martedì 5 giugno 2018

Ciao Pierre



Pubblichiamo il testo dell’intervento di Pierre Carniti all’Auditorium Antonianum, lo storico leader della Cisl negli anni ’70 e ’80 ed uno dei grandi padri del movimento sindacale italiano, , durante la Festa, a Roma, che la CISL ha voluto organizzare per festeggiare i suoi 80 anni.
Ospiti, tra gli altri, sono stati il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’ex premier Romano Prodi, Raffaele Morese, ex Segretario Generale aggiunto della Cisl e Annamaria Furlan, Segretaria Generale della Cisl. L’ incontro 
è stato anche l’occasione per presentare il volume “Pensiero, azione, autonomia” (Edizioni Lavoro), una raccolta di saggi e testimonianze sull’azione sindacale di Pierre Carniti.

Consentitemi una brevissima premessa. Quando pochi giorni fa Raffaele Morese mi ha comunicato che gli serviva il testo scritto del mio intervento per oggi, richiesta del tutto inconsueta, per un momento mi è balenato il sospetto che la formula canonica utilizzata secoli fa dal censore ecclesiastico per le pubblicazioni a stampa ammesse “Nihil obstat quominus imprimatur” (nulla osta a che sia stampato) fosse stata fatta propria da un oscuro censore laico per gli interventi orali: “nulla osta che sia pronunciato”. Mi sono però subito reso conto che la spiegazione era assai più semplice. Persino banale. Poiché questa riunione ha una durata limitata, gli organizzatori volevano essere certi che non avrei sforato il tempo che mi è stato assegnato.
Venendo al dunque, voglio innanzi tutto ringraziare i tanti che, al di là dei miei indiscutibili limiti, hanno voluto benevolmente manifestarmi, in tutti gli ultimi anni ed anche in occasione di questo incontro, perduranti legami di simpatia ed amicizia. Tuttavia, come dice il proverbio latino: “amicus Plato, sed magis amica veritas”, non posso esimermi dal confermare i “dubbi”, le “perplessità” espresse a Raffaele Morese e Mario Colombo, quando mi hanno informato del loro progetto. Le ragioni delle mie obiezioni erano e restano semplici. Come sappiamo tutti nella pubblicistica dedicata esistono due tipi di scritti. Il primo “in memoria di” per celebrare personaggi defunti più o meno celebri, il secondo in “onore di”, di norma riservati a professori universitari che hanno concluso meritevolmente la loro attività accademica. A parte ogni altra considerazione, voglio sperare che sia prematuro inserirmi nella prima tipologia. Mentre per la seconda è del tutto evidente che non ne ho i requisiti.
Conoscendo le mie obiezioni il bravissimo Paolo Feltrin, con un espediente narrativo, ha trasformato il “suo” scritto in una “mia” auto-commemorazione. Per farla brave, voglio però dire che questo modesto contenzioso, non intacca certo i rapporti di forte amicizia. Del resto la vera amicizia non presuppone affatto la condivisione acritica di tutti i giudizi, di tutte le rispettive opinioni. Resta il fatto che pure questo piccolo diverbio costituisce una conferma della mia diffidenza verso la vulgata popolare, secondo la quale la vecchiaia porta saggezza. Personalmente, resto invece convinto che non è vero che quanto più si invecchia tanto più si diventa saggi. Semplicemente si è meno ascoltati. Del resto lo si osserva anche nel rapporto tra le generazioni. Non fosse altro perché assai spesso i vecchi si ripetono ed i giovani non ascoltano. Risultato: la noia è reciproca.
Venendo al tema che è stato proposto per questo nostro incontro cioè il “lavoro per tutti”, vale a dire l’obiettivo della piena occupazione, dico subito che malgrado al futuro si dovrebbe sempre guardare con ottimismo, per quanto riguarda il lavoro l’Italia sembra sfuggire a questa regola. Il “lavoro per tutti” non c’è ed, allo stato, non esistono realistiche prospettive che la situazione possa cambiare significativamente. Quanto meno nel breve, medio periodo. Intanto perché la crescita annua dello zero virgola (o anche dell’uno per cento) non può risolvere il problema. In quanto non è in grado nemmeno di compensare i posti di lavoro che si perdono per l’effetto del sempre maggiore impiego dell’informatica, della robotica, dell’automazione. Non solo nel settore manifatturiero, ma anche in quello dei servizi. A questa situazione non si riesce certo a porre rimedio con interventi, tanto enfatizzati quanto ininfluenti, della normativa relativa al mercato del lavoro. In quanto, per ben che vada, al massimo sono dei semplici placebo. Aggiungo che ci sono tre cose alle quali non ho mai creduto nella mia vita: gli oroscopi, i pronostici e le interpretazioni statistiche. A quest’ultimo proposito il leader conservatore inglese Benjamin Disraeli sosteneva che ci sono tre tipi di menzogne che non era disposto a sopportare: le bugie, le bugie gravi e le interpretazioni statistiche. Difficile dargli torto, se solo pensiamo al vociante dibattito mediatico che ha accompagnato la pubblicazione mensile e trimestrale dei dati Istat su occupazione e disoccupazione.
In ogni caso, il punto da tenere ben presente è che la disoccupazione dilagante con cui siamo alle prese è la somma di diversi fattori. In primo luogo, una globalizzazione finanziaria sregolata che, pur avendo consentito anche qualche risultato positivo, ad esempio per alcune centinaia di milioni di persone (soprattutto in India ed in Cina) di uscire da una condizione di povertà assoluta, ha tuttavia contemporaneamente prodotto ed assecondato un parallelo aumento di diseguaglianze intollerabili. Sia a livello mondiale, sia soprattutto nei paesi occidentali (in Italia in particolare). Il tutto caratterizzato da una contestuale svalutazione dei diritti e del costo del lavoro, assunti nella maggior parte dei casi, come il terreno fondamentale, se non esclusivo, della competizione commerciale. Inoltre, sul piano economico hanno pesato tanto le politiche deflazionistiche, quanto i limiti di investimenti pubblici e privati sempre più asfittici. Per fare buon peso, negli ultimi anni si è teorizzato e praticato la disintermediazione dei gruppi intermedi. Si è insomma sostenuto che, nella attuale fase economica e sociale, si poteva ormai fare a meno della mediazione delle grandi organizzazioni del lavoro e della contrattazione. il risultato è sotto i nostri occhi. Credo però sia giusto fare anche notare, sperando che non si tratti di fuochi di paglia, qualche positivo segnale di inversione di tendenza negli orientamenti culturali e pratici delle controparti, sia private che pubbliche. Considero un indizio di questo ravvedimento culturale la recente firma del contratto per un milione e seicentomila metalmeccanici e per tre milioni e trecentomila statali.
Tuttavia, per quelle che ho sommariamente richiamato e per tante altre ragioni che potrebbero essere aggiunte, il lavoro, la disoccupazione siano da assumere come il problema cruciale economico e sociale del nostro tempo. Non solo per i milioni di persone coinvolte, ma per quasi tutte le famiglie. Perché più o meno in ogni famiglia c’è uno o più componenti che temono di perdere il lavoro, o lo hanno perso e non riescono più a trovarlo. A cui si somma la condizione sempre più disperante per il futuro dei figli. Costantemente in balia di una dilagante disoccupazione giovanile, che ha superato ogni soglia di tollerabilità. Intendiamoci. Essere disoccupati oggi, malgrado la povertà assoluta tenda continuamente ad aumentare, non significa necessariamente non fare nulla, o morire di fame. Come capitava alla generazione dei nostri padri e dei nostri nonni. Ma significa sempre essere esclusi. Perché. anche se molte cose relative al lavoro sono cambiate, basti pensare: all’organizzazione del lavoro, alla cultura del lavoro, al rapporto tra le persone ed il lavoro. Tuttavia, malgrado le continue trasformazioni, il lavoro resta un fattore decisivo di appartenenza, di identità individuale, familiare, sociale. Infatti in questa società sempre più individualista, disincantata ed indifferente, continuiamo ad essere anche in rapporto a ciò che facciamo. Al punto che la prima domanda che le persone si scambiano per riconoscersi è: “che fai?”. A conferma di quanto il lavoro continui ad essere un elemento imprescindibile di identificazione, di riconoscimento personale, familiare, sociale. Quindi non ci si può, e non ci si dovrebbe rassegnare al dramma di milioni di persone che ne sono deprivate.
Poiché, allo stato, ci troviamo alle prese con una situazione intollerabile cosa si può fare per eliminare, o quanto meno ridurre significativamente, questa grave tracimazione di sofferenza umana? A questo fine, ci sono compiti che spettano ovviamente alla politica. In primo luogo l’adozione di appropriaste misure economiche. A cominciare da investimenti pubblici destinati alla tutela della salute per tutti, alla scuola, ad un più efficiente funzionamento degli strumenti per l’avvio al lavoro, compresa la formazione continua, alla messa in sicurezza del territorio e delle persone. Tutte misure che, assieme ad altre, possono contribuire alla ripresa economica e dunque anche all’aumento dell’occupazione. Si tratta di interventi sicuramente importanti, ma che non bastano se si intende davvero assumere l’obiettivo del “lavoro per tutti”. Bisogna infatti fare i conti con il punto decisivo non offuscabile con discorsi blablatici. E il punto è che, allo stato, non c’e abbastanza lavoro per tutti. Per tutti coloro che vorrebbero lavorare. Perciò l’unico modo per affrontare concretamente il problema è quello di ridurre gli orari e ripartire diversamente il lavoro disponibile. I modi per conseguire questo risultato sono teoricamente innumerevoli. Ma essendo rispettoso dell’autonomia sindacale, non mi permetto di entrare nel merito. Nemmeno con semplici suggerimenti. Intendendo con questa condotta mantenermi fedele ad un comportamento al quale, negli ultimi trent’anni, ho sempre cercato di ispirarmi. Non a caso che, pur essendomi sempre interessato delle questioni generali relative al lavoro (“semel” sindacalista, “semper” sindacalista) mi sono contemporaneamente astenuto dall’esprimere qualsiasi giudizio tanto sulla appropriatezza, o sulla congruità delle piattaforme elaborate, come sugli accordi stipulati,
Non è un caso, del resto, che pur essendo stato proclamato dal congresso confederale dell’85 membro a vita del consiglio generale (come qualcuno tra i più anziani probabilmente ricorderà), non abbia mai partecipato ad alcuna riunione di questo importante organismo di indirizzo strategico. La ragione che mi ha condizionato è molto semplice. Non so se sia ancora in vigore, o se sia stata riformata, oppure se nel frattempo sia caduta in disuso, ma c’era una norma nel diritto canonico la quale prescriveva che quando un parroco lasciava una parrocchia non poteva più ritornare. Neanche per confessare. Norma che credo farebbe bene se fosse estesa anche alle grandi organizzazioni collettive, sociali e politiche. In ogni caso. Intanto, almeno per quel che mi riguarda, ho ritenuto comunque opportuno di uniformarmi.
Per concludere, consentitemi qualche rapida considerazione. Gli ultimi due decenni per i diritti ed il trattamento del lavoro e per le organizzazioni di rappresentanza del lavoro è stato un lunghissimo, interminabile periodo di nuvole basse. Per tornare a vedere il sole occorre innanzi tutto impegnarsi con efficacia e determinazione ad unificare il mondo del lavoro. Normativamente tra pubblico e privato e per includere i milioni di persone ricattate con l’imposizione di contratti atipici che sono, di fatto, esclusi dalla contrattazione e dal riconoscimento di diritti essenziali. Compreso il riconoscimento della dignità del lavoro. Naturalmente la prima condizione per ricomporre il mondo del lavoro è che, a sua volta, il sindacalismo confederale non si presenti frantumato. In sostanza si dimostri capace di combattere la tendenza a trasformare divergenze occasionali, per quanto forti, o supposte tali, in contrapposizioni permanenti. Che determinano solo impotenza e paralisi. Si può senz’altro convenire che nel compito che sta di fronte al sindacalismo confederale non c’è niente di facile, ma ci si deve tutti convincere che non c’è neanche niente di impossibile. Il segreto consiste nel non trasformare mai i motivi di preoccupazione in ragioni di pessimismo.
Finisco con due versi noti a molti, di John Donne (famoso poeta inglese del ‘500) il quale descrive con espressioni commosse, che non andrebbero ignorate, il valore dei rapporti tra individuo ed individuo. Sostenendo che ciascuno vale solo in quanto parte del tutto. Dice infatti Donne: “Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo di continente, una parte del tutto. …… E dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Suona per te.”
Ai versi di Donne voglio aggiungere due righe di commento contenute nel bel libro (“Il futuro è nel nostro passato”) in cui, proseguendo sulle orme degli “Adagia” di Erasmo, la nostra amica Fiorella Casucci Camerini interpreta frammenti di saggezza greca e latina per auspicare un nuovo umanesimo. Queste le sue parole: “E oggi in questi nuovi tempi di individualismo sfrenato, di odio, di violenza, del sonno della ragione, in cui il suono della campana per ciascuno di noi è sommerso da un frastuono assordante, è essenziale recuperare il senso di solidarietà, di fraternità e di unione, pena la dissoluzione della comunità”.
Per scongiurare i rischi gravi del tempo che ci è dato di vivere è quindi necessario ricostruire con tenacia, determinazione, impegno costante la speranza in un possibile futuro migliore. Cominciando con il dare riposte concrete alla questione decisiva del “lavoro per tutti”. Senza farci intimorire, bloccare, fuorviare, dalle critiche, dalle obiezioni delle élite del potere economico finanziario. Che, negli ultimi anni. ha costretto la comunità a sopportare durissimi costi umani e sociali.
Credo che si possa finalmente invertire la tendenza. Ma occorre svegliarci. Sia perché non c’è più tempo da perdere. Ma soprattutto perché, come diceva Aristotile, “La speranza è un sogno fatto da svegli”

Intervento al Convegno CISL – ASTROLABIO SOCIALE su “Il lavoro che sarà, per tutti” del 06/12/2016


fonte: http://confini.blog.rainews.it

mercoledì 9 maggio 2018

Questa prova assurda e incomprensibile

Visita a Jesi, 6 maggio 1968



"Bacia e carezza per me tutti, volto per volto,
occhi per occhi, capelli per capelli.
A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani.
Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile.
Sono le vie del Signore".


Ultima lettera di Aldo Moro alla moglie

L'antipopulista

La figura di Alcide De Gasperi, centrale nella vicenda storica del dopoguerra in Italia e in Europa, è stata analizzata in vari saggi e sotto diversi profili, dall’antifascismo all’anticomunismo, dalla laicità al clericalismo: con il saggi “De Gasperi l’antipopulista”, edito da Accademia degli incolti - Gaffi editore, Lucio D’Ubaldo ha scelto una prospettiva diversa, particolarmente interessante in questi tempi, quella del contrasto con il “populismo”.
  
Non si tratta di una specie di adattamento di una analisi storica alle mode del presente: nella vicenda degasperiana il pericolo di derive populiste si presentò in varie occasioni e in diverse forme ed esaminare come lo statista trentino le contrastò efficacemente non è affatto inutile.

La prima tendenza populista con cui si trovò a confrontarsi fu quello che potremmo chiamare il populismo dei cattolici italiani, che erano stati separati dallo stato liberale almeno dal 1870 e si erano sperimentati in attività assistenziali, cooperative, amministrative a livello locale, senza però esprimere una presenza propria e riconoscibile al livello della politica nazionale. Fu Luigi Sturzo a rompere questo schema costruendo un partito laico di ispirazione cristiana, indipendente dalla gerarchia e promotore di una riforma dello stato basata sull’esaltazione delle autonomie locali e dei corpi intermedi, ma che avrebbe dovuto essere guidata da un partito, responsabile in proprio elle scelte politiche

De Gasperi fu fin dall’inizio al fianco di Sturzo, e portò, anche grazie alla sua esperienza politica nel parlamento di Vienna, un contributo di realismo e di competenza. Dopo lo scioglimento forzato del Partito popolare, quando si ripresentarono le condizioni per una azione politica, si ripropose lo stesso dilemma. Il “popolo cristiano” doveva agire come tale, distribuendosi secondo le preferenze politiche e con la volontà di far valere nelle varie case politiche i principi evangelici, o doveva unirsi in un partito di ispirazione cristiana? Non mancarono autorevoli esponenti della gerarchia che optarono per la prima soluzione, meno impegnativa e che lasciava le mani libere alla Chiesa. Anche tra i giovani della Fuci, formati da Giovanni Battista Montini, questa ipotesi aveva spazio, e fu solo l’amicizia e la stima tra il futuro Paolo VI e l’ex segretario popolare a saldare la nuova generazione con i vecchi popolari nella costruzione della Democrazia cristiana. Aspetti della concezione populista della presenza cattolica in politica rimasero anche nella Dc e trovarono espressione soprattutto nella sinistra di Giuseppe Dossetti, che in sostanza rifiutava i vincoli del sistema di alleanze centrista, a favore di una integrale (o integralistica) applicazione della dottrina sociale.
De Gasperi superò queste tensioni mettendo “alla sbarra”, cioè alle prese con responsabilità dirette di governo gli esponenti di questa tendenza, da Aldo Moro ad Amintore Fanfani e fu nella fucina dell’esperienza concreta della politica che le fumisterie utopistiche populiste svanirono.

Va ricordato, e nel libro di D’Ubaldo lo si fa con notazioni anche originali, che oltre al “populismo” cristiano integralista, tendenzialmente di sinistra, si profilò anche un “populismo” clericale che criticava la politica delle alleanze centrista ritenendola troppo angusta, mentre per contrastare efficacemente il pericolo comunista sarebbe stata necessaria una apertura esplicita alla destra monarchica e neofascista. 

I comitati civici organizzati da Luigi Gedda, che avevano dato un contributo rilevante nella battaglia elettorale cruciale del 1948, per timore di un’affermazione dell’estrema sinistra nella città dei Papi, premettero per un’alleanza di questo genere nelle elezioni del Campidoglio, ottenendo anche il patrocinio di Sturzo. Anche contro questa insorgenza populistica clericale De Gasperi dovette resistere, e lo fece con successo anche a costo di una tensione con lo stesso Pontefice.

Anche sul terreno della costruzione di una presenza italiana nell’area internazionale, a cominciare dalla faticosa costruzione europea, De Gasperi dovette fare i conti con le generose ambizioni dei federalisti che pensavano a una specie di autogoverno del “popolo europeo”. De Gasperi sentiva lo spazio europeo come essenziale, all’interno del sistema occidentale, per ridare all’Italia (e alla Germania occidentale) che non erano nemmeno ammesse alle Nazioni unite, una prospettiva di rinascita economica e civile. Il suo europeismo realistico e interstatale fu quello che, anche con sconfitte come quella della Comunità europea di difesa, alla fine si affermò.

La lettura attenta di questo versante specifico dell’azione politica di De Gasperi, esaminata anche con testimonianze specifiche, rende assai utile lo sforzo di attualizzazione del pensiero degasperiano svolto nel saggio di Lucio D’Ubaldo.

fonte: Il foglio, 24 dicembre 2017 - autore: Sergio Soave

lunedì 19 marzo 2018

Dopo il 4 marzo

All’indomani delle elezioni politiche è possibile fare una valutazione di tipo generale: di fatto quasi in coincidenza con il 99° anno dalla nascita del Partito Popolare Italiano ad opera di don Luigi Sturzo, di cui è stata chiusa da pochi mesi la fase diocesana della causa di Beatificazione, nell’anno del 100° anniversario della morte del Beato Giuseppe Toniolo, grande sociologo, economista, politico capace di porre le basi dell’idea democratico cristiana, i cattolici, di fatto, si eclissano dalla vita politica nazionale in maniera pressoché definitiva.
La posizione degli ultimi venticinque anni, che ha affidato allo strumento del “lucido realismo”  la giustificazione ed il sostegno di una diaspora, che ha assunto le sembianze di uno sbrindellamento progressivo, non ha solo determinato il fallimento di una classe dirigente che ha confuso la sopravvivenza personale con il protagonismo di una visione sociale cristianamente ispirata, ma ha annullato la possibilità del passaggio del testimone dell’originale tradizione della presenza dei cattolici italiani (fondamentale per la nascita di un’ Europa che oggi stenta a ritrovare se stessa) alle giovani generazioni.
Si è trattato di una crisi politica? In minima parte sì ma ci si è trovati di fronte ad una crisi di pensiero che può essere descritta attraverso la domanda che Papa Francesco si è posto durante il colloquio con i Gesuiti il 24 ottobre dell’anno scorso durante la loro Congregazione Generale. Nella semplicità della risposta si coglie la distanza con un impegno politico ridotto a sopravvivenza nei palazzi e nei convegni autoreferenziali della classe dirigente di cui sopra, nostalgici di una organizzazione il cui mutamento nella storia data, fonte di paura per numeri in riduzione e calo delle rendite di posizione,  non avrebbe dovuto travolgere il pensiero, fulcro della capacità di ritrovarsi: “quando un’espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l’umano”.
Su queste basi si comprende appieno la sollecitazione del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il card. Bassetti, a superare l’artefatta distinzione tra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale” dando una indicazione pastorale chiara che richiama la responsabilità dei laici: questa spaccatura innaturale, frutto di un mal interpretata opzione a scelte plurali, appare uno dei gravi errori compiuti che oggi, ridotti all’irrilevanza, diventa uno sprone. A fare cosa? A ritrovare tutto l’uomo – nascente, vivente, morente –, a rifarsi artefici di nuovo umanesimo, a disfarsi della zavorra, dotarsi del bastone del pellegrino ed iniziare una lunga attraversata nel deserto consapevoli di essere chiamati ad impegnarsi ancora una volta, controcorrente, ad innescare processi piuttosto che ad occupare spazi.
Non ha funzionato l’illusione della contaminazione tra culture politiche che ha agevolato la spaccatura e l’abbandono di una tradizione politico-culturale straordinaria e unitaria perché alla fine o si è andati a prestito di rivoluzioni altrui, arrivando a spacciare alleanze politico-elettorali come nuove identità create a tavolino, dove il cattolico poteva far fine senza impegno, con l’illusione del ritrovarsi a posteriori su grandi questioni; o si è ceduto al culto della personalità del leader di turno incoronato in cambio di un’azione di padrinaggio; o si è giustificato la trasformazione della ricerca del potere da mezzo a fine da ricercare in ogni direzione a seconda del caso e dell’elezione con una presunta necessaria quanto vaga presenza cattolica; o ci si è innamorati dell’idea di una politica improvvisata determinata dall’assenza di una visione conseguente alla riduzione della fede a mero fatto privato e spirituale; o si è dimenticato il senso della politica come alta forma di carità pensando a cattolici presenti per la fede e non a causa della fede.
Nel mentre che si verificava questo sbandamento politico epocale un intero mondo andava in altre direzioni e diventava sempre più silente nel dibattito civile del paese innamorandosi di una dimensione pre-politica deresponsabilizzante, ripiegata su se stessa e di una certa terzietà cattolica utile a farsi piacere a chiunque cedendo completamente al così detto politically correct che comporta non richiesta di rappresentanza e visione coerente ma solo riconoscibilità pari ad una qualunque ONG ed un po’ di ridistribuzione di singoli nei diversi anfratti politici salvo frange che iniziavano a confondere teologia con ideologia.
Quale direzione alternativa allora? Essa può essere colta proprio negli interventi del Santo Padre – che richiama da sempre all’impegno politico con la P maiuscola, come ha fatto Papa Benedetto XVI prima di lui – ossia i tre orientamenti fondamentali espressi nel discorso presso l’Università di Al-Azhar  al Cairo nel 2017, “dovere dell’identitàcoraggio dell’alterità e sincerità delle intenzioni” e nell’intervento al Convegno Ecclesiale di Firenze del 2015, dove, tra le altre cosa, ha spinto a dialogare non temendo il conflitto, a contribuire alla nazione come opera collettiva costruita attraverso la messa in comune delle cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche e religiose, ricordando ai giovani di immergersi nel dialogo sociale e politico.
A questi giovani è possibile dare una indicazione di un processo possibile da innescare, di una sfida esigente da cogliere per ricostruire ciò che oggi non c’è più dopo una troppo lunga agonia?
Sì, tirando fuori dai musei delle commemorazioni le parole dell’attualissimo “Discorso di Caltagirone” di Sturzo che superano di botto false spaccature e riprendono il filo del pensiero che può attraversare la formazione e diventare azione: “Essa, la democrazia cristiana, è un ideale e un programma che va divenendo, anche senza il nome, evoluzione di idee, convinzione di coscienze, speranza di vita; essa non può essere una designazione concreta di forze cattoliche, ma una aspirazione collettiva, sia pure ancora vaga e indistinta”.

fonte: Giancarlo Chiapello, https://thedebater.it

domenica 18 marzo 2018

L'Apostola degli apostoli



Maria Maddalena, non una prostituta redenta (una visione nata probabilmente da un equivoco nella lettura dei Vangeli di Luca e di Giovanni, ufficializzata da Gregorio Magno nel 591 e rimessa da decenni ufficialmente in discussione dalla Chiesa) ma una 'Apostola degli Apostoli' (così la definisce il teologo Ippolito Romano, 170-235 d.C.). Maria Maddalena che, come scrivono Giovanni o alcuni vangeli apocrifi, faceva parte del gruppo dei discepoli, era ai piedi della Croce con Maria di Nazareth e per prima è testimone di Cristo risorto.
Un ritratto della figura biblica che arriva sul grande schermo in chiave anche moderna e 'femminista' in Maria Maddalena di Garth Davis, con Rooney Mara nel ruolo principale e Joaquin Phoenix per Gesù, nelle sale italiane dal 15 marzo con Universal. Un film, girato interamente in Sud Italia, tra la città vecchia di Matera, la campagna pugliese (per ricostruire i dintorni di Cana e Gerusalemme), e la Sicilia (per la Galilea), che si è anche rivelato galeotto per i due attori protagonisti, diventati una coppia dopo le riprese. Davis, che ha conquistato il pubblico internazionale con Lion, sulla base della sceneggiatura della drammaturga Helen Edmundson e di Philippa Goslett, ci ripresenta il percorso di Gesù fino alla Crocifissione e alla Resurrezione, dagli occhi di Maria di Magdala (Mara in una performance costruita con intensità anche sulle attese e i silenzi), giovane donna tanto religiosa quanto intenzionata a non piegarsi alla volontà della sua famiglia di imporle un matrimonio combinato.
Gesù (nella versione inquieta, vulnerabile e più umana che mai di Phoenix) in viaggio con gli apostoli verso Gerusalemme per la Pasqua ebraica, viene chiamato dai famigliari di Maria Maddalena per sottoporla a un esorcismo, ma lui ne individua invece la purezza e lei convinta dal messaggio del 'Messia' decide di unirsi agli Apostoli, lasciandosi tutto alle spalle. Una nuova presenza malvista da Pietro, che la vede come una figura di misericordia ma anche come un elemento di debolezza per il gruppo, che pensa sia destinato a guidare una rivoluzione. Nella rilettura del film è coinvolto anche Giuda (Tahar Rahim), che tradisce Gesù sperando di accelerare così la venuta del 'Nuovo Regno'.
Davis non riesce a tenere il filo del racconto con abbastanza autorevolezza ma regala soprattutto a livello visivo un viaggio spesso affascinante, costruito sui colori della natura e di luoghi millenari. Maria Maddalena ne emerge come la figura intorno a Gesù capace di comprendere prima di tutti gli altri che ''il 'regno', o qualsiasi prospettiva in cui crediamo, deve iniziare dentro noi stessi - ha detto Rooney Mara -. Il nostro spirito deve poggiarsi su pilastri come l'amore e la gentilezza. Il messaggio di Maria è oggi più rivoluzionario che mai e la nostra speranza è che possa avere grande diffusione''. Anche Davis trova che il messaggio del film sia di grande attualità: ''spero che la gente si fermi ad ascoltare e riflettere. Dio è nel silenzio. Fermare l'ideologia, le discussioni e la rabbia: dobbiamo trovare il nostro posto in una dinamica di amore e ascolto''.
fonte: Ansa

lunedì 12 marzo 2018

Politica vuol dire realizzare

Il leader M5S Luigi Di Maio lancia un nuovo appello per la formazione del governo e cita le parole di ieri del presidente della Cei, cardinale Angelo Bassetti.
"Faremo tutto il possibile per rispettare il mandato che ci hanno affidato. Mi auguro che tutte le forze politiche abbiano coscienza delle aspettative degli italiani: abbiamo bisogno di un governo al servizio della gente", scrive Di Maio dal blog, sottolineando: "Non abbiamo a cuore le poltrone ma che venga fatto ciò che i cittadini attendono da 30 anni".
Scrive il capo politico M5s sul blog:
''Politica vuol dire realizzare'' diceva Alcide De Gasperi, ed è a questo che tutte le forze politiche sono state chiamate dai cittadini con il voto del 4 marzo. Più precisamente a realizzare quello che anche nella dottrina sociale della Chiesa viene chiamato ''bene comune'', che è ciò che noi in tutta la campagna elettorale abbiamo indicato come ''interesse dei cittadini''.
"Noi non abbiamo a cuore le poltrone, abbiamo a cuore che venga fatto ciò che i cittadini attendono da 30 anni e che ci hanno dato il mandato di realizzare con oltre il 32% di consenso", prosegue.
"Abbiamo messo al primo posto- aggiunge- la qualità della vita dei cittadini che vuol dire eliminazione della povertà (con la misura del reddito di cittadinanza che è presente in tutta europa tranne che in Italia e in Grecia), una manovra fiscale shock per creare lavoro, perché le tasse alle imprese sono le più alte del continente, e finalmente un welfare alle famiglie ricalcando il modello applicato dalla francia, che non a caso è la nazione europea dove si fanno più figli, per far ripartire la crescita demografica del nostro paese".
fonte: Huffpost 11 marzo 2018



Il Papa degli ultimi

  In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel...