sabato 11 ottobre 2014

Luoghi comuni

di Rino Cammilleri
 
Nel 2005 in Inghilterra una troupe stava realizzando un film sul razzismo islamofobo dei britannici. Si girava la scena in cui un attore dai tratti mediorientali veniva aggredito da alcuni inglesi. Due passanti, che non si erano accorti della cinepresa, si fermarono a difenderlo. Il film però fu realizzato lo stesso, anche se l'episodio ne era la più plateale sconfessione.

PARLAR MALE DELLA PROPRIA CULTURA E DELLA PROPRIA RELIGIONE
Tutto ciò è emblematico. Parlar male della propria cultura e della propria religione ma usare ogni riguardo con quelle altrui (e in modo del tutto speciale con i suscettibilissimi musulmani) fa ormai parte di quel che per l'Occidente è il c.d. pensiero politicamente corretto. Detto pensiero, tuttavia, abbisogna di essere imposto con la forza della legge, il che significa che gli occidentali sarebbero portati a pensarla in modo ben diverso. Dal tempo dell'attentato alle Twin Towers, infatti, ogni sforzo è stato fatto per convincere gli occidentali che: a) la guerra che fanno gli Stati Uniti è «contro il terrore» e non contro terroristi che esplicitamente si richiamano all'islam; b) le crociate sono un episodio vergognoso della storia occidentale e, quantunque risalenti al Medioevo, agli islamici ancora brucia l'umiliazione subita; c) l'islam è una religione di pace. E via di seguito. [...]

BASTA CON I LUOGHI COMUNI
A mettere i puntini sulle «i», stufo di queste storie, ha pensato l'americano Robert Spencer, che ha dato alle stampe una Guida (politicamente scorretta) all'Islam e alle Crociate (Lindau). Sottotitolo: Tutto ciò che sapete sull'Islam e le Crociate è falso. Non a caso nel risvolto di copertina si avverte che l'autore vive sotto protezione in una località segreta, alla faccia del punto c). Spencer si è preso la briga di analizzare uno per uno tutti i luoghi comuni politicamente corretti sull'argomento, con risultati talvolta grotteschi. Per esempio, nel testo Le crociate viste dagli arabi, di Amin Maalouf (stranamente - ma mica tanto - pubblicato dalla Sei, l'editrice dei salesiani), i crociati appaiono esattamente come nel film Le crociate di Ridley Scott: rozzi e guerrafondai. Mentre i saraceni sono miti e civili, e Saladino è un campione di tolleranza. Spencer ci ricorda però che l'iniziativa bellica risale allo stesso Maometto, il quale scrisse a tutti i re vicini (gli imperatori di Persia e di Bisanzio, il Negus d'Africa), chiedendo loro di scegliere tra la conversione alla «vera fede» o l'invasione. È un fatto che di lì a pochi anni quei regni sparirono e Bisanzio, ridotta quasi alla sola Constantinopoli, cominciò a chiedere disperatamente aiuto ai cristiani d'Europa, che erano riusciti a fermare la marea islamica alle porte della Francia alla fine dell'VIII secolo. Si può giudicare le crociate come si vuole (e sono molti, oggi, i cristiani che se ne rammaricano) ma non si può negare che fino a quando gli europei tennero la posizione in Palestina l'aggressività islamica segnò il passo. Con la caduta dei regni crociati, ricominciò e gli europei si ritrovarono a dover combattere sotto le mura di Vienna per ben due volte. Anche l'India finì in mani islamiche, ed è il premio Nobel Najpaul a ricordare la tabula rasa che i conquistatori fecero della sua antichissima e splendente civiltà.

TOLLERANZA MUSULMANA?
Un altro dei luoghi comuni politicamente corretti (e insegnato nelle scuole occidentali) riguarda la «tolleranza» musulmana nei confronti di ebrei e cristiani sottomessi. Ma non dice che ebrei e cristiani dovevano cedere il passo e la sedia ai musulmani, non andare a cavallo, non costruire case più alte, portare segni esterni di riconoscimento (talvolta davvero umilianti), rasarsi la fronte, non edificare né riparare chiese, non esporre croci, pagare la tassa di «protezione» (all'atto del versamento, pubblico, il cristiano o l'ebreo doveva piegare il capo per ricevere il tradizionale schiaffo sulla nuca da parte dell'esattore). Ogni anno ai cristiani dell'impero ottomano venivano sottratti i figli migliori per farne giannizzeri, convertiti a forza e mandati in guerra contro gli europei (Scanderbeg, eroe nazionale albanese, era un giannizzero disertore).
Ancora un luogo comune: l'epoca d'oro della cultura islamica ai tempi di Harun al-Rashid, il califfo delle «Mille e una Notte». Ma i costruttori di tale «epoca d'oro» erano tutti cristiani dhimmi e il sapere islamico era farina di sacco greco o indiano (come lo zero e i numeri «arabi»). Poi, a partire dal XII secolo, qualcuno richiamò alla stretta osservanza coranica e la fiaccola culturale passò all'Occidente. Caduta Costantinopoli nel 1453, torme di dotti greci ripararono in Europa, determinando il boom di Aristotele e Platone (e fu il Rinascimento). La contemporanea scoperta dell'America avvenne perché Colombo cercava una nuova «via delle Indie», essendo quella vecchia in mani islamiche.

E OGGI?
Ma torniamo a oggi. Gli occidentali si scandalizzano più per Abu Graib e Guantanamo che non per le decapitazioni, le mani tagliate, le lapidazioni all'ordine del giorno altrove. Potremmo anche aggiungere il fasto a volte stomachevole in cui certi capi di Stato (ereditari, per giunta) vivono, con una discrepanza di ricchezza tra sovrano e popolo che da noi non sarebbe tollerata: harem con centinaia di concubine, decine di rolls-royce d'oro, panfili galattici, piste da sci con vera neve nel deserto... Nel maggio 2008 uno di tali personaggi, in visita in Puglia con seguito sterminato, donò al presidente della regione Vendola un orologio Rolex, che il presidente in questione dovette affrettarsi a versare all'erario per evitare critiche.
Sembra, dice Spencer, «una tacita ammissione di qualcosa che l'establishment politicamente corretto nega con fermezza in ogni altro caso: che il cristianesimo, cioè, propone uno standard morale superiore rispetto a quello islamico. Di conseguenza ci si aspetta di più non soltanto dai cristiani osservanti ma da tutti coloro che hanno assorbito questi alti principi vivendo in società da essi plasmate». Già.
 
fonte: www.bastabugie.it

Travagli su travagli

1. Tutta la nostra speranza è in Cristo; egli è tutta la nostra gloria, gloria vera e salutare. La vostra Carità non ode oggi per la prima volta queste cose: voi infatti appartenete al gregge di colui che provvidamente pasce Israele 1. Ma, siccome ci sono pastori che amano esser chiamati pastori mentre si rifiutano d’adempiere l’ufficio di pastori, scorriamo le parole ad essi rivolte dal profeta secondo la lettura che abbiamo or ora ascoltato. Voi ascoltate con attenzione; noi ascolteremo con tremore.
Vescovi e cristiani.
2. “Il Signore mi rivolse la parola e mi disse: Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele e di’ ai pastori d’Israele” 
 Abbiamo ascoltato poc’anzi la lettura di questo testo, sul quale abbiamo stabilito d’intrattenerci alquanto con la vostra Santità. Ci aiuterà il Signore a dirvi il vero; e a ciò riusciremo se non presumeremo dirvi cose nostre. Infatti, se diremo del nostro, saremo pastori che pasciamo noi stessi, non le pecore; se invece ci viene dal Signore quel che diciamo, qualunque sia la persona che vi pasce, è sempre il Signore a pascervi.
Queste cose dice il Signore Iddio: Guai ai pastori d’Israele! Essi pascono soltanto se stessi. Non è invece compito dei pastori pascere le pecore?” 3.
Vuol dire: i pastori non debbono pascere se stessi ma le pecore, sicché questo è il primo motivo per cui vengono rimproverati tali pastori: perché pascono se stessi e non le pecore. (…) Il Signore ci ha posti in questo luogo (di cui dovremo rendere stretto conto) per un tratto della sua condiscendenza e non certo per i nostri meriti. Ebbene, noi siamo insigniti di due dignità che occorre ben distinguere: la dignità di cristiani e quella di vescovi. La prima, cioè l’essere cristiani, è per noi; l’altra, cioè l’essere vescovi, è per voi.
(…) Noi, oltre ad essere cristiani, per cui dovremo render conto a Dio della nostra vita, siamo anche vescovi, e quindi dovremo rendergli conto anche del nostro ministero. Vi fo presente tale difficile situazione affinché vogliate compatirci e pregare per noi. Verrà infatti il giorno in cui tutto sarà sottoposto a giudizio 5; e quel giorno, se per il mondo intero è lontano, per i singoli uomini è vicino, coincidendo con l’ultimo giorno della propria vita. (…)
L’esempio dell’apostolo Paolo.
7. Un manto di questo genere aveva ricevuto dal buon popolo di Dio lo stesso Paolo, vedete, quando diceva: “Mi avete ricevuto come un angelo di Dio. Io infatti vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati persino gli occhi per darli a me” 19.
Egli però, pur essendo stato fatto segno di tanto onore, forse che li risparmiò, a motivo dell’onore ricevuto, e li abbandonò nell’errore, temendo d’essere da loro rinnegato o elogiato con meno trasporto, poiché li rimproverava? Se avesse agito così, sarebbe stato tra coloro che pascono se stessi e non le pecore.
Avrebbe infatti ragionato così: Che me ne importa? Ciascuno faccia ciò che gli piace; il mio sostentamento è assicurato, e così pure il mio onore. Ho latte e lana a sufficienza. Vada pure ciascuno dove gli pare.
Ma davvero? ogni cosa è a posto per te quando ciascuno va dove gli pare? Non voglio supporre che tu sia vescovo; ti prendo come uno qualunque del popolo: ma anche allora varrebbero per te le parole: “Se un membro soffre, ne soffrono insieme tutte le membra” 20.
Pertanto l’Apostolo, ricordando ai lettori come si erano comportati nei suoi riguardi per non sembrare dimentico dell’onore da loro ricevuto, attesta che lo accolsero come un angelo di Dio e che, se fosse stato possibile, si sarebbero persino cavati gli occhi per darli a lui. Nonostante ciò, però, egli si china sulla pecora malata, in via di decomposizione, per incidere la piaga e non lasciar progredire l’infezione. Diceva: “Per avervi annunziato la verità, son dunque diventato vostro nemico”? 21. Ecco uno che dalle pecore prese il latte, come poco fa ricordavamo, e si coprì con la loro lana, ma non trascurò le pecore. Egli infatti cercava non i vantaggi propri, ma quelli di Gesù Cristo 22.
Una predicazione aberrante.
8. Mai dunque succeda che veniamo a dirvi: Vivete come vi pare! State tranquilli! Dio non condannerà nessuno: basta che conserviate la fede cristiana. Egli vi ha redenti, ha sparso per voi il sangue: quindi non vi dannerà. Che se vi viene la voglia d’andarvi a deliziare con gli spettacoli, andateci pure! Alla fin fine che male c’è? E queste feste che si celebrano nell’intera città, con grande tripudio di gente che banchetta e – come essa crede – si esilara, mentre in realtà si rovina, alle mense pubbliche… andateci pure, celebratele tranquilli: tanto la misericordia di Dio è senza limiti e tutto lascerà correre! Coronatevi di rose prima che marciscano 23! E anche dentro la casa del vostro Dio, quando ve ne venisse la voglia, banchettate pure! rimpinzatevi di cibi e bevande insieme con i vostri amici. Queste creature infatti ci sono state date proprio affinché ne godiate. O che Dio le avrebbe mai date agli empi e ai pagani, negandole poi a voi? Se vi facessimo di questi discorsi, forse raduneremmo attorno a noi folle più numerose; e, se pur ci fossero alcuni che s’accorgessero come nel nostro parlare diciamo delle cose inesatte, ci inimicheremmo questi pochi, ma guadagneremmo il favore della stragrande maggioranza.
Tuttavia, comportandoci in questa maniera, vi annunzieremmo non le parole di Dio o di Cristo, ma le nostre parole; e saremmo pastori che pascono se stessi, non le pecore.
Il pastore che uccide le pecore sane.
9. Dopo aver detto che cosa amino questi pastori, [il profeta] ci dice che cosa trascurino. Pecore viziate si trovano infatti per ogni dove, mentre sono pochissime le pecore sane e grasse, cioè nutrite del solido cibo della verità e capaci, per dono di Dio, di cibarsi in buoni pascoli.
Ora i cattivi pastori non risparmiano nemmeno queste. Non basta loro trascurare le prime, cioè le malate, le deboli, le fuorviate, le sperdute; per quanto sta in loro, essi ammazzano anche le forti e le grasse. Eppure esse vivono: vivono per un dono della misericordia di Dio, ma, per quel che dipende dai pastori cattivi, essi le uccidono. In che modo, mi chiederai, le uccidono? Vivendo male, dando cattivo esempio. O che forse fu detto invano a quel tal servo di Dio, esimio tra le membra del sommo Pastore: “Offri a tutti te stesso quale modello di opere buone” 24, e ancora: “Sii modello per i tuoi fedeli” 25?
Succede infatti talora che la pecora, anche quella forte, rilevi la condotta cattiva del suo pastore. Se per un istante essa distoglierà lo sguardo dai comandamenti del Signore, e lo fisserà sull’uomo, inizierà a dire in fondo al suo cuore: Se il mio pastore vive in questa maniera, chi sono io che non debba permettermi le stesse cose che egli fa? In tal modo uccide la pecora forte. (…)
Partecipi della croce di Cristo.
11. Come giudicare allora quei pastori che, per timore di dispiacere a chi li ascolta, non solo non premuniscono i fedeli contro le tentazioni che li sovrastano ma anche promettono una felicità temporale che Dio in nessun modo ha promessa allo stesso mondo? Dio predice al mondo, come tale, travagli su travagli, sino alla fine, e tu pretendi che il cristiano da tali travagli sarà esentato? Essendo invece cristiano, avrà da soffrire in questo mondo più che non gli altri! Dice infatti l’Apostolo: “Tutti coloro che vogliono piamente vivere in Cristo soffriranno persecuzioni” 33.
Piaccia o non piaccia a te, pastore che cerchi i tuoi vantaggi e non quelli di Gesù Cristo, l’Apostolo afferma: “Tutti coloro che vogliono piamente vivere in Cristo soffriranno persecuzioni”; e tu di’ pure: Se vivrai piamente in Cristo, diguazzerai nell’abbondanza di ogni bene. E se non hai figli, ne avrai e li alleverai tutti e nessuno ti morrà… Questo è dunque il tuo edificare? Guarda che cosa fai e dove costruisci. (…)
La sopportazione della prova.
13. “Ciò che era debole – dice – voi non l’avete sostenut”o 49. Son parole rivolte ai pastori cattivi e falsi, ai pastori che cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo; a coloro che godono per i vantaggi del latte e della lana ma non si curano affatto delle pecore e, quando le vedono malate, non le ristorano. (…)
L’eretico va ricondotto all’ovile.
14. “Quelle che erano fuorviate, voi non richiamaste [all'ovile]. Ecco il pericolo che ci sovrasta in mezzo agli eretici. Quelle che erano fuorviate non richiamaste[all'ovile]; quelle che si erano perdute non le ricercaste” 53.
Noi, si voglia o no, ci troviamo in balia di predoni e come fra i denti di lupi feroci. In mezzo a tali nostri pericoli, vi scongiuriamo di pregare per noi. Si tratta di pecore riottose, le quali, quando si vedono ricercate nella via dove si sono smarrite, si proclamano estranee a noi per un loro errore e con loro perdizione.
Perché vi interessate di noi – dicono -, perché ci ricercate? Quasi che la ragione per cui ce le prendiamo a cuore e le ricerchiamo non sia l’essere loro nella falsità e sulla via della perdizione!
E insistono: Se sono nell’errore e nella perdizione, perché mi vieni appresso? perché mi cerchi? Proprio perché sei nell’errore, te ne voglio cavar fuori; proprio perché sei perduto ti voglio ritrovare! Ma io voglio errare così, e così magari perdermi! Vuoi errare e perderti così? Quanto più saggiamente io voglio impedirtelo! Ve lo dico francamente: Sarò un importuno, ma conosco le parole dell’Apostolo: “Annunzia la parola, insisti e quando è opportuno e quando è importuno” 54.
A chi si predica opportunamente e a chi importunamente? Opportunamente a chi vuol ascoltare, importunamente a chi non lo vuole.
Ebbene, sarò importuno quanto vi pare, ma con coraggio debbo dirvi: Tu vuoi camminare nell’errore e andare alla perdizione? Io non lo voglio. Del resto, non lo vuole nemmeno colui che mi infonde timore. Sì, anche se io lo volessi, osserva cosa mi dice lui, cosa mi fa risuonare agli orecchi: “Le pecore fuorviate voi non avete richiamate [all'ovile] né avete ricercato le pecore perdute” 55.
Dovrò io temere te più che non lui? Tutti infatti “dovremo presentarci al tribunale di Cristo” 56.
Non ho quindi timore di te, in quanto tu non riuscirai di certo a rovesciare il tribunale di Cristo, magari sostituendolo con quello di Donato. Pertanto ti richiamerò se sei una pecora sbandata, ti cercherò se sei perduta.
Vuoi o non vuoi, farò così. E se nel ricercarti mi feriranno i rovi delle siepi, anche in tal caso mi caccerò nelle loro strettoie, frugherò per tutte le siepi e con tutte le forze che mi darà il Signore, autore della mia paura, mi spingerò per tutto il mondo, richiamando all’ovile chi si era sbandato, ricercando chi s’era perduto. Se tutto questo ti riesce insopportabile, non andare fuori strada, non metterti sulla via della perdizione.
Sant’Agostino, Discorso 46

