lunedì 8 dicembre 2014

L'opinione di Magister sul pontificato di Francesco

Quest’anno ha festeggiato 40 anni di cronache vaticane, Sandro Magister. I suoi primi articoli su L’Espresso risalgono infatti al 1974. E ancora oggi, da quelle colonne ma anche dal sito del settimanale, continua a raccontare l’Oltretevere e la Chiesa tutta in maniera documentatissima ma senza riverenze di sorta.
E lui, nativo di Busto Arsizio, classe 1943, laureato in filosofia e teologia alla Cattolica, di romani pontefici ne ha seguiti tanti. Sull’ultimo, papa Francesco, le sue cronache si distinguono dal mainstream dei vaticanisti, e non esitano a sottolinearne le contraddizioni.
Magister, papa Bergoglio, in questi mesi, ha goduto un successo planetario ma sono emerse anche alcune decisioni che hanno dato da pensare. Per esempio, lui che si è presentato come Vescovo di Roma, al Sinodo sulla famiglia ha richiamato persino i codici del canone che affermano il potere petrino.
È vero, nel suo discorso conclusivo.
Ha delineato una visione condivisa e aperta del governo della Chiesa, ha commissariato i Francescani dell’Immacolata con metodo piuttosto duri e ha di fatto messo la mordacchia alle conferenze episcopali…
Alcune, fra cui quella italiana, sono, di fatto, annichilite.
E parlando ai movimenti popolari è parso riecheggiare certe analisi di Toni Negri sul lavoro, come lei ha scritto nel blog Settimo cielo, quando poi accetta il «licenziamento» di 500 fra calligrafi, pittori e stampatori dei quali l’Elemosineria vaticana ha deciso di non avvalersi più.
In effetti quella vicenda stride un po’…
…come stridono le dure prese di posizione ultragarantiste, sulla giustizia e sul carcere, con la sua scelta di far carcerare preventivamente l’ex-nunzio di Santo Domingo, in attesa del giudizio per pedofilia.
È andata così.
Ecco, lei che è un vaticanista di lungo corso, che idea si è fatto?
Che le contraddizioni ci sono e rappresentano un giudizio fondato, basato sull’osservazione di parecchi mesi, inerenti la personalità di Jorge Bergoglio.
E che conclusioni trae?
È una persona che, nell’arco della sua vita e ora anche da pontefice, agisce su diversi registri contemporaneamente, lasciando varchi aperti e, a una prima lettura, molte contraddizioni. Ma quelle che lei hai ricordato non sono peraltro le uniche.
Segnaliamone di altre…
Quella di un Papa loquacissimo, che telefona, che accosta le persone più diverse e più lontane, ma tace sul caso di Asia Bibi.
La pachistana condannata a morte per apostasia da tempo in carcere…
Esatto, sulla cui vicenda papa Francesco non ha speso una parola. Così come è stato per le ragazze nigeriane rapite, per l’incredibile atto compiuto pochi giorni fa in Pakistan su quella coppia di sposi cristiani, bruciati in una fornace.
Sono storie che riguardano il rapporto con l’Islam, su cui torneremo. Ma queste contraddizioni qualcuno comincia a definirle «gesuitismo», nel senso di un pensiero cangiante.
In questi termini è una qualifica dispregiativa e non accettabile, anche se è vero che la spiritualità dei gesuiti ha mostrato storicamente di sapersi adattare alle situazioni più diverse e, a volte, in contrasto fra loro.
E contrastante è apparsa la gestione del recente Sinodo.
Una gestione accuratamente calcolata dal Papa e non lasciata al caso come si è voluto far credere, e che registra altri elementi contrastanti.
Per esempio?
Bergoglio che ha detto, e ripetutamente, di non voler transigere sulla dottrina, di stare con la tradizione delle Chiesa. Ma poi ha aperto discussioni, come quelle sulla comunione ai risposati, che effettivamente toccano i capisaldi del magistero.
Perché?
Perché è inesorabile che la comunione ai risposati arrivi all’accettazione delle seconde nozze e quindi allo scioglimento del vincolo sacramentale del matrimonio.
Non sono un vaticanista, ma la sensazione, dall’esterno è che stia diffondendosi un po’ di sconcerto e non solo nelle gerarchie. Peraltro anche in settori non certamente definibili come tradizionalisti…
Questo è indubbio. Ci sono esponenti di notevole rilievo e non certo lefebvriani che lo fanno capire, anche se non lo esprimono in termini drastici e oppositivi. Neppure il cardinal Raymond Leo Burke, l’ex prefetto della segnatura apostolica recentemente rimosso, l’ha fatto, perché non c’è una corrente pregiudizialmente ostile al pontefice. Certo, ci sono manifestazioni evidenti di disagio.
Facciamo qualche esempio?
Prendiamo l’episcopato degli Stati Uniti, ossia i vescovi di uno dei più numerosi popoli cattolici del globo. Quella conferenza episcopale, negli ultimi anni, ha espresso una linea coerente e battagliera sul terreno pubblico, anche nei confronti di certe decisioni di Barack Obama sui temi etici. Una linea condivisa da numerosi prelati di rilievo. Un collettivo, più che una somma di singoli, un nucleo dirigente, diciamo.
E dunque gli americani?
Sono piuttosto a disagio. Lo sono cardinali e arcivescovi come Timothy Dolan a New York, Patrick O’Malley a Boston, José Gomez a Los Angeles o Charles Chaput a Philadelpia. Un episcopato da cui proviene lo stesso Burke, che non è certo confinabile a marginali circuiti tradizionalisti, ma continua ad essere parte di una delle Chiese nazionali più solide.
E anche la Cei, si diceva prima, appare un po’ in difficoltà.
Ce n’è di difficoltà, a mettersi al passo di questo papa. Con un presidente, Angelo Bagnasco, che sembra più in difficoltà di tutti.
Anche perché si era apertamente indicato il suo successore nell’arcivescovo di Perugia, Gualtiero Bassetti, creato cardinale da Bergoglio.
E invece, mi risulta che anche Bassetti sia fra i vescovi italiani a disagio.
Fra gli italiani, i più espliciti sono stati forse il milanese Angelo Scola e il bolognese Carlo Caffarra.
Lo sono stati intervenendo prima e durante il Sinodo. Ma era inevitabile considerando la decisione del papa di affidare al cardinal Walter Kasper l’apertura della discussione, e quindi in pratica l’apertura delle ostilità.
Perché?
Perché Kasper ripropone oggi, tali e quali, le tesi sconfitte nel 1993 dal binomio Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger, ques’ultimo nelle vesti di prefetto del Sant’Uffizio.
Sì, il Papa ha lanciato Kasper, ha fatto segretario speciale del sinodo monsignor Bruno Forte che, durante i lavori ha pesato, tanto da suscitare anche le reazioni di qualche padre sinodale, ma poi, alla fine, Francesco è intervenuto bacchettando gli uni e gli altri. Quasi un vecchio dc contro gli opposti estremismi.
È un altro dei moduli espressivi ricorrenti di questo pontefice: la reprimenda di una parte e all’altra. Però, a voler fare un inventario, le sue bacchettate ai tradizionalisti, ai legalisti, ai rigidi difensori dell’arida dottrina, appaiono molto più numerose e mirate. Quando invece se la prende con i buonisti, non si capisce mai a chi si riferisca.
Il Sinodo ha lanciato sempre più il direttore della Civiltà cattolica, padre Antonio Spadaro.
Si atteggia ormai a portavoce del Papa e la rivista dei gesuiti, che era avviata a un progressivo declino (già con lui direttore, che si occupava molto di web e di socialnetwork), oggi è espressiva del vertice supremo vaticano. Specie dopo la prima grande intervista col papa gesuita. Mentre il ghostwriter di Francesco è Manuel Fernandez, il rettore dell’Università Cattolica di Buenos Aires, che il papa ha fatto arcivescovo. È con Fernandez che Francesco ha scritto la Evangeli Gaudium, così come in precedenza aveva scritto con lui il documento di Aparecida in Brasile, nel 2007, quando l’allora arcivescovo di Buenos Aires condusse in porto la conferenza dei vescovi latino-americani, documento che per molti è l’anticipazione di questo papato.
A fronte di un grande consenso, c’è anche chi, come lo scrittore Antonio Socci, contesta persino la validità dell’elezione del papa. Ha letto il suo libro Non è Francesco (Mondadori)?
L’ho letto in una sera, d’un fiato, per quanto siano oltre 300 pagine. E non per la tesi dell’invalidità dell’elezione, a causa dell’annullamento di uno scrutinio in conclave, a motivo di una scheda bianca in più. Una tesi a mio parere inconsistente.
E allora perché la lettura è risultata interessante?
Per quello che sta determinando il successo del libro, tanto da spingerlo ai vertici delle classifiche, sopravanzando gli stessi libri di e su Bergoglio. E cioè perché ricostruisce, con fatti e parole incontestabili, le contraddizioni che abbiamo citato.
Un libro di cui nessuna parla, quasi rischiasse di incrinare la popolarità di Francesco, che è enorme. A dispetto di questo consenso, però, non aumenta la pratica religiosa e, anzi, cresce l’avversione, anche pubblica, al cattolicesimo. Bergoglio sì, il resto no.
Anche la popolarità dei predecessori, non dimentichiamolo, è stata fortissima. Giovanni Paolo II ha conosciuto un successo mondiale e non solo negli anni dell’affronto della malattia. E anche Benedetto XVI, tra il 2007 e il 2008, raggiunse i vertici nei sondaggi, anche se lo si dimentica. Il suo viaggio negli Usa fu il culmine, con una grande e positiva accoglienza anche da parte dell’opinone pubblica laica.
E dunque qual è la differenza?
Che i predecessori erano popolari soprattutto dentro la Chiesa, anche se contestati aspramente da punte robuste della pubblica opinione non cristiana. Mentre la popolarità più appariscente di Francesco è fuori, anche se non provoca ondate di convertiti. Anzi, con lui c’è un certo compiacimento nella cultura estranea o ostile al cristianesimo.
In che senso?
Nel vedere che il capo della Chiesa si sposta verso le loro posizioni, che sembra di comprendere e persino accettare. La vicenda dei ripetuti colloqui con Eugenio Scalfari è esemplificativa: il papa accetta che il fondatore di Repubblica, una volte il più duro contestatore del pontefice, pubblichi di questi colloqui tutto quello che vuole.
Anzi, Scalfari stesso ha dichiarato di aver pubblicato anche quello che Bergoglio non aveva detto.
Esatto. Ma, in tutto ciò, non c’è alcun avvicinamento al cristianesimo. Il cristianesimo messo sulla bocca di Bergoglio non è più provocante, non fa problema come prima, lo si può trattare con cortesia, superiorità, distacco. Il cristianesimo conta meno. Basti pensare che al presidente del consiglio, Matteo Renzi, cattolico, di cosa faccia la Cei non importa nulla. Insomma, da una situazione di confronto o di conflitto, siamo passati al disinteresse.
Col mondo musulmano, papa Francesco è silente. E anche il segretario di Stato, Pietro Parolin, intervenendo recentemente all’Onu, è stato molto prudente. Alcuni parlano di una grande cautela e, quando lo fanno, citano il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, che provocò reazioni e anche morti.
È una cautela spinta all’estremo che però, in concreto, non vedo quali vantaggi produca, non mi pare che si risolva in un aiuto, anche minimo o parziale, ai cristiani di quelle regioni. La cautela si può capire, se si misura sulla proporzialità dell’effetto, vale se produce minore danno. La situazione mi ricorda il silenzi di Pio XII sugli ebrei.
Una polemica storica, anche recente…
Papa Pacelli fece di tutto per salvare gli israeliti, anche personalmente in Vaticano, ora lo sappiamo. Ma esitò a denunciare apertamente la cosa temendo che accadesse come in Olanda, dove alla denuncia di alcuni vescovi seguirono persecuzioni anche peggiori.
Però questo silenzio permane.
Salvo il cardinale Jean-Louis Tauran, prefetto del dialogo interreligioso, che non risparmia giudizi anche severi.
Il punto qual è?
È che ci sono potentati come l’Isis, con cui ci si affretta troppo a dire che l’islam non c’entra, ma che sono invece nutriti di un islamismo radicale, che non ha risolto la questione della razionalità e quindi del rapporto tra fede e violenza. Cioè proprio ciò che aveva denunciato papa Ratzinger a Ratisbona. E infatti l’unico vero dialogo tra cristianesimo e islam è nato da quel discorso, con la successiva lettera dei 138 saggi musulmani.
Anche se la visita alla Moschea Blu di Istambul, l’anno dopo, fu considerata una riparazione di Benedetto XVI.
Ratzinger poté fare quel gesto, proprio per aver detto quelle cose Ratisbona. Il suo giudizio non era enigmatico, si capiva benissimo, l’aveva espresso con chiarezza cristallina.
E Francesco è chiaro?
Talvolta no. Quando a Betlemme si ferma davanti al muro che divide i territori da Israele e resta in silenzio assoluto: non si sa cosa intenda dire. E quando a Lampedusa grida «vergogna», non è chiaro chi e perché debba vergognarsi. L’Italia che ha salvato migliaia e migliaia di vite? Perché non lo dice? Spesso ci sono parole e gesti che sono volutamente lasciati nell’indeterminatezza.
Non c’è il tempo per parlare delle vicende vaticane, come quella di Ettore Gotti Tedeschi, che fu rimosso dallo Ior sotto la segreteria del cardinal Tarcisio Bertone, ma di cui è emersa, a più riprese, la correttezza. Anche con l’archiviazione da parte della magistratura italiana.
Gli si nega una riabilitazione. Ha chiesto un colloquio al papa ma gli è stato rifiutato.
La Chiesa «ospedale da campo» a volte tiene le porte serrate.
È così.

fonte: Italia Oggi

sabato 6 dicembre 2014

Il trionfo della Croce

L’arcivescovo Tommaso Becket rimproverando i sacerdoti che volevano chiudere le porte della cattedrale di Canterbury per difenderlo dai nemici che lo volevano uccidere dice: “Togliete le sbarre dalla porta (…) La Chiesa deve essere aperta, anche ai nostri nemici” “Non sono qui per trionfare con la lotta, con lo stratagemma, con la resistenza, non sono qui per combattere contro bestie che hanno l’aspetto di uomini. Io ho già combattuto la bestia e sono uscito vincitore. Ora c’è solo da vincere, con la sofferenza. È questa è la vittoria più facile. Ora è il trionfo della Croce, ora aprite la porta.”

Il problema dell'eredità digitale

Ci sono i genitori della modella suicida che chiedono a Facebook di accedere al suo account. C’è una donna brasiliana che vuole la rimozione del profilo della figlia morta. Ci sono la madre e il padre di un soldato americano ucciso in Iraq, che chiedono a Yahoo! di potere leggere le sue ultime mail. E come questi, ci sono molti altri casi dove si pone il problema della eredità digitale: dopo la morte di una persona, che ne sarà dei suoi dati registrati sul web? Della sua mail? Dei suoi profili su Facebook o su Twitter?
Non di rado la questione arriva davanti a un notaio, se non addirittura a un giudice. Ed ecco allora che nasce una nuova esigenza, fino a pochi anni fa impensabile: stabilire la sorte degli archivi digitali di un utente della rete dopo la sua scomparsa. In questo senso si è mosso il Consiglio nazionale del notariato, che ha lanciato un tavolo di lavoro cui hanno aderito l’Università Bocconi di Milano, Google, Microsoft e lo studio legale Portolano Cavallo. Giovedì 4 dicembre, i soggetti in campo si sono trovati nell’ateneo milanese per confrontarsi sul tema durante un convegno dal titolo “Identità ed eredità digitali. Stato dell’arte e possibili soluzioni al servizio del cittadino“. All’evento ha partecipato anche il professor Stefano Rodotà, che ha introdotto il tema delle identità digitali.
La proposta ideata dal Notariato nazionale, precisa l’ente in una nota, è quella di “sviluppare un protocollo che agevoli gli eredi di un utente scomparso nei rapporti con l’operatore, al fine di facilitare l’accesso alle risorse online del defunto”. Obiettivo: fornire ai congiunti “le informazioni necessarie secondo una procedura telematica concordata, in modo da ridurre per quanto possibile costi e tempi d’attesa”. Già, perché i dati che affidiamo al web hanno un valore economico da non sottovalutare: secondo un sondaggio curato da McAfee nel luglio del 2014, ogni utente della rete stima di conservare sui propri dispositivi digitali una serie di beni con un valore medio di 35mila dollari. L’incontro alla Bocconi è stato solo il primo passo di un percorso che i vari soggetti in campo intendono intraprendere insieme, quindi bisognerà attendere per avere dei risultati concreti. Anche se qualche operatore si è già mosso per conto suo in questa direzione.
E’ il caso, per esempio, di Google, che nell’aprile del 2013 ha attivato lo strumento “Gestione account inattivo“. “A pochi piace pensare alla morte, soprattutto alla propria – recita il comunicato di lancio – Ma pianificare cosa succederà dopo che non ci sarai più è importante per le persone che ti stanno vicino”. Lo strumento permette di decidere che fine faranno i dati memorizzati dai servizi Google dopo un tot di tempo che il profilo risulta inattivo e che quindi la persona si presume morta o incapace di usarlo. Innanzitutto, l’utente può scegliere quanto tempo deve trascorrere affinché il suo account sia considerato inattivo. Poi, può decidere la sorte dei suoi dati, una volta scaduto il termine. Il patrimonio online può essere eliminato o può diventare accessibile a determinate persone scelte dall’interessato. Insomma, una sorta di testamento digitale.

fonte: Il fatto quotidiano

Cloaca romana



Ribasso dell'89 per cento


Il fatto più appariscente è che il governo, attraverso la Consip – la società che cura gli acquisti centralizzati per lo Stato – sta per affidare i servizi telefonici e Internet di tutta la pubblica amministrazione per i prossimi sette anni al segretario del Pd della Sardegna, Renato Soru. Eppure non è questo l'aspetto più assurdo della gara per il cosiddetto Spc (servizio pubblico di connettività) che sarà chiusa nelle prossime settimane.

La vicenda illumina una singolare concezione della spending review: anziché puntare a comprare meglio spendendo meno, la gara Consip darà a molte pubbliche amministrazioni una connessione alla rete Internet peggiore di quella avuta finora. E paradossalmente si è deciso di destinare il risparmio ottenuto (1,5-2 miliardi di euro) agli investimenti pubblici sulla banda larga: due passi indietro subito per farne uno avanti fra sette anni.

LA BANDA POCO LARGA, NEI REQUISITI DEL BANDO
La Consip ha lanciato l'anno scorso la gara per dare telefonia e Internet a tutte le amministrazioni pubbliche centrali e locali. Il bando è stato scritto in modo generoso. Per esempio si chiede banda larga su fibra ottica solo per i 20 capoluoghi di regione, nel resto d'Italia ci sarà la connessione a 4 megabit, che ormai farebbe schifo a un liceale, figurarsi a un ospedale. “Ma se avessimo chiesto 30 mega per tutto il Paese non ci sarebbe stato nessun operatore in grado di partecipare”, si difende il numero uno di Consip Domenico Casalino.


Il criterio di gara è la migliore offerta economica. Il 13 maggio scorso sono state aperte le buste e la migliore offerta è risultata quella di Tiscali, la società cagliaritana di Soru. Cifre da sogno, direbbe Briatore: 265 milioni per dare telefonia e Internet a tutta la pubblica amministrazione centrale e locale per sette anni. La base d'asta era 2,4 miliardi, il ribasso dunque dell'89 per cento. L’offerta di Telecom Italia, quarta classificata, è stata di 746 milioni, il triplo di Tiscali.

LA BORSA HA CAPITO CHE LA POLITICA CONTA

A questo punto il contribuente avrebbe tutto il diritto di pensare che nel mercato telefonico costi e prezzi si calcolino tirando i dadi. Il meccanismo di gara prevede che al vincitore vada il 52 per cento della fornitura, e ai tre che lo seguono in graduatoria tre lotti pari al 16 per cento ciascuno. Al secondo posto c'è British Telecom Italia che ha offerto 423 milioni, al terzo Fastweb con 715 milioni. Ciò significa che Fastweb e Telecom, se vincesse Tiscali, dovrebbero fornire il servizio a un terzo del miglior prezzo che avevano ritenuto di sostenere. Oppure rinunciare e mandare la gara deserta, perché il regolamento esclude il vincitore unico.

Chi ha l'occhio più lungo su questi intrecci tra politica e affari è la Borsa. Dopo l'apertura delle buste, il 13 maggio, il titolo Tiscali è crollato, perdendo in due giorni circa il 7 per cento. L’azienda di Soru naviga da sempre in cattive acque. Il suo fatturato è 72 volte inferiore a quello che Telecom Italia fa nel solo mercato domestico, e nel 2013 ha investito 25 milioni di euro, un centoventesimo dei 3 miliardi messi in campo da Telecom Italia, ma anche un ventiduesimo dei 565 milioni spesi da Fastweb.

La sua offerta stracciata somiglia troppo all’attacco agli Stati Uniti del ducato di Grand Fenwick (“Il ruggito del topo”, 1959) per essere presa sul serio. Scommettendo sulla esclusione di Tiscali dalla gara come “offerta anomala” gli investitori corrono a vendere le azioni che avevano comprato poco prima. Infatti nella settimana di febbraio che ha portato Matteo Renzi a palazzo Chigi, la pur zoppicante Tiscali del suo capocorrente in Sardegna ha messo a segno una crescita dell'80 per cento, con volumi scambiati 10-12 volte la media.


Dal picco di 0,795 euro toccato il 25 febbraio, giorno in cui Renzi ha ottenuto la fiducia dal Parlamento, il titolo è così tornato a vegetare intorno a quota 0,4 euro. Poi, lo scorso 24 novembre, il nuovo sussulto. Di colpo, senza motivo apparente, Tiscali guadagna in Borsa in pochi giorni il 30 per cento. E ancora ieri la società di Soru è volta, chiudendo la giornata con un +3,17 per cento.

Dopo l'apertura delle buste del 13 maggio e conseguente crollo in Borsa, Soru ha messo a segno due colpacci. Il primo è stata l’elezione all’europarlamento, il 25 maggio, festeggiata con l'annuncio “adesso sono Merkel e Renzi i due leader d'Europa”. Il secondo, il 26 ottobre scorso, è stata l'incoronazione a segretario regionale del Pd, per la quale non è stato d'ostacolo il processo in corso per evasione fiscale (ma per i renziani sardi, come insegna il caso del sottosegretario Francesca Barracciu, le disavventure giudiziarie non intralciano bensì agevolano la carriera politica).


LA RIUNIONE PER CONVINCERE CHE L’OFFERTA È SOSTENIBILE
Soru, che negli anni in cui fu governatore della Sardegna (2004-2009) ha formalmente lasciato la guida di Tiscali, non trova imbarazzante concorrere a pubblici appalti da europarlamentare e segretario regionale del partito di governo. E così adesso l’imbarazzo è tutto della Consip e di Casalino, che dovrebbe escludere dalla gara Spc l’amico del premier mentre è in scadenza e alla ricerca di una nuova poltrona.

Finora ha preso tempo, spendendo sei mesi in richieste di documentazione a Tiscali per verificare la sostenibilità economica dell'offerta. La prossima settimana ci sarà la riunione decisiva con la società di Soru. Tiscali dovrà convincerlo di poter offrire telefonia e Internet a tutta la pubblica amministrazione a un terzo del prezzo proposto da Telecom Italia. Purtroppo per Casalino, e per tutti gli italiani, la strada della spending review è lastricata di buone relazioni.

fonte: Giorgio Meletti per il “Fatto quotidiano”


martedì 2 dicembre 2014

Sine me nihil potestis facere.

 
1 Ego sum vitis vera, et Pater meus agricola est.
2 Omnem palmitem in me non ferentem fructum tollit eum; et omnem, qui fert fructum, purgat eum, ut fructum plus afferat.
3 Iam vos mundi estis propter sermonem, quem locutus sum vobis.
4 Manete in me, et ego in vobis. Sicut palmes non potest ferre fructum a semetipso, nisi manserit in vite, sic nec vos, nisi in me manseritis.
5 Ego sum vitis, vos palmites. Qui manet in me, et ego in eo, hic fert fructum multum, quia sine me nihil potestis facere.
6 Si quis in me non manserit, missus est foras sicut palmes et aruit; et colligunt eos et in ignem mittunt, et ardent.
7 Si manseritis in me, et verba mea in vobis manserint, quodcumque volueritis, petite, et fiet vobis.
8 In hoc clarificatus est Pater meus, ut fructum multum afferatis et efficiamini mei discipuli.

Nisi Dominus aedificaverit domum

PSALMUS 127 (126)
1 Canticum ascensionum. Salomonis.


Nisi Dominus aedificaverit domum,
in vanum laborant, qui aedificant eam.
Nisi Dominus custodierit civitatem,
frustra vigilat, qui custodit eam.
2 Vanum est vobis ante lucem surgere et sero quiescere,
qui manducatis panem laboris,
quia dabit dilectis suis somnum.
3 Ecce hereditas Domini filii,
merces fructus ventris.
4 Sicut sagittae in manu potentis,
ita filii iuventutis.
5 Beatus vir, qui implevit pharetram suam ex ipsis:
non confundetur, cum loquetur inimicis suis in porta.


Il Papa degli ultimi

  In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel...