addentra quatto quatto in organismi parlamentari e mondanità romane (ex sottosegretario e caterpillar da talk-show Gianfranco Polillo, quello che vedeva bene il Cav. al Quirinale e rispondeva alle critiche poveracciste al grido di: sì, guadagno tanto, ma faccio meno ferie di un metalmeccanico non diplomato), ce n’è un altro che s’affaccia a intermittenza sul Pd da un dipartimento del Tesoro (ex ministro Fabrizio Barca, reduce dal tentativo – fallito – di candidarsi ufficiosamente e senza troppo dirlo ad anti Renzi. Ma non come Passera, ché Barca vorrebbe rifondare sul lato sinistro del Pd).

Un altro ancora, come l’ex sottosegretario ed ex viceministro Antonio Catricalà, è rimasto incredibilmente, dopo anni e anni, senza incarichi di prestigio. E se quello che pare rimpiangere di più la luce perduta è l’insolitamente loquace (nelle interviste ad Alan Friedman) Mario Monti, ex premier e demiurgo della calante Scelta civica, c’è anche chi ha perso la benevolenza del pubblico senza lamenti, come l’ex ministro dell’Interno e prefetto Anna Maria Cancellieri, un anno e mezzo fa addirittura candidata alla presidenza della Repubblica (da Scelta civica), amata come una Miss Marple cresciuta nella Tripoli bel suol d’amore, ma poi mediaticamente macchiata (con indagine della procura di Roma) dal pasticciaccio delle telefonate durante la detenzione di Giulia Ligresti.


Fino a pochi mesi fa nei Palazzi ci passava ancora, Cancellieri, come ministro bis (della Giustizia) nel governo di Enrico Letta, e rispondeva a mozioni di sfiducia individuale per il suddetto affare Ligresti – io mi sono interessata della sorte di una detenuta con problemi di salute, diceva il ministro che spesso criticava il sovraffollamento delle carceri (ma oggi il suo nome viene dai maligni irresistibilmente associato pure al prematuro esaurimento scorte dei costosissimi braccialetti elettronici).

Ed è difficile, ora, nonostante l’avvicinamento agli ambienti di Italia Unica, la Cosa politica lanciata da Corrado Passera, trovare qualcuno che ancora parli con il trasporto del 2011 della simpatia irresistibile del prefetto Cancellieri, nonna in carriera che, con la borsetta sbieca, l’impermeabile e la collana sempre al collo, aveva conquistato la Bologna commissariata. E’ la vita, ed è forse un frequente epilogo per un ministro tecnico, la perdita dell’intoccabilità mediatica. Ma non sempre lo si accetta di buon grado (Mario Monti ed Elsa Fornero mal sopportano le numerose critiche ex post).

Dovevano tutti entrare nella storia come ribaltatori di destini avversi e conti orrorifici, i ministri tecnici, ma vai a capire che cosa la storia di loro ricorderà. I meno irrequieti, comunque, sono tornati sereni ai propri proficui affari, come l’avvocato penalista, professoressa ed ex ministro della Giustizia Paola Severino, avvistata due mesi fa in zona Palazzo Chigi in qualità di legale dell’Ilva commissariata.

Qualcuno, come l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, si ritrova dimenticato agli arresti domiciliari per presunto peculato, e c’è anche chi rientra felpato nel tran-tran missionario (ma ben ancorato alla politica romana), come l’ex ministro della Cooperazione nonché fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi o agli amati studi, come l’ex rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi (ministro della Cultura), il più taciturno di tutti. Molti parlano, twittano, scrivono sui blog, contraddicendo la passata (apparente) riservatezza.

Sono proprio loro, i cosiddetti tecnici, gli ex ministri e sottosegretari di Monti – professori, personalità taumaturgiche, celebrità rarefatte, eccellenze nascoste nei think tank e nelle facoltà, nei consigli delle banche, nelle associazioni di volontariato, nei consessi internazionali – sono loro quelli che adesso (con risultati non sempre esaltanti) sgomitano, punzecchiano, assaporano vendette, commentano e rintuzzano, si concedono e si ritraggono, sognano rivincite, rotolano sempre più lontano dal trono, riprendono silenziosamente posti di potere, spariscono dai radar o lottano sui social network per una parziale riconquista di ribalta, animati da umanissime passioni e ambizioni, irascibili, cordialissimi, fragili o vanitosi quanto prima parevano extraterrestri, algidi e controllati.

Sono loro che adesso, dopo il limbo del governo Letta (che ne aveva riciclato un buon numero), dichiarano ai giornali, sbuffano, si arrabbiano, dissimulano scrivendo post o aspettano, come il cinese sulla riva del fiume. Un totale ribaltamento psicologico da quando erano ombrosi esperti conosciuti soltanto dagli addetti ai lavori, professionisti noti soltanto ad altri professionisti (e al generone romano e all’establishment milanese), “servitori dello stato” in teoria non sfiorati dal miraggio della fama e dalla tentazione pur comprensibile, ma allora scacciata dalla coscienza, dell’avventura politica.

I ministri tecnici di Monti erano quelli che, a fine 2011, incutevano soggezione più che curiosità, con tutte quelle giacche scure e quei sorrisi arcigni e quelle rughe non mascherate (profondità di pensiero, si diceva). Erano arrivati nell’autunno in cui tutti nominavano lo spread-macumba e guardavano le monetine lanciate al Cav. senza vederci il presagio di un’ondata anticasta in Parlamento.

Erano saliti al Colle per il giuramento prima del botto elettorale di Beppe Grillo, prima delle primarie del centrosinistra (quelle del 2012), prima che Matteo Renzi, allora minaccia promettente, si facesse per il vecchio Pd minaccia imminente. Avevano fatto il loro ingresso dietro al primus inter pares dei loden bocconiani e non bocconiani, dietro a quel Mario Monti nuovo senatore a vita, professore ed ex commissario europeo. Parevano fatti di altra pasta, in quelle prime foto da Palazzo Chigi, lontani nella loro allure da “salvatori della patria” in pectore.

E invece. Invece, e non da oggi, te li ritrovi terrigni e terrestri, per nulla quieti, per nulla paghi, autorevoli così così, curiosi di capire dove va il vento anzichenò – e a malapena desiderosi di trattenere i segreti del loro ormai lontano anno e mezzo di governo (pare che Angela Merkel avesse consigliato al senatore a vita e premier Mario Monti la famosa “salita” in politica con la creazione di Scelta civica, ha detto Monti stesso ad Alan Friedman: sarebbe bello che continuassi tu a fare quello che c’è da fare, così più o meno doveva suonare la frase della cancelliera, e vai a capire se Merkel aveva previsto il successivo accartocciarsi del futuro progetto politico firmato dall’allora professore bocconiano – presto ritiratosi stizzito dalle polemiche interne al suo partito prematuramente pericolante).


Spuntano qui e là, gli ex ministri tecnici: chi in un salotto, chi in una piazza, chi in un consiglio semi-governativo (magari dietro i vetri, in un ruolo specialistico ma non per questo disinteressato al mondo). E se per un attimo, nel 2013, sono sembrati in sonno, inghiottiti dal nulla, tempo due mesi erano già tornati sulla scena, intenti a scrivere memorie e a smarcarsi da quel tutt’uno montiano che li aveva portati fino a lì – smarcarsi velatamente, come ha fatto un anno fa l’ex ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca (ero d’accordo col mio governo per i primi cinque mesi, diceva, dissociandosi con gentile posticipo pure dalle riforme di Elsa Fornero).


Oppure smarcarsi apertamente, come fa in continuazione l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, dimessosi a suo tempo per la pasticciata gestione della vicenda Marò, ma oggi molto desideroso di dire che la colpa non fu sua, bensì di Mario Monti e Corrado Passera (“vergognoso errore di Monti su istigazione di Passera”, ha detto Terzi durante una conferenza stampa a Montecitorio, accusando l’ex premier e l’ex ministro dello Sviluppo di aver ceduto a “pressioni economiche” di qualche grande azienda).

Ora a Terzi sembra di poterlo dire, evidentemente, vista anche l’esigenza di lanciarsi come esponente politico di Fratelli d’Italia: ex ministro dal nome nobile, antico e bergamasco, conte di Restenau e cavaliere del Sacro romano impero, Terzi non è più neppure impegnato come ambasciatore (sua precedente carriera), e si è visto distruggere anche l’immagine cui forse aspirava, quella di un Dominique de Villepin lombardo, raffinato uomo di mondo e di governo. Invece deve digerire l’ammaccatura, il diplomatico-politico passato dall’accoglienza a Giorgio Napolitano in quel di New York, durante un incontro con Barack Obama, al mezzo oblio – con generale riprovazione – seguito al caso Marò.

Quasi quasi, al suo posto, ci sarebbe da sognare tutt’altro, per esempio il potere conservato silenziosamente dall’ex collega di governo Vittorio Grilli, ex viceministro e poi ministro dell’Economia di Monti, uomo talmente anglosassone nell’aspetto da non sembrare neppure milanese, forgiato com’è nell’animo dai molti anni trascorsi oltreoceano a studiare in quel di Rochester, nelle lande ventose che portano alle cascate del Niagara.

Grilli, ma che fine ha fatto?, si chiedevano gli osservatori prima di apprendere che l’ex ministro, zitto zitto, nel maggio scorso è diventato presidente del Corporate & Investment Bank per Europa, medio oriente e Africa di Jp Morgan, con base nella Londra sempre amata e mai dimenticata durante il periodo romano e ministeriale (dal 1994 in poi), quand’era dietro le quinte ma sempre a contatto con gli affari che contano (al Tesoro, in epoca di privatizzazioni sotto Ciampi premier).

Grandi case, belle macchine e nuova vita con nuova compagna incorniciano i traslochi dell’ex ministro Grilli, gemello diverso di Corrado Passera: stesso ambiente, opposta indole (Grilli mai si metterebbe a fare un tour per “ascoltare le istanze dell’Italia vera, per conoscere da vicino i problemi, raccogliere soluzioni e avviare il processo costitutivo” di un nuovo movimento, obiettivo invece dell’ex ministro montiano dello Sviluppo).

Si inventano, si reinventano, si deprimono, cadono ma non demordono, gli ex tecnici che hanno perso per strada la voglia di tecnocrazia, e uno dopo l’altro si mettono in viaggio per presentare il fantomatico partito dei sogni: l’ha fatto Barca, quando ancora al governo c’era Enrico Letta e non si pensava che Matteo Renzi sarebbe arrivato così presto, l’ha fatto in qualità di neo iscritto al Pd e figlio di uno storico uomo del Pci, esperto di Economia con studi nell’Inghilterra rigorosa nonché da uomo di ministero (“mobilitazione cognitiva!”, “sperimentalismo democratico!”, “catoblepismo!”, diceva il Barca oratore a platee borghesi raccolte in chiostri, piazzette, sezioni e cortili, desiderose di sperare in quell’uomo così organico al loro ambiente, a differenza del giovane newcomer di Firenze).

Pure da Barca, tuttavia, oltreché da Matteo Renzi, vorrebbe oggi distinguersi l’altro lanciatore di “progetti” post montiani Corrado Passera, inventore (“con gran partecipazione emotiva della moglie Giovanna Salza”, dicono nei salotti romani) della cosiddetta “start-up” del nuovo centrodestra Italia Unica, educatamente alternativa all’assetto attuale di governo, al grido di “il governo non sta dando abbastanza importanza” al disagio sociale, ma non si sa bene quando davvero operativa.

“Non poniamo limiti a dove possiamo arrivare”, dice a se stesso e agli astanti Passera, facendo notare che “a suo avviso”, Renzi non fa “quello che serve all’Italia”, e che invece lui sì, saprebbe come fare e dove prendere e come investire i “quattrocento miliardi” che potrebbero far “ripartire” il paese inceppato – ma per carità, aggiunge per non mostrarsi screanzato, se Renzi è la gamba numero uno noi facciamo la numero due, occupiamo lo spazio degli avversari che non ha più, per smettere di farlo giocare “a porta vuota”.

Ma perché non dovrebbero buttarsi nell’arena, i tecnici che hanno chiuso nell’armadio già da tempo il loden, se il primo a farlo è stato proprio lui, il Monti che alla vigilia del tormentato Natale 2012 aveva tenuto tutti sulle spine: mi candido, non mi candido, forse mi candido, forse “salgo” in politica, forse scendo e faccio il nonno (infine “salì”, con risultati via via sempre meno soddisfacenti: dal non proprio trionfale 8, 3 per cento di Scelta civica alle politiche 2013 si è arrivati allo zero virgola delle europee, un mese fa).

Ed è come se gli anni interminabili di onorate carriere e retribuzioni di tutto rispetto (quelle ora criticate dai grillini) fossero nulla in confronto al quarto d’ora di celebrità (vanità?): io faccio, io dico, io scrivo, questo il verbo tecnico nella sua metamorfosi mondana. E anche quando rientrano nelle vite piacevoli e operose abbandonate per lo scranno ministeriale poi non resistono, i tecnici: tornano sul luogo del delitto autolodandosi (Passera si dice molto “soddisfatto” dei suoi “dodici mesi da ministro” dello Sviluppo economico, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2013).

Erano emersi dalla penombra delle università, gli uomini e le donne di Monti, dai velluti degli studi professionali e dei convegni, senza vezzi e toni sopra le righe, con sguardo dolente, quello conservato anche a tempo scaduto dalla professoressa Elsa Fornero, il ministro che piangeva per la durezza della sua propria riforma (“il tormento, si intravede il tormento”, dicevano i generosi; “lacrime di coccodrillo”, dicevano gli avversari). Non esitava a definire i giovani troppo “choosy”, schizzinosi in tema di lavoro, Fornero, e c’era chi la paragonava a Margaret Thatcher, la lady di ferro che non abbandonava mai gli orecchini di perle, amuleto e antidoto estetico alla severità.

Nei giorni della lotta con la Cgil di Susanna Camusso, a Fornero molti inneggiavano – fa fuori la concertazione, dicevano gli estimatori – ma via via l’ammirazione si è trasformata in sopportazione e disinteresse, infine in critica aperta. Fornero è tornata ai suoi ambienti di alta torinesità e alta milanesità, tra insegnamento e cene con intellettuali e alti vertici di Intesa Sanpaolo, ma appena qualcuno rievoca la vicenda “esodati” lei salta su, come ferita dall’oltraggio a valle, e dice che si fa presto “a distruggere reputazioni”.


A differenza di Terzi e Passera, telematici come i rottamatori di Renzi oggi al governo, Fornero non è una pasdaran dei social network, eppure condivide con i colleghi la voglia di raccontare “com’è andata davvero”, tipica del tecnico liberato dalla necessità di essere muto come prima della ribalta fugace, delle grane e dei sogni di gloria.

E visti i tanti ex montiani che non abbandonano il campo, e girano e parlano e propongono e ricordano, qualcuno comincia a invocare l’intervento del professor Dino Piero Giarda, il simpatico e fisiognomicamente bonario ex ministro per i Rapporti col Parlamento e l’attuazione del programma, che in conferenza stampa riprendeva i compagni di governo Grilli e Passera, inchiodandoli con un “fact checking” privo di acrimonia: “Non avendo competenze specifiche nella materia”, diceva, “il mio compito qui è stato quello di correggere un po’ degli errori che a volte vengono fatti dai miei colleghi, ministri e amici”. E Monti, un Monti pre-politico, gli diceva: “Correggi anche me se serve”.

fonte: Marianna Rizzini per “Il Foglio


sabato 5 luglio 2014

Grazie, poi a scendere ci penserò da solo

Un condannato a morte sale i gradini che lo porteranno alla decapitazione, inciampa e un ufficiale lo sorregge. L’uomo sorride e sussurra: “Grazie, poi a scendere ci penserò da solo”. Anche sulla soglia della morte, proprio come quando prendeva in giro la moglie – “Certo, signora, vi farebbe gran torto il Signore Iddio se non vi mandasse all’inferno, dal momento che ve lo guadagnate con tanta fatica” – e i figli che studiavano – “mi assicurano che sapete perfino distinguere il sole dalla luna” – Sir Tommaso Moro, umanista, scrittore, giurista e politico inglese del 1500 proclamato nel 2000 patrono dei governanti e dei politici, non smise di far sorridere e, per questo, di pensare. Proprio alla sua figura è dedicata una mostra esposta a Montecitorio, su iniziativa di Maurizio Lupi, e inaugurata ieri con il premier Mario Monti.

Tommaso Moro è però un patrono paradossalmente scomodo, visto che la sua azione principale – quella ricordata da tutti – fu quella di dimettersi. In lui si trovava una bizzarra commistione di magnanimità personale e culturale, fermezza e al contempo divertito umorismo (caratteristiche di cui oggi si avverte decisamente la mancanza). Di lui colpiscono certamente la sua incorruttibilità – “se un tuo amico avesse in corso una causa davanti a me, potrei certo dare udienza prima a lui che non a un altro. Ma in ogni caso puoi star sicuro che se le parti avranno rimesso la causa nelle mie mani, allora, anche se uno dei contendenti fosse mio padre e l’altro il diavolo, e il diavolo avesse ragione, ti assicuro che sarebbe il diavolo a vincere la causa” – e la celerità con cui snellì la burocrazia processuale dell’epoca; così come la sua clamorosa iniziativa presso il re, a cui chiese formalmente, in difesa della libertà di parola, “di dare a tutti coloro che fanno parte di questa assemblea la Sua generosa licenza e benevola assicurazione di poter liberamente parlare, senza temere di incorrere nel Vostro temutissimo sdegno, e francamente esporre il proprio pensiero su tutto ciò che concerne quello per cui siamo qui riuniti”. Fu giudice capace di distinguere eccome, soprattutto con i poveri – “quando si ha a che fare non con gente arrogante e maliziosa, ma con persone ignoranti o semplici e sprovvedute, io desidero che si usi grande misericordia e poco rigore”.

Aveva sostenuto che “non si deve abbandonare la nave in piena tempesta, solo perché non potete comandare ai venti… se non potete far andare bene tutte le cose, dovete almeno aiutare, perché vadano il meno male possibile”, ma a un certo punto capì di non poter fare più niente, e chiese solo di essere lasciato nel suo silenzio, che pure ai suoi nemici si fece clamore insopportabile come le domande di Socrate; ed egli al pari di Socrate fu arrestato. Gli uomini di Enrico VIII, dopo le sue dimissioni in risposta allo scisma anglicano, cercarono di inchiodarlo con l’accusa di aver tradito, ma egli ribatté loro che a quel re col quale si era spesso trovato non per discutere affari di stato, ma per conversare e ammirare le stelle, egli non augurava che bene, ma che non poteva accompagnarlo in una menzogna.

Ecco il suo segreto: Moro, che considerava l’amicizia “un ottavo sacramento”, è stato sempre e anzitutto un amico: del mondo, della cultura antica e recente, per cui “non si finirebbe più di spiegare quante cose mancano a chi non conosce i greci”; un apologeta cattolico che pure preferiva “discutere servendomi della ragione piuttosto che dell’autorità”; del re, consapevole che “se la mia testa potesse procurargli un castello in Francia, essa non tarderebbe a cadere”, e dello stato, di cui assunse la massima carica di Lord cancelliere scherzando con Erasmo da Rotterdam: “Mi fanno tutti le congratulazioni, sono sicuro che almeno tu mi compiangerai”.

Il segreto di tale costante capacità è a sua volta paradossalmente possibile non nonostante la fermezza delle sue convinzioni, ma in virtù di esse, della sua amicizia con Dio, che lo faceva respirare la vastità di una grandezza che non dipendeva da lui: come notò lo scrittore e suo ammiratore Gilbert K. Chesterton, “tanto egli era strenuo patrono di libertà spirituale, altrettanto era convinto che dovesse esserci qualcuno, o qualcosa, a disciplinarla, e non gli passava per la testa di poter essere lui questo qualcuno”. Questo lo rendeva e lo rende scomodo, sorridentemente e salutarmente scomodo per chi lo legge o a lui intende richiamarsi, visto che, sempre nelle parole di Chesterton “è facile, a volte, donare il proprio sangue alla patria e ancora più facile donarle del denaro. Talvolta è più difficile donarle la verità”.

Il foglio: Edoardo Rialti | 24 Ottobre 2012 

Nasce Demo.s

Nasce Demo.S (Democrazia solidale), associazione politica che vede tra i primi firmatari i deputati Lorenzo Dellai, Federico Fauttilli, Gian Luigi Gigli, Mario Marazziti, Fucsia Nissoli, Gaetano Piepoli, Milena Santerini, Mario Sberna, il senatore Lucio Romano, il viceministro Andrea Olivero e il sottosegretario Mario Giro. Nel documento di nascita, si legge in una nota, il progetto è fondato su tre elementi "legati alla nostra identità e al nostro percorso: un impegno politico ispirato dal cattolicesimo democratico; un'idea comunitaria e non individualista della democrazia; un modello di autonomie responsabile e solidale, filo conduttore di una Italia unita ma plurale". "La forzata contrapposizione tra 'la gente' e 'il Palazzo' ci pare ambigua; non vogliamo essere né populisti né tecnocratici, ma tesi a costruire un costante dialogo tra una cultura politica fondata sul bene comune e le necessità di singoli e gruppi", si legge nella nota dell'assocazione nella quale confluiscono diversi ex esponenti di Scelta civica. "La via per riavvicinare 'gente' e 'Palazzo' passa per un cambiamento di stile politico e di linguaggio, che mette al centro la necessità' della ricostruzione di un ethos nazionale comune, e per la 'lotta alle sacche di privilegi di tipo corporativo, alla corruzione, all'evasione fiscale, al potere delle forti burocrazie, all'inerzia della consuetudine". E' forte l'attenzione sociale e valoriale, come nelle biografie dei promotori: rilievo al welfare, alla famiglia come nucleo fondamentale della società e chance, senza contrapposizioni con la crescita dei diritti civili, all'istruzione come chiave dello sviluppo, alla vita dal concepimento alla morte naturale, alla nuova cittadinanza, al lavoro dei giovani senza contrapposizione tra le generazioni. Quanto a Governo e alleanze, "il sostegno al Governo Renzi in questa legislatura è importante e deve proseguire. Ma non basta: le speranze di rinnovamento e di rilancio del Paese possono trovare terreno fertile in una alleanza con il Pd, mentre ogni disegno alternativo è oggi connotato da incertezze e ambiguità. Nessuno può sapere come si articolerà la competizione politica e come cambierà la forma dei partiti attuali in futuro. Ma in questa fase storica, serve tale alleanza che si proietti verso le prossime importanti scadenze elettorali, iniziando dalle regionali".

In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...