giovedì 21 gennaio 2016

Maxi sanzione

Intesa anticoncorrenza nel settore dei servizi di pulizia delle scuole: ad accertarla è stata l’Antitrust che ha inflitto una maxi sanzione, di 110 milioni di euro in totale, alle società CNS (Consorzio Nazionale Servizi società cooperativa), Manutencoop Facility Management, Roma Multiservizi e Kuadra.
L’intesa ha condizionato l’esito della gara pubblica bandita da Consip, la centrale acquisti della Pubblica Amministrazione, per un appalto di rilievo comunitario suddiviso in 13 lotti del valore totale di 1,63 miliardi di euro.
Grazie questa intesa, le 4 società – due delle quali sono i maggiori operatori del mercato – hanno annullato di fatto il reciproco confronto concorrenziale nello svolgimento della gara Consip, per spartirsi i lotti più appetibili e aggiudicarsene il numero massimo consentito.

La gara in questione, bandita dalla centrale acquisti della pubblica amministrazione, riguardava un appalto suddiviso in 13 lotti del valore totale di circa 1,6 miliardi. Secondo l’Autorità presieduta da Giovanni Pitruzzella “pur concorrendo formalmente in maniera autonoma il Cns e la consorziata Manutencoop Facility Management hanno concordato, d’intesa con le altre parti del procedimento, la rispettiva strategia per perseguire obiettivi condivisi e alterare così gli esiti della gara, anche avvalendosi di affidamenti in subappalto per la tutela delle rispettive posizioni di mercato”.
Il comportamento delle società, due delle quali sono i maggiori operatori del mercato, non solo ha condizionato l’esito del bando ma” ha annullato di fatto il reciproco confronto concorrenziale nello svolgimento della gara per spartirsi i lotti più appetibili e aggiudicarsene il numero massimo consentito”, spiega l’Antitrust, secondo cui “la collusione si è realizzata attraverso un utilizzo distorto dello strumento consortile”. L’istruttoria che ha portato alla decisione dell’Autorità garante è stata avviata il 15 ottobre 2014.
Non vi è dubbio che le procedure di gara Consip, tese ad affidare appalti in convenzione, vengono bandite con criteri selettivi che spesso producono un effetto anticoncorrenziale. Infatti, la richiesta di requisiti abnormi, privilegiano la partecipazione di grandi gruppi che, come nel Facility Management, sono associati in un unica federazione sindacale. E’ evidente che questo sistema penalizza fortemente la partecipazione delle PMI, a favore di aziende che da ormai un decennio hanno il monopolio di queste commesse, che a loro volta subappaltano ad altre imprese, strozzando il mercato.
Se intesa c’è stata, è probabile che ora possa scattare un inchiesta per turbativa d’asta oltre alla revoca degli affidamenti da parte di Consip, con l’incameramento della cauzione definitiva.
fonte: www.impresedelsud.it

lunedì 18 gennaio 2016

Romanticismo

Imbucare una lettera e sposarsi sono tra le poche cose ancora assolutamente romantiche, perché per essere assolutamente romantica una cosa deve essere irrevocabile.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici

sabato 16 gennaio 2016

Il bis di Nucci

Storico bis, ma non così storico l’altra sera alla Scala alla prima di “Rigoletto” di Giuseppe Verdi diretto da Nicola Luisotti. Il quasi 75enne Leo Nucci, alla 515ma serata nella parte del gobbo, ha bissato il duetto “Sì, vendetta, tremenda vendetta / di quest’anima è solo desio…”, finale del secondo atto. Insieme a lui, a sipario chiuso (prima volta dal Dopoguerra), il 27enne soprano americano – astro in ascesa della lirica – Nadine Sierra.

“E’ successo qualcosa di particolare”, ha commentato Nucci. “Io sono abituato a fare bis ma non alla Scala. Sono consapevole della tradizione, ma era quasi impossibile non farlo”. Quasi. Per questo, Nucci ha chiesto l’ok al soprano, all’orchestra e al sovrintendente che, dal suo palco, stava applaudendo in piedi. “È stato un omaggio al pubblico, non per Toscanini che non era il padre eterno e nell’opera ha imposto cose che non stanno ne in cielo ne in terra”.

Verdi non era contrario ai bis: “Alla prima del Requiem a Venezia concesse tre bis. E in una lettera a Ricordi scrisse che alla prima di Macbeth fu bissato il coro del secondo atto”. Finale: “Toscanini non voleva i bis – ha aggiunto – ma ha anche cacciato Puccini dalla Scala.

L’opera è passione e ieri il pubblico si è commosso”. Ma qualcuno (un critico musicale) ha gridato “vergogna” (un altro critico ha lasciato la sala)? “O c’erano 1600 imbecilli – ha osservato Nucci – o si sbaglia lui”.

Per il sovrintendente Pereira, “Nucci è il più grande Rigoletto del mondo, non ha mai cantato di routine e se l’entusiasmo è grande, il bis è un momento di fusione tra cantanti e pubblico che succede in tutto il mondo, è una festa”.

Ma le modalità con la quali è avvenuto – non irresistibili richieste, sipario chiuso con tecnici al lavoro… – sono destinati a far chiacchierare il micromondo della lirica. Intanto perché i bis si ripetono.

Non è stato il primo nemmeno di Nucci: lo ha già concesso l’estate scorsa con “Largo al factotum” nel Barbiere di Siviglia. Il 20 febbraio 2007 Juan Diego Flórez aveva bissato la cavatina “Ah! mes amis” della Fille du régiment di Donizetti con i cosiddetti nove do di petto.

Si parlò di “profanazione” (i melomani sono sempre esagerati): l’ultimo che aveva bissato risaliva al ‘33, Shaljapin nel “Barbiere di Siviglia” (direttore Marinuzzi). Ma il coro l’aveva fatto due volte: “Va pensiero” dal “Nabucco” con Muti nel ’94 e, primo a violare il sacro diktat, Gavazzeni nell’86 con “Oh signor che dal tetto natio…” dai “Lombardi prima crociata”.

Ma la modalità di ieri rimandano a una fruizione ottocentesca, quando sul proscenio si cantava e ricantava in barba a scena, regia e tutto il resto. Un’aberrazione per i puristi questo ritorno a un consumo emozionale, molto italiano; i loggionisti, invece, parlano di “ragioni del cuore” (blog “Lavocedelloggione”).

Per il pubblico scaligero continua a valere un solo punto di vista: poco importano filologia, scena o innovazione registica… importa che i cantanti cantino, espressivamente, come il Duca di Mantova Vittorio Grigolo e i due bissanti Nucci e Sierra. Per tutto il resto c’è la Germania.

fonte: Pierluigi Panza per il  blog,“fattoadarte.corriere.it”

lunedì 11 gennaio 2016

Cappelle cimiteriali al Verano

Ama Roma, la società che gestisce la raccolta rifiuti ma anche gli undici cimiteri capitolini, deve fare i conti con una richiesta di risarcimento danni che potrebbe sfociare in una denuncia per truffa. Tutta colpa dell’asta pubblica bandita nel 2014 per fare cassa assegnando in concessione per 75 anni cappelle, tombe ed edicole funerarie al Verano, al Flaminio, al Laurentino e al cimitero di Castel di Guido. Una cittadina ha partecipato e si è aggiudicata per 245mila euro (contro una base d’asta di 144.456) l’assegnazione di una cappella al Verano: nove metri quadri in uno stato di conservazione che la scheda tecnica definisce “discreto”. Voleva trasferirci la salma del marito, scomparso nel 2010. Ma la cappella, in cui possono essere custoditi fino a 12 corpi, si è rivelata “fatiscente, da abbattere e ricostruire”, si legge in un comunicato dell’associazione Codici, che annuncia di volersi costituire parte civile nel procedimento. Di qui la decisione di chiedere i danni alla società che ha come azionista unico il Comune di Roma. E ora la signora sta valutando di sporgere denuncia per truffa.
Va detto che la scheda precisa anche che l’intonaco interno “è in cattive condizioni” e essendo il manufatto “edificato parzialmente contro terra” “sono probabili infiltrazioni anche dalla copertura, coperta in lastre di travertino ma colonizzata dalla vegetazione, con sconnessione di alcuni elementi di coronamento”. E vi si legge anche che sono “necessari lavori di manutenzione“. La camera sepolcrale, però, è definita “asciutta”. Diverso il risultato della perizia fatta fare dall’acquirente.
Dall’asta, che ha permesso di aggiudicare 54 lotti di cui una trentina al Verano, Ama Roma ha ricavato un totale di 3,7 milioni di euro, con un rialzo di 901mila euro rispetto al valore base. “Reinvestiremo i soldi per la cura e la manutenzione del verde e dei cimiteri”, aveva spiegato l’ex assessore all’Ambiente di Roma Capitale Estella Marino.

fonte: il fatto quotidiano

martedì 5 gennaio 2016

Parola di Mandrake

Vuole un caffè? Così magari lo prendo anch’io. Che problema c’è? Chiedo. C’è che sto in regime salutista: un caffè e un sigaretta al giorno. Dice lui. Lui sarebbe Gigi Proietti che vado a trovare in una Roma costernata dal clima. Vive in fondo alla Cassia. Scorgo, in un angolo del salone dove ci accomodiamo, un contrabbasso. Chi lo suona? Lo suono io, ogni tanto. Ero il bassista col botto. Col botto? Sì col botto: bumbumbum. Non sapevo fare altro. La mano destra ancora, ancora. Ma la sinistra imprevedibile. Come se non avessi un braccio. Erano gli anni in cui suonavo in un complessino tirato su, senza pretese. Guadagni scarsi. Ma sufficienti per non pesare sui genitori che non navigavano nell’oro e immaginavano per me un futuro diverso.


Cosa immaginava suo padre?
«Quello che di solito hanno in testa i padri di quella generazione: studia, laureati e trova un impiego, possibilmente statale. Sa perché noi italiani abbiamo spesso tollerato la burocrazia e i suoi misfatti?»

No, mi dica.
«Perché la burocrazia era la mamma, il ventre molle e accogliente nel quale sparire e riemergere il 27 di ogni mese. Tra coloro che ce l’avevano fatta c’era la granitica convinzione che ogni cosa che accadesse fuori non li riguardava. Non credo che mio padre vivesse così lo stato delle cose. Lui pensava a una carriera onorevole».


Di cosa si occupava?
«Aveva fatto parecchi mestieri, il boscaiolo, il cameriere, prima di trovare a Roma un impiego come uomo di fiducia in un’azienda. Ho sempre ammirato la sua onestà. Era umbro, figlio di contadini. Con la mamma vennero a Roma negli anni della guerra. Sono nato nel 1940. I miei alloggiarono prima in una casa davanti al Colosseo, fummo sgombrati dalle forze dell’ordine perché l’edificio era pericolante; andammo a vivere in uno scantinato di un albergo; infine ci assegnarono un alloggio alla borgata Tufello».


Come vive le sue origini?
«Penso che le origini di una persona non sono la sua condanna. Ognuno di noi, se ha determinazione e un po’ di fortuna, può decidere la propria strada».

Diceva della prima orchestrina.
«Ci chiamavamo “Gigi e i Soliti Ignoti”. A Roma, parlo del 1960, c’erano i dancing. Io cantavo. Poi facemmo il salto di qualità: ci chiamarono a suonare nei night club. Entravamo alle sette di sera e uscivamo, disfatti, alle cinque del mattino. Mi ero anche iscritto a giurisprudenza. Non era facile affrontare insieme gli esami e il pubblico notturno ».


«La Dolce vita stava finendo e già si intravedeva l’agonia di via Veneto».

Chi frequentava il night?
«Allora era uno status symbol. Venivano il generone romano, un po’ di malavita e parecchi turisti. Questi ultimi di solito arrivavano grazie a un’organizzazione, “Rome by Night”, che li guidava. Pagavano un biglietto di ingresso che gli dava diritto a una consumazione e ad assistere a uno spettacolo di streap-teese».

Cos’altro accadeva?

«Le entreneuse tenevano compagnia ai clienti. Alcune poi si appartavano nei separé. Noi suonavamo di tutto in tutte le lingue. Usando, in realtà, un gramelot, inventato per l’occasione. L’atmosfera cominciava sonnacchiosa e poi cresceva di tono. I clienti si eccitavano, le ballerine si contorcevano, le spogliarelliste si denudavano. Ce n’era una che faceva lo spettacolino con una porta».

Una porta?
«Sì, la trovata consisteva che alla fine il pubblico vedeva lei, che si spogliava, dal buco della serratura!».

Meraviglioso.
«Era un altro mondo dove i fiumi di champagne erano sostituiti dai fiumi di imprecisati liquidi. Una volta un cliente, mi pare un americano, scrutò attentamente l’etichetta della bottiglia: c’era scritto grande “Rouge et Noire” e sotto, piccolo piccolo, “Fratelli Capocci, Genzano”. Lo champagne lo preparavano nel retro delle cucine. Scoppiò il putiferio».

Le manca quel mondo?

«Appartiene a un periodo della mia vita. È stato fondamentale in molti sensi. In quegli anni incontrai la donna che sarebbe stata la compagna della vita: Sagitta, una svedese che faceva la guida turistica. Stiamo insieme da mezzo secolo. Non ci siamo mai sposati. Ogni tanto dico: vedi, anche se volessi, non potrei neanche divorziare. Abbiamo due figlie che adoriamo».

Circondato da donne.
«Non è poi così male».

E il teatro?

«Ci arrivai per caso. Non ero abitato dal fuoco sacro, semmai dal fuoco fatuo. Avevo fatto dei provini. Ma non è che avessi una cultura teatrale. Feci piccole cose. Erano gli anni in cui a Roma c’erano le famose cantine e si faceva molta avanguardia. Restai folgorato da Carmelo Bene che recitava in Caligola di Albert Camus. Carmelo curò anche la regia e i costumi. Lo guardai con ammirazione. Aveva solo tre anni più di me. Ma era come se tra di noi ci fossero secoli di distanza».


Cosa la colpiva?
«Penso che la sua grande capacità innovativa si nascondesse nelle pieghe della tradizione. Me lo presentò Roberto Lerici, altro personaggio straordinario, e diventammo amici da subito. Mi propose di lavorare a uno spettacolo che poi non si fece. Ripiegò sulla Cena delle beffe, mi offrì il ruolo di coprotagonista e accettai felice di poter lavorare con quel mostro sacro».

Non era un uomo facile da trattare.
«Era istrionico, provocatorio ma anche geniale. Un poeta che a volte si lasciava andare alla sua vena più aggressiva. Trovo però difficile definirlo. A volte decadente. Altre ancora futuribile. Le maschere non gli mancavano. Negli ultimi anni parlava solo di Schopenhauer, di Nietzsche, degli amici francesi che lo avevano scoperto. Dissipò il suo talento in mille rivoli. Cominciò a dire Io non esisto. Si carmelobenizzò. Ma è stato un grande artista».

Accennava a Roberto Lerici, se non ricordo male aveva una casa editrice culturalmente agguerrita.
«La Lerici editore. L’aveva ereditata dalla famiglia e rilanciata assecondando i suoi gusti raffinati. Ma Roberto non era solo un intellettuale astratto o sofisticato. Possedeva un formidabile senso dello spettacolo. Tanto è vero che insieme allestimmo A me gli occhi please e prima ancora Fatti e fattacci.


Come spiega il successo clamoroso di “A me gli occhi, please”?
«Non lo spiego, non sarei in grado di farlo. Esordimmo a Sulmona e poi arrivammo a Roma, un po’ per caso. Nei due anni che lo tenemmo in cartellone fu visto da mezzo milione di persone. Perché? Boh. Piaceva la contaminazione dei generi, il comico e il drammatico che si alternavano e poi era come se quella grande tenda, dove si svolgeva lo spettacolo, fosse diventata una sorta di isola felice. Eravamo alla metà degli anni Settanta. Anni orribili, segnati dai morti e dal fanatismo, non così diversi da quelli odierni. Allora, la gente trovò rifugio in quel teatro. Nessuno avrebbe scommesso una lira sul suo successo. Forse l’unico a crederci davvero fu Lerici. Aveva visto lungo».


Divenne così un attore affermato.
«Il primo successo lo ottenni con Alleluja, brava gente ».

Poi ci fu Petrolini.
«Arrivò più tardi. Mi incapricciai di questo attore immenso. Non era solo comico. Era inquietante. Tutti dicono che parlava a raffica. No. Era il Dio della pausa. Riempiva il silenzio con le sue smorfie».


Che cos’è il tempo comico?
«Glielo spiego così: se uno racconta una barzelletta e sbaglia il tempo della battuta finale, la barzelletta non ha più senso. La pausa non è silenzio, è una forma di pienezza. Guida il ritmo dell’attore. Guai sbagliarla. Una sera recitavo Il Dio Kurt di Alberto Moravia. Il teatro era un po’ malmesso. Pioveva. A un certo punto nel bel mezzo di una pausa sentiamo: toc, toc, toc. Era una goccia d’acqua che batteva su un banchetto. Sfalsò tutti i nostri tempi».

Cosa accadde?
«Immaginando la scena in cui il nazista si sarebbe seduto sul banchetto e la goccia che gli avrebbe martellato la testa, cominciammo a ridere furiosamente. Toc, toc, toc. Lo spettacolo ne risentì. Il pubblico non capiva che cosa stesse accadendo. Si alzò un brusio. Lì capii che il tempo della pausa è un tempo di convenzione, di complicità con il pubblico. Se non lo cogli si interrompe la magia».


Cosa vuol dire magia?
«Sostengo spesso che il teatro si fa tra il falso e il finto. La magia è trovare il vero che vi è nascosto».

E il cinema?
«Cerca il verosimile. Dopotutto, veniamo dalla grande stagione neorealista».

Lei ha girato parecchi film e alcuni di grande successo.
Ma il pubblico non l’ha mai identificata nell’attore cinematografico.
«E forse è stato un bene. Mi annoierei a fare un solo mestiere. E poi ti devi divertire. Ho lavorato a un paio di film con Tinto Brass. Feci il protagonista insieme a Tina Aumont ne L’urlo, film che rimase in censura per nove anni».

Un film erotico?
«No, no. C’era qualche scenetta di nudi, i figli dei fiori, quelle robe lì. Brass ce l’aveva con quegli attori che definiva esibizionisti tristi. A lui piaceva il sesso come gioia. Come dargli torto? E poi, ogni artista ha le proprie ossessioni ».


Le sue quali sono?
«Non sono un artista, forse sono soltanto un esibizionista allegro. Però c’è una cosa che mi ha ossessionato per anni. È una battuta di Carmelo nel Caligola: “Io voglio solo la luna”.

Come dire: prendere l’impossibile o il meglio dalla vita?

«Ma forse anche il peggio chi lo sa. Carmelo venne a Roma convinto di fare il tenore. Divenne un’altra cosa. Forse più grande. Certamente diversa. Ho capito che la mia luna era un’idea di teatro che fosse una specie di comunità. Qualcosa che il cinema non ti può dare».

Neppure la televisione?
«Neanche quella. Sono riconoscente alla Tv che mi ha regalato un successo incredibile e anche inaspettato. Dicevano: bravo Proietti, ma non buca lo schermo. E invece ha visto, no?».

Come vive il grande successo?
«La prima volta mi sconvolse. In anni in cui non ero così convinto che la popolarità fosse un bene, arrivò la notorietà con Alleluja, brava gente. Poi ho capito che molto dipende da come sei fatto. E mi sono reso conto che non ho i desideri di una star che insegue solo quello. Il successo deve essere il risultato del tuo lavoro e quando lo ottieni devi essere responsabile per ciò che dici e fai».


Parola di Mandrake?
«Parola».

Si aspettava che “Febbre da cavallo” diventasse un film cult?
«Per niente. All’inizio venne considerato un prodotto dozzinale. La verità è che Steno è stato un grande. Pubblico e critica scoprirono la leggerezza, l’ironia, la comicità di quel film».

Era una serie di meravigliosi sketch.
«La comicità dello sketch si fonda su alcuni schemi essenziali. Per esempio ne La figlia del cassamortaro prevale l’elemento dell’ingiustizia. La ragazza non riesce a fidanzarsi perché il padre costruisce bare; oppure ne La signora delle camelie c’è il suggeritore che non è in grado di suggerire; o ne La sposa e la cavalla la storia si basa su un equivoco. Ricordo che con Gassman improvvisammo uno sketch sul set di A Wedding di Robert Altman. Cazzeggiammo liberamente. Fu esilarante, come riconobbe lo stesso regista che conservò integralmente la scena. Con Vittorio passammo insieme un mese sul lago Michigan ».

Gassman fu un altro compagno di strada.

«Straordinario e pieno di vita. Ho il rimpianto di non aver mai lavorato a teatro con lui. Anche se l’occasione ci fu con Otello. Avrei dovuto interpretare Jago. Mi tirai indietro. Convinto che dal confronto uno dei due avrebbe perso. Scatenando le invidie dell’altro. Peccato».

So che Eduardo De Filippo le offrì di lavorare con lui.
«In quel momento ero impegnato. Eduardo era venuto a sentirmi in A me gli occhi, please. Poi bussò in camerino, che era una roulotte. Aveva il volto segnato, da due righe profonde e inconfondibili. Mi strinse la mano e disse “bravo!” Era il 1977. Era vecchio ma emanava ancora un fascino straordinario».

E la sua vecchiaia?
«Cerco di darle una logica, ma è quasi impossibile. Faccio un mestiere che abitua a pensare alla propria fisicità. Ma non è più quella di una volta. Ora dirigo il Globe Theatre di Roma. Per ora sono riuscito a non recitarvi. Ogni tanto mi dico: Gigi, nun te preoccupà, tanto una parte da vecchio per te c’è sempre».

fonte: Antonio Gnoli per “la Repubblica”


L'occupazione del Filangieri


A Napoli occupare un edificio pubblico conviene. Il collettivo «La Balena» da tre anni è asserragliato nell' ex Asilo Filangieri, un palazzone che si erge alle spalle di San Gregorio Armeno, la strada dei pastori del centro storico. La sigla raccoglie un po' di tutto: centri sociali, no global e indignados, lavoratori del mondo dello spettacolo e personaggi in cerca d' autore.


Un bel giorno del 2012, hanno forzato i cancelli e si sono presi l' immobile appena ristrutturato dal Comune per la modica cifra di 5 milioni di euro (tutto il complesso vale esattamente il doppio). Invece di sgomberare l' area, l' ultimo giorno dell' anno il sindaco Luigi de Magistris ha premiato gli abusivi con una delibera di giunta che li autorizza non solo a restarci ma a continuare la loro attività di organizzazione di spettacoli a pagamento, vendita di alcolici e corsi di recitazione.

«Siamo davanti a un palese voto di scambio» ha attaccato il presidente della IV Municipalità, Armando Coppola (Fi). Perché gli occupanti sono tutti o quasi tutti sostenitori arancioni. Addirittura, si vocifera che Giggino potrà schierare alle prossime elezioni una lista che dovrebbe chiamarsi «Massa critica» che fa riferimento proprio all' ex Asilo.

Il provvedimento di Palazzo San Giacomo, scritto con l' aiuto di due giuristi d' eccezione come Stefano Rodotà e Paolo Maddalena, ha fatto urlare allo scandalo il capo dell' opposizione in consiglio comunale e candidato sindaco del centrodestra, Gianni Lettieri. «Che dovrebbero dire si chiede tutte quelle famiglie che vengono sgomberate e che non hanno un tetto di fronte ad un' amministrazione che non tutela il loro diritto alla casa, ma salvaguardia la prepotenza estremista di centri sociali che occupano beni comuni? Ho dato già mandato ai miei legali di esaminare tutta la documentazione e sollevare la questione a tutti i livelli, giudiziari ed istituzionali».

In realtà, l' autorità giudiziaria non è intervenuta nemmeno quando, per prendere possesso delle sale, gli occupanti hanno violato i sigilli apposti per mancanza di agibilità. Nessuno vede dalle parti di San Gregorio Armeno.

Chi invece aveva una prospettiva chiara dell' abuso è l' ex assessore comunale Bernardino Tuccillo, ex IdV. «Con un' ultima nota del 7 novembre 2012 inviata al capo di gabinetto del sindaco fui costretto a sollecitare lo sgombero degli occupanti abusivi dal prestigioso stabile, purtroppo senza essere ascoltato, poco prima di perdere la delega al Patrimonio. Con la delibera appena approvata giunge a compimento un percorso sull' uso distorto e dissennato di utilizzo dei nostri beni pubblici. Da un ex magistrato diventato sindaco sarebbe stato lecito attendersi l' introduzione di una cornice di regole e norme valide per tutti e non privilegi e favoritismi accordati a centri sociali ed amici degli amici». Parole al vento.


Collettivo e Amministrazione comunale si difendono sostenendo che sì, c' è stata un' occupazione abusiva, ma non è il caso di farne una tragedia perché ora, in quella struttura, si fa cultura «partecipata e inclusiva». Quella che piace all' estrema sinistra movimentista che vota de Magistris e che deve respingere la spietata concorrenza grillina. Per uno scherzo del destino, il M5S di Napoli, fino alla rottura definitiva col sindaco un paio di mesi fa, si riuniva proprio presso l' ex Asilo Filangieri.

fonte:Simone Di Meo per “il Giornale


venerdì 1 gennaio 2016

Una nuova anima

The object of a New Year is that we should have a new soul and a new nose; new feet, a new backbone, new ears, and new eyes.

L’obiettivo di un nuovo anno è che dovremmo avere una nuova anima e un nuovo naso; piedi nuovi, una nuova spina dorsale, nuove orecchie e occhi nuovi.


(Gilbert Keith Chesterton)

Il Papa degli ultimi

  In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel...