martedì 17 settembre 2013
lunedì 16 settembre 2013
Il Titanic marchigiano
Le Marche come il Titanic: stanno andando incontro a "un iceberg e a una tragedia economica di dimensioni colossali". E' la fosca previsione del coordinatore regionale del Pdl Remigio Ceroni, che oggi ha tenuto una conferenza stampa con i consiglieri regionali e i parlamentari del partito snocciolando una serie di dati a suo dire allarmanti. Un quadro che "la convention di Spacca fa finta di ignorare. Nessuna idea per agganciare il futuro ma solo la richiesta di fare il terzo mandato.
Fonte: Ansa
La morosità nelle mense scolastiche
Quattrocento esclusi a Vigevano, 500 a Vercelli, ma è solo la punta dell'iceberg, sono centinaia gli alunni costretti a uscire dal refettorio. Molto spesso è la ditta appaltatrice a chiedere l'intervento delle amministrazioni pubbliche per ottenere il recupero dei crediti. L'allarme di Save the children: "Responsabilità degli adulti scaricate sui più piccoli"
La crisi pagata dai bambini, dagli alunni di asili ed elementari. I genitori non ce la fanno a pagare la quota della mensa e i Comuni bloccano il servizio. 400 a Vigevano, 69 a Fino Mornasco, in provincia di Como, 250 a Mantova. Sono i primi numeri di un fenomeno destinato a espandersi. Bambini di scuole primarie e dell'infanzia esclusi dalle mense dei loro istituti. "Colpevoli" di non aver pagato la retta per la refezione scolastica negli anni precedenti, e perciò "vittime" delle politiche di rigore del proprio Comune. Perché se non paghi il servizio, non puoi mangiare il pasto caldo come i tuoi compagni di classe e si aprono due possibilità: portarti il cibo da casa e consumarlo in un'altra aula , dove i "morosi" vengono collocati, o lasciare la scuola all'ora di pranzo. Come è successo a Vigevano con buona pace dei dirigenti scolastici, spesso in disaccordo con le decisioni della giunta comunale. A Fino Mornasco, per esempio, nonostante l'altolà del sindaco Giuseppe Napoli il preside dell'Istituto comprensivo Clemente Pasquale non ci sta: "Continueremo a fornire i pasti a tutti". La situazione, però, sta tornando alla normalità grazie a un piano di rateizzazione del debito
Bilanci comunali. Pratiche dal sapore discriminatorio che servono a tutelare i bilanci comunali. I sindaci, infatti, con il mancato pagamento delle rette da parte dei genitori si trovano a far fronte a buchi anche consistenti nelle casse comunali: a Vigevano il debito pregresso per le mense scolastiche ammonta a quasi 120mila euro; 43mila euro nel Comune di Fino Mornasco; 200mila euro a Vercelli, per parlare solo dei casi più eclatanti. E se in misura minore il debito contratto dalle famiglie è verso il Comune di appartenenza, se questo gestisce direttamente il servizio, nella maggior parte dei casi chi deve riscuotere sono società che hanno il servizio in appalto.
Colpiti i più piccoli. A volte il mancato pagamento è dovuto a effetiva indigenza delle famiglie, altre volte perché l'accesso alle esenzioni è complicato, altre volte ancora per pratiche scorrette dei genitori. Ma chi in definitiva ne fa le spese sono sempre i più piccoli, ai quali viene tagliato il servizio, con conseguenze educative e psicologiche tutt'altro che trascurabili.
Servizi in appalto. "Quando il Comune non gestisce direttamente la mensa scolastica appalta il servizio a una società privata o pagandoglielo per intero", spiegano dalla Sodexo, una delle aziende leader nei servizi di ristorazione collettiva "oppure lasciando al privato la facoltà di gestire gli introiti". In caso di riscossione diretta da parte della società, dunque, il debito che i genitori contraggono, non è con il Comune, ma con l'azienda privata che svolge il servizio di refezione scolastica.
Solleciti e azioni legali. "Con la riscossione diretta, che avviene attraverso bollettino postale o per mezzo di carte prepagate ricaricabili, si possono, naturalmente, riscontrare episodi di morosità", spiegano alla Sodexo "Sebbene ogni azienda abbia la propria linea di comportamento, nella maggior parte dei casi succede che dopo ripetuti solleciti (minimo 4) inviati alle famiglie, si procede con il recupero del credito: o con una azione legale nei confronti dell'utente, o dialogando e cercando delle soluzioni con il Comune, che rimane cliente principale del servizio".
Poi tocca ai Comuni. E così accade che il Comune per rientrare del credito (o per far fronte agli ammanchi segnalati delle aziende appaltatrici), sempre dopo ripetuti solleciti e invio di cartelle esattoriali, decida di passare alla linea dura per punire i recidivi e garantire gli onesti: chiude le porte della mensa a quei bambini (con età che va orientativamente dai 5 ai 9 anni) che non se la possono permettere e che (per motivi che molte volte, a onor del vero, non hanno niente a che fare con le difficoltà economiche delle loro famiglie) non hanno pagato il buono pasto.
"Giù le mani dai bambini". "In questo modo le eventuali responsabilità degli adulti vengono scaricate sui più piccoli", dice Antonella Inverno, responsabile dell'unità legale di Save The Children, la associazione a tutela dei diritti dell'Infanzia, che si sta occupando in particolare dei casi di Vigevano e Brescia. "È certamente giusto chiedere conto a quei genitori che approfittano di agevolazioni senza averne la necessità, ma la rivalsa nei confronti degli insolventi può essere fatta in altre forme, senza coinvolgere i bambini. Ad esempio, mandando cartelle esattoriali alle famiglie e procedendo ad un recupero coatto, come molti Comuni già fanno".
Ma non ci sono solo i furbetti. A volte si tratta di famiglie indigenti che non possono permettersi di pagare la quota. E spesso riscontrano anche non poche difficoltà per l'accesso alle agevolazioni previste. Nel rapporto pubblicato nel maggio scorso da Save The Children, dove si faceva il punto sulle differenze dei criteri d'accesso alle mense scolastiche italiane, su 36 Comuni presi in esame, veniva segnalato come in alcune città (per esempio a Palermo) l'esenzione dal pagamento della quota di contribuzione al servizio non è prevista in alcun caso. Solo a Verona, Parma, Pisa, Bari, Sassari hanno attivato delle misure di sostegno all'impoverimento delle famiglie legato o alla numerosità dei figli o alla perdita del posto di lavoro. In 11 comuni - Brescia, Adro, Udine, Padova, Verone, Pescara, Perugia, Pisa, L'Aquila, Campobasso, Lecce - si segnalano addirittura alcune cattive prassi, come la richiesta del requisito della residenza per l'accesso all'esenzione o alla riduzione della contribuzione.
Welfare da ripensare. "In un momento di profonda crisi economica e sociale la mensa dovrebbe essere considerata uno strumento educativo e di contrasto alla povertà", continua Antonella Inverno "ci sembra assurdo che si vadano a colpire proprio i servizi per l'infanzia, con interventi politici che per giunta hanno effetti discriminatori. La nostra associazione sta cercando di agire per il momento attraverso una forma di moral suasion nei confronti delle amministrazioni, affinché ripensino il welfare che deve mirare alla tutela delle politiche educative e al benessere infantile ad ogni costo. I bambini non devo essere lesi in alcun modo: allontanarli dalla mensa non significa solo privarli del pasto, ma anche del loro momento di socialità; significa separarli dai loro amici, facendoli sentire diversi".
Ricadute psicologiche. Le ricadute psicologiche di una violenza di questo tipo possono essere "diverse e traumatiche", come conferma la dottoressa Simonetta Gentile, psicologo-psicoterapeuta responsabile dell'unità operativa di Psicologia Clinica dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. "L'allontanamento dalla mensa scolastica non fa che rafforzare il senso di emarginazione e di esclusione che i bambini appartenenti a famiglie bisognose già vivono. Il vedersi separati dai propri compagni sancisce la diversità, dà loro misura di quanto la loro condizione sia distante dagli altri".
Traumi diseducativi. Perché fin dalla più tenera età il bambino è in grado di percepire e farsi carico delle difficoltà familiari. "Avere la consapevolezza di non poter mangiare come tutti perché non è stato pagato il servizio, di non poter partecipare alla mensa scolastica, è diseducativo, una pratica dannosa che incide sulla strutturazione del sé del bambino, che apprende in questo modo il principio di disuguaglianza e non quello della solidarietà", continua Simonetta Gentile. "Può essere un'esperienza traumatica anche nel caso ci si trovi di fronte a una morosità dovuta non all'indigenza dei genitori, bensì a una pratica scorretta. In tal caso il bambino capirà che sua madre o suo padre stanno tradendo i valori della legalità e sarà di rimando educato alla corruzione. Oppure svilupperà un senso di colpa e di vergogna che potrebbe sfociare anche in azioni di rivalsa, simili al bullismo".
Bilanci comunali. Pratiche dal sapore discriminatorio che servono a tutelare i bilanci comunali. I sindaci, infatti, con il mancato pagamento delle rette da parte dei genitori si trovano a far fronte a buchi anche consistenti nelle casse comunali: a Vigevano il debito pregresso per le mense scolastiche ammonta a quasi 120mila euro; 43mila euro nel Comune di Fino Mornasco; 200mila euro a Vercelli, per parlare solo dei casi più eclatanti. E se in misura minore il debito contratto dalle famiglie è verso il Comune di appartenenza, se questo gestisce direttamente il servizio, nella maggior parte dei casi chi deve riscuotere sono società che hanno il servizio in appalto.
Colpiti i più piccoli. A volte il mancato pagamento è dovuto a effetiva indigenza delle famiglie, altre volte perché l'accesso alle esenzioni è complicato, altre volte ancora per pratiche scorrette dei genitori. Ma chi in definitiva ne fa le spese sono sempre i più piccoli, ai quali viene tagliato il servizio, con conseguenze educative e psicologiche tutt'altro che trascurabili.
Servizi in appalto. "Quando il Comune non gestisce direttamente la mensa scolastica appalta il servizio a una società privata o pagandoglielo per intero", spiegano dalla Sodexo, una delle aziende leader nei servizi di ristorazione collettiva "oppure lasciando al privato la facoltà di gestire gli introiti". In caso di riscossione diretta da parte della società, dunque, il debito che i genitori contraggono, non è con il Comune, ma con l'azienda privata che svolge il servizio di refezione scolastica.
Solleciti e azioni legali. "Con la riscossione diretta, che avviene attraverso bollettino postale o per mezzo di carte prepagate ricaricabili, si possono, naturalmente, riscontrare episodi di morosità", spiegano alla Sodexo "Sebbene ogni azienda abbia la propria linea di comportamento, nella maggior parte dei casi succede che dopo ripetuti solleciti (minimo 4) inviati alle famiglie, si procede con il recupero del credito: o con una azione legale nei confronti dell'utente, o dialogando e cercando delle soluzioni con il Comune, che rimane cliente principale del servizio".
Poi tocca ai Comuni. E così accade che il Comune per rientrare del credito (o per far fronte agli ammanchi segnalati delle aziende appaltatrici), sempre dopo ripetuti solleciti e invio di cartelle esattoriali, decida di passare alla linea dura per punire i recidivi e garantire gli onesti: chiude le porte della mensa a quei bambini (con età che va orientativamente dai 5 ai 9 anni) che non se la possono permettere e che (per motivi che molte volte, a onor del vero, non hanno niente a che fare con le difficoltà economiche delle loro famiglie) non hanno pagato il buono pasto.
"Giù le mani dai bambini". "In questo modo le eventuali responsabilità degli adulti vengono scaricate sui più piccoli", dice Antonella Inverno, responsabile dell'unità legale di Save The Children, la associazione a tutela dei diritti dell'Infanzia, che si sta occupando in particolare dei casi di Vigevano e Brescia. "È certamente giusto chiedere conto a quei genitori che approfittano di agevolazioni senza averne la necessità, ma la rivalsa nei confronti degli insolventi può essere fatta in altre forme, senza coinvolgere i bambini. Ad esempio, mandando cartelle esattoriali alle famiglie e procedendo ad un recupero coatto, come molti Comuni già fanno".
Ma non ci sono solo i furbetti. A volte si tratta di famiglie indigenti che non possono permettersi di pagare la quota. E spesso riscontrano anche non poche difficoltà per l'accesso alle agevolazioni previste. Nel rapporto pubblicato nel maggio scorso da Save The Children, dove si faceva il punto sulle differenze dei criteri d'accesso alle mense scolastiche italiane, su 36 Comuni presi in esame, veniva segnalato come in alcune città (per esempio a Palermo) l'esenzione dal pagamento della quota di contribuzione al servizio non è prevista in alcun caso. Solo a Verona, Parma, Pisa, Bari, Sassari hanno attivato delle misure di sostegno all'impoverimento delle famiglie legato o alla numerosità dei figli o alla perdita del posto di lavoro. In 11 comuni - Brescia, Adro, Udine, Padova, Verone, Pescara, Perugia, Pisa, L'Aquila, Campobasso, Lecce - si segnalano addirittura alcune cattive prassi, come la richiesta del requisito della residenza per l'accesso all'esenzione o alla riduzione della contribuzione.
Welfare da ripensare. "In un momento di profonda crisi economica e sociale la mensa dovrebbe essere considerata uno strumento educativo e di contrasto alla povertà", continua Antonella Inverno "ci sembra assurdo che si vadano a colpire proprio i servizi per l'infanzia, con interventi politici che per giunta hanno effetti discriminatori. La nostra associazione sta cercando di agire per il momento attraverso una forma di moral suasion nei confronti delle amministrazioni, affinché ripensino il welfare che deve mirare alla tutela delle politiche educative e al benessere infantile ad ogni costo. I bambini non devo essere lesi in alcun modo: allontanarli dalla mensa non significa solo privarli del pasto, ma anche del loro momento di socialità; significa separarli dai loro amici, facendoli sentire diversi".
Ricadute psicologiche. Le ricadute psicologiche di una violenza di questo tipo possono essere "diverse e traumatiche", come conferma la dottoressa Simonetta Gentile, psicologo-psicoterapeuta responsabile dell'unità operativa di Psicologia Clinica dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. "L'allontanamento dalla mensa scolastica non fa che rafforzare il senso di emarginazione e di esclusione che i bambini appartenenti a famiglie bisognose già vivono. Il vedersi separati dai propri compagni sancisce la diversità, dà loro misura di quanto la loro condizione sia distante dagli altri".
Traumi diseducativi. Perché fin dalla più tenera età il bambino è in grado di percepire e farsi carico delle difficoltà familiari. "Avere la consapevolezza di non poter mangiare come tutti perché non è stato pagato il servizio, di non poter partecipare alla mensa scolastica, è diseducativo, una pratica dannosa che incide sulla strutturazione del sé del bambino, che apprende in questo modo il principio di disuguaglianza e non quello della solidarietà", continua Simonetta Gentile. "Può essere un'esperienza traumatica anche nel caso ci si trovi di fronte a una morosità dovuta non all'indigenza dei genitori, bensì a una pratica scorretta. In tal caso il bambino capirà che sua madre o suo padre stanno tradendo i valori della legalità e sarà di rimando educato alla corruzione. Oppure svilupperà un senso di colpa e di vergogna che potrebbe sfociare anche in azioni di rivalsa, simili al bullismo".
www.repubblica.it 13 settembre 2013
Parla Daniela Ruffino, sindaco di Giaveno e responsabile Scuola dell'Anci. "I diritti dei più piccoli non vanno lesi, ma chi elude senza necessità va colpito". Ogni anno 84 milioni di euro spesi per il servizio ristorazione
Una catena. Una pioggia di responsabilità che ricade in ultima istanza sui Comuni, "vessati e colpiti dalla complessiva recessione economica e dai tagli imposti ai trasferimenti per gli enti". Pressati da rigorose esigenze di bilancio, le amministrazioni locali si trovano a dover fare dei veri e propri "esercizi di equilibrismo per non sforare il patto di stabilità e allo stesso tempo per continuare a garantire i servizi ai propri cittadini". La difesa a spada tratta dell'operato dei sindaci arriva da Daniela Ruffino, primo cittadino di Giaveno, località nel torinese, e responsabile scuola dell'Anci, l'Associazione nazionale dei comuni italiani.
Le cronache recenti parlano di bambini con età compresa fra i 5 e i 9 anni esclusi dalle mense perché i genitori non pagano la retta. A detta di educatori e psicologi si tratta di una pratica discriminatoria molto pericolosa.
"I diritti dei più piccoli non vanno lesi. Il mio primo mestiere è quello di educatrice, so con quanta attenzione bisogna seguirli. Ma sento di poter dire con certezza che i Comuni italiani osservano buone pratiche in fatto di educazione e tutela dei minori, soprattutto negli istituti scolastici. C'è un gran varietà di regole di accesso alle mense scolastiche. Le rette sono suddivise nella maggior parte dei casi per fasce di reddito e chi ce l'ha basso paga meno o non paga".
Ma in alcune città, come testimonia un recente rapporto di Save The Children, l'esenzione non è addirittura prevista.
"In quei casi ci sono i consorzi di assistenza sociale. In qualunque momento il genitore può rivolgersi a loro e ottenere l'esenzione dal pagamento della retta. I veri bisognosi e gli indigenti riceveranno tutta l'assistenza necessaria. Gli altri invece...".
Si riferisce a chi vuole fare il furbo, a chi elude la retta non per necessità?
"Esattamente. I cittadini morosi non solo sono le famiglie che non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Sono anche i furbetti, quelli che nonostante abbiano ricevuto solleciti su solleciti dal Comune, con inviti alla rateizzazione del debito, continuano a non presentarsi. Questa è una pratica che lede i diritti di tutti ed è dannosa per tutta la popolazione".
Ma a rimetterci in questo caso sono i bambini. Sono loro che pagano per tutti. Non si potrebbe trovare un modo per garantire comunque loro un pasto caldo, magari tagliando da qualche altra parte?
"Questa è una valutazione ingenerosa. Le assicuro che un sindaco è pronto a tutto prima di arrivare a tagliare sulle mense scolastiche o sui servizi socio-assistenziali. Si chiede, ad esempio, se si possono tagliare le indennità dei primi cittadini o degli assessori? È una domanda lecita. La risposta è semplice: certo che si può. Ma non è dignitoso. Il nostro è uno stipendio assolutamente non congruo rispetto all'enorme carico di responsabilità che abbiamo. Il problema sta da un'altra parte".
E dov'è questo problema?
"In una politica che ci obbliga a tagli continui, che non istituisce fondi per garantire i servizi necessari alla popolazione e che in cambio vuole il rispetto del patto di stabilità. Loro riescono a sfuggire alle lamentele dei cittadini, noi no. Noi delle amministrazioni locali i cittadini li incontriamo tutti i giorni, sappiamo quello di cui hanno bisogno, ma ormai sempre più spesso non riusciamo a garantirglielo. Se almeno ogni ente desse i contribuiti che gli sono proprio, anziché far ricadere tutto sui Comuni".
A cosa si riferisce?
"I Comuni, in special modo in materia di istruzione, ma non solo, continuano a sostenere tagli ingenti per garantire servizi essenziali, svolgendo di fatto funzioni che non sono di stretta competenza comunale. Tanto per citare un paio di esempi: i Comuni sostengono praticamente per intero il costo dei libri di testo forniti gratuitamente a tutti gli alunni della scuola primaria, a prescindere dal reddito familiare, compresi quelli delle scuole private. Un costo annuo pari a circa 84 milioni. Altro esempio: le risorse che i Comuni mettono in campo quale contributo per i pasti degli insegnanti e del personale Ata nelle mense comunali, quindi personale dipendente da altra amministrazione. Costo annuo pari a 60 milioni di euro. L'unica possibile soluzione sarebbe un maggior trasferimento di risorse statali e regionali verso i Comuni, per far fronte alle esigenze, in particolare a quelle dei più bisognosi".
Torniamo alle mense negate ai bambini morosi. Non crede che il Comune potrebbe trovare il modo di rivalersi sui genitori, evitando ai minori l'umiliazione di doversi allontanare al momento del pasto perché non l'hanno pagato?
"L'umiliazione al bambino gliela infliggono in primo luogo i suoi genitori che in ogni caso, sia che non abbiano le possibilità, sia che ce l'abbiano e ci marcino, hanno molti modi per risolvere il problema. Chiedere l'esenzione dal pagamento della retta o l'aiuto dei servizi sociali in casi di reale e accertata necessità; rateizzare e saldare il debito nei casi di morosità recidiva e per altra causa. Per il resto il Comune applica la legge. A seguito del trasferimento delle funzioni di 'assistenza scolastica', il finanziamento della spesa viene assicurato in minima parte attraverso un contributo regionale, per un'altra parte con la contribuzione degli utenti e per il resto con fondi ordinari di bilancio dei singoli comuni. Così è anche per quanto riguarda le mense scolastiche: anche i cittadini devono fare la loro parte, usufruendo di tutte le regole e le agevolazioni che ci sono e che tutelano i più bisognosi".
Le cronache recenti parlano di bambini con età compresa fra i 5 e i 9 anni esclusi dalle mense perché i genitori non pagano la retta. A detta di educatori e psicologi si tratta di una pratica discriminatoria molto pericolosa.
"I diritti dei più piccoli non vanno lesi. Il mio primo mestiere è quello di educatrice, so con quanta attenzione bisogna seguirli. Ma sento di poter dire con certezza che i Comuni italiani osservano buone pratiche in fatto di educazione e tutela dei minori, soprattutto negli istituti scolastici. C'è un gran varietà di regole di accesso alle mense scolastiche. Le rette sono suddivise nella maggior parte dei casi per fasce di reddito e chi ce l'ha basso paga meno o non paga".
Ma in alcune città, come testimonia un recente rapporto di Save The Children, l'esenzione non è addirittura prevista.
"In quei casi ci sono i consorzi di assistenza sociale. In qualunque momento il genitore può rivolgersi a loro e ottenere l'esenzione dal pagamento della retta. I veri bisognosi e gli indigenti riceveranno tutta l'assistenza necessaria. Gli altri invece...".
Si riferisce a chi vuole fare il furbo, a chi elude la retta non per necessità?
"Esattamente. I cittadini morosi non solo sono le famiglie che non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Sono anche i furbetti, quelli che nonostante abbiano ricevuto solleciti su solleciti dal Comune, con inviti alla rateizzazione del debito, continuano a non presentarsi. Questa è una pratica che lede i diritti di tutti ed è dannosa per tutta la popolazione".
Ma a rimetterci in questo caso sono i bambini. Sono loro che pagano per tutti. Non si potrebbe trovare un modo per garantire comunque loro un pasto caldo, magari tagliando da qualche altra parte?
"Questa è una valutazione ingenerosa. Le assicuro che un sindaco è pronto a tutto prima di arrivare a tagliare sulle mense scolastiche o sui servizi socio-assistenziali. Si chiede, ad esempio, se si possono tagliare le indennità dei primi cittadini o degli assessori? È una domanda lecita. La risposta è semplice: certo che si può. Ma non è dignitoso. Il nostro è uno stipendio assolutamente non congruo rispetto all'enorme carico di responsabilità che abbiamo. Il problema sta da un'altra parte".
E dov'è questo problema?
"In una politica che ci obbliga a tagli continui, che non istituisce fondi per garantire i servizi necessari alla popolazione e che in cambio vuole il rispetto del patto di stabilità. Loro riescono a sfuggire alle lamentele dei cittadini, noi no. Noi delle amministrazioni locali i cittadini li incontriamo tutti i giorni, sappiamo quello di cui hanno bisogno, ma ormai sempre più spesso non riusciamo a garantirglielo. Se almeno ogni ente desse i contribuiti che gli sono proprio, anziché far ricadere tutto sui Comuni".
A cosa si riferisce?
"I Comuni, in special modo in materia di istruzione, ma non solo, continuano a sostenere tagli ingenti per garantire servizi essenziali, svolgendo di fatto funzioni che non sono di stretta competenza comunale. Tanto per citare un paio di esempi: i Comuni sostengono praticamente per intero il costo dei libri di testo forniti gratuitamente a tutti gli alunni della scuola primaria, a prescindere dal reddito familiare, compresi quelli delle scuole private. Un costo annuo pari a circa 84 milioni. Altro esempio: le risorse che i Comuni mettono in campo quale contributo per i pasti degli insegnanti e del personale Ata nelle mense comunali, quindi personale dipendente da altra amministrazione. Costo annuo pari a 60 milioni di euro. L'unica possibile soluzione sarebbe un maggior trasferimento di risorse statali e regionali verso i Comuni, per far fronte alle esigenze, in particolare a quelle dei più bisognosi".
Torniamo alle mense negate ai bambini morosi. Non crede che il Comune potrebbe trovare il modo di rivalersi sui genitori, evitando ai minori l'umiliazione di doversi allontanare al momento del pasto perché non l'hanno pagato?
"L'umiliazione al bambino gliela infliggono in primo luogo i suoi genitori che in ogni caso, sia che non abbiano le possibilità, sia che ce l'abbiano e ci marcino, hanno molti modi per risolvere il problema. Chiedere l'esenzione dal pagamento della retta o l'aiuto dei servizi sociali in casi di reale e accertata necessità; rateizzare e saldare il debito nei casi di morosità recidiva e per altra causa. Per il resto il Comune applica la legge. A seguito del trasferimento delle funzioni di 'assistenza scolastica', il finanziamento della spesa viene assicurato in minima parte attraverso un contributo regionale, per un'altra parte con la contribuzione degli utenti e per il resto con fondi ordinari di bilancio dei singoli comuni. Così è anche per quanto riguarda le mense scolastiche: anche i cittadini devono fare la loro parte, usufruendo di tutte le regole e le agevolazioni che ci sono e che tutelano i più bisognosi".
www.repubblica.it 13 settembre 2013
VIGEVANO. Sono 403 i bambini delle scuole dell’obbligo che, al momento, sono
sospesi dalla mensa scolastica: più del 2012, quando i refettori partirono con
150 bambini esclusi. La giunta leghista non fa retromarcia rispetto alla linea
intransigente tenuta finora, circa l’esclusione dalle mense dei figli di
famiglie che hanno accumulato debiti pregressi con il Comune per il pagamento
dei pasti. Lo ha ribadito ieri l’assessore alla refezione scolastica, Brunella
Avalle, fornendo i dati aggiornati sulle morosità e, a pochi giorni dall’inizio
del nuovo anno scolastico, sull’esclusione di altri bambini dalle mense. Per
nidi e materne, sempre in caso di morosità, si potrà arrivare anche alla perdita
del posto assegnato.
Le cifre dicono che sono 3.135 gli alunni di elementari e medie iscritti al
servizio mensa (se si considerano anche i pasti forniti agli asili nido comunali
e alle scuole materne, la cifra sale a 4.462). Sui 3.135 bambini per cui le
famiglie hanno richiesto il servizio mensa, spiega l’assessore Avalle, sono
2.601 gli utenti dei refettori e, di fatto, 1.740 è il numero massimo di pasti
forniti in una giornata dal Centro unico di cottura, gestito dalla ditta
Pellegrini.
Prima dell’avvio dell’anno scolastico, il Comune ha fatto i conti, per
stabilire quanti alunni saranno ammessi alla mensa: al momento, sono sospesi dal
servizio 403 bambini, di cui 175 figli di famiglie con morosità pregresse
rispetto al gennaio 2012 (quando è stato cambiato il sistema di pagamento delle
rette, dal bollettino mensile alla ricarica periodica) e 228 sono i bimbi che
non potranno andare a mensa per debiti contratti dalle famiglie dal gennaio 2012
a oggi. La cifra debitoria che fa scattare la sospensione è di 120 euro, ma la
famiglia viene avvertita prima, tramite sms al cellulare, che i conti non
tornano. Sono invece 72 i bambini ammessi alla mensa scolastica delle scuole
vigevanesi, nonostante i mancati pagamenti delle rette da parte delle famiglie:
persone che si sono rivolte ai servizi sociali e il Comune ha appurato la loro
condizione di disagio economico. La retta per questi bambini è versata dal
Comune. Complessivamente, il debito pregresso per le mense scolastiche ammonta a
118.000 euro. Con le iscrizioni alla prima elementare, sono 538 le nuove domande
di adesione alla mensa: 38 sono state cancellate, perché la documentazione era
incompleta; 36 sono state bloccate, perché le famiglie hanno già accumulato
debiti, ad esempio, nel pagamento delle rette di altri figli. «Chi vuole questo
servizio deve pagarlo – afferma l’assessore Avalle –. Non saprei dire tra tutte
queste morosità quante riguardino famiglie straniere o italiane. So che molti
sono stranieri, ma a noi interessa che i conti tornino e chi non paga non può
essere ammesso alla mensa, sarebbe anche ingiusto nei confronti di chi paga».
L’assessore, ieri, ha replicato anche ad alcune associazioni che avevano
preso posizione sulla vicenda delle esclusioni dei bambini dalla mensa. Come
“L’articolo 3 vale anche per me” (nata con riferimento alla Costituzione che
garantisce pari dignità sociale dei cittadini e la rimozione di ostacoli di
ordine economico e sociale) e Save the Children. «Non è vero che non abbiamo
risposto alle loro lettere – sostiene l’assessore Avalle – lo abbiamo fatto
nell’arco di una settimana. E la risposta è che l’amministrazione comunale non
ha mai detto che devono essere formate “aule ghetto” in cui i bambini vanno a
mangiare un panino, mentre gli altri alunni vanno a mensa. Le aule ghetto le
hanno create le scuole. Noi abbiamo invece stabilito che chi non paga la mensa
non ne ha diritto e per noi questo non significa mandare i bambini in un’aula a
parte, ma che gli alunni vengano portati a casa a mangiare alle 12.30 e alle
14.30 ritornino a scuola».
Avalle esclude inoltre che il Comune possa fornire alle associazioni i
nominativi delle famiglie in difficoltà che potrebbero essere aiutate dai
volontari a pagare la mensa: «Noi tuteliamo la privacy delle famiglie. Se
qualche associazione vuole aiutarle a pagare le rette, deve mettersi in contatto
con loro facendosi conoscere. Ma noi non diamo nomi a nessuno».
La Provincia Pavese, 5 settembre 2013
martedì 10 settembre 2013
Sui conventi vuoti
Il papa ha fatto visita al centro Astalli, nel cuore di Roma, per i
rifugiati dove si e' intrattenuto per circa un'ora e mezza. Bergoglio è
giunto senza scorta con la sua consueta Focus blu, a bordo della quale
c'era il capo della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani.
Francesco è
stato accolto dal cardinale vicario, Agostino Vallini e dal direttore
del centro padre Giovanni La Manna. All'ingresso della mensa si è
intrattenuto con alcuni rifugiati, in gran parte africani ed ha poi
fatto un gesto di saluto verso la folla dei fedeli che lo hanno
applaudito ed acclamato a gran voce. Entrando nel Centro Astalli, la
struttura romana dei Gesuiti per l'accoglienza dei rifugiati, il primo
gesto di Papa Francesco è stato di avvicinarsi a una donna incinta dando
la benedizione a lei e al bimbo che portava in grembo. Il Papa è subito
stato circondato dalla folla dei rifugiati con cui si è intrattenuto
salutandoli e dando loro la benedizione.
'Conventi chiusi accolgano i rifugiati'- "Grazie perché
difendete la vostra dignità ma anche la nostra dignità umana". Questo
uno dei passi del discorso, durato circa venti minuti, pronunciato da
Papa Francesco ai rifugiati durante la visita al centro Astalli di Roma.
Non basta dare un panino, ma bisogna accompagnare queste persone. A
cosa servono alla Chiesa i conventi chiusi? I conventi dovrebbero
servire alla carne di Cristo e i rifugiati sono la carne di Cristo". Lo
ha detto Papa Francesco, durante il suo discorso nel centro Astalli,
ipotizzando l'utilizzo dei conventi chiusi per l'accoglienza dei
rifugiati. Agli operatori del centro Astalli, il Papa ha detto che
bisogna "tenere sempre viva la speranza! Aiutare a recuperare la
fiducia! Mostrare che con l'accoglienza e la fraternità si può aprire
una finestra sul futuro, più che una finestra, una porta, e più si può
avere ancora un futuro". "Ed è bello - ha aggiunto Bergoglio - che a
lavorare per i rifugiati, insieme con i Gesuiti, siano uomini e donne
cristiani e anche non credenti o di altre religioni, uniti nel nome del
bene comune, che per noi cristiani è espressione dell'amore del Padre in
Cristo Gesù. Sant'Ignazio di Loyola volle che ci fosse uno spazio per
accogliere i più poveri nei locali dove aveva la sua residenza a Roma, e
il Padre Arrupe, nel 1981, fondò il Servizio dei Gesuiti per i
Rifugiati, e volle che la sede romana fosse in quei locali, nel cuore
della città". I "conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli
in alberghi e guadagnare i soldi". Lo ha detto il Papa agli ospiti del
centro Astalli, ribadendo che i "conventi vuoti non sono nostri, sono
per la carne di Cristo che sono i rifugiati. Il Signore chiama a vivere
con generosità e coraggio la accoglienza nei conventi vuoti" e che
possono servire per accogliere i rifugiati.
Non dobbiamo avere paura delle differenze - "Molti di voi
siete musulmani, di altre religioni; venite da vari Paesi, da situazioni
diverse. Non dobbiamo avere paura delle differenze. La fraternità ci fa
scoprire che sono una ricchezza, un dono per tutti. Viviamo la
fraternità". Lo ha detto il Papa al centro Astalli. Solidarietà è una
"parola che fa paura per il mondo più sviluppato. Cercano di non dirla.
E' quasi una parolaccia per loro". Ma solidarietà, ha aggiunto, "è la
nostra parola! Servire significa riconoscere e accogliere le domande di
giustizia, di speranza, e cercare insieme delle strade, dei percorsi
concreti di liberazione". I poveri e la promozione della giustizia non
devono essere affidate soltanto a degli "specialisti", ma devono essere
"un'attenzione" di tutta la Chiesa. Lo ha detto il Papa nel corso della
sua visita a centro Astalli per i rifugiati. "Per tutta la Chiesa è
importante che l'accoglienza del povero e la promozione della giustizia
non vengano affidate solo a degli 'specialisti', ma siano un'attenzione
di tutta la pastorale, della formazione dei futuri sacerdoti e
religiosi, dell'impegno normale di tutte le parrocchie, i movimenti e le
aggregazioni ecclesiali. In particolare, e questo è importante e lo
dico dal cuore, in particolare vorrei invitare anche gli Istituti
religiosi a leggere seriamente e con responsabilità questo segno dei
tempi", ha concluso il Papa.
fonte: Ansa, 10 settembre 2013
domenica 8 settembre 2013
Perchè tu sei prezioso ai miei occhi
"Così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha
plasmato,
o Israele: Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per
nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i
fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo
al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io
sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore. Io do
l'Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l'Etiopia e
Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei
degno di stima e io ti amo, do uomini al tuo posto e nazioni in cambio
della tua vita. Non temere, perché io sono con te..."
(Is 43, 1-5)
venerdì 6 settembre 2013
Pop up involontari
Boom di visite a siti per adulti fra i parlamentari britannici.
Stando alle cifre appena diffuse, dal maggio 2012 al luglio di
quest'anno dai loro uffici a Westminster i parlamentari hanno tentato di
accedere a siti porno e simili per 300mila volte, quindi in media sono
stati bloccati 850 tentativi di accesso a siti hard al giorno.
A
Westminster però ridimensionano: a credere a fonti interne, le cifre
stratosferiche non sarebbero dovute a veri tentativi di accesso, ma a
pop-up involontari. Un portavoce della camera dei comuni ha comunque
fatto sapere che «non verrà limitata la possibilità dei parlamentari di
condurre ricerche». Al Parlamento inglese lavorano circa 5 mila persone,
tra deputati e membri dello staff.
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