venerdì 12 agosto 2016

Forza Italia 2.0: i sette punti del programma di Parisi

1. IL POSIZIONAMENTO POLITICO

Forza Italia deve tornare a essere una piattaforma di governo liberal-popolare. La forza trainante di una coalizione ampia e trasversale, in cui coesistano posizioni più o meno radicali di cui Forza Italia sia il punto di equilibrio. ‘Popolare’, nel saper interpretare in modo nuovo il rapporto coi cittadini, andando oltre il centrodestra e contendendo elettori al Movimento 5 Stelle. ‘Liberale’ nei contenuti da cui bisogna ripartire. Qualche esempio:

- Un nuovo modo di pensare all’Europa, opponendo alla burocrazia accentratrice di Bruxelles una critica costruttiva, seria e credibile.

- Una politica estera apertamente atlantista, che non lasci spazio a indecisioni sul ruolo degli USA o di Israele nel garantire libertà e democrazia nel mondo.

- Una difesa inflessibile delle libertà economiche, che si opponga con decisione a statalismi vecchi e nuovi.

- Una pubblica amministrazione più semplice e digitale, sempre meno ‘gestrice’ e sempre più ‘regolatrice’, che faccia del pubblico-privato il modello organizzativo per eccellenza dei servizi pubblici.

- Una riforma dello Stato che semplifichi il processo legislativo, garantendo governabilità e stabilità delle maggioranze.

- Una giustizia più rapida, equa e responsabile, che smetta di occuparsi di politica e torni ad avere anch’essa pesi e contrappesi dai restanti poteri dello Stato.

- Un welfare efficiente, trasparente e orientato davvero alla tutela dei più deboli, e non al mantenimento di rendite di posizione e privilegi.

- Un rapporto con le banche che tuteli i cittadini, imponendo responsabilità chiare ai banchieri.

- Un sistema educativo che tuteli e valorizzi la libertà di scelta come criterio fondamentale.

- Un approccio pragmatico al tema dell’immigrazione, che offra soluzioni alle paure delle persone, senza demonizzarle.

- Un cambio di paradigma nella gestione della cultura, che deleghi la sua gestione e valorizzazione ai privati senza pregiudizi.

2. LA POLITICA ANTI-POLITICA
Forza Italia deve rappresentare, in questo momento, una politica che sa rigenerarsi, per riportare la gente a fare politica e a credere nella politica. Una politica che sappia coinvolgere le persone in modo consapevole e serio, non con emergenzialismi o propaganda di pancia. Una politica che torni a dialogare con i corpi intermedi e che sappia valorizzare una nuova classe dirigente di persone che mettono a disposizione la loro professionalità e le loro competenze per la cosa pubblica: una classe dirigente che torni a conquistare persone e voti con affidabilità, equilibrio e determinazione. Una politica ‘anti-politica’, che sia nuova e attrattiva quanto lo è il Movimento 5 Stelle, ma opponga al dilettantismo di quest’ultimo la capacità di selezionare persone, competenze e idee credibili.

3. DUE DILIGENCE
Forza Italia sarà analizzata dal punto di vista gestionale, economico, organizzativo e delle risorse umane, per individuarne i principali punti di forza e punti deboli in maniera imparziale.

4. IL NUOVO PARTITO
La Forza Italia che verrà dovrà cambiare nome, statuto e regole interne, ma soprattutto dovrà assumere un nuovo modello organizzativo, basato sul modello del ’94: un modello ‘forza vendita’, che scoraggi lotte di potere intestine e correnti, ma che invece premi e selezioni la leadership sulla base di chi porta voti e crea consenso intorno al partito. Un partito che, in questo modo, sia costantemente in campagna elettorale, perché i meccanismi di selezione della classe dirigente si basano proprio sull’attrazione di nuovi voti e consensi.

5. PRESENZA SUL WEB
Il web sarà il cuore pulsante e il collettore del partito, sul modello del Movimento 5 Stelle, ma con le opportune differenze. Dovrà essere creata una struttura reticolare, che abbia il suo perno in un blog e molti ripetitori e amplificatori sui social network e su siti collaterali, e che diventi anche uno strumento di fund-raising.

Il web sarà anche lo strumento di attrazione dei giovani, non sulla base di un giovanilismo di bandiera, ma invece incentivando la partecipazione sulla base della capacità di elaborare idee vincenti, cioè in modo meritocratico.

6. STRATEGIA DI COMUNICAZIONE
Oltre al nuovo nome e al nuovo modello organizzativo, la Forza Italia che verrà dovrà selezionare in modo nuovo ed efficace le persone che ne esprimano la voce sui media, valorizzando facce nuove e credibili.

7. PROGRAMMA DI LAVORO
Dopo avere cambiato il nome e lo statuto di Forza Italia, daremo prova di ripartire dai contenuti organizzando una conferenza programmatica, alla quale seguirà un tour dei capoluoghi di provincia di tutta Italia per raccontare la proposta politica e raccogliere consenso.

domenica 7 agosto 2016

Relativismo


Sine glossa

Forse papa Bergoglio non si è reso conto, ma ieri alla Porziuncola di Assisi, cuore del francescanesimo, egli ha reso omaggio al più grande dei “fondamentalisti cattolici”, al simbolo di quel fondamentalismo cattolico che è stato il bersaglio polemico di Bergoglio anche nella nota conferenza stampa in aereo di domenica.

In quell’occasione il papa, interrogato sul sacerdote sgozzato sull’altare a Rouen, non ha dedicato nemmeno una parola a padre Jacques, ma si è fatto in quattro per negare che quel terrorismo abbia a che fare con l’Islam.

Poi – sempre in difesa dell’Islam – Bergoglio ha aggiunto un attacco ai cattolici: credo che in quasi tutte le religioni ci sia sempre un piccolo gruppetto fondamentalista. Noi ne abbiamo”.

Ma cos’è il “fondamentalismo”?
Significa: applicazione letterale dei testi sacri. Nella storia cattolica è proprio san Francesco colui che ha predicato l’applicazione del Vangelo alla lettera, “sine glossa”.

Bergoglio però non lo ha detto. E non ha detto che mentre i fondamentalisti islamici – applicando alla lettera il Corano e l’esempio di Maometto – proclamano la jihad, impongono la sharia, opprimono nei loro regimi le altre religioni e i diritti umani e usano la violenza, i “fondamentalisti cattolici” come san Francesco d’Assisi e Madre Teresa di Calcutta, applicando alla lettera il Vangelo, fanno l’esatto opposto. Semplicemente perché Corano e Vangelo insegnano cose opposte.

Che vuol dire per san Francesco “il Vangelo sine glossa”? Si legge che Gesù nel Vangelo dice al giovane ricco: “vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Mc 10, 21).

Francesco ascoltò e seguì “alla lettera” le parole di Gesù. Lui prendeva sempre “alla lettera” quello che ascoltava dal Signore (perfino quando il crocifisso di san Damiano gli disse: “Francesco, vai e ripara la mia chiesa”).

Un altro giorno, alla Porziuncola, il santo ascoltò questa pagina del Vangelo:
“Andate e predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento…» (Mt 10, 7-11).
Era il mandato missionario di Gesù:
Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20).
Francesco fece così “alla lettera”.

CROCIATA
E, dopo che il papa bandì la crociata (nel 1213) per liberare i luoghi santi occupati dai musulmani, che rendevano pericolosi i pellegrinaggi a Gerusalemme, anche Francesco partì.

Scriveva anni fa Franco Cardini: “nella vita di Francesco l’episodio crociato costituisce uno scandalo nello scandalo”, ma “il Francesco ‘crociato’ non è un argomento eludibile”.

Era “crociato” come lo erano tutti i pellegrini per la Terra Santa. Cardini spiega che, diversamente da ciò che pensano oggi gli ignoranti e gli anticlericali, “la crociata non è mai stata una ‘guerra di religione’, la crociata non è una ‘guerra santa’ ” per imporre la fede cattolica. No, “è un pellegrinaggio armato” il cui scopo era la liberazione e la difesa dei Luoghi Santi che erano stati occupati dai musulmani.

Così Francesco, che non portava armi, andò in pellegrinaggio: era molto pericoloso, ma lui voleva venerare fra quelle pietre la presenza di Gesù, essere tutt’uno con Lui, anche a costo della vita.

“Francesco vedeva nella crociata anzitutto l’occasione del martirio e nel martirio la forma più alta e più pura della testimonianza cristiana” (Cardini).

Ovviamente non un martirio ricercato, che sarebbe un peccato di superbia. Egli in tutta umiltà vuole semplicemente annunciare il Vangelo ai saraceni “perché essi credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, perché chiunque non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non potrà entrare nel regno dei Cieli”.

Già qui siamo agli antipodi dell’ecumenismo modernista in cui crede Bergoglio, che infatti equipara le religioni, rifiuta l’idea di predicare la conversione a musulmani e miscredenti e ha liquidato con disprezzo il “proselitismo”.

La cronaca di Giacomo da Vitry ci dice che, là in Terra Santa, “non soltanto i cristiani, ma perfino i saraceni e gli altri uomini avvolti ancora nelle tenebre dell’incredulità, quando essi (Francesco e i suoi frati) compaiono per annunziare intrepidamente il Vangelo, si sentono pieni di ammirazione per la loro umiltà e perfezione”.

Francesco “volle recarsi intrepido e munito dello scudo della sola fede all’accampamento del sultano d’Egitto”.

Viene fatto prigioniero e si fa portare da lui che era noto per la sua durezza. Ma il Sultano a vedere Francesco restò ammansito e fu turbato dalle sue parole. Poi “temendo che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore” lasciò andare libero il santo.

SINE GLOSSA

Per Francesco la cosa essenziale era l’annuncio del Vangelo perché questo era il commando di Cristo. La vita del santo di Assisi è tutta basata sull’applicazione del Vangelo “sine glossa” e le stigmate che ricevette rappresentano proprio il “sigillo” del Cielo a questa sua totale conformità al Figlio di Dio.

Il Vangelo “alla lettera”, senza accomodamenti alla mentalità dominante, senza compromessi col mondo, è la forma suprema di “fondamentalismo cattolico”.

Esattamente l’opposto di Bergoglio che combatte proprio i “dottori della lettera” (come li chiama lui), quelli cioè che, come san Francesco, gli ricordano le precise parole del Vangelo e dissentono dalla sua religione mondanizzata e accomodante (per esempio sui temi del matrimonio).

Anche su tutto il resto il santo di Assisi e il papa della teologia della liberazione sono agli antipodi.

SALVEZZA DELL’ANIMA

San Francesco non faceva che ammonire sul pericolo di finire eternamente all’inferno e sulla necessità di convertirsi e fare penitenza per andare in Paradiso (si veda la “Lettera ai governanti”).

Bergoglio invece parla solo di questioni terrene, sociali e politiche, non parla mai dell’inferno e del Purgatorio, tanto che nella sua Bolla di indizione dell’Anno Santo ha tolto ogni riferimento al Purgatorio stesso e pure alle “indulgenze” che servono a evitarlo (ieri era imbarazzato alla Porziuncola dal momento che il “Perdono di Assisi” ottenuto da san Francesco è tutto centrato proprio sull’indulgenza relativa al Purgatorio, cioè la remissione delle pene temporali).

San Francesco poi ricorda ai governanti il loro dovere di difendere la fede cristiana del popolo “e se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione (cf. Mt. 12,36) a Dio davanti al Signore vostro Gesù Cristo nel giorno del giudizio”.

Bergoglio invece sostiene i governanti più laicisti, dice “chi sono io per giudicare?” sui “principi non negoziabili” e cancella la presenza pubblica dei cattolici e la dottrina sociale della Chiesa.

San Francesco scrive ai sacerdoti che devono tributare il massimo onore “al Santissimo Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo”, è per lui fondamentale, mentre Bergoglio è noto per la sua scelta di neanche inginocchiarsi davanti all’Eucaristia.

Resta l’ecologia pilastro del bergoglismo. Purtroppo però non è mai esistito un san Francesco ecologista.

Il Cantico delle creature infatti (che ricalca un salmo) non esalta la natura, la quale a quel tempo prevaleva sull’uomo e non aveva bisogno di essere “protetta” (casomai il contrario).

Il Cantico, che non rammenta gli animali (ma parla di peccato mortale e inferno), è invece un invito alla preghiera di lode a Dio, un inno alla bontà del Creatore, assai significativo in un’epoca in cui la gnosi dei Catari predicava la malignità del Demiurgo e della natura creata.

Tutt’altra cosa.
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Antonio Socci
Da “Libero”, 5 agosto 2016

domenica 17 luglio 2016

L'errore di Papa Gregorio Magno

fonte: Voce della Vallesina, 7 luglio 2016

La lentezza politica ha un costo economico. La diluizione delle responsabilità politiche ha un costo democratico.

La lettera di Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera dei deputati dal 2001 al 2006, e Marcello Pera, presidente del Senato dal 2001 al 2006, pubblicata su Il Corriere della Sera.

È noto che veti contrapposti e paure incrociate spinsero l’Assemblea costituente ad una scelta compromissoria riguardo all’assetto delle istituzioni repubblicane, in particolare il bicameralismo perfetto.
È noto anche che fin da subito forze politiche e espressioni della cultura costituzionale espressero molte riserve su questo punto. Due camere elette diversamente ma contemporaneamente, con la stessa durata e con la stessa funzione legislativa, non costituiscono un’istituzione che esalta il Parlamento e controbilancia l’azione del governo, ma un meccanismo pesante e faticoso che produce instabilità e lentezza. Durante i decenni, tentativi di correggere questa situazione non sono mancati, dalla commissione Bozzi, a quella De Mita, a quella D’Alema, alla riforma Berlusconi.

Tutti sono falliti e il prezzo in termini di inefficienza della Repubblica è diventato particolarmente oneroso. La lentezza politica ha un costo economico. La diluizione delle responsabilità politiche ha un costo democratico. Nonostante la consapevolezza del problema denunciato per tanto tempo, siamo rimasti un’anomalia costituzionale, perché nessun ordinamento, in Europa e altrove, conosce un sistema di produzione legislativa come il nostro.

In tutte le grandi democrazie, il ruolo delle seconde Camere nell’approvazione delle leggi è sempre limitato e la decisione definitiva è affidata alla Camera politica, dove i Parlamenti decidono le sorti dei governi. Il Parlamento ha ora approvato, dopo due anni di ampio e approfondito dibattito, una incisiva riforma della seconda parte della Costituzione. Non si tratta di una Costituzione nuova, ma di una Costituzione rinnovata, che promette e precostituisce altri interventi.

In ogni caso, non possiamo dire che la riforma sia improvvisata, perché il confronto tra le forze politiche è stato lungo e meditato. Ora tocca ai cittadini esprimersi con un referendum: sta a loro decidere, come richiede la democrazia sulle scelte fondamentali, se confermare o respingere le scelte compiute dal legislatore. Noi siamo a favore dell’approvazione della riforma.

Comprendiamo le perplessità di quanti non condividono alcune delle soluzioni adottate, in particolare in tema di modalità di composizione del Senato e di coordinamento con la legge elettorale della Camera dei deputati. E tuttavia la scelta di trasformare il Senato in organo rappresentativo dei territori, la riduzione del decentramento legislativo, l’attribuzione alla Camera dei deputati del ruolo di organo politico di ultima istanza, salvi gli opportuni temperamenti, il mantenimento e anche il rafforzamento degli organi di garanzia, ci sembrano, tra gli altri, obiettivi ai quali sarebbe grave rinunciare, anche in presenza di pur legittime riserve su questo, o quell’aspetto della riforma. Così come ci sembrerebbe incomprensibile tornare ad un sistema in cui il governo è costretto ad avere la fiducia in due Camere diverse, che, essendo elette con criteri diversi, non garantiscono omogeneità di maggioranza.

Noi riteniamo che votare no al referendum significherebbe risospingere il sistema costituzionale verso quell’epoca dei veti contrapposti che hanno spesso impedito al legislatore italiano di essere al passo con i ritmi della società contemporanea. Riteniamo anche che un ulteriore fallimento del processo di riforma renderebbe la nostra Costituzione così rigida da non essere più modificabile per diversi anni a venire, in contraddizione drammatica con quell’esigenza di cambiamento che è tanto largamente diffusa.

Questa volta l’effetto di una decisione popolare contraria significherebbe che l’Italia si riconosce incapace di autoriformarsi e si avvia ad un rapido e inarrestabile declino. È grave che le forze politiche siano oggi circondate da tanta sfiducia e sospetto. Sarebbe tragico se anche il popolo italiano si arrendesse a questo sentimento. Siamo stupiti che forze della sinistra intendano utilizzare l’occasione del referendum per un regolamento interno dei conti o per un voto di sfiducia al governo. Siamo ancor più stupiti che forze del centrodestra si uniscano a questa campagna, con argomenti che rinnegano completamente la loro vocazione e l’impegno riformatore da esse speso durante molti anni.

Al tema del rinnovamento delle istituzioni repubblicane, il centrodestra ha dedicato idee, passione, energie, a cui noi stessi abbiamo personalmente contribuito, pur con le nostre diverse sensibilità politiche. Quella storia, che ha coinvolto milioni di cittadini popolari, democratici, liberali, socialisti, riformatori, non può essere dimenticata ma deve essere rispettata. Non si ammaina una bandiera senza perdere identità.

fonte: Corriere della Sera


Più sono o sono state personalità rilevanti, più adducono motivi non certo alla loro altezza. E neppure all’altezza dell’argomento, che nei prossimi mesi resta sempre lo stesso: legge elettorale e riforma costituzionale.
Prima Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera sul Corriere della Sera dell’8 luglio 2016, poi Giovanni Bazoli sullo stesso giornale del 14 luglio, pezzi da novanta della politica e dell’economia, hanno confessato che voteranno sì al “Renzoschi” (il coacervo della legge e della riforma di Renzi e Boschi). Fin qui nulla da dire. Ognuno vota come gli pare e non è tenuto a darne spiegazioni. Ma, se le dà, deve badare che siano ragionate e coerenti con il voto, specialmente se non è un quisque de populo.
Casini e Pera, un ex presidente della Camera e un ex presidente del Senato, hanno scritto una lettera a doppia firma; Bazoli ha rilasciato un’intervita di un’intera pagina. I primi due hanno parlato, tra l’altro, dei precedenti falliti tentativi come di “prezzo oneroso in termini di inefficienza della Repubblica”, di “costo economico della lentezza politica”, di “anomalia costituzionale di un sistema di produzione legislativa come il nostro”, ed hanno così concluso: “In tutte le grandi democrazie, il ruolo delle seconde Camere nell’approvazione delle leggi è sempre limitato e la decisione definitiva è affidata alla Camera politica, dove i Parlamenti decidono le sorti dei governi”.
Duole davvero che Casini e Pera non abbiano trovato il tempo di sfogliare la preziosa documentazione comparata che gli eccellenti servizi di Camera e Senato hanno redatto, in tema di bicameralismo e processo legislativo. Tale documentazione li smentisce in pieno. Basti ricordare che il Congresso degli Stati Uniti ha due camere dagli stessi poteri, anzi il Senato ha in più la convalida delle nomine presidenziali, e che nel Regno Unito l’iter legislativo è di norma, sostanzialmente, bicamerale. Così pure in tante altre nazioni. Il motivo più risibile, ripetuto a campanello anche da Renzi e Boschi, è “la lentezza”. Questa, più che un “motivo”, è un falso perché i nostri due presidenti, per cinque anni, all’inizio dell’estate hanno sventolato (come del resto i loro predecessori e successori) il ventaglio dell’iperproduzione legislativa, vantandosene. Sotto il Governo Renzi (in base alle statistiche della Camera, che né Casini, né Pera, né Bazoli, né Renzi, né Boschi leggono!) la produzione normativa primaria ha viaggiato al ritmo siderale di 11,87 atti al mese! Ciò nonostante, Casini e Pera scrivono che il sistema costituzionale ha “impedito al legislatore italiano di essere al passo con i ritmi della società contemporanea”. Infine, la chiusa della loro lettera al Corriere cade nel patetico. “Non si ammaina una bandiera (del riformismo, n.d.r.) senza perdere identità”. Dunque Casini e Pera, per corrività, sono diventati quello che non erano per storia personale.
Quanto a Bazoli, il suo esordio è sorprendente: “Il mio è un orientamento istituzionale, non politico”. E la sua continuazione è spericolata per un giurista: “L’ostacolo maggiore che incontra il referendum è il collegamento con la legge elettorale. Se approvata, la riforma costituzionale del Senato avrà l’effetto di rendere praticabile la nuova legge elettorale. Una legge che oggi risulta inapplicabile, perché si voterebbe al Senato con il proporzionale puro e alla Camera con un sistema tendenzialmente maggioritario (sic!): una cosa assurda. Nessuno ha osservato che, proprio per questa ragione, in caso di bocciatura del referendum, il Paese si troverebbe in una situazione veramente drammatica di impasse costituzionale: il presidente della Repubblica non avrebbe di fatto la possibilità di indire nuove elezioni, finché non fossero riformati i sistemi elettorali di entrambe le Camere”.
La logica dell’illustre giurista sembra dunque la seguente: bisogna votare sì per poter applicare la legge elettorale, mentre, votando no, il Parlamento non potrà essere sciolto. Bazoli al povero Kant gli fa un baffo. Stupefacente poi è la sua affermazione secondo cui “il ballottaggio legittima l’attribuzione del premio di maggioranza”. Così, apoditticamente. Non lo sfiora il dubbio che un simile ballottaggio non esiste altrove, mentre il premio di maggioranza è, per definizione nel ballottaggio, un premio di minoranza che tuttavia, contro la morale, la logica, la politica, la democrazia, cresce al decrescere del quorum di attribuzione e spetta di diritto a prescindere dalla soglia indeterminata di voti conseguiti da chi se lo aggiudica. Tuttavia (tuttavia!) il nostro Bazoli alla fin fine preferirebbe il doppio turno di collegio alla francese. Ma tant’è.
Comunemente si dice che tutte le opinioni sono rispettabili. Ma la verità è che non è vero. Rispettabili sono le persone, anche quando professano opinioni sbagliate. Quando le opinioni sono pericolose, il rispetto tuttavia deve essere graduato in funzione inversa alla pericolosità. L’autorevolezza delle opinioni non dipende dalla personalità di chi le manifesta, che, al contrario, squalifica doppiamente le sbagliate.

fonte: L'Opinione

mercoledì 6 luglio 2016

Il ritorno di Letta?

Enrico Letta candidato premier, Roberto Speranza segretario del Pd. Concentrati sull’accusa a Renzi di «vivere in un talent», è sfuggita ai più, durante la direzione dem, l’altra parola inglese usata da Gianni Cuperlo: ticket. «Al prossimo congresso — ha detto l’ex presidente del Pd — non sosterrò un capo ma un ticket composto da una guida solida per Palazzo Chigi e una personalità diversa per il partito».

Il congresso, annunciato dallo stesso Renzi, dovrebbe tenersi in anticipo alla fine dell’anno. In mezzo c’è l’appuntamento con il referendum destinato comunque a scompaginare i calcoli della vigilia. Ma la minoranza del Pd si attrezza a sfidare il presidente del Consiglio. E per la carica di premier ha individuato il suo predecessore. «Su questa formula siamo perfettamente in sintonia con Cuperlo», conferma il bersaniano Miguel Gotor.

«La mia simpatia e la mia stima per Letta sono note. Ma i nomi verranno più avanti». Cuperlo afferma di aver parlato solo di «un principio generale che prende atto di un fallimento. Il modello alternativo può essere quello della divisione dei compiti, come fu per Craxi e Martelli. Lascio ad altri invece le congetture sulle modifiche allo statuto ».


Il piano appare definito nei dettagli, frutto di incontri, sondaggi e riunioni. Secondo Matteo Orfini si gioca ormai a carte scoperte. «Quell’idea appartiene anche a D’Alema», sostiene il presidente del Pd che del capo della Fondazione Italianieuropei è stato strettisimo collaboratore. Il nome di Letta può essere evocativo da molti punti di vista:

un diverso modello di governo (“il cacciavite” contro il “bulldozer” renziano), una personalità che continua a coltivare i rapporti con le Cancellerie estere, un leader riconosciuto anche fuori dai confini italiani come dimostra la recente nomina alla guida dell’Istituto Delors.

Bisogna dunque spuntare a Renzi l’arma usata in Italia e all’estero del “dopo di me il diluvio”. Non esiste alcuna catastrofe di sistema se cade il governo dell’attuale segretario del Pd, se viene a mancare la sua figura sullo scenario internazionale. E se il referendum finisce con la sconfitta del Sì. Perché il Partito democratico ha altre carte da giocare, nel solco europeista e riformista. 

La principale è quella dell’ex premier Letta. Roberto Speranza, nella strategia della minoranza, sarebbe un segretario in piena simbiosi con il candidato premier. Niente diarchie o vecchi duelli interni. Ma il punto centrale è Letta perché tocca a lui simboleggiare l’argine al disastro, di cui parlano i renziani. E ora, sulla modifica alla legge elettorale, si intravedono le prime crepe nel fronte dei fedelissimi del premier.

Per l’obiettivo finale serve infatti un logoramento lento, ma non troppo, visto che al referendum mancano quattro mesi scarsi al massimo, se la data sarà quella del 30 ottobre. Pier Luigi Bersani semina ancora dubbi sul Sì della sua parte. «La riforma è un passo avanti, ma se il partito diventa un comitato del Sì creiamo un precedente pericoloso», dice l’ex segretario a In Onda su La7. «Chi vota No è ancora del Pd?», si chiede. Non sono le premesse migliori per coinvolgere la minoranza nella campagna renziana.


Del resto, Bersani attacca a tutto campo. Spiega che Renzi proietta un «film lontano dalla realtà, a partire dal lavoro che non c’è», «l’Italia si sente ancora dentro la crisi », «la risposta del segretario alla sconfitta delle comunali è solo o con me o contro di me». Niente viene risparmiato alla classe dirigente renziana: «Vedo troppi fenomeni, come De Luca che prende in giro la Raggi. C’è un eccesso di conformismo intorno a Renzi. Verdini? Ha sei inchieste addosso, conosco gente che si è dimessa per molto meno».


Un alleato che non viene meno è invece il presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano. L’altro ieri, in direzione, Renzi ha fatto trasmettere un filmato con il discorso dell’allora capo dello Stato al Parlamento. Uno schiaffo ai ritardatari delle riforme. E ora Napolitano lo ripaga: «Auspico con tutte le mie forze e la mia convinzione — scandisce a un convegno — che la stragrande maggioranza dei cittadini non faccia finire nel nulla gli sforzi messi in atto in questi due anni in Parlamento».

Intervento non nuovo, difesa delle riforme non sorprendente, endorsement per il Sì chiaro e limpido, ma non inaspettato. Eppure scatena la viollenza verbale di Matteo Salvini: «Spero che Napolitano prenda una bella capocciata ad ottobre. Dopo si ritiri e la smetta di rompere le palle agli italiani».


fonte: Goffredo De Marchis per “la Repubblica”

lunedì 27 giugno 2016

L'amicizia diacronica

Il rapporto di Francesco Cossiga con san Tommaso Moro è un bell'esempio di «amicizia diacronica», cioè fra persone separate nel tempo, ma in sintonia così profonda da potersi definire amicale. Ne dà testimonianza il libro di Antonio Casu, direttore della biblioteca della Camera, Il potere e la coscienza (Rubbettino, pp. 186, euro 14), sottotitolato «Thomas More nel pensiero di Francesco Cossiga». Cossiga vedeva nel Cancelliere martire il campione dello Stato laico secondo la concezione di una politica inseparabile dall'etica, indirizzata al bene comune «possibile»: la difesa dei valori e degli interessi legittimi, infatti, deve essere tradotta «in forme e termini compatibili con il funzionamento generale del sistema politico, al fine di pervenire a un assetto generale armonico, non dominato da settarismi e particolarismi». L'utopia di More, secondo Cossiga, si rivela «come una visione che non prefigura sulla terra una società perfetta edificata dagli uomini, il mito di un progresso inarrestabile e salvifico, la fine della storia»; bensì «l'orizzonte in direzione del quale ogni persona è chiamata a procedere nell'agire quotidiano». Il libro riporta testualmente gli interventi di Cossiga sull'argomento: si tratta di conferenze, prefazioni, capitoli di volumi collettivi, dal 1978 al 2004. Particolarmente significativa la partecipazione del Presidente emerito della Repubblica alla tavola rotonda del 9 aprile 2003 presso la Pontificia Università della Santa Croce sul tema: «L'impegno e i comportamenti dei cattolici nella vita politica». All'iniziativa, aperta dal prelato dell'Opus Dei, monsignor Javier Echevarría, Gran Cancelliere dell'Ateneo, parteciparono anche l'allora cardinale Joseph Ratzinger, Giuseppe De Rita, Ernesto Galli della Loggia, Paolo Del Debbio e Ángel Rodríguez Luño. Nell'occasione, Ratzinger e Cossiga concordarono che la politica non si desume dalla fede, ma dalla ragione, una ragione «che ha la capacità di conoscere i grandi imperativi morali», rifiutando «un positivismo ed empirismo che è una mutilazione della ragione». L'ultima parte del volume è dedicata all'azione di Francesco Cossiga perché Thomas More venisse proclamato dal Papa patrono dei governanti e dei politici. Il progetto andò a buon fine per il confluire di due iniziative sorte indipendentemente: il senatore venezuelano Hilarión Cardozo (che fu anche ministro della Giustizia nel suo Paese) dal 1991 perorava simile causa ed aveva mobilitato eminenti uomini politici sudamericani, vescovi e intere Conferenze episcopali, compresa la Conferenza episcopale britannica. Dal canto suo, Cossiga operava in proprio, e fu l'allora prelato dell'Opus Dei, monsignor Álvaro del Portillo, a invitare monsignor Flavio Capucci, postulatore della Causa di beatificazione e canonizzazione di san Josemaría Escrivá, a mettere in contatto Cardozo e Cossiga. Nell'Opus Dei c'è molta devozione per san Tommaso Moro, perché san Josemaría lo scelse per tutta l'Opera come intercessore per i rapporti con le autorità civili. L'amicizia fra Capucci e Cossiga è rievocata nel libro, e finalmente, il 31 ottobre dell'Anno giubilare 2000, Giovanni Paolo II proclamò Tommaso Moro patrono dei governanti e dei politici. In questi difficili momenti, governanti e politici, ma anche tutti i cittadini, è bene che si rivolgano al martire inglese obiettore di coscienza affinché la politica non sia guidata da mere ambizioni di potere, bensì dalla consapevolezza che «le istituzioni non sono semplicemente dei meccanismi giuridici: esse sono anche forme operative dell'autocoscienza della nazione».

fonte:Avvenire, 
28/12/2011
 
 

Il Papa degli ultimi

  In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel...