giovedì 12 novembre 2020

Rientriamo nei musei: l'appello di Settis

 di Salvatore Settis

Signor presidente del Consiglio: il suo Dpcm prevede la chiusura dei musei, considerati sotto la specie dell’assembramento e non come insostituibili fonti di nutrimento culturale. Non è chiaro come mai cinque persone in una stanza di museo rischino il contagio più di cinque persone in un negozio di alimentari di identica superficie.

La chiusura dei musei consolida la gerarchia fra quel che è essenziale per vivere (la tabaccheria, il supermercato) e quel che non lo è (il museo). E parte da un postulato non dimostrato: che presto tutto tornerà «come prima», misurando il successo dei musei dal numero di visitatori. Dobbiamo invece prepararci a un mondo nuovo (nel quale anzi già siamo). Di cultura, di bellezza, di memoria abbiamo sempre bisogno, ma è nei periodi di crisi che tale bisogno si fa più palpitante e vitale.

La memoria culturale ci ricorda quel che eravamo e ci proietta verso il futuro. Ci dona ricchezza interiore, speranza, creatività. Non sana le ferite, ma le cura e le allevia («vado alla National Gallery come si va dal medico», diceva Lucian Freud). Un’Italia in macerie scrisse nel 1947 l’art. 9 della Costituzione, incentrato su cultura, ricerca, tutela di paesaggio e beni culturali. C’erano due soli precedenti: la Costituzione tedesca del 1919 (all’indomani della I guerra mondiale) e la Costituzione spagnola del 1934 (alla vigilia della guerra civile). In tre grandi Paesi europei la violenza di un trauma generò consapevolezza della memoria culturale.

E ora? Mi permetto di avanzare una proposta. Aprire tutti i musei con ingresso gratuito per tutti per alcuni mesi, contingentando severamente le visite. Includere nel progetto i musei grandi e quelli piccoli, statali e non statali, pubblici e privati. Garantire le misure di sicurezza assumendo personale di sala. Coprire i costi con il Recovery fund.

Sarebbe un segnale di vita, di speranza, di progettualità. L’affermazione forte che arte e cultura sono necessarie. La consapevolezza che creatività e produttività richiedono un’immaginazione nutrita di memoria culturale, di storia, di bellezza. Che il museo è una macchina per pensare, il segno e il simbolo di una società che non si limita a sopravvivere a se stessa, ma frequenta il passato per creare il nuovo.

Sarebbe una mossa lungimirante per prepararci al mondo che verrà. Un mondo nuovo che sarà migliore o peggiore del mondo di ieri, ma non più lo stesso. La pandemia ci obbliga a una nuova consapevolezza della nostra fragilità: perciò riconoscere nei musei un luogo di condivisione di memorie, di pensieri e di progetti può darci forza, vitalità, grazia.


Articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il giorno 11 novembre 2020

sabato 26 settembre 2020

Come una fiaccola

"Come una fiaccola ne accende un'altra e si trovano accese mille fiaccole, così un cuore ne accende un altro e si trovano accesi milioni di cuori"

Tolstoj

lunedì 21 settembre 2020

Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni

 

Dal Vangelo secondo Luca

Lc 8,1-3

In quel tempo, Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.

venerdì 1 maggio 2020

Buon senso e senso comune

Il buon senso c’era;

ma se ne stava nascosto, 

per paura del senso comune.

Alessandro Manzoni 

(I Promessi sposi, cap. XXXII)

domenica 26 aprile 2020

L'urgenza del fare


"Sono stato impressionato dall’urgenza del fare. Conoscere non è abbastanza; dobbiamo applicare. Essere volenteroso non è abbastanza; dobbiamo fare".

                                                                                                                                                                   Leonardo da Vinci

mercoledì 8 maggio 2019

In memoria di Jean Vanier

Jean Vanier poteva diventare un alto ufficiale della Marina canadese. Oppure un brillante docente di Filosofia all’università di Toronto. Invece ha deciso di dedicare la sua vita ai malati mentali, fondando nel 1964 L’arca a Trosly, in Francia, una comunità di accoglienza per persone con disabilità. Vanier è morto stanotte a 90 anni, lasciando 154 comunità dell’Arca nate in 38 paesi dei cinque continenti e un’organizzazione, Fede e luce, che riunisce ogni mese decine di migliaia di persone con handicap, le loro famiglie e i loro amici in 83 paesi in tutto il mondo.

«ESSERE ECCESSIVI E UN PO’ PAZZI»

Vanier non era appena un “buon samaritano” dei nostri tempi, un uomo interessato a «fare piccole belle cose per i più piccoli»: voleva «seguire Gesù» ed essere «eccessivo», a costo di sembrare «un po’ pazzo». A molti deve in effetti essere sembrata una pazzia abbandonare una sicura carriera da ufficiale per studiare filosofia e poi una prestigiosa carriera da accademico per trasferirsi in Francia alla ricerca di «qualcos’altro».
Cosa? Non lo sapeva ancora quando acquistò nel 1963 una catapecchia senza elettricità e acqua corrente a Trosly-Breuil, qualche decina di chilometri a nord di Parigi. Ma lo capì quando un vecchio amico di famiglia, il sacerdote domenicano Thomas Philippe, che viveva nella cittadina, lo invitò a visitare un istituto che curava i malati mentali. «Rimasi molto toccato», ricordava nel 2002 a 73 anni in un’intervista al Catholic Herald «Ho scoperto un intero mondo di dolore e debolezza».

CONDIVIDERE TUTTO

Dopo quella visita, fece un’altra “pazzia”: invitò due disabili, Raphael Simi e Philippe Seux, a vivere in casa sua per «condividere tutto». «Queste persone non erano viste come esseri umani con un valore. Io invece ho scoperto in loro il Vangelo: io parlavo delle Beatitudini e dei valori del Vangelo, loro invece li incarnavano in modo profondo».
L’Arca nacque così e negli anni si diffuse in tutto il mondo. «Sono così fortunato», ricordava nel 2002 parlando di una vita che in pochi oserebbero definire tale. «Sono felice, in buona salute, accerchiato da belle persone. Ma in questa vita bisogna sempre combattere: per la verità, la giustizia, contro l’oppressione e la menzogna». Santa Teresa di Lisieux, santa Teresa di Calcutta, santo Oscar Romero erano i suoi modelli: tutti spiriti battaglieri. E lui non era da meno.
«C’è qualcosa nel messaggio del Vangelo così semplice ed eccessivo», affermava. «Gesù faceva tutto in eccesso: a Cana, trasformò l’acqua in una quantità eccessiva di vino. Moltiplicò una quantità eccessiva di pane e amare i propri nemici è un eccesso di amore. Tutto è eccessivo perché l’amore non può che essere eccessivo». Essere cristiani, diceva, «non è appena vivere una legge morale, non è solo essere buoni. Bisogna essere un po’ pazzi. C’è qualcosa di incredibilmente bello ed esigente nel messaggio del Vangelo. Ma allo stesso tempo non è esigente perché è il luogo della gioia, che non possiamo creare da noi stessi».
Autore di numerosi libri, tra i quali una riflessione sull’etica di Aristotele (Il sapore della felicità), scriveva per «annunciare la verità che ho vissuto. Credo che gli esseri umani siano desiderio di verità, giustizia e pace. Oggi viviamo in un mondo spaventato dalla verità. Vogliamo la tolleranza, ma non la verità. Essere tolleranti è importante, ma è anche importante cercare la verità e non vivere nell’illusione».

L’INCONTRO CON DON LUIGI GIUSSANI

Vanier è stato membro del Pontificio consiglio per i laici e ha ricevuto nel 2015 il Premio Templeton, uno dei massimi riconoscimenti mondiali che ogni anno viene attribuito a personalità del mondo religioso. Nel 1983 pronunciò il discorso di apertura dell’Assemblea generale del Consiglio ecumenico della Chiesa, a Vancouver, e nel 1987 su invito di san Giovanni Paolo II partecipò al Sinodo sulla laicità a Roma. In un’intervista a Tracce ricordò anche l’incontro con don Luigi Giussani, nel 1998 in piazza San Pietro, in occasione dell’incontro del papa polacco con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità.

Tra le due personalità c’era una grande affinità, come ricordava Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla e fondatore della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo:

«In una sua intervista ad Avvenire, Jean Vanier dice: “Annunciare la buona novella non è dire ‘Dio ti ama’, ma ‘Io ti amo e voglio impegnarmi con te'”. È un’espressione che può essere equivocata, ma che è pedagogicamente molto importante. La persona, direbbe don Giussani, non è cambiata da un discorso, ma da una presenza».

UN GIGANTE DELLA CARITÀ CRISTIANA

Vanier è stato un gigante della carità cristiana e non era spaventato dalla morte: «Non ho paura di morire, forse di soffrire. Ma la morte sarà sicuramente qualcosa di molto bello e gentile», diceva. «Vivere è molto più difficile che morire. Ci sono molte persone che vivono ma sono tristi come la morte. Bisogna vivere l’oggi e ringraziare per ciò che siamo. La gente pensa che dovrebbe fare qualcosa di buono per i poveri, ma in pochi sanno che i poveri possono farci molto bene, possono cambiarci».
Vanier soleva dire che «non tutti siamo chiamati a fare grandi cose che conquistano le prime pagine dei giornali, ma tutti siamo chiamati ad amare ed essere amati, dovunque siamo. Siamo chiamati a essere aperti e a crescere nell’amore e così a comunicare la vita agli altri, specialmente alle persone che si trovano nel bisogno». È quello che ha fatto per tutta la sua vita e per questo si è conquistato anche i titoli dei giornali .

fonte: Tempi

Il Papa degli ultimi

  In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel...