mercoledì 12 ottobre 2011

Il diritto all'insolvenza

Diritto all'insolvenza. Insieme con salario minimo garantito, cancellazione dell'art. 8 della finanziaria e dell'accordo tra sindacati e Confindustria del 28 giugno, c'è anche questa tra le richieste messe nero su bianco dagli indignati. E finite in una lettera che la delegazione del Coordinamento milanese che raggruppa diverse associazioni e sigle sindacali - da San Precario a Cub e Usb - ha consegnato il 12 ottobre nelle mani del vicedirettore di Bankitalia Giovanni Mario Alfieri, indirizzata «all'attenzione dei direttori della Banca Centrale italiana e europea Mario Draghi e Jean-Claude Trichet».
CARTEGGIO PROVOCATORIO. Una «risposta provocatoria», hanno spiegato gli attivisti, «al documento che i due banchieri hanno indirizzato lo scorso 5 agosto al governo italiano».
Gli indignati nostrani - che mercoledì hanno inaugurato una quattro giorni di proteste in vista della Giornata contro l'Austerity del 15 ottobre - hanno così sconfessato il dogma del momento: linserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. E chiesto, semplicemente, la cancellazione sia del debito pubblico, sia di quello che grava sulle spalle delle famiglie messe in difficoltà dalla crisi economica. In barba al paventato rischio default.
NO AUSTERITY, SÌ WELFARE. La piattaforma dei 'draghi ribelli' è dunque lontana anni luce da quei suggerimenti 'riservati' giunti al governo italiano dall'Eurotower a inizio agosto. I manifestanti chiedono più spesa e nessun taglio al welfare, investimenti in ricerca e formazione e non flessibilità nei licenziamenti, più presenza (produttiva) dello Stato e regole ferree contro la speculazione internazionale. E la bancarotta? Non è più un problema, almeno non è il più urgente, pare.

Negli ultimi 20 anni diverse nazioni hanno assistito al collasso della propria economia: dal Messico alla Russia, fino all'Argentina. Più di recente, è stata l'Islanda a risvegliarsi, all'indomani del crac Lehman Brothers, con le prime tre banche del Paese che avevano un debito 10 volte superiore all'intero Pil nazionale.
IL CASO ISLANDESE. L'Isola dei ghiacci dichiarò bancarotta: la Borsa di Reykjavik perse l'80% e la corona si svalutò del 70%.
Il piccolo Stato ottenne 2,1 miliardi di prestito dall'Fmi e avviò un lento percorso di risanamento che oggi lo ha portato ad avere una crescita annua che si assesta attorno al 2%.
Certo, vige ancora il blocco dei capitali, l'inflazione è al 4,5% nonostante i recenti progressi e gli islandesi che vanno all'estero non possono portare con sé più di 2.500 euro. Inoltre l'economia dipende tuttora in gran misura dalle importazioni e la moneta rimane svalutata. Malgrado ciò, le prospettive di ripresa sono concrete e in molti sognano addirittura di entrare nel pur traballante euro. Il default dunque non è stato quindi l'apocalisse.
«INSOLVENZA APOCALITTICA». «Sì, ma l'Italia è tutta un'altra storia», ha spiegato a Lettera43.it Fabiano Schivardi, professore straordinario di Economia politica all'Università di Cagliari. «La nostra insolvenza rappresenta uno scenario ancora improbabile e comunque apocalittico».
Il default dello Stato si trasferirebbe immediatamente alle banche che hanno il debito sovrano in portafoglio. Queste, a loro volta, chiuderebbero i rubinetti del credito alle imprese portando a un crollo dell'occupazione, portandosi dietro anche i consumi. «E in tutto questo, lo Stato non riuscirebbe a ottemperare le sue funzioni fondamentali».
A RISCHIO EUROLANDIA. Insomma, in caso di bancarotta, secondo Schivardi, «servirebbe al Paese almeno un decennio per rinascere dalle macerie», inoltre «in queste condizioni, è improbabile che la costruzione europea possa rimanere in piedi».
Certo, non c'è alcuna connessione automatica tra insolvenza e uscita dalla moneta unica, visto che i trattati europei non prendono nemmeno in considerazione l'ipotesi che un Paese membro abbandoni Eurolandia.
«La caduta dell'Italia aprirebbe scenari imprevedibili», ha fatto notare l'economista. «Il problema è che la moneta unica, paradossalmente, è un progetto che non si basa su teorie economiche, bensì sull'idea tutta politica di unificare l'Europa in un regime di pace. Gli economisti hanno sempre saputo», ha aggiunto Schivardi, «che Eurolandia non era un'area sufficientemente omogenea».

Se l'Italia abbandonasse l'euro, potrebbe però tornare a usare la leva monetaria, svalutare, far volare le esportazioni e monetizzare il debito pubblico, riducendolo attraverso l’acquisto sul mercato aperto di grossi quantitativi di titoli.
RISTRUTTURAZIONE BLOCCATA. Tuttavia il porfessore non ha auspicato uno sbocco del genere: «D'impatto ci darebbe una spinta in avanti, ma poi bloccherebbe la ristrutturazione del sistema industriale che ancora va completata e che in passato è stata frenata proprio dalle svalutazioni competitive». Secondo Schivardi si tratta di un meccanismo funzionale per le economie in via di sviluppo, «non per l'Italia che è già pienamente sviluppata esi trova a competere non sul prezzo ma su innovazione e qualità del prodotto».
PAREGGIO DI BILANCIO. L'introduzione del pareggio in bilancio nella Carta costituzionale, osteggiata dagli indignati, è secondo il docente, una misura più simbolica che altro. «Sarebbe inutile nel mondo ideale», ha concluso l'economista, «nel mondo in cui una politica responsabile non scarica sulle generazioni future il peso delle spese, come si è fatto negli Anni 80 e nei primi Anni 90. Anzi, in quel caso sarebbe giusto avere la libertà di bilancio e la possibilità di spendere nei momenti di crisi per poi rientrare quando l'economia torna a tirare».
Però, ha osservato Schivardi, «con questa politica senza briglie che spende più di quanto tassa, la norma del pareggio di bilancio nella Carta non rappresenta una misura concreta, utile solo a rassicurare i mercati».

Lettera 43, 12 Ottobre 2011

domenica 9 ottobre 2011

Diverse interpretazioni del concetto di sussidiarietà

Confesso la mia diffidenza verso una certa retorica bipartisan. Specie in una stagione politica nella quale l'oggettiva esigenza di fronteggiare l'emergenza e di invocare il senso di una responsabilità comune può condurre a offuscare le differenze politiche e a misconoscere la funzione costituzionale dell'opposizione. Alla quale compete sì di non sottrarsi al dovere di cooperare alla fuoriuscita dalla crisi, ma anche di porre le premesse di un'alternativa. La qualità e la forza di una democrazia si misurano anche dalla sua capacità di non rinunciare, pure dentro le emergenze, ai fondamentali della stessa democrazia. 
Tra questi appunto la funzione costituzionale di un'opposizione degna di questo nome. Tanto più diffido della retorica bipartisan in tema di sussidiarietà. Un principio prezioso, sia chiaro, che, con la riforma del titolo quinto, abbiamo messo in Costituzione. Un principio cardine anche dell'insegnamento sociale della Chiesa sin dalla enciclica "Quadragesimo Anno" di Pio XI del 1931. Ma anche una parola decisamente inflazionata e dal significato mobile e spesso equivocato. E' la ragione per la quale non ho mai aderito alla pur affollata associazione parlamentare bipartisan per la sussidiarietà. Associazione sulla quale cercano di mettere il cappello gli uomini di Formigoni, che teorizza e soprattutto pratica una sua visione della sussidiarietà. Si pensi al sistema sanitario lombardo. Una visione legittima, ma che non può essere spacciata come "la" sussidiarietà. Semmai come una interpretazione politica di essa. Dalla quale è lecito dissentire.

La sussidiarietà cosiddetta orizzontale corrisponde a un'idea del rapporto tra società e Stato che riconosce e valorizza tutte le espressioni sane dell'autonomia sociale. Delle comunità naturali, a cominciare dalla famiglia, e dei corpi intermedi (appunto posti in mezzo tra il cittadino singolo e le istituzioni politiche). Di più: come recita il nuovo art. 118, lo Stato favorisce lo stesso esercizio di funzioni pubbliche da parte delle formazioni sociali. Vi sottende una visione dello Stato in senso personalistico e pluralistico. Personalistico in quanto subordinato e servente le persone singole e associate, impegnato verso i loro diritti e sollecito verso i loro bisogni. L'opposto delle visioni statalistiche o addirittura statolatriche. Pluralistico perché riconosce e promuove quella ricca trama di esperienze associative che si dipanano tra la persona e le istituzioni e le responsabilizza nello stesso soddisfacimento delle domande di prestazioni e di servizi pubblici che ad essi fanno capo. Sin qui tutti d'accordo. Ma proprio qui si innesta una distinzione. Il principio di sussidiarietà, che certo incorpora la suddetta visione e le connesse opzioni di valore, si qualifica tuttavia come principio regolativo dei rapporti tra persona-società-Stato che attiene al modo e ai mezzi del soddisfacimento dei bisogni attraverso l'esercizio di funzioni pubbliche. Esso va orientato e subordinato a un fine che lo trascende. Quello fissato solennemente nell'art. 2 della nostra Carta fondamentale che così si esprime: la Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali della persona sia come singolo sia nelle formazioni nella quali si sviluppa la sua personalità. Attenzione ai verbi impegnativi: riconosce la preesistenza di quei diritti rispetto alla stessa comunità politica e soprattutto - ecco il punto - garantisce il soddisfacimento di quei diritti. Questo è il fine, questo è ciò che ultimamente conta sotto il profilo costituzionale. Non è precisazione di poco momento. Pena celebrare enfaticamente la sussidiarietà (che, ripeto, è principio regolativo prezioso e tuttavia servente il fine), magari sottacendo appunto la sua finalizzazione: quella di garantire l’effettività di diritti fondamentali. Qui si fonda il diritto-dovere dello Stato e delle sue articolazioni a un sano, virtuoso interventismo. 
L'opposto di una visione angustamente liberista dello Stato (minimo e residuale) o confederativa della società ove gruppi e comunità, magari omogenei ideologicamente, si organizzano nel segno della separatezza e dell'autosufficienza, pretendendo dalle istituzioni solo provvidenze o beni strumentali. Misconoscendo da un lato il preciso dovere dello Stato di assicurare che tali beni-diritti siano garantiti a tutti i cittadini e dall’altro rapportandosi ad esso solo in termini rivendicavi e particolaristici. In definitiva denegando il valore simbolico ed etico dell'appartenenza alla Repubblica intesa, al modo dei costituenti, come casa comune. Una cosa è rifiutare lo Stato etico, tutt'altra cosa è negare la valenza etica dell'appartenenza alla Repubblica. La quale a sua volta si impegna a garantire effettività e universalità all'esercizio dei diritti di cittadinanza anche quando i privati e le formazioni sociali da se soli non sono in grado di farlo. In sintesi, una visione sociale e solidaristica dello Stato nella quale inscrivere lo stesso principio di sussidiarietà. Il quale non contrasta con un ben inteso primato della politica e del suo compito di regolazione e di indirizzo della dinamica civile.

Come poi in concreto raccordare domanda sociale e risposta istituzionale, con quali mezzi e in quali forme, è questione affidata anche alle legittime e diverse visioni politiche. Ecco perché non si deve esagerare nell'immaginare che il principio di sussidiarietà sortisca una e una sola azione politica. Ci sono modi diversi di interpretarlo e di tradurlo politicamente. Non saranno né il tavolo parlamentare bipartisan, né il meeting di Rimini ad esonerarci dal dovere di elaborare politicamente una nostra idea della sussidiarietà. Che è francamente diversa da quella praticata da Formigoni.
Franco Monaco, Tamtàm

L'alfabeto

Ecco cosa resterà di Silvio Berlusconi. Ecco come ha cambiato la lingua, la grammatica e la politica italiane, dalla a di Arcore alla u di utilizzatore finale, alla z delle zie suore.
ARCORE. Ci si andava per scalare le classi sociali e per risolvere i conflitti politici: «Venite con le signore». Addirittura Matteo Renzi ci andò per far carriera a sinistra. È anche il luogo della iniziale finta felicità familiare alla Mulino Bianco e delle tristi orge finali, il tempio del Berlusconi-Satyricon. Persino certe mamme e certi fratelli erano fieri del “mestieraccio”, purché esercitato ad Arcore. È stata la capitale immorale dell´Italia e della prostituzione di Stato e non tornerà ad essere mai più soltanto un paesino della Brianza. Sicuramente sarà il posto dove più si accanirà la deberlusconizzazione: il sangue e la radici, come Predappio per Mussolini.
BANDANA. La vergogna di avere la pelata, la bandiera del giovanilismo senile.
BARBA. Odiata perché eversiva e spirituale. Ai suoi deputati passava la mano sul viso per controllare che si fossero sbarbati. La più disprezzata è stata quella di Cacciari: la barba della cultura, e per di più galeotta.
BARZELLETTA. Una volta la classe dirigente citava Tacito e Cicerone, le loro “barzellette”, le trovate per sdrammatizzare erano gli aforismi acuti e le intelligenze geniali di Cesare, di Napoleone, di Bismarck… Non è vero che le barzellette di Berlusconi hanno reso disinvolte le istituzioni. La barzelletta infatti è il motto di spirito del poveraccio, è l´intrattenimento spirituale di chi non ha spirito, come la povera patata. D´ora in avanti la barzelletta in politica sarà ricordata come il salvagente del disadattato, l´estremo rifugio dell´inadeguato, proprio come le corna e il cucù, la politica estera apotropaica e tarantolata non di un allegro mattacchione ma di un provinciale primitivo.
BUNGA BUNGA. Indefinibile pratica orgiastica da impotente sostenuto da protesi.
CALZA. Una volta fasciava le gambe delle donne. Con lui è stata usata per velare gli obiettivi delle telecamere e spianargli le rughe del viso.
COMUNISTI. Sono stati i suoi mulini a vento. Quelli veri li ama moltissimo (Putin, Lukascenko, Ferrara).
CONFLITTO DI INTERESSI. Ha una radice nobile nella Ricchezza delle nazioni di Adam Smith e nel nostro Risorgimento quando Cavour lo usò per fare l´Italia. Berlusconi ne ha abusato per disfarla. E´ diventato il cancro della nostra democrazia. E il sospetto è che parte della sinistra lo abbia garantito per riservarsi di usarlo in futuro. In questo senso il nascente Terzo Polo è già berlusconiano.
CRIBBIO. Fu la prima esclamazione di disappunto, da vecchio salotto merletti e rosolio. Ora preferisce la bestemmia e «Paese di merda!».
DOTTORE. Cosi lo chiamano i privilegiati della prima cerchia. Ha mille nomi ,soprannomi e nomi d´arte : Berluskaz (Bossi), il Berlusca, il Silvio, il Cavaliere, l´Amor nostro e il Cav (gli arguti cantori del Foglio), Ciao Pres (le sue ministre) . E poi: Caimano, Cainano, Banano, Ottavo nano, Cavalier Pompetta, Cavalier Patonza, O Buscone, Culo Flaccido (la Minetti arrabbiata).
EDITTO DI SOFIA. Non gli sono riusciti il Ponte di Messina, la Tav, le autostrade del mare, la rivoluzione liberale… Sarà però ricordato per la cacciata di Santoro, Luttazzi e Biagi.
EGEMONIA CULTURALE. Nel 1994 i professori Colletti, Vertone, Melograni, Rebuffa e Pera furono la risposta all´egemonia della sinistra. Hanno ceduto il posto ai nuovi machiavelli patonzolari Lele Mora, Tarantini, Lavitola, Signorini , Santaché e Minzolini.
ESCORT (Vedi VELINE).
FEDE. È il paradosso del nome che si è mutato nel suo contrario. È il servitore che si è servito, l´asino fatto mulo che ha preso a calci il padrone.
FIORI. Le peonie furono la cornice della sua discesa in campo. Si vanta di conoscere i nomi delle piante in latino. E come Imelda Marcos collezionava scarpe lui colleziona cactus (ha la testa sempre là).
FOTO. Un volta si scattavano, adesso si sganciano. Sono stecche, mazzette, bottino.
GNOCCA. Con sarcasmo oltraggioso ha immaginato “Forza Gnocca” come nome della sua Repubblica Sociale, il partito dei duri e puri. Al di là della battuta, ha mestamente ragione: quelli erano i figli dell´aquila e questi i figli della gnocca. L´inno del terribile crepuscolo mussoliniano fu «le donne non ci vogliono più bene…» e l´inno del misero crepuscolo berlusconiano lo ha cantato la Mussolini in radio: «E forza gnocca / perché siamo tantissime». Berlusconi smentisce Marx: non è vero che «la prima volta è tragedia e la seconda è farsa». La seconda è bordello.
IGIENE. Ai suoi deputati ordinava di masticare mentine alla violetta e di pulire il bagno con i fazzoletti detergenti. Lui li aveva usati anche per pulire la tavola della tazza dopo il passaggio di Craxi ammalato alla prostata.
INGLESE. Delle tre I berlusconiane è la lingua maccheronica del cretino cognitivo di Mediaset, da brand a “non fare il randomico”, a “sentirsi in charge” e “flagare”, sino al “briffare” con il quale la Minetti istruiva e dominava le ragazze. La convention sostituì il congresso e il club la sezione, e agli attivisti non vennero più dati colla e manifesti ma il kit. Così il militante divenne employee, staff.
JOGGING. Polo, pantaloncini e scarpette bianche: fu il rito di iniziazione, il cerchio di fuoco staraciano vissuto come americanata alla Sordi. E´ davvero indimenticabile la corsetta degli attempati cummenda. C´erano Letta, Confalonieri, Dell´Utri con gli occhiali, il calvo Galliani e in testa Silvio in versione Attimo fuggente: “o capitano mio capitano”.
LETTONE DI PUTIN. E´ l´inizio della sua seconda vecchiaia, lì sono cominciate le cose turche (saune e gasdotti).
LODO. Ciarrapico, Mondadori, Schifani, Alfano… La parola lodo è il suo abracadabra, la sublimazione del mito nazionalpopolare del condono che agli italiani serve ad aggiustare la cantinetta e la soffitta mentre a lui serve a rendere legittimo un impero illegittimo. Il lodo è la casamatta dell´illegalità.
MARINELLA. E´ l´unica ad avergli detto in faccia la verità su Tarantini. Nel bunker di fine epoca si fida solo di lei e del cuoco Michele che lo protegge dagli effetti nefasti dell´aglio. Hanno persino il diritto di criticarlo e gli mettono pure soggezione.
MI CONSENTA. Fu il suo biglietto da visita, la bandiera della discesa in campo. Fu la sua marcia su Roma.
MONDADORI. Da Thomas Mann a Sandro Bondi.
NAVE. L´ha usata per girare l´Italia in campagna elettorale ed è al piano bar delle navi che lavorava da ragazzo. E´ stata scuola quadri, officina di vita e di eccessi amatori, trincea di guerra. E infatti è il se stesso cantate da nave che ora rivede in Apicella, suo doppio e vero vicepremier. La nave sta al berlusconismo come l´Ecole nationale d´administration sta alla Francia. L´Ena è stata la fucina dei Servitori dello Stato, la nave è stata la fucina dei topi di Stato.
OBAMA ABBRONZATO. E´ la gaffe peggiore ma è anche la più sincera. Verrà ricordata e studiata nei manuali di politica internazionale. E´ la più stupida ma è forse la sola che gli sia scappata in buona fede. Certamente è quella che gli somiglia di più. L´abbronzatura infatti è il valore estetico del berlusconismo. Doppiopetto scuro su camicie scure aperte sul torace: il nero è il colore della casa perché sfila, nasconde le rotondità, attenua i rotoli di grasso. E´ l´estetica da cinema col pop corn. Berlusconi, che si veste come un buttafuori da discoteca, voleva davvero fargli un complimento. E non c´è riuscito.
OPERAIO. Con il casco divenne «il presidente operaio». Con il fazzoletto rosso fu «il presidente partigiano». Dopo Noemi «il presidente in mutande». Alle ragazze del bunga bunga ora dice di essere «presidente a tempo perso».
PAPI. E´ ormai per sempre la versione italiana di “sugar daddy”, il vecchio ricco che allunga le mani sulle bambine.
PARI OPPORTUNITA´. «Come Mara». Farcela «come Mara» è stato il sogno, l´ossessione di tutte le lupe di Arcore.
PATONZA. E´ la buca keynesiana, il contante da far girare.
ROSA. La mamma vantava le spalle del proprio figliolo come se fossero le ali del più splendido aquilotto: «Tutte le donne in spiaggia non avevano occhi che per lui». Mamma Rosa era la destinataria della sua vanità, è la custode della sua virilità.
SANTITA´. L´uomo della Provvidenza dell´immaginario mussoliniano è diventato l´unto del Signore. E l´epifania venne celebrata quando Bruno Vespa si inginocchiò per baciargli la mano e inebriarsi di santità. Come esibizione di ruffianeria e di padrinato il baciamano fu poi perfezionato con lo storico omaggio a Gheddafi. E l´unto divenne l´untuoso.
STALLIERE. Una volta evocava lamante di Lady Chatterley, in Italia sarà per sempre “l´eroe” mafioso del “nenti vitti e nenti sacciu”.
TOMBA. Nel Satyricon, quello di Petronio, il gran cafone cerca una guardia che si impegni a custodirgli il monumento funebre. Trimalcione, almeno, era consapevole che la tomba imperiale sarebbe un giorno diventata bersaglio dell´oltraggio popolare: “ne in monumentum meum populus cacatum currat (affinché il popolo non corra a cacare sul mio monumento funebre)”.
TOPOLANEK. La parte per il tutto. Il nome esotico di un capo di stato designerà in eterno l´organo sessuale maschile.
UTILIZZATORE FINALE. L´apoteosi dell´eufemismo. Non potendo dire rattuso, ricottaro, maniaco, cliente, puttaniere… il genio assoldato dell´ufficio legale Ghedini inventò questo capolavoro di burocratese sessuale. L´immoralità e la malafede hanno prodotto un raffinatissimo, oscuro stilema che invece di nascondere svela la depravazione.
VELINE (Vedi ESCORT).
VESPA. Lo scriba con il quale firmò il contratto con gli italiani, capolavoro dell´imbonimento televisivo.
ZIE. Ne aveva quattro ed erano suore. Erano macchine da preghiera, la sua industria domestica di indulgenze. Gli assicurano la compiacenza dei cieli mentre consuma i suoi tristi peccati.

FRANCESCO MERLO da La Repubblica del 9 ottobre 2011 Cosa resta del berlusconismo. In quaranta voci l´alfabeto di un potere immorale

sabato 8 ottobre 2011

Contro le mode della cultura moderna

«Continuiamo a piegare san Francesco alle mode della cultura moderna, ecco perché viene presentato come contestatore, hippie, ecologista… E come frati francescani non siamo esenti da questa deriva». Già in un libro illuminante Nostro fratello di Assisi (Edizioni Messaggero Padova, pp. 368, euro 20) scritto ormai più di vent’anni fa, padre Ignacio Larrañaga, frate cappuccino spagnolo, aveva messo in guardia da coloro che riducono san Francesco a «una marionetta senza Dio». Un rischio tanto più concreto oggi, secondo il religioso, perché «l’uomo moderno ha sostituito Dio con il proprio ego». Sacerdote francescano, Larrañaga, nel 1984 ha fondato i Laboratori di Preghiera e Vita, un servizio ecclesiale diffuso in più di 40 Paesi del mondo, ed è autore di numerosi best-seller di spiritualità. Da vero innamorato di san Francesco è impegnato da anni a far emergere il volto profondo del Poverello, la novità del carisma francescano che viene fuori per esempio dai lavori imprescindibili del medievista Raoul Manselli (San Francesco d’Assisi e I primi cento anni di storia francescana entrambi pubblicati dalla San Paolo). E l’originalità di un Santo che come ha detto Chesterton in un mirabile ritratto controcorrente (ripubblicato di recente da Lindau) è l’esatto contrario di un sognatore, «un uomo d’azione» che non può certo diventare «un protagonista di storie graziose».

Ecologista, pacifista, contestatore… Quante maschere sono state incollate negli anni a san Francesco?
Purtroppo la cultura moderna continua a presentare la sua figura secondo le mode del momento: ecco perché ce lo ritroviamo come hippie, contestatore, ecologista... È una tendenza che sia pure in forma lieve serpeggia anche tra i frati francescani oggi. Molti libri del resto continuano a offrire agli uomini d’oggi un Francesco senza Dio o un Dio in tono minore.

In che senso?
Nel libro Nostro fratello di Assisi ho voluto approfondire l’interiorità di Francesco, per far risaltare il suo rapporto d’amicizia con Dio. Perché senza il Dio vivo e vero, non si può comprendere il mistero di Francesco e il Santo può essere catalogato soltanto come uno psicopatico. Uno che dichiara il suo amore a Madonna Povertà, che rispetta le pietre e i vermi, che è amico dei lupi e dei lebbrosi, che si presenta a predicare in biancheria intima o che cerca la volontà divina girando su se stesso come a una trottola, lascia pensare solo a una persona squilibrata. Senza Dio, san Francesco può assomigliare soltanto a una bellissima marionetta, capace di prodigiose acrobazie. È invece Dio a rendere solida e integra la sua personalità. È Dio che rende sublime ciò che sembra ridicolo.

Lei ha criticato anche la filmografia sul Santo.

Prendiamo il film di Zeffirelli. È un bel ritratto “periferico” di Francesco. Non ci offre la spiegazione del mistero della sua anima. Tutto ci appare come un magico mondo in cui solo un masochista chimicamente puro può compiere ciò che Francesco ripete in quelle scene: sottomettersi a una vita errabonda offrendo un volto felice a facce acide, usare dolcezza nell’asprezza, trovare gioia nella povertà… Tutto questo presuppone un lungo camminare nel dolore e nella speranza, in pratica il passaggio trasformante di Dio nella vita di un uomo. E questo nel film non si vede.

Il Papa in uno dei numerosi interventi sul Santo d’Assisi (raccolti ora nel volume Benedetto XVI e San Francesco a cura di Gianfranco Grieco per la Libreria Editrice Vaticana) ha parlato di Francesco prima della conversione come di una specie di «play boy». È ancora proponibile la sua svolta ai giovani d’oggi?
È difficile oggi far comprendere a un giovane che la castità è un valore, perché viviamo in una società completamente erotizzata. Si può cominciare a comprendere il valore della castità solo nel momento in cui un giovane si lascia sedurre profondamente da Gesù Cristo.

Il prossimo 27 ottobre sarà la venticinquesima edizione dell’Incontro interreligioso di Assisi voluto da Giovanni Paolo II, sarà ancora l’occasione per riscoprire il messaggio di pace di Francesco, troppo spesso arruolato tra i pacifisti…
Ma la pace promossa da Francesco ha un’unica radice: Dio. E questo spiega anche la fratellanza cosmica: la pace riguarda tutte le creature perché tutte provengono da Dio. Di certo però non si può dire che gli animali valgono più di un embrione umano.

Pensi a san Francesco e subito ti viene in mente una figura gioiosa. Ma qual è il segreto di un uomo che andò incontro alla morte cantando?
La felicità di san Francesco derivava dal fatto che il suo cuore traboccava della presenza vibrante a amorosa di Dio. Lui credeva davvero che la morte non ci chiude le porte della vita, ma al contrario ci apre quelle della vita eterna. Mentre il problema più grande dell’uomo moderno è proprio la mancanza di fede nella vita eterna. Da qui nascono gli egoismi nevrotici, le lotte e la tendenza a buttarsi via.

Lei ha scritto che uno dei più grandi inganni della nostra società è farci credere che si possa essere completamente felici. Spesso viene taciuto che lo stesso san Francesco fronteggiò pene e tribolazioni anche nel fisico.
È una vera utopia moderna quella che ci vuole sempre felici. Bisogna far i conti con la sofferenza che è sempre in agguato. La differenza sta nel soffrire con l’ angoscia o nel soffrire con la pace. Nel primo caso è davvero una disgrazia. Ma l’esperienza di Francesco suggerisce che quando hai la pace dentro puoi sopportare ogni sofferenza. E ciò accade a coloro che hanno Dio vivo nel loro cuore.

A tal proposito lei ha scritto diversi libri sulla preghiera e ha fondato veri e propri laboratori in tutto il mondo. Ma cosa suggerisce a chi non riesce a vedere i frutti delle proprie preghiere?

Il problema non è il fallimento o il successo. Ma nel consegnare i risultati nella mani di Dio e restare in pace anche in caso di avversità. E il giorno dopo ritornare a combattere. Chi ha la pace è una persona indistruttibile, e nonostante i molti fallimenti subiti, alla fine, sarà sempre un vincitore. 

Antonio Giuliano, La Bussola Quotidiana, 4 ottobre 2011

venerdì 7 ottobre 2011

Alla ricerca del nuovo nome

Nuovo nome del Pdl, opposizione "sdegnata". La nuova denominazione del Pdl, ha spiegato  il premier, è necessaria in quanto "il nome del Pdl non è nel cuore della gente". "Si accettano dei suggerimenti, faremo fare dei sondaggi", ha proseguito, lasciandosi poi andare a una battuta: "avrMi dicono che il nome che ebbe maggiore successo è Forza Gnocca".
Sdegnata la reazione delle opposizioni. "E' una cosa desolante - ha commentato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani - Mi viene in mente che in queste ore stanno facendo i funerali delle cinque donne morte a Barletta". "Se dobbiamo rispondere con una battuta si potrebbe dire che è l'unico partito che ha avuto e che non ha bisogno di fondare. Ma non ci possiamo permettere di rispondere con le battute", ha aggiunto la presidente dei democratici Rosy Bindi. Il pensiero ai fatti di Barletta ricorre anche nelle parole del leader Sel, Nichi Vendola: "Nella giornata in cui il nostro Paese celebra il funerale di cinque lavoratrici e il dolore si unisce alla rabbia per questa tragedia ingiusta, il presidente del consiglio si lascia andare in una battuta irripetibile, inaccettabile e assolutamente irrispettosa in un momento così triste".
Il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando chiama in causa le donne del Pdl: "E' grave e imbarazzante il silenzio delle parlamentari del Pdl, soprattutto di quelle che si richiamano ai valori cattolici. Cio' significa che si identificano nel nuovo nome del Pdl dato dal premier?". "Ormai il mondo ci guarda e ride" aggiunge il verde Bonelli. Dura la reazione di monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo: "Avrebbe forse intenzione di suscitare ilarità, ma suscita solo sconcerto...".
fonte: sito de La Repubblica, 7 ottobre 2011

giovedì 6 ottobre 2011

La legge del pasto buono





Nel giorno dedicato a San Francesco d’Assisi al Senato viene presentato un importante disegno di legge che punta a completare la cosiddetta legge “del buon Samaritano” che ha consentito, per finalità di tipo sociale e solidaristico, il recupero degli alimenti da supermercati e mense.

A distanza di anni, alcuni parlamentari, guidati dal senatore Luigi Grillo (Pdl), hanno pensato di proporre nuovi accorgimenti, poiché quell’importante legge ha mostrato difficoltà di applicazione nelle micro realtà, per evitare ciò che di più odioso possa esserci: lo spreco di cibo, soprattutto se il fenomeno di impoverimento della popolazione non accenna ad arrestarsi.

L’iniziativa promossa da Grillo, cui hanno aderito tra gli altri i senatori Thaler (Svp), Fosson (Uv), Oliva (Mpa) e De Sena (Pd), interviene dunque su un settore tra i più delicati e socialmente rilevanti.

Ma veniamo alle cifre dello spreco. Secondo Coldiretti finiscono in discarica ogni anno dieci milioni di tonnellate di alimenti, per un valore di 37 miliardi di euro, sufficienti per nutrire ben 44 milioni di persone. Oltre agli sperperi dei consumatori, dobbiamo tener conto di un 25% di sprechi costituito da prodotti scaduti o da cibo invenduto e andato a male e che una gastronomia/bar/self service si ritrova ogni giorno con un invenduto del 10-15%.

La cosiddetta «legge del pasto buono» disporrà l’emanazione di un DPCM (decreto del presidente del consiglio dei ministri) finalizzato alla semplificazione degli adempimenti burocratici e fiscali a carico dei soggetti donatori. Volendo fare un esempio, un padre di famiglia potrà a fine giornata recarsi presso la rosticceria vicino casa e ottenere gratuitamente un pollo invenduto e portarlo a casa per sfamare sé e la sua famiglia, senza scontrarsi con nessuna disposizione legislativa o amministrativa.

Inoltre, poiché la legge 155/03, detta appunto “del buon Samaritano”, aveva previsto l’equiparazione delle Onlus – come Caritas – ai «consumatori finali» relativamente al servizio di distribuzione dei prodotti alimentari agli indigenti, ma poi nella pratica la norma si è scontrata con la giungla di disposizioni amministrative locali, la “legge del pasto buono” rende esplicito il principio di non responsabilità in capo alle Onlus per le attività di distribuzione di alimenti, fatto salvo ovviamente i casi di dolo e colpa grave.

Dunque la “legge del pasto buono” rappresenta un grande aiuto alla rete di solidarietà che nel nostro Paese - come quasi ovunque nel mondo - è prima di tutto opera della generosità e dell’impegno del mondo cattolico.

Il senatore Grillo spiega: «Caritas e fondazione Zancan nel loro ultimo rapporto hanno evidenziato come il 5% della popolazione versi in uno stato di “assoluta povertà”, il 13% in uno stato di “povertà relativa” e secondo i dati Eurostat la percentuale della popolazione nazionale a rischio di povertà assoluta è di circa il 20%. Emergono quindi nuove forme di povertà che colpiscono in primo luogo la famiglia, soprattutto nei grandi centri urbani dove il costo degli affitti  e dei servizi è generalmente più alto. È importante quindi intervenire con modalità flessibili e innovative capaci di sostenerne quotidianamente i bisogni. Questo intervento legislativo consentirà di procurare benefici concreti alle famiglie bisognose che possono ottenere alimenti a condizioni vantaggiose e agli esercenti che possono evitare sprechi traendo un beneficio di natura fiscale dal consumo delle materie, infine dalla società in genere che vedrà ridotto il costo dello smaltimento dei rifiuti e incrementato il livello medio di benessere».

La Bussola quotidiana, 4 ottobre 2011

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