giovedì 25 luglio 2013

Il tentativo di salvataggio

Gli imprenditori ci sono, e anche un altro socio (si parla dell'Unione delle Cooperative) potrebbe fare la sua parte con un investimento importante. Ma sulla strada che può allontanare Banca Marche dalle sabbie mobili incombe ancora il responso di Banca d'Italia, che non ha ancora chiuso le verifiche sui conti e - si teme - di qui alle prossime settimane potrebbe richiedere nuove misure di rafforzamento patrimoniale.
 
A marzo il fabbisogno di risorse fresche risultava pari a circa 200-250 milioni, a metà giugno era salito già a 300 (più altri 100 potenziali entro fine 2014) e pochi giorni dopo a 400, con la decisione della Banca di lanciare improvvisamente un bond da 100 milioni, in collocamento fino al 31 luglio; ora non si escludono nuovi ritocchi.
 
Che, di fatto, metterebbero a rischio l'impalcatura del salvataggio costruita nelle ultime settimane dal vertice del gruppo, dove è appena approdato Rainer Masera, dall'advisor Mediobanca, dalla società civile e dalla politica, con il governatore Gian Mario Spacca in prima fila nella mobilitazione della comunità marchigiana a difesa dell'ultima grande banca rimasta autonoma nel territorio regionale.
 
Il giorno della verità è oggi. Il cda, infatti, dovrà approvare il nuovo piano industriale, un documento che non potrà non tener conto delle richieste di Banca d'Italia così come delle condizioni poste dal cordone di sicurezza che sembra pronto ad attivarsi intorno al gruppo con sede a Jesi.
 
Dopo una lunga serie di incontri, sono diventati circa 300 gli imprenditori che avrebbero manifestato il proprio interesse a investire nella Banca. Nomi noti (dai Merloni ai Guzzini) e meno noti, dai quali - in totale - potrebbe arrivare un contributo di circa 150 milioni: a quanto si apprende, il progetto sarebbe quello di un azionariato diffuso con quote da un milione l'una, in modo da evitare prevalenze; accanto a loro, si sta lavorando sull'ingresso dell'Unione delle Cooperative, che potrebbe a sua volta investire una cifra vicina ai 50 milioni.
 
Se poi, come si spera nella sede della banca, anche Intesa Sanpaolo, socia al 5,8%, dovesse fare la sua parte in occasione dell'aumento, ecco che - con un ulteriore contribuito dei piccoli azionisti - si potrebbe arrivare a coprire il fabbisogno di 400 milioni senza bussare alla porta delle Fondazioni, peraltro già pesantemente esposte, che in questo modo sarebbero "condannate" a perdere il controllo della banca.
Proprio questa sarebbe una delle condizioni poste dagli imprenditori, che punterebbero a una nuova governance e a costituire una presenza stabile nel capitale della banca per lo meno nel medio periodo, in attesa di una successiva e auspicata quotazione in Borsa.

Prima, però, la banca andrà ricapitalizzata e poi risanata. Nel primo caso, l'obiettivo resta quello di mantenere i ratio patrimoniali al di sopra delle soglie necessarie per continuare a beneficiare dei 4 miliardi presi a prestito dalla Bce.
 
Sul fronte del risanamento, invece, quel che conta è il piano industriale atteso per oggi, che a quanto si apprende dovrebbe muoversi lungo tre direttrici. In primo piano, l'alleggerimento della rete degli sportelli: in agenda c'è la vendita del Centro elaborazione dati, della controllata Cassa di Risparmio di Loreto e di altre 50 filiali, per un pacchetto complessivo di 65 unità (che tra l'altro sembra aver destato l'interesse della Popolare di Vicenza).
Altro tema, il deleveraging (vale a dire un possibile ripensamento della politica creditizia della banca, che ultimamente si è molto sbilanciata sull'immobiliare) così come un nuovo piano di prepensionamenti, che potrebbe riguardare 250 addetti.
fonte: Il Sole 24 ore

martedì 23 luglio 2013

5 punti fermi

Manifesto di Alleanza Cattolica — Unioni di fatto e omofobia: cinque punti fermi
Di fronte a proposte di legge che vogliono introdurre anche in Italia un riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, anche omosessuali, e le norme cosiddette anti-omofobia, Alleanza Cattolica ricorda cinque punti fermi, da cui nessun dibattito può prescindere. Alleanza Cattolica, come associazione ecclesiale, si rivolge anzitutto ai cattolici, ma sa che sono in gioco principi e valori generali, che chiunque può riconoscere sulla base della ragione. Solo un fronte ampio di amici della famiglia, credenti e non credenti, potrà ostacolare queste proposte. Alleanza Cattolica non rivendica primogeniture, ma si mette a disposizione di quanti vogliano battersi per la difesa della famiglia, per il momento offrendo la sua disponibilità per incontri e conferenze su questi temi, dal circolo culturale e dalla parrocchia fino a incontri privati tra famiglie.

1. Riconoscere le unioni di fatto, comprese quelle omosessuali, danneggia la famiglia
"La famiglia non può essere umiliata e indebolita da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un vulnus progressivo alla sua specifica identità, e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento" (Cardinale Angelo Bagnasco, Discorso all'Assemblea Generale dei Vescovi italiani, 21 maggio 2013). Lo stesso cardinale Bagnasco ha ricordato che deve considerarsi tuttora vincolante per i cattolici la Nota a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto della Conferenza Episcopale Italiana del 28 marzo 2007, dove si legge: "Riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia". L’obiettivo di risolvere alcuni problemi pratici dei conviventi è "perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare".
A differenza dei diritti individuali dei singoli conviventi, che in Italia non sono il problema, perché – appunto – sono "in larga misura già garantiti dall’ordinamento", le unioni civili introdotte dalle varie proposte di legge presentate in questa legislatura sono precisamente quelle "rappresentazioni similari" alla famiglia che, in quanto umiliano e indeboliscono la famiglia tradizionale, non possono essere in alcun modo accettate.
In particolare, "nel caso in cui si proponga [...] un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale" (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003).

2. Le unioni civili non sono l'alternativa, sono l'apripista per il matrimonio e l'adozione omosessuali
A chi, pure d'accordo in linea teorica con la critica delle proposte di legge, ritiene di dovere proporre le unioni civili come un "male minore" rispetto al "male maggiore" rappresentato dal matrimonio e delle adozioni omosessuali, facciamo osservare che l’esperienza di tanti Stati, a partire dalla Francia e dalla Gran Bretagna, mostra che le leggi sulle unioni civili non sono un’alternativa ma l’apripista alle leggi sul matrimonio e le adozioni omosessuali. Prima si fa passare la legge sulle unioni civili – magari "venduta" agli oppositori come alternativa a quella sul matrimonio e le adozioni – e dopo qualche anno si trasformano le unioni civili in matrimoni, con conseguente possibilità di adozione.

3. Le proposte anti-omofobia mettono in pericolo la libertà di espressione e di religione
L’introduzione del delitto o dell’aggravante della omofobia viene presentata come uno strumento di lotta contro la violenza e le aggressioni. Ma il nostro ordinamento punisce già, senza distinzioni, ogni aggressione all’integrità della persona e alla sua sfera morale, e in più contiene le aggravanti dei "motivi abietti" e del profittare delle condizioni di debolezza della vittima. Tali circostanze, per pacifica e antica giurisprudenza, comprendono le situazioni in cui la condotta è realizzata allo scopo di offendere, a causa dell’orientamento sessuale, la dignità della persona. La previsione di nuovi reati o aggravanti di questo tipo è rischiosa per la libertà dei cittadini, poiché impone uno scandaglio dei moventi intimi, talora inconsci, che stanno alla base delle azioni umane. Da un concetto così esteso deriva uno spazio enorme di intervento penale, che rischia di mettere in pericolo sia la libertà di espressione del pensiero sia la libertà religiosa. Il rischio di procedimenti penali sorgerebbe a fronte di qualsiasi giudizio critico, sul piano scientifico, etico ed educativo, di determinati orientamenti sessuali; o di qualsiasi dottrina religiosa, o espressione educativa, che sostenga la contrarietà al diritto naturale degli orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale. 

4. La legge naturale e il senso comune non valgono solo per i cattolici
A chi afferma che si tratta di principi che valgono per i cattolici, ma non si possono imporre in uno Stato laico ai non cattolici e ai non credenti, rispondiamo che il carattere nocivo di queste leggi si deduce dall'esperienza, dal buon senso e dai principi della legge naturale, da cui la legge positiva non può allontanarsi se vuole essere vera legge, i quali – in quanto riconoscibili dalla ragione – s'impongono a tutti a prescindere dalla fede e dall'appartenenza religiosa, e da tutti chiedono di essere rispettati.

5. Considerare la marcia verso le unioni omosessuali come "irreversibile" significa essere vittime del mito illuminista del progresso
A quei cattolici e a quegli amici della famiglia tentati dallo scoraggiamento e convinti di stare combattendo una battaglia moralmente necessaria ma di retroguardia, di battersi per onore di firma ma senza possibilità di vincere, perché il "senso della storia" è un altro, vogliamo dire che non possiamo accettare il mito illuminista di una storia lineare, pilastro della dittatura del relativismo, il quale presenta la verità come figlia del tempo e certi processi come irreversibili. La storia non ha nessun senso umano predeterminato e necessario, le battaglie le vincono e le perdono gli uomini e le donne, e per il cristiano nessuna vittoria del male è ineluttabile o irreversibile. Chi pensa diversamente è vittima, per dirla con Papa Francesco, di quella "mondanità spirituale" che perde la fiducia in Dio e segue le vie e il consenso del mondo, e di quella disperazione storica che, come non si stanca di spiegarci il Pontefice, viene molto spesso dal diavolo.

Roma, 17 giugno 2013

Festa di San Ranieri di Pisa

526 milioni di perdita

Uno degli imprenditori presenti parla di scena surreale: "Ci voleva Kafka". È accaduto giovedì scorso. Il Governatore delle Marche, Gian Mario Spacca, ha convocato un centinaio di imprenditori, i più importanti della regione, e ha chiesto loro di mettersi una mano sul cuore e una sul portafoglio e di tassarsi per salvare la Banca delle Marche.

Accanto a Spacca c'era il presidente dell'istituto di credito, Rainer Masera, nominato appena il 9 luglio scorso su indicazione (sussurrata) della Banca d'Italia. Masera, una prestigiosa carriera alle spalle, da Bankitalia all'Imi, ministro del Bilancio nel governo Dini (1995), ha fatto coro con Spacca inneggiando alla "marchigianità" della banca. Ma tutti hanno riconosciuto che i conti sono "un disastro". L'ennesima storia di banche scassate e di politici locali che non vogliono perdere la presa.
 
Solo che stavolta la Banca delle Marche è veramente scassatissima. Gli ispettori della Banca d'Italia, che dall'anno scorso stanno aprendo tutti i cassetti nella sede centrale di Jesi (in provincia di Ancona), non si decidono a chiudere la loro ispezione. Qualcuno paventa lo la spettro del commissariamento a breve.
 
I numeri non perdonano. A fine giugno la banca ha emesso un "prestito obbligazionario subordinato Upper Tier II", cioè un prestito a tasso di rischio così elevato che la cedola promessa è del 12,5 per cento. Si tratta di 80 milioni, che vanno trovati entro il 31 luglio per rientrare nei coefficienti patrimoniali minimi fissati dalla vigilanza bancaria. Finora 20 milioni li hanno versati le Fondazioni di Jesi e di Pesaro, che insieme a quella di Macerata controllano il 55 per cento della banca.
 
Fondazioni squattrinatissime, modello Siena, con in più la Macerata in rotta con le altre due, che le hanno respinto la proposta di un'azione di responsabilità contro gli amministratori che hanno ridotto la banca in condizioni pietose. Mancano all'appello 60 milioni, ed è questione di vita o di morte. Se gli imprenditori locali non si tassano Bankitalia prenderà in mano la situazione e Banca delle Marche sarà verosimilmente salvata da qualche gruppo del credito maggiore.
 
Il bilancio 2012 di Banca delle Marche, chiuso con 526 milioni di perdita, illustra perfettamente come si può ridurre una banca quando viene gestita dalle oligarchie politico-economiche del mai troppo lodato territorio. L'anno si è chiuso con 13,9 miliardi di finanziamenti in bonis, cioè senza problemi apparenti, e 4,7 miliardi di crediti deteriorati, come si dice in gergo.

Di questi, 1,3 miliardi sono stati semplicemente cancellati, cioè dati per persi, e sono rimasti 3,4 i miliardi di crediti deteriorati (cioè di difficile recupero), pari al 19,7 per cento degli impieghi. Per farsi un'idea si consideri che il sistema bancario italiano nel suo complesso, che se la passa sempre peggio come potete leggere nell'articolo a pagina 3, ha i crediti deteriorati attorno al 7 per cento degli impieghi.
 
La Banca delle Marche si è distinta perché dopo il 2008, mentre gli altri istituti italiani chiudevano i rubinetti alle società immobiliari, ha deliberatamente ignorato la crisi del mattone innescata negli Stati Uniti, e ha continuato a largheggiare in crediti al settore. Un'inchiesta del settimanale L'Espresso rivelò nel 2011 che "lo scrigno dei soldi facili della Cricca era stato individuato dai magistrati di Firenze e e Perugia nella Banca delle Marche. Balducci, Anemone e la loro corte di amici, soci e familiari godevano di percorsi facilitati per muovere denaro".

La Banca d'Italia scrive da anni lettere di fuoco ai vertici dell'istituto di Jesi, che hanno reagito con girandole di nomine e dimissioni, fino all'arrivo di Masera. In una di queste, rilevando una girandola di assegni per 160 mila euro versati su un conto dell'allora direttore generale Massimo Bianconi, la vigilanza tuonava: "Tali operazioni evidenziano profili di opacità che non appaiono coerenti con la deontologia professionale che deve connotare l'operato dell'alta dirigenza di una banca".
 
Bianconi ha lasciato la Banca un anno fa, con lauta buonuscita, dopo che Bankitalia aveva allungato lo sguardo su un'altra "opaca" operazione immobiliare fatta da Anna Rita Mattia, moglie di Bianconi, con l'immobiliarista Vittorio Casale, poi in dissesto con il suo gruppo Operae e arrestato. Negli anni della direzione generale di Bianconi, dal 2004, la Banca delle Marche aveva abbondantemente finanziato Casale. Ma altri sono i gruppi immobiliari che hanno beneficiato di crediti che oggi mettono nei guai la banca. Tra questi il noto gruppo che fa capo alla famiglia Lanari.
 
Dopo l'uscita di Bianconi è esploso il caso del direttore generale organizzazione, Corrado Faletti, indagato dalla procura di Bergamo per falso e truffa al locale ateneo, nel quale si era candidato per una docenza di economia - dopo aver già insegnato nell'Università marchigiana di Camerino - vantando nel curriculum due lauree, una in biologia e una in fisica dei calcolatori, inesistenti.

Mentre si frantumavano i conti e la reputazione della Banca delle Marche, la politica locale ovviamente non si è accorta di niente, restando intenta come al solito a spartirsi le poltrone nelle Fondazioni e nell'istituto di credito. Seguendo alla perfezione il modello Siena, anche le tre Fondazioni che controllano l'istituto marchigiano non hanno più risorse per salvarlo, ma vogliono ad ogni costo mantenerne il controllo in nome e per conto della politica e delle trasversali alleanze massoniche che guardano a Masera come al possibile salvatore.
 
L'ultima speranza è una cordata di imprenditori vogliosi di investire nella banca: la sta organizzando un avvocato di Recanati Paolo Tanoni, e sembrano interessati Francesco Merloni (crisi Indesit) e Adolfo Guzzini (quello delle lampade). Vedremo a giorni se partono i bonifici da 60 milioni. Solo per cominciare.
 
fonte: Il Fatto Quotidiano

domenica 21 luglio 2013

Un'amicizia mancata

Non sbaglia l’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri a definirlo nella sua effervescente introduzione «uno straordinario testo». È il saggio su Paul Claudel e Charles Péguy, esaminati quasi al microscopio da Henri De Lubac, uno dei padri del Concilio Vaticano II, e Jean Bastaire, giornalista e discepolo del grande gesuita francese. Il primo morirà cardinale nel 1991. Il secondo, classe 1927, approdato al cristianesimo grazie a Péguy, ha consacrato la vita allo studio del poeta di Orléans, caduto in guerra il 5 settembre 1914, primo giorno della battaglia della Marna. Così, allo scoccare dei quarant’anni dell’edizione francese, arriva finalmente la prima traduzione italiana di un saggio tanto penetrante quanto avvincente sulle relazioni, al tempo stesso di stima e di allergia reciproca, tra i due maggiori scrittori cristiani del secolo scorso.
 
Edito dalla fondazione veneziana (Marcianum) voluta dal patriarca e ora arcivescovo di Milano Angelo Scola, il volume fu concepito in vista del centenario della nascita di Péguy e doveva essere una presentazione del carteggio custodito presso il Centro Charles Péguy di Orléans. Quattro lettere di Claudel, una di Péguy e quattro dediche di Péguy a Claudel. «Così verso la fine – annoterà De Lubac – ho avuto l’occasione di salutare due geni che ho abbinato (quasi di nascosto, perché intorno a me nessuno sembrava riconoscerne il valore) fin dall’inizio del mio noviziato nel 1913, in un taccuino che mi ha accompagnato per lungo tempo. La lettura di Claudel mi esaltava e mi esauriva; quella di Péguy, anche nelle sue polemiche più fumose, mi rilassava sempre».

Problemi di salute impediranno a De Lubac di proseguire l’impresa oltre il centinaio di pagine introduttive. Così toccò a Bastaire annodare il filo dell’opera. Il risultato appare così convincente che l’unica domanda che sorge nel lettore è: com’è possibile che un gioiello del genere sia rimasto insabbiato per quasi mezzo secolo? Il peguyano Antonio Socci risponderebbe: «Sono le curie che interessano ai media, non i cristiani (e neanche i santi). Come diceva Péguy, le “curie clericali” e le “curie anticlericali” si trovano sempre accomunate dal loro orizzonte, che infine è un orizzonte politico e di potere. Paradossalmente fra coloro che si possono definire “non clericali” ci sono proprio Joseph Ratzinger e Jorge M. Bergoglio». È talmente giusta questa osservazione che, a fronte dell’irrilevanza culturale dell’editoria cattolica, la sorpresa di questo libro sembra della stessa luminosa natura dell’imprevedibilità di papa Francesco e dell’amicizia tra i due, Bergoglio e Ratzinger.

Cosa dice la Lumen Fidei a proposito dell’amore se non, essenzialmente, che «non esiste amore senza verità»? Sembra l’enciclica fatta apposta per illuminare ciò che ha unito anche Péguy e Claudel, pur nel contrasto di temperamenti così apparentemente opposti. «Mi spiace non averlo conosciuto», scriverà all’indomani della morte dell’autore del trittico dei Misteri il poeta ambasciatore Claudel. «Aveva una cattiva opinione di me. Credeva fossi un franco-massone», aveva sospettato Péguy. «Claudel è un grande artista, ma non è intelligente». E in un certo senso il giudizio sembrava cogliere nel segno se è vero che l’autore dell’Annuncio a Maria una volta confidò a un amico: «Ma in fin dei conti, chi è questo Péguy? E cosa vuole? I suoi figli non sono neppure battezzati ma li affida alla Santa Vergine. Non riesco proprio a capire».

In realtà l’intelligenza di Claudel, che era stato avvicinato alla lettura di Péguy niente meno che dal giovane André Gide, aveva capito una cosa essenziale dell’anarco-socialista e cattolico escluso da tutti i sacramenti: «Definire Péguy un convertito… Sarebbe più giusto affermare che un giorno egli si accorse di essere diventato cristiano. È così che il Cher o l’Indro avvertono impercettibilmente di essere confluiti nella Loira e di avere iniziato a dare impulso ai suoi flutti e al suo corso». Solo Péguy fu più esatto. «È per un approfondimento costante del mio cuore sul medesimo cammino e non è affatto per un’evoluzione né per un ripensamento che ho trovato la strada del cristianesimo». Una volta sola Péguy chiese appuntamento a Claudel. E quell’unica volta Claudel non rispose. «Onoro Péguy ma con distacco. Camminiamo su due binari completamente separati che si incontrano solo idealmente». Era il 1930. L’amministratore dei Cahiers era morto da sedici anni. E dire che lui, l’«istitutore sporco d’inchiostro fino alla punta del naso» come lo chiamava Claudel, ci ha avvertiti: «Dobbiamo guardarci dai parroci. Essi non hanno fede o ne hanno poca. La fede, quando c’è, si può trovare nei laici».

Sconvolgente Péguy che condivideva con Cartesio la ripugnanza per l’inazione e anche per la sola esitazione. «Qualunque cosa è meglio che girare a vuoto. Muoversi, avanzare, arrivare da qualche parte. Arrivare altrove piuttosto che non arrivare… L’errore più grande ancora una volta è errare». Comprensibile che l’ultima parola di Claudel su Péguy sia stata la conferma di una fraternità vera, ma nella radicale diversità. «Siamo ambedue cristiani giunti alla religione in maniera particolare… non per la via abituale. Ma devo riconoscere che non abbiamo scalato dallo stesso lato, eravamo su versanti differenti… avremmo potuto incontrarci soltanto in cima».

Contrasti apparenti, insisterà a spiegare il gesuita Pierre Ganne. «Claudel, che si definiva un “uomo d’ordine”, era profondamente anarchico; Peguy, il “rivoluzionario”, portava in sé quasi l’ossessione dell’“ordine organico” della “città Armoniosa”». Il fatto curioso è che doveva arrivare De Lubac a puntualizzare con dovizia di particolari il controverso quadro culturale e la filologia degli opposti che convivevano nei Cahiers (i grandi della letteratura francese sono passati di lì, ma per decenni il loro editore restò un signor nessuno). E dimostrare che piuttosto che una “rivista” letteraria «i Cahiers non cesseranno mai di essere uno strumento di lotta».

fonte: Tempi

Una storia di equivoci

Se si dà uno sguardo al calendario di domani, 22 luglio, si troverà indicata la memoria di santa Maria Maddalena: anche le Chiese di Oriente, da quelle ortodosse bizantine alle sire fino alle copte di Egitto e di Etiopia, ricordano in questa data una figura evangelica che vorremmo ora presentare sulla scia di un testo da poco apparso e per sfatare un equivoco comune. Nel 1989 Giovanni Testori mi chiese di premettere un profilo biblico a un suo volume dedicato all'iconografia di Maria di Magdala nella storia dell'arte (soggetto in cui sacro ed eros s'intrecciavano secondo una tipologia cara allo scrittore). Scelsi come titolo: «Una santa calunniata e glorificata». Sì, perché ben inchiodato nella mente dei lettori c'è lo stereotipo che classifica questa donna evangelica come una prostituta redenta da Cristo.

La sua è effettivamente una storia di equivoci, che si sono consumati a diversi livelli. La vicenda di questa discepola di Gesù inizia a Magdala (dall'ebraico migdol "torre"), un villaggio di pescatori sul litorale occidentale del lago di Tiberiade, centro commerciale ittico denominato in greco Tarichea, «pesce salato», messo in luce dall'archeologia anche se sprofondato sotto le acque di quel lago. Noi partiremo dalla coda finale di quella vicenda personale. Siamo nell'alba primaverile del primo giorno di Pasqua secondo il Vangelo di Giovanni (20,1-18). Maria è davanti al sepolcro ove poche ore prima era stato deposto il corpo esanime di Gesù. Paradossale è l'equivoco che ha per protagonista la stessa donna che scambia quel Gesù, ritornato a nuova vita e presente davanti a lei, per il custode dell'area cemeteriale gerosolimitana.

Come è potuto accadere questo inganno? La risposta è nella natura stessa dell'evento pasquale che incide nella storia, ma è al tempo stesso un atto soprannaturale, misterioso, trascendente. Per "riconoscere" il Risorto non bastano gli occhi del volto e neppure aver camminato con lui e ascoltato i suoi discorsi sulle piazze palestinesi o cenato con lui. È necessario uno sguardo profondo, un canale di conoscenza superiore. Infatti Maria "riconosce" Gesù solo quando la chiama per nome e gli occhi della sua anima si aprono ed esclama «in ebraico Rabbuní, che significa: Maestro!» (20, 16) e, così, riceve la missione di essere testimone della risurrezione: «Va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Maria di Magdala, allora, andò subito ad annunziare ai discepoli: Ho visto il Signore! e anche ciò che le aveva detto» (20, 17-18).

Ora, Maria di Magdala era entrata in scena per la prima volta nel Vangelo di Luca come una delle donne che assistevano Gesù e i suoi discepoli coi loro beni. In quell'occasione si era aggiunta una precisazione piuttosto forte: «da lei erano usciti sette demoni» (8, 1-3). Proprio su quest'ultima notizia si è consumato l'equivoco radicale che non l'ha mai abbandonata nella storia successiva. Di per sé, questa espressione nel linguaggio biblico poteva indicare un gravissimo (il sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e da cui Gesù l'aveva liberata. Ma la tradizione, ripetuta mille volte nella storia dell'arte e perdurante fino ai nostri giorni, ha fatto di Maria una prostituta. Questo è accaduto solo perché nella pagina evangelica precedente – il capitolo 7 di Luca – si narra la storia della conversione di un'anonima «peccatrice nota in quella città», colei che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. Si era così, senza nessun reale collegamento testuale, identificata Maria di Magdala con quella prostituta senza nome.
 
Ora, questo stesso gesto di venerazione verrà ripetuto nei confronti di Gesù da un'altra Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa occasione (Giovanni 12, 1-8). E, così, si consumerà un ulteriore equivoco per Maria di Magdala: da alcune tradizioni popolari verrà identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea. Ma non era ancora finita la deformazione del volto di questa donna. Alcuni testi apocrifi cristiani, composti in Egitto attorno al III secolo, identificano Maria di Magdala persino con Maria, la madre di Gesù! 

E lentamente la sua trasformazione si era talmente allargata che essa, in quegli scritti non canonici, si mutava in un simbolo, ossia in un'immagine della Sapienza divina che esce dalla bocca di Cristo. È per questo – e non per maliziose allusioni a cui saremmo tentati di credere a una lettura superficiale, allusioni trasformate in cialtronesche "evidenze" storiche dal Codice da Vinci di Dan Brown – che il Vangelo apocrifo di Filippo dice che Gesù «amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava sulla bocca». Ora, nella Bibbia si dice che «la Sapienza esce dalla bocca dell'Altissimo» (Siracide 24, 3). Strano destino quello di Maria di Magdala, abbassata a prostituta ed elevata a Sapienza divina! Per fortuna, l'unico che la chiamò per nome e la riconobbe fu proprio Gesù, il suo Maestro, il Rabbuní, in quel mattino di Pasqua.

A questo punto rimandiamo brevemente al libro appena edito a cui accennavamo. Esso introduce Maria Maddalena con un profilo del tutto spirituale, ma sempre secondo gli equivoci sopra indicati che la rendevano sorella di Marta e Lazzaro e naturalmente ex prostituta. A elaborare questo ritratto è un importante rappresentante della scuola francese di spiritualità, il cardinale Pierre de Bérulle, nato nel 1575 nel castello di Sérilly a Troyes sulla Senna, città sede della firma del famoso trattato omonimo che pose fine al secondo periodo della guerra dei Cento anni. Egli esercitò un notevole influsso sulla cultura religiosa del suo tempo, fondò una congregazione, compose una vasta bibliografia, delineò una spiritualità fortemente cristocentrica di matrice paolina, che aveva come asse tematico la kénosis – cioè lo "svuotamento" che il Figlio di Dio sperimenta nel suo divenire uomo, ossia nell'Incarnazione –, divenne persino consigliere del re di Francia Luigi XIII e di sua madre Maria de' Medici, prima di morire nel 1629.

Cardinale G. Ravasi, Il Sole 24 ore, 21 luglio 2013

venerdì 19 luglio 2013

Povera Italia


Le speranze del nuovo papato

Chi l'avrebbe detto? Quando, tempo fa, decisi di rinunciare alle mie cariche onorifiche al compimento del mio ottantacinquesimo anno, ero convinto che il sogno da me coltivato per decenni, cioè di assistere di nuovo nella mia vita ad una svolta nella nostra Chiesa, come ai tempi di Giovanni XXIII, non si sarebbe più realizzato. E invece guarda un po': Joseph Ratzinger, che ha condiviso con me per qualche anno un tratto della sua vita - abbiamo entrambi 85 anni - improvvisamente ha abbandonato prima ancora di me la sua carica papale e proprio il 19 marzo, giorno del suo onomastico e del mio compleanno, gli è subentrato un nuovo papa, con il sorprendente nome di Francesco.


Jorge Mario Bergoglio si sarà chiesto perché finora nessun papa ha osato scegliere il nome Francesco? Comunque, l'argentino era ben consapevole di ricollegarsi, con questo nome, a Francesco di Assisi, il santo del XIII secolo celebre per la sua scelta di mollare tutto, il figlio mondano e gaudente di un ricco mercante di tessuti di Assisi, che a 24 anni rinuncia alla famiglia, alla ricchezza e alla carriera restituendo al padre i suoi lussuosi vestiti.


È sorprendente come papa Francesco abbia scelto fin dal primo momento della sua entrata in carica uno stile nuovo: a differenza dal suo predecessore, niente mitra trapunta d’oro e gemme, niente mozzetta purpurea orlata di ermellino, niente scarpe e copricapo rossi appositamente confezionati, niente trono e tiara. Sorprendente anche che il nuovo papa abbia di proposito rinunciato ai gesti solenni e alla retorica pretenziosa e parli la lingua della gente, come la possono praticare anche i predicatori laici, oggi come allora vietati dai papi. Sorprendente, infine, come il nuovo papa sottolineiil suo essere uomo tra gli uomini: chiede la preghiera della gente prima di impartire la sua benedizione; paga come chiunque altro il conto dell’albergo; realizza la collegialità con i cardinali in autobus, nella residenza comune, nel congedo ufficiale, lava i piedi a giovani carcerati, anche a donne, perfino a un musulmano. Un papa che si presenta come una persona alla mano.


Tutto ciò avrebbe rallegrato Francesco di Assisi ed è il contrario di ciò che al suo tempo rappresentava papa Innocenzo III (1198-1216). Nel 1209 Francesco si era recato da lui a Roma con undici “frati minori” (“fratres minores”), per presentargli la sua breve regola, costituita esclusivamente da citazioni della Bibbia, e ottenere l’approvazione papale per la sua scelta di vivere in povertà e nella predicazione laicale, «in conformità al santo Vangelo». Innocenzo III, conte di Segni, eletto papa a soli 37 anni, era nato per comandare: erudito teologo, sottile giurista, oratore di talento, amministratore capace e diplomatico raffinato. Nessun suo predecessore o successore ebbe mai più potere di lui. Con lui, la rivoluzione dall’alto introdotta da Gregorio VII nell’XI secolo (la “riforma gregoriana”) aveva raggiunto il suo obiettivo. Al titolo di “vicario di Pietro” preferì il titolo, impiegato fino al XII secolo per ogni vescovo o sacerdote, di “vicario di Cristo” (Innocenzo IV lo avrebbe cambiato addirittura in “vicario di Dio”). Da allora, diversamente da quanto era avvenuto nel primo millennio e pur senza mai essere riconosciuto dalle chiese apostoliche orientali, il papa si è considerato un sovrano, legislatore e giudice assoluto della cristianità – fino ad oggi.


Tuttavia, il trionfale pontificato di Innocenzo III fu non soltanto un apogeo, ma anche un punto di svolta. Già sotto di lui si manifestarono i segni di declino che in parte sono rimasti fino ai nostri giorni tratti caratteristici del sistema romano-curiale: nepotismo e favoreggiamento dei parenti, avidità, corruzione e affari finanziari dubbi. Fu però proprio Innocenzo III a cercare di integrare nella Chiesa i movimenti pauperisti evangelico-apostolici, nonostante la sua politica di eliminazione degli “eretici” più ostinati (i catari). Anche Innocenzo era consapevole di quanto fossero necessarie e urgenti quelle riforme della Chiesa per le quali alla fine convocò lo sfarzoso Concilio Lateranense IV. Perciò dopo lunghe raccomandazioni rilasciò a Francesco di Assisi il consenso alla predicazione quaresimale. Sull’ideale di assoluta povertà prescritto dalla regola egli si riservava di interpellare in preghiera la volontà di Dio. Si racconta che il pontefice alla fine approvò la regola di Francesco di Assisi in seguito a un sogno nel quale aveva visto un modesto fraticello salvare dal crollo la basilica papale del Laterano. Egli la rese nota al concistoro dei cardinali, ma non fissò nulla per iscritto.


In effetti, Francesco di Assisi rappresentò e rappresenta l’alternativa al sistema romano. Cosa sarebbe accaduto se già Innocenzo e i suoi avessero di nuovo preso sul serio il Vangelo? Le sue esortazioni in esso contenute, anche se intese non alla lettera, ma nel loro contenuto spirituale, significavano e significano una profonda messa in questione del sistema romano, di quella struttura di potere centralistica, giuridicizzata, politicizzata e clericalizzata, che a partire dall’XI secolo si è impossessata a Roma della causa di Cristo.


Si pone allora la seconda domanda: Cosa significa oggi per un papa adottare coraggiosamente il nome Francesco? Alla luce delle istanze e dei princìpi di Francesco di Assisi oggi si possono formulare opzioni di fondo anche per una Chiesa cattolica la cui facciata risplende in occasione delle grandi manifestazioni romane, ma la cui struttura interna nella vita quotidiana delle comunità di molti Paesi si rivela ormai fragile e fatiscente, sicché molte persone se ne allontanano interiormente e spesso anche esteriormente. Tuttavia, nessun individuo razionale può attendersi che tutte le riforme vengano realizzate da un solo uomo dall’oggi al domani. Nondimeno, un mutamento di paradigma sarebbe possibile in cinque anni, come dimostrò nell’XI secolo il papa lorenese Leone IX (1049-1054), che aveva preparato la riforma di Gregorio VII, e come avrebbe poi dimostrato nel XX secolo l’italiano Giovanni XXIII (1958-1963), convocando il Concilio Vaticano II. Oggi, soprattutto, dovrebbe essere chiara la direzione: non una involuzione restaurativa verso i tempi preconciliari come sotto il papa polacco e sotto quello tedesco, ma passaggi meditati, pianificati e ben mediati di una riforma in linea con il Concilio Vaticano II.


Oggi come allora si pone una terza questione: Una riforma della Chiesa non incontrerà una seria resistenza? Indubbiamente essa susciterà, soprattutto nell’apparato di potere della curia romana, potenti controforze alle quali sarà necessario far fronte. I potenti del Vaticano non rinunceranno spontaneamente a un potere accumulato fin dal Medioevo. Gloria a Francesco: il 3 ottobre 1226 egli muore povero come aveva vissuto, a soli 44 anni. Papa Innocenzo III era morto, in modo del tutto inaspettato, già dieci anni prima, un anno dopo il Concilio Lateranense IV, all’età di 56 anni. Il 16 giugno 1216 il cadavere di colui che aveva saputo accrescere, come nessun altro prima, il potere, il dominio e la ricchezza della Santa Sede, fu trovato nella cattedrale di Perugia, abbandonato da tutti, completamente nudo e derubato dai suoi stessi servitori. Un segnale del rovesciamento della sovranità universale del papa nell’impotenza del papa: all’inizio del XIII secolo il glorioso pontificato di Innocenzo III; alla fine di quello stesso secolo il megalomane Bonifacio VIII (1294-1303), miseramente fatto prigioniero, al quale sarebbero seguiti l’esilio di Avignone, durato circa settant’anni, e lo scisma d’Occidente, con due e alla fine tre papi.


Nemmeno due decenni dopo la morte di Francesco il movimento francescano rapidamente diffusosi in Italia sembra quasi completamente addomesticato dalla Chiesa romana, tanto da porsi ben presto al servizio della politica papale, come un normale ordine monastico, e da farsi addirittura coinvolgere nell’Inquisizione. Se dunque è stato possibile addomesticare Francesco di Assisi e i suoi compagni nel sistema romano, ovviamente non si può escludere che alla fine un papa Francesco venga catturato nel sistema romano che dovrebbe riformare. Papa Francesco: un paradosso? Potranno mai conciliarsi il papa e Francesco, un contrasto evidente? Solo con un papa delle riforme ispirato dal Vangelo. Non dobbiamo rinunciare tropo presto alla nostra speranza in un simile pastor angelicus!


Infine, una quarta questione: Che fare se ci viene tolta dall’alto la speranza nella riforma? I tempi in cui il papa e i vescovi potevano contare tranquillamente sull’ubbidienza dei fedeli sono comunque passati. Dunque, non possiamo in alcun modo cedere alla rassegnazione, ma di fronte alla mancanza di impulsi riformatori “dall’alto”, dalla gerarchia, dobbiamo intraprendere decisamente le riforme “dal basso”, a partire dalla gente. Se papa Francesco metterà mano alle riforme troverà un vasto consenso da parte della gente, ben al di là della Chiesa cattolica. Se però alla fine andasse avanti così e non sciogliesse il nodo delle riforme, il grido «Indignatevi! Indignez-vous!» risuonerebbe sempre più anche nella Chiesa cattolica e provocherebbe riforme dal basso che sarebbero realizzate anche senza l’approvazione da parte della gerarchia e spesso addirittura contro i tentativi di impedirle compiuti dalla gerarchia. Nel caso peggiore – l’ho scritto già prima dell’elezione di questo papa – la Chiesa cattolica vivrebbe, anziché una primavera, una nuova era glaciale e correrebbe il pericolo di ridursi ad una grande setta poco rilevante.

di Hans Kung - Repubblica

Il Papa degli ultimi

  In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel...