giovedì 20 gennaio 2022

Il centuplo di Don Giussani

È un classico della santità la rinuncia agli averi per seguire Gesù, ma che non possiamo dare per scontato, come fosse solo un atto eroico e sublime di alcuni. Come ci ha mostrato il Vangelo odierno, è un atto che è al cuore stesso della esperienza cristiana fin dalle origini, dei primi discepoli, e quindi di ogni discepolo, di tutti noi: «Allora Pietro gli rispose: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,27-29).


Voi sapete meglio di me quanto don Giussani ritornasse spesso su questa pagina evangelica e quanto l’idea del centuplo fosse centrale nella sua percezione dell’essenza del cristianesimo. Il fatto è che la fede nell’incontro con Gesù ha una capacità tale di catalizzare tutta la persona che non ha pari (questo significa la rinuncia agli averi!). Ma il movente, il motivo per il quale vale la pena anche il sacrificio di sé, è una convenienza umana che Gesù ha espresso così semplicemente ed efficacemente parlando di centuplo. Don Giussani lo parafrasava in questo modo: «Io spiegavo ai ragazzi del liceo Berchet: Centuplo quaggiù, capite cosa vuol dire? Che vorrò bene cento volte di più a mia madre, a mio padre, al ragazzo o alla ragazza, agli amici… cento volte di più prenderò gusto allo studio, cento volte di più sarò in grado di sopportare le difficoltà della vita!» (Realtà e giovinezza. La sfida, p. 93). La forma con la quale questa radicalità di sequela si esprime non la decidiamo noi.

dall'omelia dell'arcivescovo di Firenze Card. Betori per l'anniversario della morte del fondatore di CL (17 febbraio 2020)

sabato 8 gennaio 2022

Credo la comunione dei santi

 

Quando perdiamo la presenza visibile siamo aiutati a cercare ancora di più quella invisibile, ma non per questo meno vera, quella che ci fa trovare l’essenza di tutto. Credo la comunione dei santi. È il legame che unisce i discepoli tra loro, comunione che include in essa, misteriosamente, anche i poveri, fratelli più piccoli di Gesù, e i tanti giusti che il Signore prende con sé, anch’essi suoi, benedetti del Padre suo che li pone accanto a sé nella comunione piena, quando saremo una cosa sola, senza confronti, diaframmi, difese, paura. Una cosa sola. Credo la comunione dei santi, dei peccatori perdonati, santi perché amati, “mendicanti di vita” che incontrano “Cristo mendicante del cuore dell’uomo”, come disse don Giussani. Lui ci rende suoi, santi perché ci invita a seguirlo, primo e ultimo “seguimi” della vita cristiana.

La comunione non annulla le differenze; non fa finta che non esistano, con l’ipocrisia che spesso è premessa di giudizi malevoli e opachi, che arrivano a interpretarla come opportunismo, camaleontismo, mentre in realtà è esigente e a volte faticoso sforzo di fedeltà alla propria diversità e al servizio richiesto a tutti per l’unità della Chiesa e l’amore per il prossimo. Solo la comunione permette che le differenze siano motivo di ricchezza, perché siamo uniti e quindi liberi da logiche escludenti, non complementari, da letture obsolete, a volte ideologiche, altre volte mondane.

“Noi vogliamo essere fedeli amici di Cristo perché fedeli seguaci della Chiesa” diceva mons. Negri, che ha amato con tutto se stesso Cristo e la sua ChiesaLa ricchezza e la pluralità sono un dono dello Spirito che impegna, però, direi proporzionalmente al crescere nella comunione. È lo Spirito che ci genera a figli e ci ricorda che siamo santi perché chiamati, “figli amati di Dio; tutti uguali, in questo, e tutti diversi”, scelti da un solo Signore e per questo fratelli e sorelle. “Guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo”, perché lo Spirito conosce il posto di ognuno nel tutto e ci rende “tessere insostituibili del suo mosaico” ha detto Papa Francesco. Credo la comunione dei santi che unisce cielo e terra, pienezza di quella che viviamo con le nostre povere umanità.

La vediamo oggi in questi passi ultimi dell’avventura terrena di mons. Negri, nella grandezza della Chiesa che oggi si raccoglie qui, con tutta la Chiesa di Ferrara e Comacchio, insieme all’amata Chiesa di San Marino e Montefeltro e poi quella delle sue radici, Milano, sempre accompagnato dal popolo con cui aveva camminato nella sequela a Cristo, Gioventù Studentesca e successivamente Comunione e Liberazione. Tutti insieme ringraziamo il Signore del dono che è stato, ricordandoci di farlo non solo nei riconoscimenti postumi, ma esprimendo sempre il valore di ciascuno. Noi, cercatori di senso, di bellezza, di futuro, restiamo ancora nella attesa della manifestazione piena di Dio, di abbandonarci pienamente nel suo volto, quello che oggi don Luigi contempla ed in cui è interamente immerso, avvolto nella luce dell’amore pieno di Dio.

Ci aiuta la Parola di Dio, nelle letture che sono quelle del giorno. Non le abbiamo scelte eppure, come sempre, guidano i nostri passi. Abbiamo conosciuto l’amore di Colui che ha dato la sua vita per noi. Per questo anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli, per non restare soli. A che serve il seme della nostra vita se non cade a terra e dà frutto? Dare la vita: queste parole descrivono tanto la vita instancabile di don Luigi, preoccupato direi quasi al contrario di risparmiare qualcosa o di perdere delle opportunità per farlo. Ha dato tutto se stesso con generosità assoluta, fino alla fine, presenza forte e tenerissima, intransigente e molto attenta alle situazioni personali, senza ecclesiasticismi dai quali si è mantenuto volutamente lontano, senza accomodamenti ma sempre con tanta umanità e travolgente passione.

Non accettava che il Vangelo si riducesse a questione di salotto (di qualsiasi foggia), che restasse fuori dalla vita concreta delle persone perché il cristianesimo non è perfezionamento individuale, né benessere spirituale a poco prezzo, sciapo di amore; non è quello cui lo riducono lo gnosticismo o il pelagianesimo; non è nemmeno conservazione di epoche passate, tanto meno modernizzazione perché non è mai vecchio, e non è neppure adattamento alla mentalità del mondo che facilmente finisce in compromesso o abdicazione: il cristianesimo è “vieni e vedi”, oggi, è  vivere la centralità e la sequela a Cristo, che entra nella nostra povera storia e la rende grande perché amata. Quella che lui aveva incontrato nei banchi di scuola, ascoltando quel professore differente che era don Luigi Giussani.

C’era un brano della Redemptor hominis di Giovanni Paolo II che don Luigi riteneva cruciale: «L’uomo che vuol comprendere sé stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto sé stesso, deve “appropriarsi” ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare sé stesso. In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore ed alla dignità dell’uomo si chiama Vangelo, cioè la Buona Novella. Si chiama anche Cristianesimo. Questo stupore giustifica la missione della Chiesa nel mondo, anche, e forse di più ancora, “nel mondo contemporaneo”».

Sì, questa è proprio la cifra di tutta la sua vita. Infatti “Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”, perché sperimentiamo che Dio è più grande del nostro cuore. Natanaele risponde ruvido, diretto, con una risposta quasi sarcastica: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?”. Gesù, che è tanto più grande del nostro cuore e ci insegna ad allargarlo perché non sia misero, di Natanaèle dice: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Credo che tutti possiamo dirlo di don Luigi, anche col suo stupore sempre dell’inizio, quando si arrende ad un amore tanto profondo e vero e accoglie quel maestro: “Come mi conosci?”. Non ha mai smesso di stupirsi e di volere conoscere “le cose più grandi di queste!”. Sono certo le tante “cose” del cielo e della terra che ha visto, con entusiasmo e che comunicava con forza, con tanta partecipazione sincera e sempre personale.

L’amore è ripagato solo dalla gloria di Dio perché questa è pienezza, Epifania e comunione senza fine di Dio e con Dio. Oggi è nel Natale del cielo di Dio, frutto del Natale sulla terra. Il suo cuore era affidato a Cristo, sempre preso da quell’incontro: riconoscere Cristo destino dell’uomo. Era da questa presenza, possente, da cui scaturiva la sua trasparente irruenza, che certo il ministero episcopale e il venir meno delle forze fisiche negli ultimi tempi non sono stati capaci di contenere, smorzare. Questa era anche la causa del suo impegno culturale, a tutto campo perché con San Giovanni Paolo II amava ripetere che “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Certo, i suoi giudizi culturali, ecclesiali e politici potevano non essere sempre condivisi da tutti, ma lunico suo interesse era portare a Cristo.

Viveva con un cuore di fanciullo che non si arrendeva alla realtà, ma provava a cambiarla, con sorriso e ironia graffiante, con il gusto libero della provocazione, consapevole delle sue crociate, dei suoi combattimenti, dei propri oltranzismi, generoso anche negli errori, sempre contrario alla tentazione intellettualistica e spiritualistica, perché il Vangelo è fatto ed esperienza. Mi raccontavano alcuni dei fratelli che lo hanno accompagnato con tanta tenerezza in questi ultimi mesi difficili (li ringrazio per la festa degli ottanta anni, l’ultima da questa parte della riva del mare ma che la riassumeva tanto e anticipava l’altra) che in queste settimane invitava spesso a recitare l’invocazione dell’attesa, di quella attesa che è in realtà sempre la vita degli uomini: “Maranatha, Vieni Signore Gesù”.

Caro don Luigi, adesso vedi faccia a faccia il volto di Cristo che hai desiderato. Sei tu a quell’ultimo ponte, “con il tempo alle spalle e la vita di fronte”. Oggi “una mano più grande ti solleverà. Abbandonati a quella. Non temere perché c’è Qualcuno con te”. Maranatha, vieni Signore Gesù. Luigi, vai e vedi! I tuoi occhi si aprano alla luce. Prega per noi, per la Chiesa, perché sia forte nella comunione, diventi incontro per tanti che cercano Gesù, che desiderano l’amore che supera ogni misura perché l’amore stesso è misura senza fine. Prega per noi. Maranatha.

Ferrara, basilica di San Francesco
Funerale di Mons, Luigi Negri
05/01/2022

                                                                  Cardinale Matteo Maria Zuppi

domenica 13 giugno 2021

Un cattolico liberale

Sassari, 24/09/2020

Rivolgo un saluto molto cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco e, attraverso di lui, a tutti i suoi concittadini.

Al Magnifico Rettore un saluto e un ringraziamento per l’accoglienza, pregandolo di trasmettere al Corpo docente, agli studenti e al personale tecnico-amministrativo il saluto e gli auguri che non mi è stato possibile recare direttamente in occasione dell’apertura dell’Anno accademico.

Ricordare Francesco Cossiga nell’Università che lo vide studente e poi brillantissimo e apprezzato docente è un omaggio alle sue radici, umane e intellettuali, e allo spessore con cui si è reso protagonista della vita politica e istituzionale del nostro Paese nell’arco di mezzo secolo.

Al tempo stesso è un tributo a questo Ateneo – che vive il suo quinto secolo, e lo vive bene, verso il futuro - il solo tra gli atenei d’Italia ad aver avuto nel proprio corpo docente due presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga e Antonio Segni, che è stato - come abbiamo ascoltato e come sapevamo – Magnifico Rettore di questo Ateneo.

Desidero ricordare anche che questa Università ha avuto tra i suoi docenti tre Presidenti della Corte Costituzionale e un Premio Nobel.

Il legame tra Cossiga, Sassari e la Sardegna è sempre stato forte e profondo, andando ben oltre la pur rilevante dimensione familiare e affettiva.

Del rilievo di queste origini il presidente Cossiga ha sempre parlato come di un insieme di valori etici e culturali, del retaggio di una comunità capace di tenere insieme ruvidità nel linguaggio e pudore nei sentimenti, contrasto nelle idee e amicizia tra le persone.

La famiglia, inserita in una ampia e feconda rete di relazioni nella società sassarese, è stata per lui anche la palestra dove ha potuto coltivare, sin da giovane, la passione politica. Palestra nella quale si è allenato al pluralismo, al confronto, alla laicità delle scelte e dove, ha poi sottolineato lo stesso presidente Cossiga, “l’antifascismo era un fatto discriminante non solo dal punto di visto politico ma morale”.

È in questo ambiente che ha sviluppato quella “sensibilità per l’unità delle forze democratiche”, che nel tempo si è affermata come tratto qualificante del suo impegno politico.

Francesco Cossiga si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1945, quando aveva appena 16 anni.

Volle notare, nel suo discorso di insediamento come Capo dello Stato, di essere il primo Presidente a non appartenere “alla generazione di coloro che meritatamente si possono definire padri della Patria, cioè a quegli uomini che hanno lottato per la libertà, per l’indipendenza e per la democrazia dell’Italia e che hanno contribuito in questo segno alla nascita della Costituzione repubblicana”.

Fu nel crogiuolo di idealità e speranze del dopoguerra, alimentate dalla libertà appena riconquistata e dalla responsabilità che si avvertiva nei confronti della rinata democrazia, che Cossiga formò il suo pensiero e cominciò a prendere parte al confronto pubblico.

Agli studi di diritto si affiancarono, già in età giovanile, le letture di Jacques Maritain e Antonio Rosmini, di Tommaso Moro e Gabriel-Honoré Marcel. Sentiva di voler misurare la sua fede cristiana nella costruzione di una società libera, democratica e pluralista e la Fuci fu anche per lui, come per altri prestigiosi dirigenti della Dc, una scuola di umanesimo, in cui il sapere teologico – da Sant’Agostino a San Tommaso – veniva portato al confronto con la modernità incalzante di una società che usciva dalla guerra e desiderava dare solidità a un percorso di sviluppo civile.

Al principio di laicità dello Stato Cossiga è rimasto sempre fedele. Nel suo dichiararsi “cattolico liberale” c’era un ossequio, un rispetto per la casa comune e per la sovranità delle istituzioni della Repubblica, che non concedeva spazio a tentazioni confessionali o integralismi di sorta.

Convincimenti che approfondiva volentieri anche attraverso gli amati classici del diritto e della filosofia anglosassone, ragioni non secondarie della sua capacità di dialogo, nel partito in cui militava e con personalità di partiti avversari.

Laureatosi giovanissimo in giurisprudenza, mentre cominciava a inoltrarsi nell’impegno politico a partire dalla realtà cittadina, Francesco Cossiga intraprese la carriera accademica come docente di diritto costituzionale, avendo come maestro Giuseppe Guarino.

Grande attenzione manifestò, nel suo primo lavoro pubblicato nel 1950, al tema dell’autonomia regionale e alla pari dignità di ogni assemblea legislativa, fosse essa il Parlamento nazionale o i Consigli regionali.

È stato osservato come, già in questi scritti, emergesse in Cossiga un’idea di Costituzione fondata su presupposti di valore che ne orientavano l’attuazione e l’interpretazione.

In un saggio del 1951, dedicato al diritto di petizione, il professor Cossiga sottolineava la necessità del contributo della partecipazione attiva dei cittadini alla costante rigenerazione democratica, necessaria per consolidare i principi della Carta: “La caratteristica peculiare degli ordinamenti democratici – scriveva infatti Cossiga – prima e più ancora che da una organizzazione formale degli organi costituzionali, è data da una effettiva partecipazione della base popolare alla vita dello Stato”.

Una tensione che dal giovane studioso si è poi trasmessa nell’azione all’uomo di Stato e di cui troviamo traccia anche nella dichiarata aspirazione, all’atto del suo insediamento alla Presidenza della Repubblica, di essere espressione della gente comune.

Francesco Cossiga bruciò i tempi anche in politica, assumendo dal ’56 la responsabilità della guida provinciale del suo partito, insieme a un gruppo che promosse a Sassari un cambio generazionale e che prese il nome, provocatorio, di “giovani turchi”.

A dire il vero, Cossiga spiegò in seguito come la provocazione fosse in realtà un’ironia e una sfida che il gruppo rivolgeva a se stesso, “una sofisticheria intellettuale un po’ velenosa per ricordare ai giovani congiurati sardi che, tornato al potere, il sultano turco aveva decapitato tutti gli ufficiali ribelli senza pietà”.

Cossiga fu eletto per la prima volta deputato nel 1958, a trent’anni. Idealità e pragmatismo, fedeltà ai principi e attenzione alla concretezza della vita sociale divennero i parametri del suo lavoro parlamentare e della sua militanza politica.

A questa scuola si formava la classe dirigente di governo: nel confronto talvolta aspro sui principi ma sempre orientato a composizioni – sul piano delle norme come su quello dei riflessi sociali - capaci di evitare conflitti laceranti e di sospingere il Paese sulla strada della stabilità e di un maggior benessere.

Dirà Francesco Cossiga il giorno del giuramento come Presidente della Repubblica, citando Elias Canetti: “Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano”. E questa fu la sua chiosa personale: “Sotto le motivazioni ingannevoli di avventurose spedizioni intellettuali in terre remote, spesso si nasconde il tentativo ‘di evitare quanto ci sta dappresso’, l’incapacità di volgerci a quanto vi è di più vicino a noi e di più concreto”.

L’alleanza atlantica e la scelta europea furono pilastri nelle convinzioni di Cossiga e del suo impegno, anche istituzionale. In questo si può cogliere quella saldatura tra ideale e reale, tra progettualità e concretezza, che ha caratterizzato il profilo dell’uomo politico Cossiga come, del resto, le parti più qualificate della sua generazione di governo.

La sua prima esperienza nell’esecutivo cominciò nel 1966, come sottosegretario alla Difesa, e da subito gli vennero affidati incarichi particolarmente delicati.

I problemi aperti dalla vicenda del “Piano Solo” lo videro impegnato nella promozione di un rinnovamento della struttura stessa dei Servizi di informazione e sicurezza, in coerenza con l’ordinamento democratico del Paese.

Del processo di riforma dei Servizi, sollecitato anche dal Parlamento, Cossiga fu indubbiamente tra i maggiori artefici.

Esperienze e competenze che rafforzarono in Cossiga la convinzione che le questioni di sicurezza nazionale non fossero di ordine puramente interno, bensì anche temi cruciali dell’azione di governo e della sua politica estera.

L’atlantismo di Cossiga restò un punto fermo, anche nel suo tenace europeismo.

La convergenza sulla politica estera tra i partiti costruttori della Costituzione era ancora di là da venire negli anni Settanta, eppure Cossiga continuò a esprimere una propensione al confronto sia verso i partiti laici e socialisti, alleati della Dc, sia rispetto all’oppositore Partito comunista.

Nel 1976, il suo dialogo, da Ministro dell’Interno, con il gruppo dirigente del Pci divenne uno degli snodi più importanti della collaborazione nella maggioranza di solidarietà nazionale.

Una relazione che, pur tra robuste differenze che persistevano, favorì in misura significativa quell’unità di popolo, indubbiamente decisiva per la vittoria sul terrorismo.

Cossiga assolse al suo mandato al Viminale in un clima di violenza che aveva superato il livello di guardia.

La minaccia brigatista puntava a condizionare, a impedire, il regolare svolgimento dei processi ai terroristi. L’aggressione colpiva magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giovani, giornalisti, dirigenti.

Cossiga fronteggiò l’attacco alla Repubblica e difese le istituzioni democratiche con il consenso del Parlamento, nel rispetto dello Stato di diritto e cercando di preservare, come bene indispensabile, l’unità delle forze democratiche nella lotta al terrore e all’eversione.

Il ricorso a norme e a strumenti nuovi restò sempre iscritto nel solco della difesa dei valori e dell’ordine costituzionale. E il contrasto alle vulgate insurrezionaliste, così come alla inaccettabile predicazione equidistante di fautori del “né con lo Stato, né con le Br”, fu da parte di Cossiga sempre netto e scevro da ipocrisie e opportunismi.

Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, con la strage degli uomini di scorta, fu un colpo tremendo e uno spartiacque nella sua vita. Come fu uno spartiacque nella storia della Repubblica.

Il Ministro Cossiga si adoperò per la liberazione di Moro, suo amico e punto di riferimento politico, ma gli sforzi non giunsero al risultato sperato e la sofferenza fu acuita da quel susseguirsi di lettere di cui ebbe a riconoscere tratti di autenticità.

Al momento del ritrovamento del corpo dello statista assassinato dette esecuzione al suo proposito di dimissioni, “assumendosi la piena responsabilità politica dell’operato del dicastero”.

Tenne comunque a precisare: “Sono in coscienza convinto di non essermi fatto guidare nella mia azione di governo da nient’altro che non fosse l’interesse dello Stato ed il bene della comunità civile”.

Cossiga restò lontano da ogni incarico pubblico per poco più di un anno. Fu richiamato dal Presidente Pertini, come Presidente del Consiglio, per risolvere la difficile crisi di inizio legislatura nel 1979.

Anche quella fu una stagione di profondi cambiamenti geopolitici: l’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran fece seguito alla rivoluzione iraniana; l’Urss decise l’invasione dell’Afghanistan; in ambito internazionale si aprì un ciclo neo-liberale che avrebbe dispiegato i suoi effetti nel processo di globalizzazione.

Il governo Cossiga, che - dopo la chiusura dell’esperienza della solidarietà nazionale - si muoveva verso una ricomposizione dell’alleanza tra la Dc, il Psi e i partiti laici, si trovò di fronte a una scelta rilevante, conseguente alla rinnovata competizione Est-Ovest sugli armamenti.

La decisione sovietica di procedere alla installazione di nuovi missili a corto raggio in Cecoslovacchia e Germania dell’Est aveva suscitato forti preoccupazioni in alcuni governi occidentali, per la possibilità del divampare di un conflitto con armi nucleari limitato al teatro europeo, creando così un potenziale sganciamento in ambito Nato tra difesa statunitense e difesa degli alleati europei. Una preoccupazione particolarmente avvertita dai governi di Paesi come la Repubblica Federale Tedesca e quelli del Benelux che si sentivano più direttamente minacciati.

In sede di Alleanza Atlantica si decise per una risposta collegiale di cui l’Italia si rese co-protagonista, decidendo di ospitare - nella base di Comiso - unitamente alla Germania Federale, al Belgio e ai Paesi Bassi, i missili Cruise, mentre i Pershing2 furono destinati in Gran Bretagna.

Un atto di volontà che contribuì, unitamente all’impegno italiano nell’ambito della missione Onu in Libano, a profilare l’Italia repubblicana come capace di assumere responsabilità geostrategiche di rilievo.

Una scelta, quella del governo guidato da Francesco Cossiga che consolidò, fra l’altro, l’amicizia con il cancelliere Helmut Schmidt e il rapporto italo-tedesco, e ribadì il valore strategico di scelte comuni di deterrenza in ambito europeo.

La questione tedesca fu sempre presente al leader sardo che si spese in favore della riunificazione delle due Germanie e questo gli venne riconosciuto nella solenne occasione della cerimonia ufficiale per la riunificazione tedesca, il 3 ottobre 1990: il Presidente della Repubblica italiana fu, infatti, il Capo di Stato straniero invitato nell’occasione.

Nel 1983 Francesco Cossiga che, con il suo secondo governo, aveva ripreso il dialogo con il Partito Socialista, venne eletto Presidente del Senato con una larghissima maggioranza.

Alla guida di Palazzo Madama, Cossiga si fece apprezzare per solidità e imparzialità.

Questa fu premessa all’elezione a Presidente della Repubblica, il 24 giugno 1985, che avvenne al primo scrutinio – cui posso ricordare di aver personalmente partecipato - con il consenso di oltre tre quarti dei grandi elettori, espressione di volontà unitaria nel sostenere la Presidenza della Repubblica come presidio di coesione del Paese attorno ai valori della Costituzione.

Alla metà degli anni Ottanta, pur con un ciclo economico espansivo, si affacciavano interrogativi sulla modernità del sistema politico e istituzionale, con tensioni crescenti nel rapporto con la società civile.

Il Presidente Cossiga visse dal Quirinale una stagione di intensi fermenti e di grandi mutamenti, che interessarono la valenza stessa della politica, la fiducia nelle istituzioni, le funzioni della rappresentanza, i limiti del potere.

La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, simboleggiò la modifica degli equilibri dell’Europa e del mondo, chiudendo il lungo dopoguerra e aprendo la porta alla società globale.

Cossiga colse con acuta sensibilità che caduta del Muro e fine della potenza sovietica avrebbero avuto conseguenze anche sulla vita politica del nostro Paese, mettendo in discussione non solo i vecchi equilibri ma anche le rendite di posizione di chi supponeva di riceverne vantaggio in quanto estraneo all’ideologia sconfitta.

La fine dell’equilibrio di Yalta, a giudizio del Presidente, non poteva non riflettersi sul sistema politico italiano.

Secondo la testimonianza di uno dei suoi più stretti collaboratori - Ludovico Ortona - Cossiga non gradiva il ruolo di Presidente notaio ma, ancor meno, aspirava a quello di Presidente “imperatore”.

Si riassume in questo la ricerca e la evoluzione dei rilievi che, dapprima in modo assolutamente misurato e, via via, in modo più vivace, rivolse sulla questione che animava anche il dibattito tra le forze politiche: quella di una stagione di riforme istituzionali.

Il Presidente partiva dalla considerazione che nuocesse al Paese una visione che giudicasse le istituzioni esistenti fragili perché in attesa di riforma, richiamando al rispetto di una indeclinabile finalità: “Le riforme istituzionali - disse nel tradizionale messaggio di fine anno nel 1987 - devono condurre all’obiettivo essenziale di promuovere la crescita della democrazia”.

Un obiettivo che faceva tutt’uno con la “nuova ed esaltante primavera della Repubblica”, da lui auspicata, con quelle parole, in occasione del discorso di insediamento quale Capo dello Stato.

Resta come atto impegnativo il suo messaggio alle Camere sulle riforme costituzionali, che reca la data del 26 giugno 1991.

Ne inviò altri otto, se contiamo il saluto al Parlamento all’atto delle sue dimissioni, annunciate il 25 aprile 1992, per ovviare a quello che, giornalisticamente, venne definito “l’ingorgo istituzionale” per la contestualità dell’insediamento delle Camere dopo le elezioni, della formazione del nuovo governo e, appunto, della vicina elezione del suo successore.

Uno strumento, quello del messaggio ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, utilizzato in precedenza una volta dal Presidente Segni nel 1963 e una dal Presidente Leone nel 1975.

Le proposte che il Presidente Cossiga formulò sono un capitolo del lungo percorso di transizione che la nostra Repubblica ha compiuto tra rallentamenti e accelerazioni. Cossiga suggerì, prima delle trasformazioni che hanno riguardato la stessa identità dei partiti storici, una stagione costituente, con ampie riforme della seconda parte della Carta, riaffermando il vincolo morale e civile tra gli italiani e i principi della Costituzione.

Il Presidente Cossiga esercitò le prerogative costituzionali con le qualità che derivavano dalla sua lunga esperienza, e anche con la puntualità di uno studioso del diritto.

Ribadì, con lettera al Presidente del Consiglio incaricato Andreotti, i poteri che la Costituzione conferisce al Capo dello Stato nella nomina dei ministri e descrisse il vaglio presidenziale come non comprimibile.

Diverse leggi furono rinviate dal Presidente Cossiga e le motivazioni addotte nei relativi messaggi di rinvio alle Camere hanno riguardato diversi profili, suscitando anche vivaci dibattiti tra gli studiosi.

Inaugurò la prassi dei rinvii di leggi di conversione di decreti, trovandosi a operare, del resto, in un contesto in cui, prima della nota sentenza della Consulta contro la prassi di reiterare i decreti legge, la decretazione d’urgenza aveva assunto caratteri abnormi, tali da stravolgere i rapporti tra Governo e Parlamento.

Agli storici del diritto e ai costituzionalisti ha offerto molti spunti e molti materiali per gli studi e per fornire alla vita delle istituzioni quel supporto di teoria e di cultura che è necessario per la sua qualità.

La sua testimonianza civile e politica ha contribuito al patrimonio democratico degli italiani.

Nel discorso di insediamento aveva assunto la gente comune come punto di riferimento per saldare – come disse - passato e futuro, auspicando una nuova solidarietà “per valori non solo personali ma soprattutto comunitari”.

Per avere speranza civile - disse - “c’è bisogno di una giustizia sociale che non sia calata dall’alto ma condivisa e prodotta dai cittadini”. Aggiungendo che “lo sviluppo non si traduce in speranza civile se non si unisce alla capacità di risolvere i due grandi problemi della nostra vita nazionale: la disoccupazione e l’arretratezza delle aree meridionali “.

Parole lungimiranti di un italiano che ha servito il Paese con tutta la forza di cui è stato capace e del quale oggi, a dieci anni dalla scomparsa, onoriamo la memoria.


Sergio Mattarella

 

Il valore dello Stato

 "Io sono un cattolico liberale e resto convinto che lo Stato sia un valore. Moro era un cattolico sociale, di quelli che credono che lo Stato sia una sovrastruttura della società civile"

Francesco Cossiga

sabato 1 maggio 2021

E voi, diletti figli, amate e abbiate caro Dante

 Diletti figli, salute e Apostolica Benedizione.

Nella illustre schiera dei grandi personaggi, che con la loro fama e la loro gloria hanno onorato il cattolicesimo in tanti settori ma specialmente nelle lettere e nelle belle arti, lasciando immortali frutti del loro ingegno e rendendosi altamente benemeriti della civiltà e della Chiesa, occupa un posto assolutamente particolare Dante Alighieri, della cui morte si celebrerà tra poco il sesto centenario. Mai, forse, come oggi fu posta in tanta luce la singolare grandezza di questo uomo, mentre non solo l’Italia, giustamente orgogliosa di avergli dato i natali, ma tutte le nazioni civili, per mezzo di appositi comitati di dotti, si accingono a solennizzarne la memoria, affinché questo eccelso genio, che è vanto e decoro dell’umanità, venga onorato dal mondo intero.

Noi pertanto, in questo magnifico coro di tanti buoni, non dobbiamo assolutamente mancare, ma presiedervi piuttosto, spettando soprattutto alla Chiesa, che gli fu madre, il diritto di chiamare suo l’Alighieri.

Quindi, come al principio del Nostro Pontificato, con una lettera diretta all’Arcivescovo di Ravenna, Ci siamo fatti promotori dei restauri del tempio presso cui riposano le ceneri dell’Alighieri, così ora, quasi ad iniziare il ciclo delle feste centenarie, Ci è parso opportuno rivolgere la parola a voi tutti, diletti figli, che coltivate le lettere sotto la materna vigilanza della Chiesa, per dimostrare ancor meglio l’intima unione di Dante con questa Cattedra di Pietro, e come le lodi tributate a così eccelso nome ridondino necessariamente in non piccola parte ad onore della fede cattolica.

In primo luogo, poiché il nostro Poeta durante l’intera sua vita professò in modo esemplare la religione cattolica, si può dire consentaneo ai suoi voti che questa commemorazione solenne si faccia, come si farà, sotto gli auspici della religione; e che se essa avrà compimento in San Francesco di Ravenna, s’inizi però a Firenze, in quel suo bellissimo San Giovanni, a cui negli ultimi anni di sua vita egli, esule, con intensa nostalgia ripensava, bramando e sospirando di essere incoronato poeta sul fonte stesso dove, bambino, era stato battezzato.

Nato in un’epoca nella quale fiorivano gli studi filosofici e teologici per merito dei dottori scolastici, che raccoglievano le migliori opere degli antichi e le tramandavano ai posteri dopo averle illustrate secondo il loro metodo, Dante, in mezzo alle varie correnti del pensiero, si fece discepolo del principe della Scolastica Tommaso d’Aquino; e dalla sua mente di tempra angelica attinse quasi tutte le sue cognizioni filosofiche e teologiche, mentre non trascurava nessun ramo dell’umano sapere e beveva largamente alle fonti della Sacra Scrittura e dei Padri. Appreso così quasi tutto lo scibile, e nutrito specialmente di sapienza cristiana, quando si accinse a scrivere, dallo stesso mondo della religione egli trasse motivo per trattare in versi una materia immensa e di sommo respiro.

In questa vicenda si deve ammirare la prodigiosa vastità ed acutezza del suo ingegno, ma si deve anche riconoscere che ben poderoso slancio d’ispirazione egli trasse dalla fede divina, e che quindi poté abbellire il suo immortale poema della multiforme luce delle verità rivelate da Dio, non meno che di tutti gli splendori dell’arte.

Infatti tutta la sua Commedia, che meritatamente ebbe il titolo di divina, pur nelle varie finzioni simboliche e nei ricordi della vita dei mortali sulla terra, ad altro fine non mira se non a glorificare la giustizia e la provvidenza di Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità. Quindi in questo poema, conformemente alla rivelazione divina, risplendono la maestà di Dio Uno e Trino, la Redenzione del genere umano operata dal Verbo di Dio fatto uomo, la somma benignità e liberalità di Maria Vergine Madre, Regina del Cielo, e la superna gloria dei santi, degli angeli e degli uomini. Ad esso si contrappone la dimora delle anime che, una volta consumato il periodo di espiazione previsto per i peccatori, vedono aprirsi il cielo davanti a loro. Ed emerge che una sapientissima mente governa in tutto il poema l’esposizione di questi e di altri dogmi cattolici.

Se il progresso delle scienze astronomiche dimostrò poi che non aveva fondamento quella concezione del mondo, e che non esistono le sfere supposte dagli antichi, trovando che la natura, il numero e il corso degli astri e dei pianeti sono assolutamente diversi da quanto quelli ne pensavano, non venne meno però il principio fondamentale, che l’universo, qualunque sia l’ordine che lo sostiene nelle sue parti, è opera del cenno creatore e conservatore di Dio onnipotente, il quale tutto muove, e la cui gloria risplende in una parte più, e meno altrove; questa terra che noi abitiamo, quantunque non sia il centro dell’universo, come un tempo si credeva, tuttavia è sempre stata la sede della felicità dei nostri progenitori, e testimone in seguito della loro miserrima caduta, che segnò per essi la perdita di quella felice condizione che fu poi restituita dal sangue di Gesù Cristo, eterna salvezza degli uomini. Perciò Dante, che aveva costruito nel proprio pensiero la triplice condizione delle anime, immaginando prima del giudizio finale sia la dannazione dei reprobi, sia l’espiazione delle anime pie, sia la felicità dei beati, deve essere stato ispirato dalla luce della fede.

In verità Noi riteniamo che gl’insegnamenti lasciatici da Dante in tutte le sue opere, ma specialmente nel suo triplice carme, possano servire quale validissima guida per gli uomini del nostro tempo. Innanzi tutto i cristiani debbono somma riverenza alla Sacra Scrittura e accettare con assoluta docilità quanto essa contiene. In ciò l’Alighieri è esplicito: « Sebbene gli scrivani della divina parola siano molti, tuttavia il solo che detta è Dio, il quale si è degnato di esprimerci il suo messaggio di bontà attraverso le penne di molti ». Espressione splendida e assolutamente vera! E così pure la seguente: « Il Vecchio e il Nuovo Testamento, emessi per l’eternità, come dice il Profeta » contengono « insegnamenti spirituali che trascendono la ragione umana », impartiti « dallo Spirito Santo, il quale attraverso i Profeti, gli Scrittori di cose sacre, nonché attraverso Gesù Cristo, coeterno Figlio di Dio, e i suoi discepoli rivelò la verità soprannaturale e a noi necessaria ». Pertanto Dante dice giustamente che da quell’eternità che verrà dopo il corso della vita mortale « noi traiamo la certezza che viene dall’infallibile dottrina di Cristo, la quale è Via, Verità e Luce: Via, perché attraverso essa giungiamo senza ostacoli alla beatitudine eterna; Verità, perché essa è priva di qualsiasi errore; Luce, perché ci illumina nelle tenebre terrene dell’ignoranza » . Egli onora di non minore rispetto « quei venerandi Concìli principali, ai quali tutti i fedeli credono senza alcun dubbio che Cristo abbia partecipato ». Oltre a questi, Dante tiene in grande stima « le scritture dei dottori, di Agostino e di altri ». In proposito, egli dice: « Chi dubita che essi siano stati aiutati dallo Spirito Santo, o non ha assolutamente visto i loro frutti o, se li ha visti, non li ha mai gustati ».

Per la verità, l’Alighieri ha una straordinaria deferenza per l’autorità della Chiesa Cattolica e per il potere del Romano Pontefice, tanto che a suo parere sono valide tutte le leggi e tutte le istituzioni della Chicaa che dallo stesso sono state disposte. Da qui quell’energica ammonizione ai cristiani: dal momento che essi hanno i due Testamenti, e contemporaneamente il Pastore della Chiesa dal quale sono guidati, si ritengano soddisfatti di questi mezzi di salvezza. Perciò, afflitto dai mali della Chiesa come fossero suoi, mentre deplora e stigmatizza ogni ribellione dei cristiani al Sommo Pontefice dopo il trasferimento dell’Apostolica Sede da Roma [ad Avignone], così scrive ai Cardinali Italiani: « Noi, dunque, che confessiamo il medesimo Padre e Figliuolo: il medesimo Dio e uomo, e la medesima Madre e Vergine; noi, per i quali e per la salvezza dei quali fu detto a colui che era stato interrogato tre volte a proposito della carità: “ Pasci, o Pietro, il sacrosanto ovile ”; noi che di Roma (cui, dopo le pompe di tanti trionfi, Cristo con le parole e con le opere confermò l’imperio sul mondo, e che Pietro ancora e Paolo, l’Apostolo delle genti, consacrarono quale Sede Apostolica col proprio sangue), siamo costretti con Geremia, facendo lamenti non per i futuri ma per i presenti, a piangere dolorosamente, di essa, quale vedova e derelitta; noi siamo affranti nel vedere lei così ridotta, non meno che il vedere la piaga deplorevole delle eresie ».

Dunque egli definisce la Chiesa Romana quale « Madre piissima » o « Sposa del Crocifisso », e Pietro quale giudice infallibile della verità rivelata da Dio, cui è dovuta da tutti assoluta sottomissione in materia di fede e di comportamento ai fini della salvezza eterna. Pertanto, quantunque ritenga che la dignità dell’Imperatore venga direttamente da Dio, tuttavia egli dichiara che « questa verità non va intesa così strettamente che il Principe Romano non si sottometta in qualche caso al Pontefice Romano, in quanto la felicità terrena e in un certo modo subordinata alla felicità eterna ». Principio davvero ottimo è sapiente, che se fosse fedelmente osservato anche oggi recherebbe certamente copiosi frutti di prosperità agli Stati.

Ma, si dirà, egli inveì con oltraggiosa acrimonia contro i Sommi Pontefici del suo tempo. È vero; ma contro quelli che dissentivano da lui nella politica e che egli credeva stessero dalla parte di coloro che lo avevano cacciato dalla patria. Tuttavia si deve pur compatire un uomo, tanto sbattuto dalla fortuna, se con animo esulcerato irruppe talvolta in invettive che passavano il segno, tanto più che ad esasperarlo nella sua ira non furono certo estranee le false notizie propalate, come suole accadere, da avversari politici sempre propensi ad interpretare tutto malignamente. Del resto, poiché la debolezza è propria degli uomini, e « nemmeno le anime pie possono evitare di essere insudiciate dalla polvere del mondo », chi potrebbe negare che in quel tempo vi fossero delle cose da rimproverare al clero, per cui un animo così devoto alla Chiesa, come quello di Dante, ne doveva essere assai disgustato, quando sappiamo che anche uomini insigni per santità allora le riprovarono severamente?

Tuttavia, per quanto si scagliasse nelle sue invettive veementi, a ragione o a torto, contro persone ecclesiastiche, però non venne mai meno in lui il rispetto dovuto alla Chiesa e la riverenza alle Somme Chiavi; per cui nella sua opera politica intese difendere la propria opinione « con quell’ossequio che deve usare un figlio pio verso il proprio padre, pio verso la madre, pio verso Cristo, pio verso la Chiesa, pio verso il Pastore, pio verso tutti coloro che professano la religione Cristiana, per la tutela della verità ».

Pertanto, avendo egli basato su questi saldi principi religiosi tutta la struttura del suo poema, non stupisce se in esso si riscontra un vero tesoro di dottrina cattolica; cioè non solo il succo della filosofia e della teologia cristiana, ma anche il compendio delle leggi divine che devono presiedere all’ordinamento ed all’amministrazione degli Stati; infatti l’Alighieri non era uomo che per ingrandire la patria o compiacere ai prìncipi potesse sostenere che lo Stato può misconoscere la giustizia e i diritti di Dio, perché egli sapeva perfettamente che il mantenimento di questi diritti è il principale fondamento delle nazioni.

Indicibile, dunque, è il godimento che procura l’opera del Poeta; ma non minore è il profitto che lo studioso ne ricava, perfezionando il suo gusto artistico ed accendendosi di zelo per la virtù, a condizione però che egli sia spoglio di pregiudizi, ed aperto alla verità. Anzi, mentre non è scarso il numero dei grandi poeti cattolici che uniscono l’utile al dilettevole, in Dante è singolare il fatto che, affascinando il lettore con la varietà delle immagini, con la vivezza dei colori, con la grandiosità delle espressioni e dei pensieri, lo trascina all’amore della cristiana sapienza; né alcuno ignora che egli apertamente dichiara di aver composto il suo poema per apprestare a tutti vitale nutrimento. Infatti sappiamo che alcuni, anche recentemente, lontani sì, ma non avversi a Cristo, studiando con amore la Divina Commedia, per divina grazia, prima cominciarono ad ammirare la verità della fede cattolica e poi finirono col gettarsi entusiasti tra le braccia della Chiesa.

Quanto abbiamo esposto fino ad ora è sufficiente per dimostrare quanto sia opportuno che, in occasione di questo centenario che interessa tutto il mondo cattolico, ciascuno alimenti il suo zelo per conservare quella fede che sì luminosamente si rivelò, se in altri mai, nell’Alighieri, quale fautrice della cultura e dell’arte. Infatti, in lui non va soltanto ammirata l’altezza somma dell’ingegno, ma anche la vastità dell’argomento che la religione divina offerse al suo canto. Se la natura gli aveva fornito un ingegno tanto acuto, affinato nel lungo studio dei capolavori degli antichi classici, maggiore acutezza egli trasse, come abbiamo detto, dagli scritti dei Dottori e dei Padri della Chiesa, che consentirono al suo pensiero di elevarsi e di spaziare in orizzonti ben più vasti di quelli racchiusi nei limiti ristretti della natura. Perciò egli, quantunque separato da noi da un intervallo di secoli, conserva ancora la freschezza di un poeta dell’età nostra; e certamente è assai più moderno di certi vati recenti, esumatori di quell’antichità che fu spazzata via da Cristo, trionfante sulla Croce. Spira nell’Alighieri la stessa pietà che è in noi; la sua fede ha gli stessi sentimenti, e degli stessi veli si riveste « la verità a noi venuta dal cielo e che tanto ci sublima ». Questo è il suo elogio principale: di essere un poeta cristiano e di aver cantato con accenti quasi divini gli ideali cristiani dei quali contemplava con tutta l’anima la bellezza e lo splendore, comprendendoli mirabilmente e dei quali egli stesso viveva. Conseguentemente, coloro che osano negare a Dante tale merito e riducono tutta la sostanza religiosa della Divina Commedia ad una vaga ideologia che non ha base di verità, misconoscono certo nel Poeta ciò che è caratteristico e fondamento di tutti gli altri suoi pregi.

Dunque, se Dante deve alla fede cattolica tanta parte della sua fama e della sua grandezza, valga solo questo esempio, per tacere gli altri, a dimostrare quanto sia falso che l’ossequio della mente e del cuore a Dio tarpi le ali dell’ingegno, mentre lo sprona e lo innalza; e quanto male rechino al progresso della cultura e della civiltà coloro che vogliono bandita dall’istruzione ogni idea di religione. È, infatti, assai deplorevole il sistema ufficiale odierno di educare la gioventù studiosa come se Dio non esistesse e senza la minima allusione al soprannaturale. Poiché sebbene in qualche luogo il « poema sacro » non sia tenuto lontano dalle scuole pubbliche e sia anzi annoverato fra i libri che devono essere più studiati, esso però non suole per lo più recare ai giovani quel vitale nutrimento che è destinato a produrre, in quanto essi, per l’indirizzo difettoso degli studi, non sono disposti verso la verità della fede come sarebbe necessario.

Volesse il cielo che queste celebrazioni centenarie facessero in modo che ovunque si impartisse l’insegnamento letterario, che Dante fosse tenuto nel dovuto onore e che egli stesso pertanto fosse per gli studenti un maestro di dottrina cristiana, dato che egli, componendo il suo poema, non ebbe altro scopo che « sollevare i mortali dallo stato di miseria », cioè del peccato, e « di condurli allo stato di beatitudine », cioè della grazia divina.

E voi, diletti figli, che avete la fortuna di coltivare lo studio delle lettere e delle belle arti sotto il magistero della Chiesa, amate e abbiate caro, come fate, questo Poeta, che Noi non esitiamo a definire il cantore e l’araldo più eloquente del pensiero cristiano. Quanto più vi dedicherete a lui con amore, tanto più la luce della verità illuminerà le vostre anime, e più saldamente resterete fedeli e devoti alla santa Fede.

Quale auspicio dei celesti favori ed a testimonianza della Nostra paterna benevolenza, impartiamo con affetto a voi tutti, diletti figli, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 aprile 1921, nell’anno settimo del Nostro Pontificato. 

BENEDICTUS PP. XV

lunedì 26 aprile 2021

Succeda quel che succeda

 Succeda quel che succeda, persevera nel tuo cammino; persevera, allegro e ottimista, perché il Signore si impegna a spazzare via tutti gli ostacoli. Ascoltami bene: sono sicuro che, se lotti, sarai santo!

mercoledì 24 marzo 2021

E non sento per quattro ore di tempo alcuna noia

 

«Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandargli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro. E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo avere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo de Principatibus»


Niccolò Machiavelli

(Lettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513)

Il Papa degli ultimi

  In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel...