sabato 30 luglio 2022

Il leaderismo: un dato di corrosione democratica

Intervista a Guido Bodrato

Ti occupi ancora di qualcosa?

Adesso sto ricostruendo la storia della DC attraverso la conoscenza di alcuni personaggi. Mi piaceva fare, anche con lei, una riflessione sui tempi lontani.

Alla mia età, impegni che mi facciano uscire di casa non ne prendo più. Ho visto che negli ultimi due o tre anni faccio fatica. Gli anni che ho si vedono. Preferisco evitare di affrontare prove che, piccole o grandi, non sono più gestibili con la freschezza di un tempo. La seconda ragione è più oggettiva e serena: passo gran parte della giornata a leggere e scrivere. Continuo ad avere la malattia della politica. Ho i piedi nel novantesimo anno per cui vedo molti amici, anche più giovani di me, che se ne sono andati: “Sono davanti a noi”, come dicono gli alpini.

In occasione del novantesimo la associazione degli ex parlamentari conferisce la medaglia con una cerimonia. È un gesto simbolico, denso di significato. Quell’appuntamento si avvicina.

Bene. Guardo però in faccia la realtà. Mi sembra che del passato sopravvivono solo delle malinconie poco più che individuali. La forza di una rinascita non la vedo; semmai noto piccole ambizioni, qualche volta giustificate se non effettivamente meritorie. Riguardano persone che conosco, e non è un caso, dato che avendo girato molto l’Italia di amici ne ho incontrati molti.

Lo so bene!

Ci sono altre iniziative invece che anziché guardare avanti, fissano gli occhi all’indietro. In un mondo come questo – un mondo che cambia continuamente e dove si invecchia senza fare niente – alcune iniziative corrispondono a velleità piuttosto che ad autentiche speranze. Dunque, sto alla finestra, ma non passivamente: a chi mi chiede un’opinione, volentieri la offro.

Stavo rileggendo in questi giorni “Per l’Azione”, la rivista dei giovani dc. Mi sono imbattuto in un dibattito interessante e ho ritrovato un articolo, pregevole, a tua firma sul significato politico del convegno del MgDc di fine agosto del 1957 al Sestriere.

Non ho mai negato il passato. Non solo, ma ero e sono uno tra quelli che il passato ha cercato sempre di interpretarlo e spiegarlo, per darne una ragione plausibile, non per farne oggetto di superficiali valutazioni che recano in seno il desiderio di una condanna preventiva. Ho partecipato tempo fa a un convegno organizzato dalla CGIL a Genova e a Roma, presente Pietro Ingrao, dove era in discussione la tormentata vicenda di Tambroni. Hanno pubblicato gli atti. Oserei dire che l’unico intervento in cui si può leggere una difesa di quel passaggio complicato nella storia della DC, è il mio. La verità è che non sono minimamente attratto dalla demonizzazione di quegli eventi che costituiscono ancora oggi il motivo di alimentazione della polemica anti DC.

Quale è stata la molla che spinge il giovane Guido Bodrato ad entrare nel Movimento giovanile, in cui c’erano per altro Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Gianni Baget Bozzo, Franco Malfatti, Bartolo Ciccardini, Carlo Fuscagni, Celso Destefanis, Pietro Padula?

Negli anni ‘50 sono stato segretario generale degli studenti universitari torinesi. L’Ateneo aveva 12 mila iscritti, non 40 mila come oggi. Andavano all’università solo quelli che provenivano dal liceo classico, gli altri potevano accedere al Politecnico. Avevo in mano la maggioranza assoluta. Mi conoscevano per essere impegnato contemporaneamente nell’Azione Cattolica, nella Democrazia Cristiana e nel Movimento Federalista, allora molto forte: solo a Torino aveva più iscritti – circa mille – di quanti ne abbia attualmente sul piano nazionale. Oggi si registra un indebolimento generale delle esperienze associative e ciò rimanda, senza ombra di dubbio, a un deficit di motivazione culturale e politica. Ci si rifugia nei gruppi a base più ristretta, con finalità specifiche, senza orizzonti nazionali.

Prima c’erano gli ideali…

Sì, appunto. Il problema non investe solo i partiti. Riconosco che la storia della democrazia, e non solo di un partito cardine qual era nella cosiddetta Prima Repubblica la Democrazia cristiana, è purtroppo fatta di tanti peccati di comportamento.

Ricordo due o tre libri che avevo letto quando incominciai a far politica, tutti con il medesimo riferimento nel titolo: crisi della democrazia. Certo, si riferivano agli anni ‘30, ma le cose si possono ripetere, alcune volte in senso positivo e altre in senso negativo. Forse, con molti meno anni sulle spalle, probabilmente il mio giudizio sarebbe un altro. Il vissuto della politica è gran parte della politica: in fondo la politica la rappresenta chi si occupa concretamente di essa. Direi, semplicemente, chi la vive. Alla mia età, di politica posso parlare da lontano, ma non posso dire o pensare che ne sono artefice diretto.

Chi conosce Bodrato apprezzava ed apprezza tuttora la sua coerenza.

L’impegno politico esige coerenza. Ho sempre detto quello che pensavo, anche se con l’avanzare dell’età si diventa più accondiscendenti alle forme e allo stile, perdendo certe asprezze giovanili. Come tutti, sono stato giovane una volta, mica dieci volte. Ho raggiunto traguardi importanti senza però venire meno alle mie convinzioni profonde. Sono stato ministro più volte e penso di aver difeso le idee, nelle istituzioni e nel partito, che trovano radici nel popolarismo. Per questo ho manifestato il mio dissenso quando si è cercato di agguantare con artifici e spregiudicatezze il consenso che sfuggiva, cercando di prendere al volo la prima liana disponibile. Il paradosso è che non mi sono mai sentito minoranza, ma sono stato quasi sempre minoranza. Anche adesso, lontano dalla battaglia diretta, vivo questa condizione psicologica che esige attenzione alla dinamica, spesso complicata, dell’innovazione in ambito politico. Mi auguro, al riguardo, che nei giovani sia sempre forte la capacità di rigenerare una sana ambizione creativa. D’altronde, guardo ai giovani con interesse e curiosità perché ho la fortuna di essere bisnonno.

Rallegramenti!

Beh… mi confronto con dodici nipoti, di diversa età, e so come affrontano i problemi. Purtroppo pensano in base a una tecnica di ragionamento che appare molto condizionata dal dispositivo logico del computer, avendo pause ridotte e intuizioni a breve. I giovani, magari senza esserne pienamente consapevoli, operano con più velocità, ma finiscono succubi di un pensiero contratto, senza la forza della elaborazione complessa.

Faccio mia la considerazione che emerge da questo colloquio: non bisogna smettere di pensare il presente e il futuro alla luce di ciò che il passato ci consegna. Dunque, cosa insegna la storia? O meglio, la nostra storia?

In questo momento sto davanti al computer alle prese con una ricerca della Fondazione Donat-Cattin sulla classe dirigente del primo Partito popolare, dal 1919 al 1926, in Piemonte. Cosa emerge? Il retroterra cattolico esprimeva una quantità di piccole formazioni nelle diverse diocesi e molti erano i nomi rappresentativi di quel mondo. Ora, sappiamo bene che senza un quadro di riferimento politico ogni descrizione di fatti e persone stenta a fornire gli elementi per individuare il nesso della vicenda esaminata. Sto cercando di dare alla ricerca questo riferimento politico, così da inquadrare in modo più corretto il contributo di alcuni protagonisti. Comunque, se ti guardi indietro non trovi solo cose belle e interessanti. Gli ambiziosi, i traditori, gli opportunisti, si mescolano e convivono con figure straordinarie di dirigenti e militanti politici, capaci di sacrificarsi per il partito.

Racconto ai miei nipoti questa complessa realtà ed essi mi dicono “nonno, non è cambiato niente”. In effetti, la politica al suo interno conosce e subisce tentazioni che continuamente la mettono alla prova.

Torniamo alla ricerca. Il contesto storico è quello che ha costretto Sturzo, su consiglio della Segreteria di Stato Vaticana, ad andarsene all’estero, praticamente in esilio. Lui aveva fondato un partito aconfessionale, ma metà dei dirigenti di quel partito erano preti. Quando la Santa Sede ha detto “basta, non fate più politica”, in quel momento è come se avesse sciolto il Partito popolare. Questo incastro sfugge normalmente allo sguardo degli storici. Ora, analizzando la realtà concreta del Piemonte e della mia città, sembra di poter cogliere il fenomeno con più chiarezza.

La ricostruzione effettuata mi pare abbastanza dettagliata e convincente, adesso vedrò cosa farne. L’intenzione non è riscrivere una storia, ma provare ad organizzare gli elementi che consentano una sua più adeguata interpretazione, riferendola a sentimenti che sono collegati alla realtà odierna. Questo, in definitiva, mi fa continuare a far politica anche se sconto una oggettiva condizione di solitudine.

Meno male che ci sono Fondazioni che svolgono un lavoro meritorio, fanno emergere queste storie attraverso serie ricerche storiche.

Per 20 anni ho tenuto in piedi l’Associazione dei Popolari, potendo contare su circa 600 iscritti. Quella del Piemonte è stata la più robusta delle Associazioni nate sulla scia dello scioglimento della DC e la sospensione dell’attività politica da parte del PPI. Poi lentamente si è disgregata. Un sodalizio rivolto soltanto all’elemento culturale, alla riflessione storica, alle idee e non alla azione, non interessava più a nessuno. Dicevano: facciamo una corrente capace d’inserirsi a pieno titolo nel contesto politico del partito (prima la Margherita, poi il PD) che rappresenta il punto di confluenza politica dopo la breve stagione del PPI. Ma se le correnti non fanno politica, se esse stesse sono fatte di nominati, muoiono mentre nascono. Oggi saranno una cinquantina di persone in tutto e purtroppo l’Associazione langue, essendo convinte ormai che lo strumento così indebolito non serva a produrre politica

A proposito di nominati, ricordo la sua grande battaglia per la legge proporzionale.

Se non vivi il rapporto quotidiano con la gente, non fai esperienza di ciò che costituisce il nucleo vitale della democrazia. La centralità del fare politica stava nel rapporto con l’elettorato e rappresentava una combinazione difficilissima. Oggi si parlerebbe, in modo più sofisticato, di una sorta di algoritmo della politica, con il quale organizzare concettualmente ciò che un tempo apparteneva alla naturale combinazione di pensiero e azione, dove magari si registrava più spontaneità e più passione. D’altronde, se si indebolisce uno si indebolisce anche l’altra: un pensiero vale in politica se determina un’azione e, viceversa, un’azione politica regge, significativamente, se incorpora un pensiero. Non c’è alternativa possibile a una tale connessione.

Ora, ben si comprende come l’impegno di molti amici si perda nella inanità dell’impresa. Anche quelli più attivi – li giustifico perché hanno 60 anni e mentre io ne ho 90 – si illudono di maneggiare qualcosa di gratificante. Sono disperatamente alla ricerca di un ruolo personale che non trovano, semplicemente perché non esiste al di fuori di una precisa dimensione di partito. Forse sono cose banali, ma tutte le cose vere sono sempre banali: da soli si fa filosofia, non si fa politica.

Purtroppo mancano i luoghi di aggregazione. Anche le riviste politiche, spesso organi delle correnti di partito, davano vita a processi fatti di incontri, solidarietà, riconoscimento reciproco.

C’è una rincorsa infinita alla leadership, quale che sia la sua ragione effettiva, il suo riscontro con le dinamiche sociali, il suo intrecciarsi con le spinte democratiche di lungo periodo. Si opera con il cronometro in mano, tutto scorre veloce, senza che avvenga quella sedimentazione culturale che nutre da sempre l’azione politica. Tu hai conosciuto dall’interno la DC: quel circuito democratico che ne determinava la legittimazione pratica agli occhi degli iscritti e degli elettori, oggi dov’è? In quale partito riesci a scorgerne il tratto, per indovinare una qualche similitudine? Non è solo un problema di partito.

Il mondo cattolico ha stentato ad aggregare i fedeli. Ce lo dice questo sant’uomo del Papa! Tutti vogliono la Chiesa trionfante, ma lui appartiene alla Chiesa di oggi, che non è per niente trionfante.

In politica il leaderismo è un dato di corrosione democratica. Nessuno che dica sono disposto a fare il quarto o il quinto. Tutti vogliono essere i primi – fenomeno, questo, che va oltre i confini nazionali – altrimenti fanno le valigie e provano a organizzare un nuovo partito.

Guarda quanti segretari ha cambiato il PD, ne puoi contare 6 o 7! Forse di più. Lo cambiano, virtualmente, già prima che sia segretario!

Nessuno è disposto a fare l’opposizione interna. Donat Cattin invece ha vissuto questa condizione a lungo, lo stesso è avvenuto, sia pur brevemente, con Moro.

Anche in questo caso la storia – la nostra storia – può insegnarci molto. Nelle mie ricerche mi sono addentrato nella riflessione su cosa politicamente ha davvero rappresentato Sturzo. Gli si possono attribuire anche grossi errori. La rigidità di approccio, o se vogliamo un certo tipo d’integralismo, costituiscono il suo tallone d’Achille. Non ha saputo realizzare, quando pure appariva necessario, le alleanze che potevano garantire una tenuta migliore dell’iniziativa dei Popolari. E non promosso o acccettato alleanze perché pensava sempre che il rischio fosse quello di perdere l’identità di partito. Ha sempre detto: se resiste questo motivo d’identità ci sto, altrimenti faccio la minoranza. Ora, se ti guardi attorno, è proprio vero che più nessuno accetta l’idea di essere minoranza. Un partito di minoranza risulta un’offesa allo spirito del mondo, una lesione alla credibilità dei vari protagonisti politici. Ora, però, un partito che non metta nel conto il dovere di essere all’occorrenza minoranza, è un partito destinato a scomparire prima di quanto s’immagini.

La DC ne era immune?

Non lo so. Mi sono fatto la convinzione che se la DC avesse accettato unanimemente di andare in minoranza, dopo un periodo di lontananza dal potere sarebbe tornata ad essere una forza determinante. Non è andata in minoranza perché quando è iniziata la crisi i tre o quattro dirigenti da cui dipendeva il futuro si sono asserragliati nei fragili recinti della loro autodifesa. Ognuno di loro ha pensato di trasmigrare in una diversa maggioranza. È si è visto cosa è accaduto.

Si sono rinchiusi in un potere che assomigliava a un guscio vuoto…

Mi piace parlare con te perché sei una persona che ascolta.

Eppure l’esperienza della DC offre ancora molti spunti di riflessione. Abbiamo di fronte il dramma della guerra russo-ucraina: la causa scatenante è stata la tensione mai sopita nella regione del Donbass. Ora, l’accordo De Gasperi-Gruber, che dette vita al pacchetto Alto Adige, ci dice quanta lungimiranza ha guidato l’azione dello statista trentino.

Ricordati soltanto che per quasi undici anni sono continuati gli atti di terrorismo. Gli estremisti, da una parte e dall’altra, non si sono fermati. Il rivendicazionismo sudtirolese si scontrava con il nazionalismo della destra radicale italiana. Eppure, grazie all’accordo tra Roma e Vienna, quella crisi è stata largamente governata, per essere in ultimo assorbita del tutto.

Che giudizio possiamo dare di De Gasperi?

Su di lui ha scritto un bel libro Giuseppe Matulli. Il punto che mette in evidenza si collega a una riflessione già sviluppata da Gabriele De Rosa. De Gasperi, per la sua formazione in ambiente austro-ungarico, non ha l’intransigenza di Sturzo. Tra i due esiste una differenza importante: Sturzo concepisce la lotta democratica in termini di esaltazione dell’identità di partito, De Gasperi come ricerca dell’equilibrio e anche del compromesso, per non restringere indebitamente lo spazio di manovra dei cattolici popolari.

De Gasperi fu deputato in un Parlamento, quello di Vienna, in cui la componente italiana era la quattordicesima minoranza e dove in Aula si parlavano sette o otto lingue diverse. La piccola minoranza italiana doveva fare politica con la consapevolezza che solo la capacità di dialogo poteva facilitare il raggiungimento dei suoi obiettivi

L’attitudine di De Gasperi consisteva, almeno nel periodo iniziale dell’impegno pubblico, nel prendere sul serio il lavoro di avvicinamento delle posizioni più divaricate. Capire gli altri e farsi capire, cercando i margini possibili d’intesa, era un modo per difendere gli interessi dei suoi trentini.

Se vogliamo valutare in modo corretto l’atteggiamento di De Gasperi all’avvento del fascismo, abbiamo il dovere di riconoscere la preoccupazione che sottostava alla sua condotta pubblica. Quando c’è stato lo scontro iniziale con il fascismo, De Gasperi cercava il compromesso per ottenere il meglio e, dunque, una via di uscita per evitare la guerra civile. Sturzo invece fu pronto a rispondere con fermezza, perché abituato a ragionare secondo un paradigma di chiarezza, non edulcorando i contrasti.

De Gasperi non era meno antifascista di Sturzo, ma confidava più del prete siciliano in un’opera di contenimento dell’irruenza politica mussoliniana. Da qui la divaricazione tattica tra la segreteria e il gruppo parlamentare del Ppi. Indubbiamente Sturzo fu più lucido e anni dopo, riconquistate le libertà, De Gasperi lo riconobbe. Tuttavia il retaggio della sua lezione di prudenza, ancora valida oggi, permette di vagliare il pericolo che si nasconde in uno scontro permanente, anche sui principi e i valori fondamentali dell’ordinamento democratico. Gli esempi non mancano, anche fuori dall’Italia. Se prendiamo in esame il dissidio interno alla società americana, con il carico di odio tra le aperti avverse e le conseguenti esplosioni di violenza, non possiamo che raccogliere a posteriori l’invito di De Gasperi a limitare o mitigare lo scontro politico. In fondo, come gestì il duro braccio di ferro con Togliatti e l’opposizione frontista? Non oltrepassò mai i confini della convivenza civile e del rispetto democratico. Contrariamente alla Germania, l’Italia non mise fuori legge i comunisti. De Gasperi tenne fede alla ricerca dell’unità possibile, per il bene della collettività e la difesa delle istituzioni.

Alcuni insegnamenti ritornano con il tempo. C’è sempre da imparare a rileggere il modo in cui i “grandi padri” della DC hanno esercitato la loro leadership. Ad ogni buon conto, De Gasperi usava il metodo democratico in tutti i passaggi interni al partito.

Non c’è dubbio, De Gasperi rientra in quella categoria che potremmo definire dei leader veri, autentici, a differenza di quelli costruiti da leggi elettorali e meccanismi selettivi ad hoc.

Nella DC esisteva un meccanismo di controllo e verifica a carattere permanente. In questo modo si allargava la partecipazione. Giulio Pastore dette vita a una corrente parlamentare, poi trasformata in corrente di partito, per contrastare la presenza di un’altra corrente, schierata a destra, che aveva come obiettivo di condizionare continuamente De Gasperi.

Nessuno ricorda, neppure gli storici, che De Gasperi nel 1953 perse le elezioni e fu sfiduciato in Parlamento, nonostante il sostegno del segretario del partito, Guido Gonella, e l’apertura ai monarchici: “Non ci conosciamo” – come dire votatemi – “poi ci conosceremo!”. Tornò alla guida della DC, ma il suo ciclo era concluso.

La sua politica influì sugli sviluppi successivi per molti anni, dando un profilo marcato e stabile alla democrazia repubblicana. Tuttavia il suo periodo aureo è stato appena di sette o otto anni, poco più di una legislatura.

Purtroppo le grandi testimonianze appassiscono nella nostra memoria. Adesso tutti lo ricordano perché era uomo di una correttezza assoluta, tanto nei rapporti personali quanto nei rapporti politici, in grado con la sua autorevolezza di contribuire notevolmente a formare la classe dirigente democristiana. Poi è avvenuto che questa correttezza “à la De Gasperi” sia andata lentamente consumandosi, fino ad arrivare alla sciatteria e al disordine che abbiamo constatato nel recente passato, di cui purtroppo non riusciamo a intravedere il dovuto superamento nello stile di molta parte dei politici attuali.

In effetti, me ne rendo conto, sono drastico. Non mi piace arrotondare i giudizi per guadagnare consenso, dato che ormai non ho neppure necessità di inseguire obiettivi e riconoscimenti che in democrazia sono giustamente legati alla raccolta di solidarietà e convergenza. Mi posso permettere di essere franco fino in fondo.

Che cosa ricorda di più della esperienza parlamentare?

Non saprei scegliere. Ho avuto la fortuna di costruire con molti colleghi parlamentari, anche di altri partiti, una felice condivisione di sensibilità attorno soprattutto ai temi emergenti dalla crisi del primo centro-sinistra, partendo perciò dagli anni ‘70 per arrivare fino alla caduta della cosiddetta Prima Repubblica. Le difficoltà dello Stato sociale e l’avanzata del neo-liberismo costituivano argomenti che spesso offrivano spunti concreti di collaborazione, superando alcune barriere di partito.

Sono stato Ministro in tre governi diversi, negli anni ‘80, sempre con la preoccupazione di adempiere a un compito che prescindeva dalla mera gratificazione personale. Non ho fatto niente di straordinario. Mi ricordano in genere come una persona che aveva una sua linearità di atteggiamento politico; ciò nondimeno, quella linearità non era tutta e solo mia perché nei dicasteri dell’Istruzione, del Bilancio e dell’Industria mi sono avvalso in misura cospicua del consiglio e della esperienza di collaboratori, funzionari e amici di partito. Stavamo a contatto quotidiano e la sera andavamo a cena assieme, in una politica senza orario, come i negozi che sono aperti giorno e notte.

Il cena e il dopo cena in attesa delle prime copie dei giornali…

Sì, anche questo era un rito. Sono stato cinque anni direttore de “Il Popolo”, oltre che parlamentare nazionale ed europeo, nonché Ministro. Ruoli intercambiabili, tecnicamente diversi ma per me simili, sotto molti aspetti. Ho conosciuto da vicino il mestiere del commentatore e del cronista. Adesso vedo comparire in tv, come corrispondenti dall’Ucraina, diversi giornalisti che sono ben presenti alla mia memoria di direttore del quodidiano ufficiale del partito. Li vedo che sono cresciuti e apprezzo il fatto che abbiano mantenuto rigore e obiettività nel dare le notizie. Fortunatamente non c’è quel settarismo che spesso incontri nelle urlate dispute dei talk show. “Siamo minoranza, non diventiamo una setta”: così si espresse una volta, con spirito acuto, il cardinal Martini. Un pensiero illuminante! Quando invece la tendenza è quella di trasformare l’essere minoranza in pratica e condizione settaria, allora sì che si sprofonda nella palude dei falsi orgogli. Potremmo definirlo il suicidio delle ragioni professate con poca fiducia nello strumento del dialogo. A me preme, invece, stare su questo terreno e mettere a valore il confronto con gli altri. Non sono così bravo, così coerente e lineare, ma cerco di essere all’altezza dei propositi.

Chi ricorda dei politici con più grande affetto?

Una persona mi ha aiutato a crescere, Carlo Donat-Cattin, un’altra mi ha aiutato a “tramontare”, Benigno Zaccagnini: due personalità straordinarie, assolutamente diverse, che considero decisive nella mia esperienza umana e politica. Poi, indubbiamente, c’è stato Aldo Moro. Dire che ho provato a somigliarli, non sarebbe appropriato. Semmai, nei momenti più difficili, il suo esempio l’ho considerato un criterio direttivo per l’azione. Credo sia facilmente comprensibile il motivo.

Ce ne sono altre?

Ho avuto un rapporto amichevole con Franco Salvi, uomo di ammirevole intelligenza, forse intransigente a tal punto da apparire duro e scostante.

Se penso all’oggi, ci sono sette o otto parlamentari con i quali mi sento per gli auguri nelle circostanze più disparate. Tra noi vige una rapporto di amicizia e conoscenza tale da scavalcare qualsiasi fraintendimento. Non parliamo mai di politica in senso stretto, ma scambiandoci le impressioni su questo o quell’argomento ci troviamo subito d’accordo.

Nessuno di loro è una bussola – questo è il paradosso – ma insieme sono l’orizzonte al quale rivolgo volentieri lo sguardo. Se a uno di loro chiedi ad esempio come va a Napoli, te lo dice con semplicità e precisione, sicché puoi capire in poche battute l’essenziale.

Poi i ricordi sono fatti anche di ambientazioni, ovvero di contesti che spiegano la politica, ne illuminano il valore paradigmatico, incarnando qualcosa di attrattivo ed esemplare. Le “bianche” Brescia e Bergamo, come pure le “rosse” Modena e Reggio Emilia erano città che raccontavano la vivacità e la forza della politica. In entrambe operava una DC attenta e moderna. Qui trovavi il partito capace di governare bene o di fare bene l’opposizione, il modello di partito da mettere su un piedistallo, quello che la DC doveva essere ovunque. Perché invece dominavano o sembravano dominare, in troppe situazioni locali, logiche e costumi deprecabili? Il gioco delle tessere, le collusioni con realtà moralmente opache, casi di corruzione inaccettabili: ecco, dovevamo fronteggiare nostro malgrado le accuse che derivavano dalla diffusione di tali fenomeni.

Facciamo attenzione, i luoghi dell’eccellenza, se vogliamo chiamarli così, non erano politicamente amorfi, anzi. La democrazia locale era intessuta di lotte e competizioni, ma prevaleva una regola di amore per la comunità. Certo, dentro queste esperienze fai presto a individuare una tipologia di impegno politico.

Recentemente, sulla DC di Bergamo mi ha raccontato molto bene Gilberto Bonalumi.

Devo dire che Bonalumi è una persona che tutti noi abbiamo sottovalutato. Conosce la situazione concreta dell’America Latina, avendo tessuto rapporti di amicizia con i democratici cristiani di quel continente. Credo che nessun altro nella DC abbia avuto la stessa ampiezza e consistenza di conoscenze e relazioni. Sapeva tutto di ogni nazione. Ti diceva il nome di questo o quel dirigente, e all’occorrenza sapeva come rintracciarlo. Il suo lavoro è stato straordinario, frutto di un apprendistato politico di alto livello che una città come Bergamo, con un partito robusto e qualificato, poteva evidentemente garantire.

Non abbiamo parlato della dialettica tra le due sinistre democristiane.

Nel rapporto tra Forze Nuove e Base, ovvero tra la corrente sociale e quella politica, c’è sempre stato un “odi et amo” nel dare compimento a una politica autenticamente popolare. Io sono cresciuto nella corrente di Forze Nuove. Con Luigi Granelli e Giovanni Galloni, esponenti della Base, andavo molto d’accordo. Erano quelli che incontravo più frequentemente. Abbiamo dato vita insieme a una quantità di iniziative editoriali. Sia i periodici della Base che quelli di Forze Nuove rappresentavano la sede di un intenso dibattito politico. Donat-Cattin era straordinario, aveva l’animo del giornalista e questa sua inclinazione esaltava le sue doti di leadership. “Settegiorni”, un settimanale a larga diffusione, fu voluto e sostenuto da lui. Poi venne “Il Domani d’Italia” di Pratesi e Galloni, “Il Confronto” come strumento della cosiddetta Area Zac, quando le due sinistre si mescolarono e presero a concepirsi alla stregua di una sola corrente. Finché, ricorderai, alla fine Donat-Cattin ruppe con la politica del confronto e lanciò, nel congresso del 1980, il Preambolo. A me toccò assumere allora la rappresentanza di quella parte della corrente – scegliemmo la denominazione di Nuove Forze – che non intendeva disperdere o peggio rinnegare il carattere unitario della stagione zaccagniniana.

Sta di fatto che la storia della DC passa ampiamente per le pagine delle riviste delle sue correnti di sinistra. Noi ci tenevamo a precisare che eravamo sinistra della DC, non sinistra nella DC. Una distinzione importante, giacché significava che l’essere di sinistra andava a qualificare organicamente la battaglia per una DC più consapevole della sua natura popolare e democratica. La sinistra interna si connotava come avamposto di un partito socialmente aperto, con un programma avanzato, non come un gruppuscolo alieno che operava transitoriamente nell’involucro democristiano, ma in vista di una dissoluzione apportatrice di novità nella sinistra italiana nel suo complesso.

Le correnti non erano di per sé un male, vero?

Le correnti, anche quelle moderate, sono state nei momenti migliori un fattore di ricchezza ideale. De Gasperi, sempre lui, usava dire: “Sono correnti dello stesso bar”. Tuttavia, se ci abbandonassimo all’astrazione, non capiremmo la complessità della DC. Le idee contano, ma alla fine conta di più la realtà; conta come vivi la politica dentro l’esperienza reale, nel contesto del tuo territorio, dentro la tua comunità. I problemi contano più della tua idea e dunque la tua idea, per affermarsi, deve farsi carico di quei problemi.

Bisogna ascoltare, ci suggeriva Moro. Ognuno ti aiuta a collocare nel modo più utile le idee che maturano in un determinato frangente.

La grandezza di Moro, oltre che sul pacchetto Alto Adige, l’ho vista nella legge sulla ricostruzione del Friuli, con Zamberletti commissario straordinario.

Moro ebbe chiaro l’obiettivo di dotare gli amici friuliani di strumenti eccezionali per rimettere in piedi la regione devastata dal sisma. La scelta di Zamberletti a capo di quella che diventerà la Protezione civile fu una intuizione efficace. Evidentemente Moro apprezzava le qualità di Zamberletti. Quando eravamo nel Movimento giovanile, per due stagioni lui ed io siamo stati nello stesso alberghetto, dormivamo nella stessa stanza. Tutti lo riconoscevano capace di “mettere a terra”, secondo il lessico dei nostri giorni, le competenze derivanti da una coscienziosa militanza politica. Non ci siamo più ritrovati sulla stessa lunghezza d’onda quando prese parte a “Europa 70”, anche insieme a Bartolo Ciccardini, un movimento (e una rivista) che privilegiava la consonanza con i temi gollisti, in pratica sostenendo l’introduzione del presidenzialismo e la costruzione di una democrazia più ordinata sulla nettezza della dialettica tra maggioranza e opposizione, quindi tendenzialmente bipolarista.

Altri la pensavano come lui. O sbaglio?

Una componente a tendenza presidenzialista c’è sempre stata nella DC, anche tra noi della sinistra. Non ho mai condiviso questo tipo di proposta, scontando per questo un certo grado di solitudine nel partito. Penso però, a distanza di molto tempo, che avevo ragione. Anche quando alcuni settori del mondo cattolico (Azione Cattolica, Fuci, Acli, ecc…) puntavano a inizio degli anni ‘80 a cambiare ordinamento istituzionale per ottenere con un presidenzialismo più o meno adattato al caso italiano un di più di efficienza, mi sono dichiarato nettamente contrario. Ho ancora riscontri precisi di quegli incontri che ruotavano attorno alla trasformazione in senso presidenzialistico della nostra Costituzione. Sul punto ero in disaccordo con il prof. Pietro Scoppola, come pure lo fui sul passaggio da lui teorizzato dal PPI all’Ulivo, poi alla Margherita e infine al PD.

Cosa è accaduto con la fine della DC? La nascita della Margherita in fondo resta un mistero.

Dovevano convincermi, ma… non ci sono riusciti. Ecco, non ho aderito alla Margherita, né successivamente al PD, malgrado la vicinanza con amici carissimi per i quali nutrivo stima sincera. Ciò non toglie che il mio voto sia andato a queste formazioni politiche, non solo per questioni di amicizia. Pur vedendo oggi i limiti del PD, mi domando: posso votare per altri? Mi guardo intorno e non trovo nulla – nulla di adeguato e convincente – quindi mi oriento nella direzione più omogenea con la mia storia e la mia sensibilità politica.

La sensibilità di un moroteo irriducibile agli stereotipi di un moroteismo di comodo…

Quando il figlio di Moro, Giovanni, insieme a Giancarlo Quaranta mise in piedi l’associazione Febbraio 74, che poi si trasformò in Movimento Federativo Democratico, più vicino al PCI che non alla DC, fui invitato a un loro convegno. O meglio, fu Aldo Moro a chiamarmi e a dirmi di partecipare: “Perché non ci vai tu, i giovani li conosci meglio di me”. Questo per ricordare che intrattenevo con Moro un rapporto molto prossimo alla confidenza. Ero tra i pochi a dargli del tu, come facevo d’altronde con Fanfani. In famiglia, nei difficili anni ‘70, i figli sono stati per alcuni – pensa al dramma vissuto da Donat-Cattin – un motivo di apprensione e sofferenza. Il conflitto generazionale attraversava le vicende di partito e Moro ne aveva una conoscenza diretta.

Perché attiro l’attenzione su questi aspetti? Perché sovente mi devo misurare con una immagine di Moro che non corrisponde alla realtà più vera del suo vissuto privato, con tutti i riflessi possibili sulla vita pubblica. Non amo gli stereotipi, come tu esattamente rilevi, perciò non amo lo schiacciamento della figura d Moro sulla prospettiva totalizzante del compromesso storico, quasi a stabilire per lui una funzione di accondiscendenza alla strategia del PCI di Berlinguer.

Moro merita più rispetto.

Chi ricorda con più affetto del movimento giovanile degli anni ‘50?

Ho sempre avuto un rapporto personale piuttosto cordiale con Gianni Baget Bozzo. All’inizio lo consideravo un riferimento ancora più autorevole di Dossetti. Poi ho capito che non era così, che lui e Dossetti avevano talora punti di vista discordanti. Andando avanti, mi sono sentito più vicino a Dossetti.

Comunque Baget Bozzo incuteva ammirazione per il suo indubbio talento. Ha scritto diversi libri, a tre di questi sono sono stato coinvolto negli incontri di presentazione. Aveva un nutrito pubblico di estimatori. Quando ho criticato qualcosa dei suoi scritti, mi sono arrivate lettere persino violente da parte dei suoi fedelissimi. L’accusa era sempre la stessa, non ero all’altezza di comprendere il suo pensiero. Invece ritengo di essere un buon conoscitore della “filosofia” che sorreggeva la sua visione politica.

Venne anche alle prime Feste dell’Amicizia. Sentiva attrazione per la DC, ma avrebbe voluto comandarla lui. Poi divenne parlamentare europeo del Partito socialista e in quella veste ha difeso Berlusconi nella sua richiesta di adesione al PPE. Castagnetti ed io eravamo contrari, essendo quanto mai evidente che il fondatore di Forza Italia non aveva nulla a che fare con la cultura democratico cristiana.

La discussione fu lunga e non sempre pacifica. “Ma vi rendete conto – dicevo ai colleghi Popolari europei – che la domanda di adesione è caldeggiata da un membro del PSE? Dunque, un socialista ha la pretesa di sollecitare i democristiani a spalancare le porte a Berlusconi!”. Non se ne erano accorti.

Eravamo in contrasto, ma l’ho sempre rispettato. Cercava di conciliare una visione teocratica, ben accolta dal card. Siri, suo superiore a Genova, con quella che era l’ambizione politica. È andato dall’estrema destra all’estrema sinistra senza provare imbarazzo, come se le contraddizioni insiste in questa radicale oscillazione non lo riguardassero. Se operava una svolta, pretendeva di giustificarla in nome della sua credibilità personale.

Anch’io ebbi modo, grazie a Malfatti, di inquadrare bene il personaggio. A proposito, di Malfatti cosa possiamo dire?

Franco è stato il primo del Movimento giovanile a diventare parlamentare e Ministro. Quando si candidò la prima volta, Riccardo Misasi gli disse beffardamente: “Non puoi fare solo tu il Ministro, bisogna essere in due o in tre”. Allora Malfatti, uomo pronto alla battuta ma anche un po’ cinico, rispose: “Pensa che tristezza, per me, essere da solo in Parlamento”. La sua ironia era tagliente. Se mi chiedi un giudizio, ti direi che è stato uno dei migliori Delegati nazionali del Movimento giovanile.

Lo abbiamo fatto questo discorso, il Movimento giovanile è stato un serbatoio di quadri politici. Molti li ho persi di vista, chissà se hanno continuato tutti a fare politica.

Beh… no, in tanti sono tornati alla professione. Chissà quali altri percorsi hanno intrapreso. Come fare ad avere un pensiero per tutti? Eravamo un esercito, siamo entrati in massa in Parlamento. Nel 1968 c’è stato un ricambio forte nella DC, in chiave strettamente elettorale, perché dalle esperienze giovanili, specialmente nelle Università, il passo verso il partito fu breve. Su 265 eletti alla Camera, in quell’anno le matricole furono 79: un elenco lungo per un grande ringiovanimento di classe dirigente. Adesso ci tocca coltivare in solitudine questa raccolta di testimonianze di cui la politica odierna, in qualche modo, dovrebbe riuscire a conservare una traccia viva. Ne trarrebbe vantaggio, ne sono sicuro.

CONCLUSIONE

Qui finisce la nostra lunga conservazione. E un po’ come Bodrato anch’io mi rimetto a fare politica da solo, al computer, con i pensieri rivolti al passato, a quel convegno del Sestriere del 31 agosto 1957 con Malfatti, Donat-Cattin e Rumor sui giovani in politica, al saggio di Augusto Del Noce su schemi ideologici e formule politiche o a quello di Riccardo Misasi su una classe politica per il sud (vedi il numero di “Per L’Azione” che riportava le principali relazioni). Poi mentre scrivo mi arriva una lettera di un giovane del liceo Augusto che, appena quindicenne, partecipò a quel convegno del Sestriere!

Fonte: Maurizio Eufemi, Il Domani d’Italia” 

venerdì 1 luglio 2022

Un'intelligenza che poteva tagliare il vetro

«La maggior parte [dei martiri dei primi secoli] non morì tanto per non aver venerato Mercurio, Venere, o qualche altro personaggio leggendario che probabilmente non è mai esistito, oppure Moloc o Priapo che vogliamo sperare non siano mai esistiti. La maggior parte di loro morì per aver rifiutato di venerare una persona realmente esistente; persona che loro erano sì disposti ad obbedire, ma non a venerare. Il martirio più comune si riferisce alla questione dell’incenso offerto al cospetto della statua del divino Augusto, l’immagine sacra dell’imperatore. Non che fosse un demonio da distruggere: era semplicemente un despota che non poteva essere considerato una divinità. Ecco il caso che si avvicina così tanto al problema concreto di Tommaso Moro, e che si avvicina ancor di più alla venerazione che oggi viene data allo Stato».


G.K. Chesterton riflette così sul motivo reale che portò Tommaso Moro al martirio. Il Cancelliere del regno inglese non si oppose nemmeno apertamente al re Enrico VIII, ma quest’ultimo non tollerò nemmeno il suo silenzio, poiché pretendeva un ossequio esplicito.


Chesterton presenta la fede di Moro nel suo equilibrio e denuncia come “settoriale” la fede di chi lo condusse a morte e spiega:


«L’intelligenza di Moro era un diamante che poteva tagliare il vetro, e tagliando cose che sembravano tutte egualmente trasparenti, scopriva esservi alcune meno solide e meno poliedriche. In quanto le eresie di un certo rilievo sembrano veramente molto chiare: come il calvinismo allora e il comunismo oggi. Sembrano persino, a volte, corrispondere a verità, e, talvolta, sono vere, nel senso limitato in cui una verità non è la Verità. Sono, allo stesso tempo, più sottili e più fragili del diamante. In quanto l’eresia non è semplicemente una menzogna, come ricordava lo stesso Tommaso Moro: «Non vi fu mai eretico che disse solo menzogne». L’eresia è quella verità che trascura tutte le altre verità. Un’intelligenza come quella di Moro era piena di luce come una casa fatta di vetrate, ma con vetrate che guardano in tutte le direzioni e da tutti i lati. Possiamo dire che come il gioiello ha molti lati, così quell’uomo aveva molti aspetti, nessuno dei quali era una maschera».


La monarchia medioevale, tanto disprezzata perché faceva riferimento alla Legge divina, in realtà non avrebbe mai preteso un ossequio assoluto, proprio perché si riteneva legata ad una legge che la superava. È, invece, a partire dall’età moderna che il potere richiede un ossequio assoluto:


«Tommaso Moro è morto come un traditore per aver sfidato la monarchia assolutistica, cioè quella monarchia che si considera l’assoluto. Era disposto, e anche convinto, a rispettarla come una realtà relativa, non assoluta. L’eresia che colpiva i suoi tempi si chiamava monarchia per diritto divino. In quella forma è oggi considerata come una superstizione superata, ma sta riapparendo come una nuova forma di superstizione: la dittatura per diritto divino. Ma la maggior parte della gente la considera ancora come una cosa vecchia, e quasi tutti la ritengono molto più antica di quanto in realtà sia. Una delle difficoltà maggiori, oggigiorno, è spiegare alle persone che questa idea non è nata nel medioevo o nell’antichità. La gente sa che i controlli costituzionali nei confronti dei re sono stati incrementati da due secoli, circa, a questa parte; non si rende conto che potevano sussistere anche altri tipi di controlli; e, con il cambiamento di scenario, quei controlli non sono facilmente descrivibili o immaginabili. Ma è certo che per la maggior parte degli uomini medioevali il re governava sub deo et lege; cioè «soggetto a Dio e alla legge», e inoltre inserito in un ambiente che gli imponeva di regnare «soggetto a quelle regole morali proprie di tutte le istituzioni». I re venivano scomunicati, deposti, assassinati, trattati in tutte le maniere concepibili e inconcepibili; ma nessuno riteneva che tutto lo Stato dovesse soccombere con il re, oppure che solo il re avesse l’autorità massima. Lo Stato non aveva un potere così assoluto sugli individui, anche se poteva mandarli al rogo, così come oggi li può mandare talvolta alla scuola elementare. C’era un luogo in cui ci si poteva rifugiare, il quale veniva comunemente considerato sacro. In poche parole, pur con delle modalità che potrebbero apparirci stravaganti e oscure, vi era una possibilità di evasione verso l’alto. C’erano limiti per Cesare, e c’era la libertà con Dio».

giovedì 20 gennaio 2022

Il centuplo di Don Giussani

È un classico della santità la rinuncia agli averi per seguire Gesù, ma che non possiamo dare per scontato, come fosse solo un atto eroico e sublime di alcuni. Come ci ha mostrato il Vangelo odierno, è un atto che è al cuore stesso della esperienza cristiana fin dalle origini, dei primi discepoli, e quindi di ogni discepolo, di tutti noi: «Allora Pietro gli rispose: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,27-29).


Voi sapete meglio di me quanto don Giussani ritornasse spesso su questa pagina evangelica e quanto l’idea del centuplo fosse centrale nella sua percezione dell’essenza del cristianesimo. Il fatto è che la fede nell’incontro con Gesù ha una capacità tale di catalizzare tutta la persona che non ha pari (questo significa la rinuncia agli averi!). Ma il movente, il motivo per il quale vale la pena anche il sacrificio di sé, è una convenienza umana che Gesù ha espresso così semplicemente ed efficacemente parlando di centuplo. Don Giussani lo parafrasava in questo modo: «Io spiegavo ai ragazzi del liceo Berchet: Centuplo quaggiù, capite cosa vuol dire? Che vorrò bene cento volte di più a mia madre, a mio padre, al ragazzo o alla ragazza, agli amici… cento volte di più prenderò gusto allo studio, cento volte di più sarò in grado di sopportare le difficoltà della vita!» (Realtà e giovinezza. La sfida, p. 93). La forma con la quale questa radicalità di sequela si esprime non la decidiamo noi.

dall'omelia dell'arcivescovo di Firenze Card. Betori per l'anniversario della morte del fondatore di CL (17 febbraio 2020)

sabato 8 gennaio 2022

Credo la comunione dei santi

 

Quando perdiamo la presenza visibile siamo aiutati a cercare ancora di più quella invisibile, ma non per questo meno vera, quella che ci fa trovare l’essenza di tutto. Credo la comunione dei santi. È il legame che unisce i discepoli tra loro, comunione che include in essa, misteriosamente, anche i poveri, fratelli più piccoli di Gesù, e i tanti giusti che il Signore prende con sé, anch’essi suoi, benedetti del Padre suo che li pone accanto a sé nella comunione piena, quando saremo una cosa sola, senza confronti, diaframmi, difese, paura. Una cosa sola. Credo la comunione dei santi, dei peccatori perdonati, santi perché amati, “mendicanti di vita” che incontrano “Cristo mendicante del cuore dell’uomo”, come disse don Giussani. Lui ci rende suoi, santi perché ci invita a seguirlo, primo e ultimo “seguimi” della vita cristiana.

La comunione non annulla le differenze; non fa finta che non esistano, con l’ipocrisia che spesso è premessa di giudizi malevoli e opachi, che arrivano a interpretarla come opportunismo, camaleontismo, mentre in realtà è esigente e a volte faticoso sforzo di fedeltà alla propria diversità e al servizio richiesto a tutti per l’unità della Chiesa e l’amore per il prossimo. Solo la comunione permette che le differenze siano motivo di ricchezza, perché siamo uniti e quindi liberi da logiche escludenti, non complementari, da letture obsolete, a volte ideologiche, altre volte mondane.

“Noi vogliamo essere fedeli amici di Cristo perché fedeli seguaci della Chiesa” diceva mons. Negri, che ha amato con tutto se stesso Cristo e la sua ChiesaLa ricchezza e la pluralità sono un dono dello Spirito che impegna, però, direi proporzionalmente al crescere nella comunione. È lo Spirito che ci genera a figli e ci ricorda che siamo santi perché chiamati, “figli amati di Dio; tutti uguali, in questo, e tutti diversi”, scelti da un solo Signore e per questo fratelli e sorelle. “Guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo”, perché lo Spirito conosce il posto di ognuno nel tutto e ci rende “tessere insostituibili del suo mosaico” ha detto Papa Francesco. Credo la comunione dei santi che unisce cielo e terra, pienezza di quella che viviamo con le nostre povere umanità.

La vediamo oggi in questi passi ultimi dell’avventura terrena di mons. Negri, nella grandezza della Chiesa che oggi si raccoglie qui, con tutta la Chiesa di Ferrara e Comacchio, insieme all’amata Chiesa di San Marino e Montefeltro e poi quella delle sue radici, Milano, sempre accompagnato dal popolo con cui aveva camminato nella sequela a Cristo, Gioventù Studentesca e successivamente Comunione e Liberazione. Tutti insieme ringraziamo il Signore del dono che è stato, ricordandoci di farlo non solo nei riconoscimenti postumi, ma esprimendo sempre il valore di ciascuno. Noi, cercatori di senso, di bellezza, di futuro, restiamo ancora nella attesa della manifestazione piena di Dio, di abbandonarci pienamente nel suo volto, quello che oggi don Luigi contempla ed in cui è interamente immerso, avvolto nella luce dell’amore pieno di Dio.

Ci aiuta la Parola di Dio, nelle letture che sono quelle del giorno. Non le abbiamo scelte eppure, come sempre, guidano i nostri passi. Abbiamo conosciuto l’amore di Colui che ha dato la sua vita per noi. Per questo anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli, per non restare soli. A che serve il seme della nostra vita se non cade a terra e dà frutto? Dare la vita: queste parole descrivono tanto la vita instancabile di don Luigi, preoccupato direi quasi al contrario di risparmiare qualcosa o di perdere delle opportunità per farlo. Ha dato tutto se stesso con generosità assoluta, fino alla fine, presenza forte e tenerissima, intransigente e molto attenta alle situazioni personali, senza ecclesiasticismi dai quali si è mantenuto volutamente lontano, senza accomodamenti ma sempre con tanta umanità e travolgente passione.

Non accettava che il Vangelo si riducesse a questione di salotto (di qualsiasi foggia), che restasse fuori dalla vita concreta delle persone perché il cristianesimo non è perfezionamento individuale, né benessere spirituale a poco prezzo, sciapo di amore; non è quello cui lo riducono lo gnosticismo o il pelagianesimo; non è nemmeno conservazione di epoche passate, tanto meno modernizzazione perché non è mai vecchio, e non è neppure adattamento alla mentalità del mondo che facilmente finisce in compromesso o abdicazione: il cristianesimo è “vieni e vedi”, oggi, è  vivere la centralità e la sequela a Cristo, che entra nella nostra povera storia e la rende grande perché amata. Quella che lui aveva incontrato nei banchi di scuola, ascoltando quel professore differente che era don Luigi Giussani.

C’era un brano della Redemptor hominis di Giovanni Paolo II che don Luigi riteneva cruciale: «L’uomo che vuol comprendere sé stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto sé stesso, deve “appropriarsi” ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare sé stesso. In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore ed alla dignità dell’uomo si chiama Vangelo, cioè la Buona Novella. Si chiama anche Cristianesimo. Questo stupore giustifica la missione della Chiesa nel mondo, anche, e forse di più ancora, “nel mondo contemporaneo”».

Sì, questa è proprio la cifra di tutta la sua vita. Infatti “Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”, perché sperimentiamo che Dio è più grande del nostro cuore. Natanaele risponde ruvido, diretto, con una risposta quasi sarcastica: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?”. Gesù, che è tanto più grande del nostro cuore e ci insegna ad allargarlo perché non sia misero, di Natanaèle dice: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Credo che tutti possiamo dirlo di don Luigi, anche col suo stupore sempre dell’inizio, quando si arrende ad un amore tanto profondo e vero e accoglie quel maestro: “Come mi conosci?”. Non ha mai smesso di stupirsi e di volere conoscere “le cose più grandi di queste!”. Sono certo le tante “cose” del cielo e della terra che ha visto, con entusiasmo e che comunicava con forza, con tanta partecipazione sincera e sempre personale.

L’amore è ripagato solo dalla gloria di Dio perché questa è pienezza, Epifania e comunione senza fine di Dio e con Dio. Oggi è nel Natale del cielo di Dio, frutto del Natale sulla terra. Il suo cuore era affidato a Cristo, sempre preso da quell’incontro: riconoscere Cristo destino dell’uomo. Era da questa presenza, possente, da cui scaturiva la sua trasparente irruenza, che certo il ministero episcopale e il venir meno delle forze fisiche negli ultimi tempi non sono stati capaci di contenere, smorzare. Questa era anche la causa del suo impegno culturale, a tutto campo perché con San Giovanni Paolo II amava ripetere che “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Certo, i suoi giudizi culturali, ecclesiali e politici potevano non essere sempre condivisi da tutti, ma lunico suo interesse era portare a Cristo.

Viveva con un cuore di fanciullo che non si arrendeva alla realtà, ma provava a cambiarla, con sorriso e ironia graffiante, con il gusto libero della provocazione, consapevole delle sue crociate, dei suoi combattimenti, dei propri oltranzismi, generoso anche negli errori, sempre contrario alla tentazione intellettualistica e spiritualistica, perché il Vangelo è fatto ed esperienza. Mi raccontavano alcuni dei fratelli che lo hanno accompagnato con tanta tenerezza in questi ultimi mesi difficili (li ringrazio per la festa degli ottanta anni, l’ultima da questa parte della riva del mare ma che la riassumeva tanto e anticipava l’altra) che in queste settimane invitava spesso a recitare l’invocazione dell’attesa, di quella attesa che è in realtà sempre la vita degli uomini: “Maranatha, Vieni Signore Gesù”.

Caro don Luigi, adesso vedi faccia a faccia il volto di Cristo che hai desiderato. Sei tu a quell’ultimo ponte, “con il tempo alle spalle e la vita di fronte”. Oggi “una mano più grande ti solleverà. Abbandonati a quella. Non temere perché c’è Qualcuno con te”. Maranatha, vieni Signore Gesù. Luigi, vai e vedi! I tuoi occhi si aprano alla luce. Prega per noi, per la Chiesa, perché sia forte nella comunione, diventi incontro per tanti che cercano Gesù, che desiderano l’amore che supera ogni misura perché l’amore stesso è misura senza fine. Prega per noi. Maranatha.

Ferrara, basilica di San Francesco
Funerale di Mons, Luigi Negri
05/01/2022

                                                                  Cardinale Matteo Maria Zuppi

domenica 13 giugno 2021

Un cattolico liberale

Sassari, 24/09/2020

Rivolgo un saluto molto cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco e, attraverso di lui, a tutti i suoi concittadini.

Al Magnifico Rettore un saluto e un ringraziamento per l’accoglienza, pregandolo di trasmettere al Corpo docente, agli studenti e al personale tecnico-amministrativo il saluto e gli auguri che non mi è stato possibile recare direttamente in occasione dell’apertura dell’Anno accademico.

Ricordare Francesco Cossiga nell’Università che lo vide studente e poi brillantissimo e apprezzato docente è un omaggio alle sue radici, umane e intellettuali, e allo spessore con cui si è reso protagonista della vita politica e istituzionale del nostro Paese nell’arco di mezzo secolo.

Al tempo stesso è un tributo a questo Ateneo – che vive il suo quinto secolo, e lo vive bene, verso il futuro - il solo tra gli atenei d’Italia ad aver avuto nel proprio corpo docente due presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga e Antonio Segni, che è stato - come abbiamo ascoltato e come sapevamo – Magnifico Rettore di questo Ateneo.

Desidero ricordare anche che questa Università ha avuto tra i suoi docenti tre Presidenti della Corte Costituzionale e un Premio Nobel.

Il legame tra Cossiga, Sassari e la Sardegna è sempre stato forte e profondo, andando ben oltre la pur rilevante dimensione familiare e affettiva.

Del rilievo di queste origini il presidente Cossiga ha sempre parlato come di un insieme di valori etici e culturali, del retaggio di una comunità capace di tenere insieme ruvidità nel linguaggio e pudore nei sentimenti, contrasto nelle idee e amicizia tra le persone.

La famiglia, inserita in una ampia e feconda rete di relazioni nella società sassarese, è stata per lui anche la palestra dove ha potuto coltivare, sin da giovane, la passione politica. Palestra nella quale si è allenato al pluralismo, al confronto, alla laicità delle scelte e dove, ha poi sottolineato lo stesso presidente Cossiga, “l’antifascismo era un fatto discriminante non solo dal punto di visto politico ma morale”.

È in questo ambiente che ha sviluppato quella “sensibilità per l’unità delle forze democratiche”, che nel tempo si è affermata come tratto qualificante del suo impegno politico.

Francesco Cossiga si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1945, quando aveva appena 16 anni.

Volle notare, nel suo discorso di insediamento come Capo dello Stato, di essere il primo Presidente a non appartenere “alla generazione di coloro che meritatamente si possono definire padri della Patria, cioè a quegli uomini che hanno lottato per la libertà, per l’indipendenza e per la democrazia dell’Italia e che hanno contribuito in questo segno alla nascita della Costituzione repubblicana”.

Fu nel crogiuolo di idealità e speranze del dopoguerra, alimentate dalla libertà appena riconquistata e dalla responsabilità che si avvertiva nei confronti della rinata democrazia, che Cossiga formò il suo pensiero e cominciò a prendere parte al confronto pubblico.

Agli studi di diritto si affiancarono, già in età giovanile, le letture di Jacques Maritain e Antonio Rosmini, di Tommaso Moro e Gabriel-Honoré Marcel. Sentiva di voler misurare la sua fede cristiana nella costruzione di una società libera, democratica e pluralista e la Fuci fu anche per lui, come per altri prestigiosi dirigenti della Dc, una scuola di umanesimo, in cui il sapere teologico – da Sant’Agostino a San Tommaso – veniva portato al confronto con la modernità incalzante di una società che usciva dalla guerra e desiderava dare solidità a un percorso di sviluppo civile.

Al principio di laicità dello Stato Cossiga è rimasto sempre fedele. Nel suo dichiararsi “cattolico liberale” c’era un ossequio, un rispetto per la casa comune e per la sovranità delle istituzioni della Repubblica, che non concedeva spazio a tentazioni confessionali o integralismi di sorta.

Convincimenti che approfondiva volentieri anche attraverso gli amati classici del diritto e della filosofia anglosassone, ragioni non secondarie della sua capacità di dialogo, nel partito in cui militava e con personalità di partiti avversari.

Laureatosi giovanissimo in giurisprudenza, mentre cominciava a inoltrarsi nell’impegno politico a partire dalla realtà cittadina, Francesco Cossiga intraprese la carriera accademica come docente di diritto costituzionale, avendo come maestro Giuseppe Guarino.

Grande attenzione manifestò, nel suo primo lavoro pubblicato nel 1950, al tema dell’autonomia regionale e alla pari dignità di ogni assemblea legislativa, fosse essa il Parlamento nazionale o i Consigli regionali.

È stato osservato come, già in questi scritti, emergesse in Cossiga un’idea di Costituzione fondata su presupposti di valore che ne orientavano l’attuazione e l’interpretazione.

In un saggio del 1951, dedicato al diritto di petizione, il professor Cossiga sottolineava la necessità del contributo della partecipazione attiva dei cittadini alla costante rigenerazione democratica, necessaria per consolidare i principi della Carta: “La caratteristica peculiare degli ordinamenti democratici – scriveva infatti Cossiga – prima e più ancora che da una organizzazione formale degli organi costituzionali, è data da una effettiva partecipazione della base popolare alla vita dello Stato”.

Una tensione che dal giovane studioso si è poi trasmessa nell’azione all’uomo di Stato e di cui troviamo traccia anche nella dichiarata aspirazione, all’atto del suo insediamento alla Presidenza della Repubblica, di essere espressione della gente comune.

Francesco Cossiga bruciò i tempi anche in politica, assumendo dal ’56 la responsabilità della guida provinciale del suo partito, insieme a un gruppo che promosse a Sassari un cambio generazionale e che prese il nome, provocatorio, di “giovani turchi”.

A dire il vero, Cossiga spiegò in seguito come la provocazione fosse in realtà un’ironia e una sfida che il gruppo rivolgeva a se stesso, “una sofisticheria intellettuale un po’ velenosa per ricordare ai giovani congiurati sardi che, tornato al potere, il sultano turco aveva decapitato tutti gli ufficiali ribelli senza pietà”.

Cossiga fu eletto per la prima volta deputato nel 1958, a trent’anni. Idealità e pragmatismo, fedeltà ai principi e attenzione alla concretezza della vita sociale divennero i parametri del suo lavoro parlamentare e della sua militanza politica.

A questa scuola si formava la classe dirigente di governo: nel confronto talvolta aspro sui principi ma sempre orientato a composizioni – sul piano delle norme come su quello dei riflessi sociali - capaci di evitare conflitti laceranti e di sospingere il Paese sulla strada della stabilità e di un maggior benessere.

Dirà Francesco Cossiga il giorno del giuramento come Presidente della Repubblica, citando Elias Canetti: “Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano”. E questa fu la sua chiosa personale: “Sotto le motivazioni ingannevoli di avventurose spedizioni intellettuali in terre remote, spesso si nasconde il tentativo ‘di evitare quanto ci sta dappresso’, l’incapacità di volgerci a quanto vi è di più vicino a noi e di più concreto”.

L’alleanza atlantica e la scelta europea furono pilastri nelle convinzioni di Cossiga e del suo impegno, anche istituzionale. In questo si può cogliere quella saldatura tra ideale e reale, tra progettualità e concretezza, che ha caratterizzato il profilo dell’uomo politico Cossiga come, del resto, le parti più qualificate della sua generazione di governo.

La sua prima esperienza nell’esecutivo cominciò nel 1966, come sottosegretario alla Difesa, e da subito gli vennero affidati incarichi particolarmente delicati.

I problemi aperti dalla vicenda del “Piano Solo” lo videro impegnato nella promozione di un rinnovamento della struttura stessa dei Servizi di informazione e sicurezza, in coerenza con l’ordinamento democratico del Paese.

Del processo di riforma dei Servizi, sollecitato anche dal Parlamento, Cossiga fu indubbiamente tra i maggiori artefici.

Esperienze e competenze che rafforzarono in Cossiga la convinzione che le questioni di sicurezza nazionale non fossero di ordine puramente interno, bensì anche temi cruciali dell’azione di governo e della sua politica estera.

L’atlantismo di Cossiga restò un punto fermo, anche nel suo tenace europeismo.

La convergenza sulla politica estera tra i partiti costruttori della Costituzione era ancora di là da venire negli anni Settanta, eppure Cossiga continuò a esprimere una propensione al confronto sia verso i partiti laici e socialisti, alleati della Dc, sia rispetto all’oppositore Partito comunista.

Nel 1976, il suo dialogo, da Ministro dell’Interno, con il gruppo dirigente del Pci divenne uno degli snodi più importanti della collaborazione nella maggioranza di solidarietà nazionale.

Una relazione che, pur tra robuste differenze che persistevano, favorì in misura significativa quell’unità di popolo, indubbiamente decisiva per la vittoria sul terrorismo.

Cossiga assolse al suo mandato al Viminale in un clima di violenza che aveva superato il livello di guardia.

La minaccia brigatista puntava a condizionare, a impedire, il regolare svolgimento dei processi ai terroristi. L’aggressione colpiva magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giovani, giornalisti, dirigenti.

Cossiga fronteggiò l’attacco alla Repubblica e difese le istituzioni democratiche con il consenso del Parlamento, nel rispetto dello Stato di diritto e cercando di preservare, come bene indispensabile, l’unità delle forze democratiche nella lotta al terrore e all’eversione.

Il ricorso a norme e a strumenti nuovi restò sempre iscritto nel solco della difesa dei valori e dell’ordine costituzionale. E il contrasto alle vulgate insurrezionaliste, così come alla inaccettabile predicazione equidistante di fautori del “né con lo Stato, né con le Br”, fu da parte di Cossiga sempre netto e scevro da ipocrisie e opportunismi.

Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, con la strage degli uomini di scorta, fu un colpo tremendo e uno spartiacque nella sua vita. Come fu uno spartiacque nella storia della Repubblica.

Il Ministro Cossiga si adoperò per la liberazione di Moro, suo amico e punto di riferimento politico, ma gli sforzi non giunsero al risultato sperato e la sofferenza fu acuita da quel susseguirsi di lettere di cui ebbe a riconoscere tratti di autenticità.

Al momento del ritrovamento del corpo dello statista assassinato dette esecuzione al suo proposito di dimissioni, “assumendosi la piena responsabilità politica dell’operato del dicastero”.

Tenne comunque a precisare: “Sono in coscienza convinto di non essermi fatto guidare nella mia azione di governo da nient’altro che non fosse l’interesse dello Stato ed il bene della comunità civile”.

Cossiga restò lontano da ogni incarico pubblico per poco più di un anno. Fu richiamato dal Presidente Pertini, come Presidente del Consiglio, per risolvere la difficile crisi di inizio legislatura nel 1979.

Anche quella fu una stagione di profondi cambiamenti geopolitici: l’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran fece seguito alla rivoluzione iraniana; l’Urss decise l’invasione dell’Afghanistan; in ambito internazionale si aprì un ciclo neo-liberale che avrebbe dispiegato i suoi effetti nel processo di globalizzazione.

Il governo Cossiga, che - dopo la chiusura dell’esperienza della solidarietà nazionale - si muoveva verso una ricomposizione dell’alleanza tra la Dc, il Psi e i partiti laici, si trovò di fronte a una scelta rilevante, conseguente alla rinnovata competizione Est-Ovest sugli armamenti.

La decisione sovietica di procedere alla installazione di nuovi missili a corto raggio in Cecoslovacchia e Germania dell’Est aveva suscitato forti preoccupazioni in alcuni governi occidentali, per la possibilità del divampare di un conflitto con armi nucleari limitato al teatro europeo, creando così un potenziale sganciamento in ambito Nato tra difesa statunitense e difesa degli alleati europei. Una preoccupazione particolarmente avvertita dai governi di Paesi come la Repubblica Federale Tedesca e quelli del Benelux che si sentivano più direttamente minacciati.

In sede di Alleanza Atlantica si decise per una risposta collegiale di cui l’Italia si rese co-protagonista, decidendo di ospitare - nella base di Comiso - unitamente alla Germania Federale, al Belgio e ai Paesi Bassi, i missili Cruise, mentre i Pershing2 furono destinati in Gran Bretagna.

Un atto di volontà che contribuì, unitamente all’impegno italiano nell’ambito della missione Onu in Libano, a profilare l’Italia repubblicana come capace di assumere responsabilità geostrategiche di rilievo.

Una scelta, quella del governo guidato da Francesco Cossiga che consolidò, fra l’altro, l’amicizia con il cancelliere Helmut Schmidt e il rapporto italo-tedesco, e ribadì il valore strategico di scelte comuni di deterrenza in ambito europeo.

La questione tedesca fu sempre presente al leader sardo che si spese in favore della riunificazione delle due Germanie e questo gli venne riconosciuto nella solenne occasione della cerimonia ufficiale per la riunificazione tedesca, il 3 ottobre 1990: il Presidente della Repubblica italiana fu, infatti, il Capo di Stato straniero invitato nell’occasione.

Nel 1983 Francesco Cossiga che, con il suo secondo governo, aveva ripreso il dialogo con il Partito Socialista, venne eletto Presidente del Senato con una larghissima maggioranza.

Alla guida di Palazzo Madama, Cossiga si fece apprezzare per solidità e imparzialità.

Questa fu premessa all’elezione a Presidente della Repubblica, il 24 giugno 1985, che avvenne al primo scrutinio – cui posso ricordare di aver personalmente partecipato - con il consenso di oltre tre quarti dei grandi elettori, espressione di volontà unitaria nel sostenere la Presidenza della Repubblica come presidio di coesione del Paese attorno ai valori della Costituzione.

Alla metà degli anni Ottanta, pur con un ciclo economico espansivo, si affacciavano interrogativi sulla modernità del sistema politico e istituzionale, con tensioni crescenti nel rapporto con la società civile.

Il Presidente Cossiga visse dal Quirinale una stagione di intensi fermenti e di grandi mutamenti, che interessarono la valenza stessa della politica, la fiducia nelle istituzioni, le funzioni della rappresentanza, i limiti del potere.

La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, simboleggiò la modifica degli equilibri dell’Europa e del mondo, chiudendo il lungo dopoguerra e aprendo la porta alla società globale.

Cossiga colse con acuta sensibilità che caduta del Muro e fine della potenza sovietica avrebbero avuto conseguenze anche sulla vita politica del nostro Paese, mettendo in discussione non solo i vecchi equilibri ma anche le rendite di posizione di chi supponeva di riceverne vantaggio in quanto estraneo all’ideologia sconfitta.

La fine dell’equilibrio di Yalta, a giudizio del Presidente, non poteva non riflettersi sul sistema politico italiano.

Secondo la testimonianza di uno dei suoi più stretti collaboratori - Ludovico Ortona - Cossiga non gradiva il ruolo di Presidente notaio ma, ancor meno, aspirava a quello di Presidente “imperatore”.

Si riassume in questo la ricerca e la evoluzione dei rilievi che, dapprima in modo assolutamente misurato e, via via, in modo più vivace, rivolse sulla questione che animava anche il dibattito tra le forze politiche: quella di una stagione di riforme istituzionali.

Il Presidente partiva dalla considerazione che nuocesse al Paese una visione che giudicasse le istituzioni esistenti fragili perché in attesa di riforma, richiamando al rispetto di una indeclinabile finalità: “Le riforme istituzionali - disse nel tradizionale messaggio di fine anno nel 1987 - devono condurre all’obiettivo essenziale di promuovere la crescita della democrazia”.

Un obiettivo che faceva tutt’uno con la “nuova ed esaltante primavera della Repubblica”, da lui auspicata, con quelle parole, in occasione del discorso di insediamento quale Capo dello Stato.

Resta come atto impegnativo il suo messaggio alle Camere sulle riforme costituzionali, che reca la data del 26 giugno 1991.

Ne inviò altri otto, se contiamo il saluto al Parlamento all’atto delle sue dimissioni, annunciate il 25 aprile 1992, per ovviare a quello che, giornalisticamente, venne definito “l’ingorgo istituzionale” per la contestualità dell’insediamento delle Camere dopo le elezioni, della formazione del nuovo governo e, appunto, della vicina elezione del suo successore.

Uno strumento, quello del messaggio ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, utilizzato in precedenza una volta dal Presidente Segni nel 1963 e una dal Presidente Leone nel 1975.

Le proposte che il Presidente Cossiga formulò sono un capitolo del lungo percorso di transizione che la nostra Repubblica ha compiuto tra rallentamenti e accelerazioni. Cossiga suggerì, prima delle trasformazioni che hanno riguardato la stessa identità dei partiti storici, una stagione costituente, con ampie riforme della seconda parte della Carta, riaffermando il vincolo morale e civile tra gli italiani e i principi della Costituzione.

Il Presidente Cossiga esercitò le prerogative costituzionali con le qualità che derivavano dalla sua lunga esperienza, e anche con la puntualità di uno studioso del diritto.

Ribadì, con lettera al Presidente del Consiglio incaricato Andreotti, i poteri che la Costituzione conferisce al Capo dello Stato nella nomina dei ministri e descrisse il vaglio presidenziale come non comprimibile.

Diverse leggi furono rinviate dal Presidente Cossiga e le motivazioni addotte nei relativi messaggi di rinvio alle Camere hanno riguardato diversi profili, suscitando anche vivaci dibattiti tra gli studiosi.

Inaugurò la prassi dei rinvii di leggi di conversione di decreti, trovandosi a operare, del resto, in un contesto in cui, prima della nota sentenza della Consulta contro la prassi di reiterare i decreti legge, la decretazione d’urgenza aveva assunto caratteri abnormi, tali da stravolgere i rapporti tra Governo e Parlamento.

Agli storici del diritto e ai costituzionalisti ha offerto molti spunti e molti materiali per gli studi e per fornire alla vita delle istituzioni quel supporto di teoria e di cultura che è necessario per la sua qualità.

La sua testimonianza civile e politica ha contribuito al patrimonio democratico degli italiani.

Nel discorso di insediamento aveva assunto la gente comune come punto di riferimento per saldare – come disse - passato e futuro, auspicando una nuova solidarietà “per valori non solo personali ma soprattutto comunitari”.

Per avere speranza civile - disse - “c’è bisogno di una giustizia sociale che non sia calata dall’alto ma condivisa e prodotta dai cittadini”. Aggiungendo che “lo sviluppo non si traduce in speranza civile se non si unisce alla capacità di risolvere i due grandi problemi della nostra vita nazionale: la disoccupazione e l’arretratezza delle aree meridionali “.

Parole lungimiranti di un italiano che ha servito il Paese con tutta la forza di cui è stato capace e del quale oggi, a dieci anni dalla scomparsa, onoriamo la memoria.


Sergio Mattarella

 

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