giovedì 9 ottobre 2014

Percepire l’«odore» degli uomini d’oggi

VEGLIA DI PREGHIERA IN PREPARAZIONE AL SINODO SULLA FAMIGLIA
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Pietro
Sabato, 4 ottobre 2014

Care famiglie, buonasera!
scende ormai la sera sulla nostra assemblea. È l’ora in cui si fa volentieri ritorno a casa per ritrovarsi alla stessa mensa, nello spessore degli affetti, del bene compiuto e ricevuto, degli incontri che scaldano il cuore e lo fanno crescere, vino buono che anticipa nei giorni dell’uomo la festa senza tramonto.
È anche l’ora più pesante per chi si ritrova a tu per tu con la propria solitudine, nel crepuscolo amaro di sogni e di progetti infranti: quante persone trascinano le giornate nel vicolo cieco della rassegnazione, dell’abbandono, se non del rancore; in quante case è venuto meno il vino della gioia e, quindi, il sapore — la sapienza stessa — della vita... Degli uni e degli altri questa sera ci facciamo voce con la nostra preghiera, una preghiera per tutti.
È significativo come - anche nella cultura individualista che snatura e rende effimeri i legami - in ogni nato di donna rimanga vivo un bisogno essenziale di stabilità, di una porta aperta, di qualcuno con cui intessere e condividere il racconto della vita, di una storia a cui appartenere. La comunione di vita assunta dagli sposi, la loro apertura al dono della vita, la custodia reciproca, l’incontro e la memoria delle generazioni, l’accompagnamento educativo, la trasmissione della fede cristiana ai figli...: con tutto questo la famiglia continua ad essere scuola senza pari di umanità, contributo indispensabile a una società giusta e solidale (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 66-68). E più le sue radici sono profonde, più nella vita è possibile uscire e andare lontano, senza smarrirsi né sentirsi stranieri ad alcuna terra. Quest’orizzonte ci aiuta a cogliere l’importanza dell’Assemblea sinodale che si apre domani.
Già il convenire in unum attorno al Vescovo di Roma è evento di grazia, nel quale la collegialità episcopale si manifesta in un cammino di discernimento spirituale e pastorale. Per ricercare ciò che oggi il Signore chiede alla Sua Chiesa, dobbiamo prestare orecchio ai battiti di questo tempo e percepire l’«odore» degli uomini d’oggi, fino a restare impregnati delle loro gioie e speranze, delle loro tristezze e angosce (cfr Gaudium et spes, 1). A quel punto sapremo proporre con credibilità la buona notizia sulla famiglia.
Conosciamo, infatti, come nel Vangelo ci siano una forza e una tenerezza capaci di vincere ciò che crea infelicità e violenza. Si, nel Vangelo c’è la salvezza che colma i bisogni più profondi dell’uomo! Di questa salvezza — opera della misericordia di Dio e sua grazia — come Chiesa siamo segno e strumento, sacramento vivo ed efficace (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 112). Se così non fosse, il nostro edificio resterebbe solo un castello di carte e i pastori si ridurrebbero a chierici di stato, sulle cui labbra il popolo cercherebbe invano la freschezza e il “profumo del Vangelo” (Ibid., 39).
Emergono così, in questa cornice, i contenuti della nostra preghiera. Dallo Spirito Santo per i padri sinodali chiediamo, innanzitutto, il dono dell’ascolto: ascolto di Dio, fino a sentire con Lui il grido del popolo; ascolto del popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama. Accanto all’ascolto, invochiamo la disponibilità a un confronto sincero, aperto e fraterno, che ci porti a farci carico con responsabilità pastorale degli interrogativi che questo cambiamento d’epoca porta con sé. Lasciamo che si riversino nel nostro cuore, senza mai perdere la pace, ma con la serena fiducia che a suo tempo non mancherà il Signore di ricondurre a unità. La storia della Chiesa - lo sappiamo - non ci racconta forse di tante situazioni analoghe, che i nostri padri hanno saputo superare con ostinata pazienza e creatività?
Il segreto sta in uno sguardo: ed è il terzo dono che imploriamo con la nostra preghiera. Perché, se davvero intendiamo verificare il nostro passo sul terreno delle sfide contemporanee, la condizione decisiva è mantenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, sostare nella contemplazione e nell’adorazione del suo volto. Se assumeremo il suo modo di pensare, di vivere e di relazionarsi, non faticheremo a tradurre il lavoro sinodale in indicazioni e percorsi per la pastorale della persona e della famiglia. Infatti, ogni volta che torniamo alla fonte dell’esperienza cristiana si aprono strade nuove e possibilità impensate. È quanto lascia intuire l’indicazione evangelica: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Sono parole che contengono il testamento spirituale di Maria, “amica sempre attenta perché non venga a mancare il vino nella nostra vita” (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286). Facciamole nostre!
A quel punto le tre cose: il nostro ascolto e il nostro confronto sulla famiglia, amata con lo sguardo di Cristo, diventeranno un’occasione provvidenziale con cui rinnovare - sull’esempio di San Francesco - la Chiesa e la società. Con la gioia del Vangelo ritroveremo il passo di una Chiesa riconciliata e misericordiosa, povera e amica dei poveri; una Chiesa in grado di “vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà che le vengono sia da dentro che da fuori” (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 8).
Possa soffiare il Vento della Pentecoste sui lavori sinodali, sulla Chiesa, sull’umanità intera. Sciolga i nodi che impediscono alle persone di incontrarsi, sani le ferite che sanguinano, tanto, riaccenda la speranza; c’è tanta gente senza speranza!  Ci conceda quella carità creativa che consente di amare come Gesù ha amato. E il nostro annuncio ritroverà la vivacità e il dinamismo dei primi missionari del Vangelo.

giovedì 2 ottobre 2014

La questione della trascrizione. La posizione di Alfano

In Italia non è possibile la trascrizione tra matrimoni di persone dello stesso sesso contratti all'estero. Il ministro dell'Interno Angelino Alfano sgombra il campo alle interpretazioni fantasiose emerse negli ultimi mesi in diversi Comuni. "​Nessuna azione, nessuna attività, nessuna decisione, nessuna direttiva dei sindaci, in materia di stato civile, può prescindere dal quadro normativo vigente nel nostro Paese. Pertanto, il prefetto di Bologna ha eseguito correttamente la suo funzione e cioé il compito di garantire che l'operato del sindaco fosse in linea con le norme attuali" ha detto rispondendo all'interrogazione parlamentare degli onorevoli Gigli, Sberna e Dellai, sulla questione del riconoscimento in Italia di matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all'estero.

A Bologna il prefetto Ennio Mario Sodano nel luglio scorso ha, infatti, revocato la disposizione del Comune che prevedeva la trascrizione di matrimoni di persone dello stesso sesso celebrati all'estero. "Questo - precisa il ministro Alfano - è a garanzia di tutti i cittadini e per una visione omogenea dell'applicazione delle nostre leggi sul territorio. Il sindaco, in questa materia, che rientra nella competenza esclusiva dello Stato, non agisce in via autonoma, ma opera nella veste di ufficiale di governo e, proprio per questo, deve attenersi alle direttive del Ministero dell'Interno". Per Alfano spetta al Parlamento, "nell'esercizio della sua discrezionalità politica, individuare le giuste forme di garanzia e di riconoscimento per tali unioni". 

fonte:Avvenire 2 ottobre 2014

Jean D’Ormesson

È convinto che a Dio, se esiste, sarebbe bene gridargli: «Non cambiare niente!». Nei libri di Jean D’Ormesson, tra le star letterarie di Francia, si fondono saggio, romanzo e - come dice lui - «farsa metafisica». Le domande su Dio e la meraviglia di fronte alla vita sono ripetute in ogni modo, spesso sfacciato e divertito. A volte, grato, arreso. Di certo a calamitarlo è il pensiero di essere al centro del più incredibile dei romanzi: «La storia di questo nostro mondo. Innumerevoli volte avrebbe potuto sparire per sempre», e invece, «siamo qui».
Su una terrazza, in riva al lago di Losanna. Jean d'O (come lo chiamano in Francia) si entusiasma del sole che lo bacia seduto al tavolino. La luce è molto forte, ma si leva gli occhiali neri per guardarti negli occhi. Ha 89 anni. A 48 è entrato fra gli Immortali dell’Académie française, già per anni direttore de Le Figaro, presidente dell’Unesco, ambasciatore all’Onu. È a Losanna per presentare il suo ultimo libro: Comme un chant d’espérance. Mentre in Italia è da poco uscito il penultimo (Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto, edito da Clichy): un immaginifico e triplice romanzo sulla sua famiglia, la storia del mondo e Marie, l’amore della vita, che perde e poi ritrova. Un libro pieno di stupore per l’infanzia vissuta a Plessis-lez-Vaudreuil, quando «Dio si incaricava di tutto e ci aveva in simpatia»; pieno di amara sorpresa per come l’uomo è diventato «sempre più potente e sempre più smarrito», e di instancabile fiducia perché «le maledizioni non tardano a trasformarsi in benedizioni». Un libro che si apre con suo nonno e si chiude con le stelle.

Da dove le viene questa meraviglia di cui parla sempre? È che provo ammirazione di fronte agli uomini, di fronte alle cose. Mi piacciono. Sono sempre pronto ad applaudire. Forse è il mio temperamento... Mi ricordo molto bene che a sei, sette anni, ero lì a giocare, e all'improvviso mi fermavo e dicevo: ma cosa sto facendo qui? Perché sono qui? Era un sentimento che avevo molto forte. E che ho, ancora, molto forte. Anche noi adesso, a questo tavolo, cosa ci facciamo? Mi sorprende il mistero di questa vita. Forse, semplicemente, non sono mai uscito dall’adolescenza (ride). Comunque, non conosco altro motore della letteratura e della vita se non la curiosità e l’insoddisfazione, il desiderio.

Perché scrive? Non ho mai creduto che sarei diventato uno scrittore. Ci sono autori che hanno scritto romanzi e grandi classici a quindici, vent’anni. Io a venticinque non avevo la minima idea di mettermi a scrivere. Non perché non conoscessi la letteratura, la conoscevo bene, ho fatto una scuola Normale. È che non vedevo nessuna utilità nell’aggiungere qualcosa a Flaubert, per intenderci. Poi, a trent’anni, ho scritto il primo libro. Solo per piacere ad una ragazza. Piano piano, ho continuato. Gli ultimi tre libri sono dedicati al problema di Dio e dell’avventura straordinaria che è l’universo. Forse anche perché un uomo della mia generazione ha visto il mondo cambiare in cinquanta anni come non è cambiato in mille.

In più occasioni ha detto di considerare la crisi di oggi come una crisi di spiritualità e ha definito il nostro tempo «un Medioevo senza cattedrali». L’epoca in cui viviamo è molto rude e difficile. Il secolo scorso è stato segnato da due cose opposte: le due Guerre Mondiali e il progresso della scienza. Ma, oggi, questi progressi fanno paura: la clonazione, innanzitutto. Non è escluso che in futuro i bambini non nascano più dall’amore tra un uomo e una donna! Che la sessualità scompaia. Questi cambiamenti causano la crisi del mondo moderno e dico che viviamo un Medioevo senza cattedrali perché mancano profondità, altezza. L’uomo è sempre più potente e sempre più smarrito.

Qual è la strada per recuperarle?Io credo che i giovani di oggi non sopportino esattamente ciò che non sopportavo io da giovane: che i vecchi diano lezioni. Ed io non voglio né posso dare lezioni. Non sono fra quelli che dicono: «Prima era meglio». L’anno scorso mi sono ammalato e il medico mi ha detto che c’era una possibilità su cinque di uscirne vivo. Eccomi qui. Trent’anni fa, sarei morto. Allo stesso tempo, è certo che viviamo in un mondo duro, e il peggio è ancora possibile. Ma resta sempre una speranza.

Quale?
Che ci sia qualcosa sopra di noi.

Si definisce un credente «ravagé par le doute», tormentato dal dubbio. Ma al di là delle definizioni, cosa vuol dire nella sua vita che «la domanda su Dio è la sola domanda e mi abita da sempre»?Sono stato educato nella religione cattolica e spero di morire in seno alla Chiesa cattolica, ma non sono mai stato un ragazzo pio. Tutto ciò che posso fare è sperare che esista.

In tutto il libro, c’è questo refrain: «Se Dio esiste». Ma le ultime pagine sono una preghiera, in cui a Dio dà del “tu”: «Ah, se esisti....». E immagina di trovarsi un giorno davanti al Creatore e di ringraziarlo perché gli deve tutto, nella speranza che Lui, chinandosi, le dica: «Ti perdono». Il matematico Bertrand Russel, ateo, di fronte alla domanda di un giornalista («se quando muore, Dio c’è?»), ha risposto: «Non ho prove sufficienti». Non è una buona risposta. Mi ha colpito sentire quello che invece ha detto una suora di fronte alla domanda inversa: «E se alla fine scoprisse che Dio non esiste?». Ha risposto: «Peggio per Lui, io Lo amo comunque». Ecco, io spero che Dio ci sia, ma in ogni caso ho amato molto questa vita e mi sono sempre chiesto chi ringraziare. Nei miei libri c’è la risposta.

Vivere «come se Dio ci fosse», come ha consigliato Benedetto XVI ai non credenti, cambia la sua vita? Se non c’è niente oltre a questo mondo, non ha nessun senso quello che riceviamo, è tutto assurdo. Se c’è Dio, le cose prendono senso. Tutto, di colpo, prende senso. Ma, anche se non ci fosse, la speranza di Lui mi ha fatto vivere sopra me stesso, sopra la mia bassezza.

Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto è anche un romanzo d’amore, del suo amore con Marie. Un amore che porta con sé la storia dell’universo. Perché amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme il mondo.

Ma chi è Marie?Questa è una domanda molto importante. Il personaggio di Marie appare in tutti i miei libri, ma su di lei non posso aggiungere nulla a quel che ho scritto. Vede, ci sono due modi di non parlare della propria vita: o tacere o parlare molto, ma senza dire l’essenziale.

Perché è così importante per lei Marie?Credo che abbiamo un solo modo di comunicare con Dio: passare attraverso gli uomini. Ci sono dei figli di Dio che ci sono più cari degli altri: Marie è il figlio di Dio che mi è più caro. Lei è in qualche modo inseparabile dal mio legame con Dio, è come un’incarnazione.

Marie, alla fine del libro, dopo aver ascoltato tutta la storia dell’universo, le dice: «Quello che volevo sapere continuo a non saperlo. La vita con te è stata meravigliosa. Siamo stati felici insieme. Ma poi ecco: questa vita è un fallimento. Non ha senso. È assurda. Ci siamo incontrati, ci siamo amati e saremo separati per sempre e spariremo nel niente. Sono già morta poiché morirò».Io non ho risposta per lei. So solo che abbiamo il diritto di sperare che ci sia qualcuno che si ricorda di noi per sempre. Se Dio c’è, è la memoria dell’universo, di tutto ciò che è stato e di tutti gli uomini. Delle farfalle dei fiori degli scorpioni. È possibile che non resti nulla di Bach, Mozart, Tiziano, san Giovanni, noi? Io scelgo il mistero piuttosto che l’assurdo.

Qual è la cosa più bella della sua vita? Una delle cose che ho amato di più è la luce. Ho adorato nuotare nel mar Mediterraneo, sotto il sole, sciare e scendere dalla Maurienne verso l’Italia, lasciare Parigi nel mese di aprile, andare fino a Portofino per vedere il sole alzarsi e arrivare per pranzo a Roma, in piazza Navona. La bellezza è un mistero incredibile.

Nel libro la definisce «una promessa di felicità». Lo riprendo da Stendhal. La bellezza, la verità, la giustizia... esistono veramente. Non le possediamo mai, non le raggiungiamo mai, ma esistono. Molti hanno creduto che il comunismo avrebbe dato la giustizia e ha dato Stalin. Allora si potrebbe pensare che la giustizia, il bene e la verità non ci siano. Invece bisogna seguirli, continuare a cercarli. Vede, io ho amato il piacere, ma può essere molto basso. C’è la felicità che è borghese, calma, annoiante. Poi, c’è la cosa più magnifica! La gioia. È quello che ci eleva. La nostalgia di un altrove. Non so dirlo diversamente: noi siamo nostalgia di un altrove. Non è possibile dire chi siamo meglio di così.

Ha sempre detto di non credere alla possibilità della rivelazione.(Fa un cenno con la mano, come a dire: non proprio... E sorride). I miei genitori erano cattolici liberali, di sinistra, e mi hanno insegnato solo due cose: bisogna lavorare e bisogna pensare agli altri. Un giorno, quand’ero bambino, mentre studiavo il catechismo, mio padre ha detto: «Oh, tutto questo... Non è molto sicuro». Bisogna stare attenti a quello che si dice ai bambini. Io credo che la forza del cristianesimo stia proprio in ciò che è più incomprensibile: l’Incarnazione. Dio che si fa uomo! Gesù è veramente figlio di Dio? Sarebbe magnifico. Penso ad altre divinità che si facevano umane, come Zeus, o a cose simili in altre religioni... Ma solo nel cristianesimo Dio si fa uomo per amore.

Perché vorrebbe morire in seno alla Chiesa cattolica?Ho assistito a dei funerali civili e li ho trovati molto tristi. Vorrei che quel giorno qualcuno suonasse Mozart e Bach e che i miei amici, dopo di me, festeggiassero. Perché può essere - può essere - che niente è perduto.

fonte:Tracce.it




 
Chi si aspetta da Jean d’Ormesson il bilancio di una vita (che il 16 giugno prossimo toccherà gli 89 anni), può ancora attendere. Quando scrive Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto, in uscita in Italia per le Edizioni Clichy, c’è nello scrittore, accademico di Francia, ex presidente dell’Unesco, ex ambasciatore ed ex direttore di «le Figaro», la maliziosa consapevolezza di aver spiegato molto di sé, degli altri, del cosmo, del ponderabile e dell’imponderabile, nella sua lunga bibliografia, ma di poter continuare a farlo senza smettere di sorprendere. 
Così «Jean d’O» comincia le sue 256 pagine illustrando al lettore come la scienza e la tecnologia abbiano spodestato il buon Dio. Quel Dio che «si incaricava di tutto e ci aveva in simpatia». Manifestando il suo debole, in particolare, verso la famiglia d’origine del giovane «dandy dallo sguardo azzurro», com’è definito in patria, destinato all’Accademia degli Immortali. Una famiglia, dove «il denaro non ci manca. Cade dal cielo». E i nonni «sparlano di un futuro che tradirà il passato e sarà comunista e anticlericale». Il futuro e il passato (nonché la loro vittima prediletta: il presente) condensano la grande ossessione per il tempo, che d’Ormesson non risolve. Non in questo libro, magari nel prossimo. Ma intanto apre al pubblico il suo stupore di fronte all’onnipotenza della scienza che sconvolge il mondo. Dopo secoli di tran-tran, in cui il domani è somigliato allo ieri «d’un tratto, la storia si è imbizzarrita». 
Eppure, a dispetto di Darwin e dell’evoluzionismo, della cospirazione di astronomi, fisici, matematici e cosmologi, il romanzo di una vita, quella dell’autore e della sua (talvolta) stravagante parentela, si mescola a interrogativi celesti, errori terreni, dubbi filosofici fino a smentire l’affermazione di Einstein, «Dio non gioca a dadi»: «Per l’appunto, ci gioca. Ma vince a ogni lancio». Mancano poche decine di pagine alla fine del libro quando d’Ormesson inizia a recitare il suo Credo», e poi la sua preghiera. A Dio, certo. 
Allora la scienza e il Creatore hanno trovato un compromesso? 
«Inventata, ma verosimile, la conversazione fra Papa Giovanni Paolo II e l’astronomo Stephen Hawking. Intendiamoci bene, signor Hawking — gli disse il Papa —: tutto ciò che c’è dopo il Big Bang è suo, ma tutto ciò che c’è prima è mio. Quanto a me, l’esistenza di Dio è una speranza. Ho due note caratteristiche che non sono troppo moderne. La prima è l’ammirazione. Mentre ora è di moda la derisione, e bisogna ridere o sorridere di tutto e di tutti, specialmente in tivù, io sono ancora capace di ammirazione. E la mia seconda caratteristica è la speranza. Non sono di quelli che pensano che prima tutto fosse meglio. Pur non essendo certamente un uomo di sinistra, poiché sono di destra, ho molte caratteristiche di sinistra. Credo nell’eguaglianza e credo nel progresso. Ultimamente un po’ abbandonato dai progressisti, in nome dell’ecologia. Ma io non mi sarei salvato, l’anno scorso, da una grave malattia, se non fosse per i passi avanti della scienza». 
Ha scritto: «Il cellulare nelle nostre mani prende il posto del rosario. Facebook è una comunione senza Dio, riempita di confessioni». Venga, dunque, il regno del microchip? 
«Al ristorante vedi coppie sedute a tavola senza scambiarsi una parola. Ognuno dei due è preso dal suo telefonino. Chiama, risponde o invia sms. Stai più con gli altri che con chi hai di fronte. La comunione ha perso il suo senso religioso, per diventare comunicazione». 
Anche Papa Francesco usa spesso il telefono. Pochi giorni fa, per convincere Marco Pannella a interrompere lo sciopero della fame 
«Che storia eccezionale! Papa Francesco rappresenta con precisione la carità francescana. Riflettendo, direi che i tre papi hanno incarnato ciascuno una delle grandi virtù teologali. Giovanni Paolo II era la Speranza. Benedetto XVI, insigne teologo, la Fede. Francesco è la Carità. Sono tre Papi complementari». 
Tre Papi, tre virtù teologali: quale preferisce? 
«Ancora la Speranza. Giovanni Paolo II, il rivoluzionario. Si è rivolto direttamente al popolo cristiano. Se c’è un Papa che ha giocato un ruolo nella storia della sua epoca, è stato lui, il Papa polacco, con il suo: “Non abbiate paura”. Ha ringiovanito una Chiesa che era molto invecchiata». 
Si è mai chiesto perché François Mitterand abbia chiesto proprio a lei informazioni sull’aldilà,lasciando l’Eliseo, il 17 maggio del 1995? 
«È un mistero. L’avevo pure attaccato, in passato, e lui aveva commentato: peccato che un così buon scrittore sia tanto stupido politicamente. Andò così: il presidente mi telefonò due giorni prima invitandomi all’Eliseo per il giorno del passaggio di poteri a Jacques Chirac. Obiettai che non avrebbe avuto tempo. Ma la cerimonia era alle 11, mi spiegò, e lui mi avrebbe atteso per la prima colazione, alle 9. Parlammo di tutto, per quasi due ore, di politica e anche della sua infanzia, molto cattolica. Infine mi chiese se immaginassi che cosa c’è dopo la vita. Era molto tormentato». 
Che cosa gli rispose? 
«Che nessuno può saperlo. Ma che io credo nelle forze dello spirito. Tra noi si era instaurata quasi un’amicizia, e le divisioni politiche erano poca cosa. Gli dissi che tra gli scrittori che avevo conosciuto ne ammiravo due appartenenti a fronti opposti: Paul Morand, di estrema destra. E Louis Aragon, di estrema sinistra: non importa che fosse un comunista, mi battei per farlo entrare all’Accademia e fallii. Però ci sono riuscito con Marguerite Yourcenar, e non è stato facile. Quel giorno c’erano 300 giornalisti, uno mi chiese che cosa sarebbe cambiato all’Accademia di Francia con l’ingresso della prima donna». 
Che cosa è cambiato? 
Ride: «Le toilette. Da quel giorno ne abbiamo di maschili e di femminili». 
Perché è tanto affascinato dall’enigma del tempo? 
«Secondo Platone il tempo è la forma mobile dell’eternità, che è assenza di tempo. Con la morte entriamo nell’eternità per andare chissà dove. Io penso che il tempo sia il marchio di fabbrica di Dio. Sono un cattolico agnostico, che non vuol dire ateo». 
Bensì? 
«Molti hanno la fede. Io ho solo la speranza. Spero che Dio esista, perché sennò la vita sarebbe solo una farsa crudele. Ma ammiro gli atei che fanno del bene al prossimo, senza aspettarsi una ricompensa ultraterrena. A destra di Dio, per me, siederà un ateo che non crede a nulla». 
Parlerà di questo il suo prossimo libro? 
«No. Mi sono sempre chiesto che cosa intendesse Flaubert quando diceva di voler scrivere un libro sul niente. Non c’è niente prima del Big Bang e non c’è niente dopo. Ecco sto scrivendo un romanzo su prima del Big Bang. Di pura immaginazione, naturalmente». 

intervista a Jean d'Ormesson a cura di Elisabetta Rosaspina 
tratto da Corriere della sera del 04/05/2014

Cinquemila euro

Sansepolcro (Arezzo). Costerà cinquemila euro dire sì nel posto del cuore, sotto uno degli  affreschi più famosi del mondo: «La Resurrezione» di Piero della Francesca nel Museo Civico di Sansepolcro. La cerimonia matrimoniale sarà rigorosamente di trenta minuti, non dovranno esserci più di cinquanta invitati e non si potranno lanciare riso o fiori.
Il Comune di Sansepolcro ha varato un regolamento per le unioni civili (sul quale si dovrà pronunciare la Soprintendenza) con una lista di tutto rispetto per i matrimoni in grande «pompa culturale». Chi vuole risparmiare può scegliere le altre sale del Museo Civico: in quelle più modeste del Camino o della Terrazza il costo varia da 500 a mille euro.
Con il nuovo regolamento le tariffe saranno diversificate: più prestigiosa sarà la sede più alta sarà la tariffa del bello.
L’assessore al bilancio del Comune, Eugenia Lidia Dini, visto l’aumento delle richieste, sta vagliando le tariffe da applicare ad altri siti per chi vuole matrimoni davvero diversi. Ci sono già varie proposte e «prezzari» in commissione in attesa del pronunciamento della  giunta comunale.
di Tina Lepri , Il Giornale dell'Arte,  edizione online, 2 ottobre 2014

Il Papa degli ultimi

  In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel...