sabato 10 gennaio 2015

Non c’è istante di vita che non abbia un significato

«Sto leggendo il libro sugli ultimi giorni di Tolstoj, quando lui, non potendone più della moglie Sof’ja Andreevna, scappa dalla tenuta di Jasnaja Poljana con la figlia Aleksandra. La famosa notte di bufera in cui fuggendo, nel tragitto tra la casa e la rimessa dove gli han preparato la carrozza, gli cade il cappello e prende la freddata che gli procurerà la malattia e la morte...». Ermanno Olmi no, non si sognerebbe mai di scappare da Loredana. La incontrò tanti anni fa perché lei era la protagonista de «Il posto» . Li sposò Nazareno Fabretti in una chiesetta dove lui andava da piccolo: «È stata una straordinaria fortuna». E anche in questi mesi di flebo e terapie in cui è in trincea contro quello che Curzio Malaparte chiamava «lo stramaledetto», lui e Loredana sono sempre insieme. Sempre. «Fammi finire con Tolstoj: lui fa in modo che la moglie non trovi le sue tracce. Ma la broncopolmonite presa quella notte lo costringe a fermarsi in una stazione del treno ad Astapovo, dove il capostazione offre all’ospite la sua camera da letto. Tutto il mondo si fa intorno a questa stazioncina dove Tolstoj, malato sempre più gravemente, morirà. Non hai idea di quale sia non l’adorazione ma l’amore del popolo per Tolstoj. Del popolo. In genere oggi, la nostra cultura artistica non contiene la percezione segreta della realtà. Tolstoj, invece, aveva questa grande capacità di cogliere tutti i significati nel loro autoscoprirsi. E questo è il poeta. Il popolo degli analfabeti, degli ultimi, dei derelitti, è quello che lo capisce. Perché hanno meno conformismi mentali. Un po’ come Cristo. Chi capisce prima Cristo se non i pescatori, gli ultimi? Essere degli intellettuali è un grande rischio. E bisogna sapersi, come dire?, rimpicciolire, umiliarsi, sentirsi ignoranti, per cogliere alcune cose. Invece quante volte vedi personaggi che parlano dall’alto della loro presunzione mentre invece la verità sta sempre con gli umili? Ecco perché Tolstoj era amato dal popolo».
In che modo ti riconosci in questa storia?
«Perché vedo in Tolstoj questa capacità di non autoingannarsi. Era tosto con se stesso. Noi siamo sempre un po’ tentati dall’autoinganno. Ci mettiamo davanti a uno specchio e ci diciamo: beh, insomma, non sei neanche brutto...».
E la malattia rende la tentazione ancora più insidiosa?
«Sì. Sì. Però attenzione: la morte non è la fine. Perché il destino dell’uomo è nell’eternità. Andai a trovare Tonino Guerra a Sant’Arcangelo di Romagna quando stava davvero molto male. C’era stata una grande nevicata. Pareva quella di Amarcord . Entrai, lui era girato verso la finestra. La moglie gli fa: “Tonino, c’è Ermanno”. Lui, sofferente, manco si gira. “Aaah... Aaah...”. Entra la fisioterapista che doveva fargli un massaggio alle gambe. Esco. Quando rientro lo trovo seduto con la schiena appoggiata alla testiera del letto: “Ciao, come va?”. E cominciamo a parlare: “Ti ricordi quella volta...”. A un certo momento dice: “Non hai idea di quante storie bellissime mi ha raccontato Andrej Tarkovskij! Quando torni la prossima volta te le racconto”. Dopo tre ore era morto. Cosa voglio dire? Non c’è istante di vita che non abbia un significato. Figurati l’ultimo degli istanti! È la summa di tutta la tua vita. Un istante. Un battito di palpebre. E c’è dentro tutta la tua vita. L’uomo è immagine di Dio e anche Dio è immagine dell’uomo. Che ha una capacità smisurata di essere l’infinito. Tu prova a pensare, in questo momento, dov’è il confine del cosmo. Anche per la scienza è in continua espansione. Immagina che distanza enorme! Eppure fai: tac! E sei là. La velocità della luce? Ma è la velocità del pensiero il grande dono di Dio!».
Quindi?
«Quindi non dobbiamo trascurare questa potenzialità. Dobbiamo viverla. Sia in termini di scansione di tempo, sia in termini di possesso dell’infinito. Perché basta che tu ti immagini di essere ai confini del cosmo e ci sei. Se non è questa l’immagine di Dio! “Farò l’uomo a mia immagine e somiglianza”. Siamo stati troppo distratti da piccole questioni che alla fine non hanno importanza».
Rimpianti?
«Quando si vive la condizione umana, anche se in qualche modo illuminati dalla condizione divina, questa condizione umana a volte ti fa commettere degli errori. È la condizione umana. L’importante è riconoscere gli errori. E capire che quella cosa poteva andare diversamente, se non fossimo stati distratti».
È un’idea degli errori che pare figlia de «La leggenda del santo bevitore» o delle parole di papa Francesco quando dice che «Dio non si stanca mai di perdonare».
«Certo. Prova a scandire la parola perdono in due: “per dono”. Il perdono non è un atto di contrizione. È Dio che proprio in questo si rivela: ogni volta che cadi in errore io sono lì, pronto “per donarti” la pace tra noi».
Tornando a Tolstoj...
«Bisogna sempre godere non solo degli ultimi istanti, ma di tutti gli istanti. Una delle frasi che dice Tolstoj quando ormai è alla fine è “io amo tutti. Tutti amo”».
È così che ti senti, oggi? Ami tutti?
«Quando dici “tutti” intendi una dimensione percepibile dalla razionalità. Bisognerebbe trovare una parola che voglia dire tutti ma che non corrisponda a un numero. Quel “tutti” lì deve essere l’umanità, la passata, la presente, la futura».
Par di capire che, nonostante tutto, questo sia un momento per te felice.
«Sì. È così. Sono sereno... Come finisce La leggenda del santo bevitore ? “Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella”. A tutti gli ubriaconi. Coloro che sono fuori dalle regole. Dai conformismi. L’ubriaco... Cosa fa Noè dopo avere stabilito la nuova alleanza con Dio? Pianta la vigna e prende la prima grande sbronza della storia dell’umanità. È così ubriaco che danza nudo. È amore e follia. Che ubriaca. Cosa vuol dire “prendere una cotta”? Non c’è niente di razionale, in una cotta. È un sentimento dirompente. Senza tregua. Ecco, io vivo questo momento così».
C’è quindi una riscoperta di Dio nonostante tu insista spesso sul «non» sentirti cattolico?
«La cosa bella di Dio è che si nasconde per farsi cercare. Perché? Perché Dio è tutto. “Ovunque tu mi cercherai io sarò”. C’è un detto fenicio, di duemila anni prima di Cristo: “Spezza un legno, solleva una pietra e io vi sarò dentro”. In ogni cosa “lui” si nasconde e tu devi avere quella capacità di scovarlo come i neri hanno la capacità, guardando un oggetto, di cercare ciò che quell’oggetto contiene come anima».
Più ancora gli aborigeni australiani, forse...
«Certo. L’anima delle cose. Mentre invece il bianco europeo si chiede: questa cosa quanto può valere? Uno che ragiona così non avrà mai l’incontro con l’anima del mondo. Creiamo la nostra infelicità stupidamente».
Insomma...
«Mi sento bene. Bene. Anche se sono stato aggredito da questo male in maniera subdola. Nei primi momenti ho anche reagito: ma perché, porca miseria... Poi, in ogni situazione c’è qualcosa che val la pena di vivere».
Anche in questi frangenti...
«Sì. Vale la pena».
Nonostante le cannule, le flebo, i cateteri...
«Hai presente il San Sebastiano di Antonello da Messina con tutte le frecce infilzate nel corpo? Ecco. Ogni momento una puntura. Una pastiglia. Eppure vale la pena. Avverti che tutto questo non è somministrarti una medicina ma mostrarti un atto d’amore. Tutto dipende da noi, dal mistero che contiene ogni cosa: “Spezza un ramo, solleva una pietra...”».
E tu ti riconosci intorno questo affetto delle persone?
«Eh, sì. Ma è impegnativo. Impegnativo. Fatico a fare da solo le cose un tempo più banali... Allora devo chiamare: Loredana! Mi diceva il cardinale Ravasi...»
Lo senti spesso?
«È un po’ che non ci sentiamo. Ho il pudore di dire che sto poco bene. Mi dice Ravasi che il rosario è stato fatto dalle donne. Ave Maria, ave Maria, ave Maria... Mi chiedevo: perché questo bisogno di dire dieci Ave Maria? Ne basterebbe una! No: perché ogni volta che lo ripeti devi trovarci un significato nuovo. Se no sei un pappagallo. Può essere, il rosario, una cosa per sonnolenti o un esercizio per vivere la stessa cosa con un senso nuovo. E come quando dici: ti amo. Se lo ripeti come un pappagallo ne perdi il senso. Se lo dici ogni volta riscoprendo una nuova emozione... È una possibilità divina che ci è data...».
«Torneranno i prati» sarà al festival di Berlino tra i grandi eventi.
«Non credo che riuscirò ad andarci. Non è possibile. Ormai sono lì come Tonino Guerra, pettinato, con la schiena sulla testata del letto a ricevere gli amici. Ti dico, Tonino era lì lì per andarsene. Eppure...».
È una questione di prospettiva.
«Sì, di prospettiva. Sedersi, pettinarsi, vedere chi ti vuole bene, “ti ricordi...”. Cambia la prospettiva, cambia tutto. La mia amica Loriana della trattoria dove andavo sempre, donna straordinaria, quando ha saputo che non potevo essere da lei per l’ultimo dell’anno si è messa a piangere e ha detto: “Allora gli mando a casa la gallina bollita”. Mi piace, la gallina bollita».
Ricordi d’infanzia?
«La gallina dev’essere gallina. L’assaggio e sorseggio il brodo. Da ultimo gli aggiungo un po’ di vino rosso. Come nella Bassa padana. Gli toglie leggermente quella sensazione di grasso. Pensa alle donne di una volta, poverette, che dovevano mettere insieme qualcosa da mangiare. Si inventarono piatti straordinari. Pensa al pan cotto...».
È bellissima, nel tuo ultimo film, la scena del soldato che sa che sta per essere abbattuto dai cecchini e prima di uscire dalla trincea bacia un pezzo di pane e se lo infila sotto il pastrano, sul cuore...
«È la sacralità del cibo. In tutte le famiglie contadine. Perché la sacralità del cibo è capita soprattutto da coloro che producono il cibo. Vedono la zolla. La trattano. Piantano il seme. Quello cresce. Diventa pane. Se non è un miracolo di vita questo! L’uomo è potuto venire al mondo nell’evoluzione dopo che quattro graminacee hanno formato il frumento. Se non ci fosse stato il frumento non ci sarebbe stato l’uomo».
È da qui che ti viene quel rispetto per il pane che ti spinse a scrivere un articolo sul «Corriere» contro lo spreco di pane?
«Quasi non me lo ricordo, quell’articolo...».
Raccontavi che il tuo primo lavoro fu quello del panettiere: un chilo di pane per una notte passata a impastare e infornare...
«Eh, la memoria... Ci teniamo compagnia, io e la malattia. Adesso perderò i capelli. Poi torneranno, spero. Ma, come dicevo, non ho rifiuto di niente. C’è un momento in cui Tolstoj dice: “Forse sto per morire. O magari no”. È tutto relativo».
Ricordi Howard Marshall, quel miliardario novantenne che sposò la coniglietta di «Playboy»? Gli chiesero: cosa darebbe per aver sessant’anni di meno? Rispose: «Darei tutto per averne anche uno solo in meno».
«È così! Così! Mi raccontava Montanelli che una sera stava sul terrazzo di casa sua a Roma e aveva ospite Charlie Chaplin, già novantenne. A un certo punto arriva la figlia del grande Charlot con un po’ di amiche giovani e belle. Chiacchierano un po’, bru bru e infine questo sfarfallio di fanciulle se ne va. E Chaplin sospira: “Ah, avere dieci anni di meno...”».
Battuta straordinaria...
«Questo spumeggiare, improvviso, di felicità! Questi lampi di vita! Come aprire un Dom Pérignon. Qui sull’Altopiano di Asiago c’era un personaggio formidabile, il Baffo di Cesuna. Aveva, anche quando stava male, momenti di illuminata intelligenza. Un giorno sentenziò: “Fin che c’è vita c’è vacanza”».
Fu quello che fece affiggere i manifesti a lutto su se stesso?
«Lui! Proprio lui! Ce l’ho, quel necrologio. Loredana! Trovami il necrologio del Baffo di Cesuna! Te lo cito a memoria: “Non potendo partecipare personalmente al mio funerale...”. Oeh, stava per morire, eppure... Tutto questo corrisponde alla felicità dei bambini, che non quantificano mai. Vivono gioie e dolori, perché anche i bambini hanno dolori, senza configurarli dentro la necessità di avere delle risposte. Perché no, non ci sono risposte». 

fonte: Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 10 gennaio 2015

Il fuoco nella pancia

Daniela Ranieri per il “Fatto quotidiano”

Questa non è una storia d’amore. Lo sembra, infelice com’è, e tutta mista di megalomania insana, ferita narcisistica, smodatezza psicotica. Giuliano Ferrara vuole farci credere di essersi innamorato, e forse lo crede lui stesso. Come i fulminati d’amore, s’atteggia: “Non è nemmeno il mio tipo, come Odette de Crecy per il povero Swann”. L’amato è Matteo Renzi, il Royal baby, come da titolo del pamphlet-encomio (Rizzoli).

“Spregiudicato fin da bambino”, il nuovo Valentino è investito dell’invitto stupore che si deve alle apparizioni del destino: “Ha il fuoco nella pancia... brucia di megalomane ambizione... ridanciano e innamorato del suo ostentarsi piacente al populazzo”, per dirla con l’Ariosto.

Ma Ferrara, per luogo comune “intelligente”, non può contentarsi dell’amore preteso sano della gente normale. Lui brucia di altra passione, in cui entrano le capziosità di Sade e gli arbitrii di Joseph de Maistre, la dialettica storica e lo Spirito del Mondo. Sopra sopra il libercolo gronda venerazione, ma è tutto cifrato, tutto a scatole cinesi psichiatriche e tutto stretto in colonna, corto quanto è lungo un articolo del Foglio sabatino, un rotolo del Mar morto di devozioni per il piccolo Buddha, questo Siddharta dell’inculata professionale e twitterina.
GIULIANO FERRARA - ROYAL BABY 

Che non è destinatario di lacrimosi madrigali, piuttosto di impudenze dannunziano-papiniane: “È innamorato delle possibilità… fiorentino e machiavellico, è Principe nuovo”. L’autore se ne dice stregato, ma per necessità storica e biografica: “E volete che un vecchio e intemerato berlusconiano pop, come me, non si innamori del boy scout della Provvidenza e non trovi mesta l’aura di spregio che circonda di nuovo il caro leader?”.

L’aura mesta è quella degli iettatori, antagonisti di una vita. E qui il primo dubbio sorge: non sarà che lui ama Lui solo perché Lui odia gli altri? “Manettari militanti”, “bel mondo intellettuale e dei salotti”, “antigarantisti”, tutta la schiera di antichi nemici silenziati dalla mano maschia dell’Infante Terribile. Terza reincarnazione del Dalai Lama, in Renzi si concentrano gli schiocchi di frusta di Craxi (“Disperdeva l’aria saccente della velleità totalitaria, aveva l’istinto dell’oggi”) e le succulente magagne del Cavaliere (“se il primo faceva perigliosamente ‘girare la patonza’, lui fa girare la Leopolda”), a cui è legato da cordone catodico.


Il librissimo trasuda sesso, come un concerto di Elvis; ma è il sesso cerebrale degli scontenti. Matteo, “punto di equilibrio perfetto di una gioventù ambiziosa ma alla fine noncurante”, dotato dell’agilità proterva del giovane Mussolini e della tracotanza di Faust, è satiro in un giardino di ineffabili delizie abitato da “muse” che ne rimandano la gaia protervia: “Capirete che le ragazze ministro, e qualche monna fiorentina o aretina di civile condizione… mi spingono all’intemperanza, mi briacano del loro passo e delle loro trecce”. Capiamo. Dell’uomo gli piace la bellezza convulsa, della donna quella serafica ed è tutto un fluir di mucose se dalle muse si passa alla consorte reale: “Agnese sua moglie è bellissima… ha il dono del Settecento nei tratti pertinenti. Il suo naso è una testimonianza dell’intelligenza costruttiva di Dio”.


Davanti al naso coniugale tacciamo, ma lui: “Quando vedo Renzi che si agita, che ambisce, pretende, promette, chiacchiera nel bene e nel male, non penso mai all’onestà personale”. Se è per questo nemmeno noi, ma per Ferrara è afrodisiaco.


E quando la biografia volge in autobiografia, e il lettore s’aspetta solo un saluto “con la faccia sotto i Suoi piedi”, l’amore retrocede e si chiarisce la natura freudiana di questo amore: parlando di sé in terza persona come sotto Pentothal, Ferrara rivela: “È risentito verso il Pci e la sua linea politica. Si vuole vendicare… una vendetta politico-intellettuale che dura ormai da vent’anni e più”.

Ecco allora la “babyarchia”, regime scombiccherato “senza tessere di partito, con le sue passioni superficiali, con le sue pizze al taglio consumate in fretta, con la sua incuranza dei salon e dei dibattiti”; ecco Matteo e le sue ministrine, a vendicare i padri sconfitti di Giuliano, a loro volta uccisori del Padre, e lui, figlio traditore di padre e di madre organici alla Sinistra, ne gode tanto più quanto il vendicatore gli si presenta all'apparir del vero come mediocre, inattendibile, squalificato.

Lo dice lui, e quasi papale: “Certe volte mi sputo in faccia”. Siccome hanno fallito i suoi vendicatori, e siccome lui è infelice, non gli resta che sperare che sia arata tutta la sua generazione, e infelici siamo tutti. Questo amore è volontà di nulla, è sacrificio, è seppuku in cui la spada, invece di essere impugnata o di ergersi da terra, viene affidata al peggiore, il più dorato, il più cattivo, il meno dotato di anima.


venerdì 9 gennaio 2015

IOR: la versione di Gotti Tedeschi

Con rispetto e devozione, vorrei porre una domanda a S.E.R. il Cardinale George Pell, il quale in quanto Prefetto della Segreteria per l’Economia sta gestendo la riforma delle finanze della Santa Sede.
Sua Eminenza, è sicuro di essere stato sufficientemente informato riguardo la recente storia della Banca Vaticana, di cui sono stato Presidente dal 2009 fino a quando mi hanno sfiduciato nel 2012?
In un articolo su questo magazine lo scorso mese, il Cardinale Pell ha spiegato perché lui creda che le finanze della Santa Sede siano in buono stato e che ora sia tutto finalmente sotto controllo. Spiega inoltre che la situazione finanziaria del Vaticano è molto più sana di quello che si pensi, visto che sono venuti alla luce centinaia di milioni di euro che non apparivano nei bilanci ufficiali del Vaticano.
L’articolo del Cardinale avrà certamente rassicurato i fedeli che compiono sacrifici economici sostanziosi per supportare la Chiesa, e avrà anche dato conforto alle tante organizzazioni religiose che confidano in quelle risorse per sbarcare il lunario. Tuttavia l’articolo sembra non aver tranquillizzato il portavoce della Sala Stampa Vaticana, il quale ha “corretto” il Cardinale Pell, anziché chiedere a lui stesso di dare direttamente chiarimenti, dicendo che non sono fondi “illegali, illeciti o male amministrati” quelli lasciati fuori dai bilanci ufficiali.
Il Cardinale mi ha citato esplicitamente nell’articolo, mettendo in luce che gli ultimi anni del Pontificato di Benedetto XVI sono stati molto turbolenti per l’Istituto delle Opere di Religione (IOR), chiamato colloquialmente Banca Vaticana. “Il Presidente della banca, Ettore Gotti Tedeschi, fu cacciato dal Consiglio laico”, ha scritto Pell, “e una lotta di potere in Vaticano ha portato alla fuoriuscita di informazioni”. Questa dichiarazione lascerebbe immaginare che sia stato il Consiglio laico a volere la mia cacciata e che anche ciò fosse legato a “lotte di potere”. Se ciò fosse vero, come mai non è stata nominata subito una commissione di inchiesta?
Vorrei pertanto suggerire qualche riflessione che spero possa essere utile al Cardinale, così come alla Chiesa intera, anche se ho sempre più l’impressione che si voglia dimenticare questi fatti “trascorsi”, che per me sono parte importante della mia vita che da questi stessi fatti è stata tragicamente cambiata. Ho mantenuto il silenzio per due anni e mezzo dalla mia rimozione , ma credo che ora sia il momento di mettere alcune cose (solo alcune) in chiaro.
Il Cardinale Pell ha assolutamente ragione a dire che la Santa Sede ha come principale desiderio quello di rispettare gli standard internazionali di trasparenza finanziaria. Questo è esattamente quello che Benedetto XVI aveva deciso di compiere quando lanciò la grande riforma delle finanze del Vaticano.
Questi nuovi standard sono così importanti che io stesso li ho definiti in un documento “I Patti Lateranensi del XXI secolo”. Essi vogliono far rientrare la Santa Sede in un contesto di trasparenza secondo le norme finanziarie internazionali, che nessuna organizzazione può più ignorare dopo i fatti dell’11 settembre 2001, nemmeno per ragioni di presunta riservatezza o “segretezza “. Fu Benedetto XVI a chiedermi di raggiungere questo obiettivo in modo “esemplare”, per poter garantire la credibilità della Chiesa come Autorità morale universale. Così facemmo partire questo processo, assieme al Cardinale Attilio Nicora, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede e con i maggiori esperti esterni ed interni al Vaticano.
Il Cardinale Pell nel suo articolo ha menzionato il famoso sequestro dei 23 milioni di euro della Banca Vaticana da parte della Banca d’Italia. Ha detto che i soldi furono congelati perché “le autorità che supervisionavano la Banca Vaticana non si mossero in modo sufficiente rapido” nell’applicare le leggi internazionali anti-riciclaggio.
Il sequestro avvenne non appena fui nominato Presidente della Banca Vaticana e appena cominciai a mettere in atto le riforme ordinate da Papa Benedetto XVI. Prima della mia nomina, il livello di trasparenza della banca era considerato da tutti insufficiente.
Il sequestro dei 23 milioni di euro e la successiva indagine del Pubblico Ministero di Roma furono conseguenza della mancanza di una legge anti-riciclaggio, di adeguate procedure in atto e di autorità dedicate che supervisionassero tutte le questioni di trasparenza finanziaria. Queste garanzie sono richieste a tutte le banche che operano nei paesi che vogliono essere inclusi nella cosiddetta “white list” – cioè, i paesi impegnati a contrastare il terrorismo e il riciclaggio di denaro sporco.
Con l’esplicita approvazione del Segretario di Stato e Presidente della Commissione Cardinalizia, Cardinale Bertone, decisi di farmi interrogare dal Pubblico Ministero di Roma, insieme con il direttore dell’Istituto. Era una cosa insolita per un Funzionario Vaticano, ma eravamo determinati a dimostrare che da quel momento in poi non volevamo avere nulla da nascondere e non volevamo nascondere nulla. Papa Benedetto aveva chiesto una totale trasparenza.
I soldi sequestrati furono così rilasciati alla diponibilità dell’Istituto – purché provvedesse ad osservare le norme sul trasferimento dei fondi – grazie alle capacità e alla credibilità del mio avvocato, la Professoressa Paola Severino, che successivamente divenne Ministro della Giustizia. Essa fu capace di convincere il Pubblico Ministero riguardo la determinazione della Santa Sede di raggiungere tre obiettivi tangibili entro la fine del 2010: l’approvazione di una legge anti-riciclaggio, l’introduzione di procedure interne alla Banca Vaticana (e alle altre Istituzioni interessate della Santa Sede) e la creazione di un corpo di supervisione generale, l’Autorità di Informazione Finanziaria Vaticana (AIF). Il 31 Dicembre 2010 Benedetto XVI firmò il motu proprio con cui ratificava la legge anti-riciclaggio, costituì l’AIF e nominò il Cardinale Nicora come suo Presidente.
Il Cardinale Pell non può immaginare quanto sforzo, quanti conflitti e quante difficoltà abbiamo incontrato quando nel 2011 cominciammo a mettere in atto la legge anti-riciclaggio e l’AIF cominciò il suo operato. Questi sforzi vennero riconosciuti quando gli Incaricati di Moneyval, il corpo di monitoraggio del Consiglio d’Europa, fecero la visita di prima valutazione nel Novembre del 2011 e i risultati furono molto positivi. Gli Incaricati di Moneyval addirittura espressero sorpresa per il nostro impegno e la nostra efficienza.
Ho il sospetto che il Cardinale Pell non sia al corrente di ciò che avvenne immediatamente dopo. Nel Dicembre 2011, subito dopo la positiva visita di Moneyval, venne realizzata con sorprendente fretta una bozza di una nuova legge che andava a modificare la legge anti-riciclaggio e il ruolo dell’AIF.
Venni informato dei cambiamenti solo nel gennaio 2012 dal Presidente dell’AIF, ma solo dopo che la bozza di legge era stata fatta. Per farla breve, il punto chiave di queste modifiche, oltre ad alcuni articoli modificati, stava nel fatto che l’AIF cessava di essere un corpo indipendente per finire sotto la supervisione della Segreteria di Stato, confondendo il ruolo di controllato con quello di controllore. Ciò mise in gran difficoltà il Cardinale Nicora, il Consiglio dell’AIF e il sottoscritto. Il Presidente dell’AIF scrisse allora un memorandum di dissenso e sconcerto al Cardinale Bertone, che fu poi misteriosamente pubblicato da uno dei principali quotidiani italiani.
Il sistema bancario internazionale rimase molto perplesso dalla successiva repentina applicazione della nuova legge che impediva lo scambio necessario di informazioni e lo considerò come un cambio di rotta rispetto al cammino di trasparenza concordato e rispetto ai risultati tangibili promessi. Come conseguenza Moneyval fece la seconda visita all’inizio del 2012 ed espresse forti dubbi sulla situazione – soprattutto sulla perdita di indipendenza dell’AIF.
Moneyval allora scrisse il secondo pre-report il 27 Aprile 2012 in cui rilevava che era stato fatto un “passo indietro”. Il Cardinale Pell è stato adeguatamente informato di questi eventi? Come risultato del cambio della legge, il Sistema bancario internazionale fu costretto ad interrompere le attività con la Banca Vaticana. Due tra le maggiori banche italiane fecero giungere direttamente a me per iscritto la loro perplessità. Il Cardinal Pell ha avuto accesso a queste spiegazioni documentate? Oppure, se è già stato informato, ritiene davvero che queste informazioni siano irrilevanti?
Quando poi il Presidente AIF chiese al Segretario di Stato di sospendere la ratifica dei cambiamenti, che erano da parte dell’AIF considerati come dannosi e rischiosi, detti cambiamenti vennero immediatamente ratificati dalla Segreteria di Stato, quasi un mese prima della scadenza formale di tre mesi. Non è curiosa tutta questa rapidità?
Vorrei ora chiarire, sempre per utilità del Cardinale Pell, la relazione tra la Banca Vaticana e il cosiddetto scandalo Vatileaks, in cui il cameriere del Papa, come è stato sentenziato, fece uscire documenti sensibili dalle mura vaticane. I giornali italiani pubblicarono un documento interno della Banca Vaticana (sulla relazione tra AIF e IOR) e il citato documento scritto dal Cardinale Nicora per il Segretario di Stato.
Al fine di minare la mia credibilità, accusarono me di essere il “corvo” e di aver fatto uscire i documenti. Ciò era ovviamente falso, e così richiesi una immediata indagine. Non accadde nulla. Successivamente si dimostrò che i documenti erano stati fatti uscire dal cameriere del Papa.
Vennero poi date nove ingannevoli ragioni per la mia successiva rimozione. Tra queste, fui accusato di non aver compiuto il mio dovere, di non aver tenuto informato il Consiglio dello IOR, e di avere tenuto una cattiva relazione con il management. Una delle ragioni si riferiva anche alla fuoriuscita dei documenti, nonostante fosse poi stato dimostrato che la responsabilità era di qualcun altro.
Il Cardinale Pell ha probabilmente bisogno di essere informato anche di quella che ritengo essere una ragione che potrebbe in parte spiegare la decisione del Consiglio dello IOR di sfiduciarmi.
Nell’Aprile del 2012 la Commissione Cardinalizia riconfermò la mia nomina, ma il 24 Maggio il Consiglio mi cacciò. Non mi è mai stata data la possibilità di spiegarlo, ma credo che la ragione di tale gesto fu la mia decisione (anticipata a chi di dovere) di presentare al Consiglio una proposta che avrebbe completamente cambiato il governo della Banca. Questo cambiamento era assolutamente necessario visti gli eventi precedenti.
Comunque, il Cardinale Pell potrebbe non sapere che la Commissione Cardinalizia non ratificò il voto di sfiducia verso di me del Consiglio dello IOR. Alcuni Cardinali infatti mi sostenevano nei miei sforzi e nella mia professionalità e si rifiutarono di approvare una tale decisione.
Forse non sa nemmeno che non mi fu mai concesso di rispondere in persona alle nove ragioni di sfiducia, nonostante molteplici richieste da parte mia e nonostante una nota scritta da me a riguardo e che non fu mai considerata.
Il Cardinale Pell è conosciuto per le sue capacità, per il suo coraggio e per la sua onestà intellettuale e morale. Ecco perché sono sicuro che non ha mai avuto accesso ai documenti e alle spiegazioni che sono essenziali per capire gli eventi che accaddero prima che fosse nominato a Roma.
Tra questi documenti, ne sottolineo in particolare tre:
Il pre-report di Moneyval dell’Aprile 2012, verso il Report del 4 luglio (vedi sopra);
Diversi report di Deloitte del 2011, che riguardano gli ostacoli alla messa in atto delle nuove procedure;
Il report sulle ragioni di chiusura del conto di JP Morgan (Marzo 2012).
Se il Cardinale Pell potesse leggere questi documenti capirebbe quale responsabilità ha gravato sulle mie spalle durante quel periodo. Se potesse leggere la mia nota in risposta alle nove ragioni di sfiducia potrebbe comprendere la vera natura della mia sofferenza. Sofferenza che è cresciuta negli ultimi tempi, grazie alla indifferenza verso la mia implorazione di ricerca di verità.
Vorrei incoraggiare Sua Eminenza a leggere l’intervista del segretario del Papa, l’arcivescovo Georg Gänswein rilasciata a “Il Messaggero” nell’Ottobre 2013, in cui dice che Benedetto XVI fu “molto sorpreso” del voto di sfiducia e che mi teneva in “grande stima”. Dovrebbe anche sapere ciò che il Segretario di Stato mi disse personalmente da parte di Benedetto XVI il 7 Febbraio 2013: il Papa aveva deciso di riabilitare immediatamente la mia figura – una decisione che non fu mai messa in atto dopo le dimissioni di Benedetto XVI. Vorrei anche che Sua Eminenza sapesse quanto mi manca Papa Benedetto…
Infine, credo che il Cardinale Pell dovrebbe svelare questi quattro misteri, anche se sono certo che ormai è troppo tardi, almeno per me:
Chi cambiò la legge anti-riciclaggio del Vaticano nel Dicembre 2011, e perché?
Chi decise davvero che dovevo essere rimosso dal Consiglio laico come presidente della Banca Vaticana il 24 Maggio 2012, e perché?
Chi fu a disobbedire a Benedetto XVI che voleva la mia riabilitazione?
Chi decise di ignorare le implorate richieste di essere interrogato sui fatti di cui sopra? Chi non vuole venire a conoscenza della mia versione della verità, e perché?

Ettore Gotti Tedeschi,articolo pubblicato in inglese sul Catholic Herald, 8 gennaio 2015

Madre uno e madre due

Andrea Rossi per "La Stampa"
Il Comune di Torino trascriverà oggi nei suoi registri dell’Anagrafe il certificato di nascita del bambino concepito a Barcellona da due donne tramite fecondazione assistita. La città ieri sera ha deciso di dare corso alla sentenza della Corte d’Appello che, alla vigilia di Natale, ribaltando il primo verdetto del Tribunale, aveva dato ragione alle due donne. Una scelta maturata sulla base degli approfondimenti giuridici degli ultimi due giorni e nella quale non è stata indifferente la volontà del sindaco.
Rientrato da Roma, Fassino ha ascoltato le conclusioni cui erano arrivati i dirigenti dell’Anagrafe e l’avvocatura comunale e ha tirato le somme. Una decisione tecnica, chiarivano ieri sera a Palazzo Civico, senza risvolti politici né forzature ideologiche, tanto che il sindaco non ha voluto commentare, se non per dire alla scelta si è arrivati «sulla base degli approfondimenti normativi e giuridici effettuati».
Lo farà, probabilmente, lunedì in Consiglio comunale quando dovrà rispondere a molte richieste di chiarimenti e critiche che piovono da più parti. A cominciare dalla Curia, scettica e contrariata: «È vero che l’interesse primario da tutelare è quello del minore», sostiene l’arcivescovo Cesare Nosiglia. «ma l’espansione senza fine di certi diritti soggettivi porta a situazioni di grande confusione (giuridica e non solo), con il rischio che a pagarne le conseguenze siano prima di tutto proprio quei minori che si intende tutelare. Trascrizioni o no, di mamma ce n’è una sola».
  
La posizione politica della giunta torinese era già stata espressa mercoledì dall’assessore all’Integrazione Ilda Curti: «Questo bambino ha diritto di avere riconosciute le due figure genitoriali di riferimento, in questo caso due madri, che lo tutelino e abbiano nei suoi confronti gli stessi diritti e gli stessi doveri di qualsiasi altro genitore».
 
A Torino, l’accelerazione è maturata nel giro di 24 ore. La cautela di mercoledì, quando il Comune aveva deciso di prendere tempo e chiedere un parere d’urgenza al ministero dell’Interno, è svanita. Anche perché da Roma non arrivavano segnali. Più volte sollecitato, anche attraverso la Prefettura, il Viminale non si è espresso e la città ha deciso senza temporeggiare oltre.
«La nostra priorità è la tutela del bambino e dei suoi diritti», spiegava ieri sera chi ha partecipato alla riunione in cui si è deciso di procedere con la trascrizione. «E l’unica tutela possibile, attualmente, è rispettare la decisione dei giudici».
 
Nei giorni precedenti si era valutata anche una seconda opzione, più morbida: registrare il bambino, che ha tre anni, indicando solo il nome della mamma che l’ha partorito, una cittadina spagnola, e non quello dell’altra donna, italiana, che ha donato gli ovuli. Una soluzione transitoria: una volta arrivato il parere del ministero, poi, si sarebbe eventualmente aggiunto il secondo nome. Ipotesi scartata ieri pomeriggio. Se, nei prossimi giorni, il ministero dell’Interno dovesse ribaltare quanto deciso da Torino, il Comune annullerà l’atto. Ma a quel punto si aprirà un conflitto tra poteri: la sentenza di un tribunale contro una circolare del governo.

mercoledì 7 gennaio 2015

La strage di Parigi

Non è solo uno spietato atto di guerra, è un paragrafo sanguinoso dello scontro di civiltà. La parola terrorismo non dice tutta la verità, il che è banale, ovvio ma irrefutabile. Ci sono di mezzo il profeta islamico come icona sacra, il libro coranico a lui dettato dal cielo, l’antropologia di una comunità universalista che fa figli contro quella di un’altra comunità universalista che non ne fa più, la storia geopolitica di uno scontro che ha sempre lambito le grandi capitali europee e s’incuneò nel nuovo mondo con le immagini tremende dell’11 settembre 2001.

L’onore di Allah violato dalle profanazioni satiriche di uno storico e glorioso settimanale di piccola circolazione ma di tempra immensa, obiettivo così diverso dalle Twin Towers, da molti anni nel mirino dell’islamismo politico con i suoi Wolinsky, Cabu, Tignous, tutti fucilati, è stato difeso a colpi di Ak-47 rivolti contro la libertà di dire, pensare, pubblicare da parte di un pugno di giornalisti e artisti di estrema sinistra, anarchici, assassinati durante la riunione di redazione. Decimare un gruppo di disegnatori e vignettisti al grido Allahu akbar, e far fuori un paio di poliziotti posti a loro protezione in una via centrale di Parigi, è un atto di intimidazione e di sottomissione che vira verso il cuore dell’occidente giudaico cristiano e delle sue libertà impertinenti.

D’altra parte con questa crociata all’assalto della croce, all’insegna della mezzaluna, conviviamo tragicamente e vilmente, salvo resistenti e martiri, da decenni ormai. Charb, il direttore-pseudonimo del settimanale, ucciso insieme ai maggiori vignettisti, era un clandestino d’occidente, come ce ne sono stati altri, basti pensare al mondano e sulfureo ma blindato Rushdie, al fuggitivo e ideologicamente perseguitato Redecker. L’agnello Theo Van Gogh fu abbattuto nel centro di Amsterdam mentre andava tranquillo in bicicletta, e dovette subire gli sputazzamenti della gente perbene d’occidente, toccati poi anche a Ayaan Hirsi Ali, espatriata negli Stati Uniti e non ricevuta nelle Università filoislamiche dell’establishment.

Clandestino nella sua casa, il direttore freddato di Charlie Hebdo, intendendo per casa il luogo di origine e abitazione, di cultura e di lingua, e non un’esclusività contro altrui, aveva dovuto subire anche la vergogna di una campagna contro il presunto razzismo del suo giornale, una delle tante campagne politicamente corrette che non risparmiano nemmeno i militanti dell’estrema sinistra anarchica, quando questi rivolgono il pennino o la matita verso l’intoccabile diritto all’integralità di sé che rivendica, abbiamo visto come, l’islam politico. Islamofobia, un’accusa greve e terminale che certi ideologi intendono equiparare, sofisticata bestemmia, all’antisemitismo genocida.

Qui avevamo condotto per tempo una stupefatta campagna editoriale e civile, centrata sull’enigmatico Lachenverbot, il divieto di ridere, che l’islam politico era riuscito a imporre alle ridanciane chattering classes del nostro tempo, sempre pronte a satireggiare tutto e tutti ma non i musulmani e i loro idoli. “Chi non ride di sé è pregato di allontanarsi dalla casa comune” è assegnamento diverso da “Arbeit macht frei”, non strumento di genocidio ma antidoto potenziale allo sterminio delle parole, delle coscienze libere e delle persone che le incarnano.


La decimazione di Parigi arriva mentre la Francia è nel pieno di uno dei suoi tradizionali psicodrammi, con saggisti e letterati di grido (Zemmour e Houellebecq) che denunciano con fare diretto o ironico il suicidio dei principi non negoziabili dell’universalismo laico (ci sono anche quelli, e sono compagni degli altri).

La palma della più orrorifica actù, come dicono a Parigi, se la aggiudicano dunque due scrittori: uno accusato di voler eliminare dal panorama di un paese in piena sindrome autolesionista l’islam che si mostra incompatibile; l’altro che dà il titolo a questa prima pagina, con il suo nuovo romanzo accusato di fomentare ironicamente la paura di un’irresistibile ascesa islamica, e in libreria giusto da ieri: Soumission, sottomissione, cioè islam. Ne parliamo altrove nel giornale di oggi, andando come sempre cerchiamo di fare alla radice delle cose, nella consapevolezza che una sola è la risposta alla forza intimidatrice dell’islam califfale e politico: una violenza politica, militare, tecnologica e civile incomparabilmente superiore.

fonte:il foglio

martedì 6 gennaio 2015

Il tango

Forse gli storici di domani ricorderanno che nel  2014 in piazza San Pietro si ballava il tango, mentre i cristiani venivano massacrati in oriente e la chiesa era sull’orlo di uno scisma. Questa atmosfera di leggerezza e di incoscienza non è nuova nella storia. A Cartagine, ricorda Salviano di Marsiglia, si ballava e si banchettava alla vigilia dell’invasione dei Vandali e a San Pietroburgo, secondo la testimonianza del giornalista americano John Reed, mentre i bolscevichi conquistavano il potere i teatri e i ristoranti continuavano a essere affollati. Il  Signore, come dice la Scrittura, acceca chi vuole perdere (Gv 12, 37-43).
Il dramma principale del nostro tempo non è tuttavia l’aggressione che viene dall’esterno, ma quel misterioso processo di autodemolizione della chiesa che sta giungendo alle ultime conseguenze, dopo essere stato per la prima volta denunciato da Paolo VI nel famoso discorso al Seminario Lombardo del 7 dicembre 1968. L’autodemolizione non è un processo fisiologico. E’ un male che ha dei responsabili. E i responsabili sono in questo caso quegli uomini di chiesa che sognano di sostituire il Corpo Mistico di Cristo con un nuovo organismo, soggetto a una perpetua evoluzione senza verità e senza dogmi.
Un quadro impressionante della situazione è stato offerto alla fine del 2014 da due dossier sulla chiesa rispettivamente pubblicati dal quotidiano francese Figaro e dal quotidiano italiano Repubblica.
Il Figaro, un giornale di centrodestra, noto per la sua moderazione, ha dedicato il suo  supplemento di dicembre, “Figaro Magazine”, a Guerre secrète au Vatican. Comment le pape François bouleverse l’Eglise: 11 pagine, a cura di Jean-Marie Guénois, considerato uno dei vaticanisti più seri e competenti.
“Qualcosa sembra ribaltarsi nella Chiesa dopo il Sinodo sulla famiglia dell’autunno 2014 – scrive Guénois – e  l’accumulazione degli indizi autorizza a interrogarsi: la Chiesa non rischia di affrontare una tempesta alla fine del 2015, dopo la seconda sessione del Sinodo sulla famiglia?” Guénois rivela l’esistenza di una “guerra segreta” tra cardinali che non ha come fine la conquista del potere. Quella in corso è una battaglia di idee, che ha come principale oggetto la dottrina della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio. Papa Francesco è accusato all’interno della Curia di una gestione autocratica del potere che il giornalista francese riassume nella formula: “Quand il tranche, le Pape ne met pas de gants” (Quando il Papa decide, non usa i guanti), ma il vero problema è la sua visione ecclesiale, ispirata e consigliata dalle correnti più progressiste del Vaticano.
Secondo Guénois, tre teologi definiscono i nuovi obiettivi: il cardinale tedesco Walter Kasper, il vescovo italiano Bruno Forte e l’arcivescovo argentino Victor Manuel Fernández. “E’ questo trio che ha dato fuoco alle polveri in occasione del Sinodo sulla famiglia!”. Kasper, detto per inciso, è la testa di ariete per l’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti, Forte è fautore della legalizzazione dell’omosessualità e Fernández esponente di spicco della teologia peronista del popolo.
Guénois ha intervistato quindi sul Sinodo il cardinale Burke, che, come è suo costume, si è espresso con cristallina chiarezza: “Il Sinodo è stata un’esperienza difficile. C’è stata una linea, quella del cardinale Kasper, potremmo dire, con la quale si sono allineati coloro che avevano in mano la direzione del Sinodo. Di fatto  il documento intermedio sembrava essere stato già scritto prima degli interventi dei Padri sinodali! E secondo una linea unica, a favore della posizione del cardinale Kasper…Inoltre è stata introdotta la questione omosessuale – che non ha niente a che vedere con la questione del matrimonio – cercando in essa elementi positivi. (…) E’ stato quindi molto sconcertante. Come pure il fatto che nella relazione finale sono stati mantenuti i paragrafi sull’omosessualità e sui divorziati risposati che però non erano stati adottati secondo la maggioranza dei vescovi richiesta. (…) Sono molto preoccupato – ha aggiunto il card. Burke – e chiamo  tutti i cattolici, laici, sacerdoti e vescovi, a impegnarsi, da oggi fino alla prossima Assemblea sinodale, al fine di mettere in luce la verità sul matrimonio”.
Che le preoccupazioni del cardinale Burke siano giustificate lo dimostra il supplemento settimanale il Venerdì di Repubblica del 27 dicembre 2014 interamente dedicato a una Inchiesta sulla Chiesa: 98 pagine con 20 articoli, in cui si descrive “la nuova èra di Francesco, tra avversari, santi, perseguitati e peccatori”.
Il campione della Repubblica” è il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, che conferma la sua apertura ai divorziati risposati e alle coppie omosessuali, nega la decadenza morale dell’occidente, e afferma che “la cosiddetta secolarizzazione è uno sviluppo necessario della libertà. E una società libera è un progresso, secondo il vero punto di vista del Vangelo”. Francesco, spiega “vuole condurre la Chiesa alla forza originaria della sua testimonianza. Ha una chiara visione di quel che vuole, ma non segue un piano fisso, personale o prestabilito, né un programma di governo. Lancia segnali e dà esempi, come ha fatto nel Sinodo dedicato al matrimonio e alla famiglia”.
All’interno dello stesso dossier, Marco Ansaldo, in un’intervista dal titolo Franzoni, la rivincita dell’ex abate rosso, dà ampio spazio a Giovanni Franzoni, ex abate della Basilica di San Paolo fuori le Mura, sottolineando come le posizioni per cui fu condannato si avvicinano ora a quelle del Vaticano. Franzoni fu dimesso dallo stato clericale, per il suo sì alla legge sul divorzio e sull’aborto, e per le sue dichiarazioni di voto a favore del Partito comunista. Sposato con una giornalista atea giapponese, oggi non rinnega le sue idee e afferma di avere “scoperto la sessualità come arricchimento totale e non come deprivazione di energie che potrebbero essere dedicate al Signore”.
Secondo alcune indiscrezioni Papa Francesco avrebbe intenzione di ammettere al sacerdozio alcuni laici sposati (i cosiddetti viri probati) e di reintegrare nell’amministrazione dei sacramenti preti già sposati, ridotti allo stato laicale, come lo stesso Franzoni o l’ex francescano e teologo no-global Leonardo Boff, che vive attualmente in Brasile con una compagna. Il 17 dicembre Boff, che è passato dalla teologia della liberazione alle eco-teologia, ha confermato all’Ansa di avere mandato al Papa, su sua richiesta, materiale per la prossima enciclica, e il 28 dicembre, in polemica con Vittorio Messori, ha espresso su Noi siamo chiesa il suo Appoggio al Papa Francesco contro uno scrittore nostalgico, con queste parole: “E’ sommamente importante una Chiesa aperta come la vuole Francesco di Roma. Bisogna che sia aperta alle irruzioni dello Spirito chiamato da alcuni teologi ‘la fantasia di Dio’, a motivo della sua creatività e novità, nelle società, nel mondo, nella storia dei popoli, negli individui, nelle Chiese e anche nella Chiesa Cattolica. Senza lo Spirito Santo la Chiesa diventa un’istituzione pesante, noiosa, senza creatività e, ad un certo punto, non ha niente da dire al mondo che non siano sempre dottrine sopra dottrine, senza suscitare speranza e gioia di vivere”.
Chi può negare l’esistenza di una confusione assoluta? Il tango ballato a San Pietro il 17 dicembre 2014 per il compleanno di Papa Francesco, ricorda un’altra musica: quella che si suonava sul Titanic la notte della tragedia. Ma allora la punta dell’iceberg apparve all’improvviso, e i danzatori erano inconsapevoli del disastro imminente. Oggi l’iceberg è visibile e c’è chi brinda all’impossibile naufragio della Barca di Pietro. Tante persone però sono in allarme e hanno la forte sensazione, come ha detto il cardinale Burke, che la Chiesa sia una nave alla deriva. Noi siamo tra questi e per questa ragione non abbiamo salutato il 2015 con balli e fuochi di artificio, ma con la ferma decisione di raccogliere l’appello dello stesso cardinale Burke a combattere, da oggi fino al prossimo Sinodo, e oltre, per difendere la verità del Vangelo sul matrimonio.
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In morte di Francesco Guccini

"Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima...