giovedì 28 novembre 2013

Un Dc si prende il PCI


Disarcionato

Senza parole. Alle 17.43 le lancette della storia si fermano per sempre. Suona a morto la campana della democrazia. È il minuto di silenzio della libertà. Il lasciapassare definitivo alla cavalcata giudiziaria di un organo dello Stato che s’è fatto partito e che presto colpirà - perché tanto colpirà (e noi garantisti saremo lì a difendervi, ma quanto ci farà godere quel momento) - chi oggi brinda alla fine di Berlusconi. Senza parole per lo spettacolo offerto all’estero da un Paese allo sfascio. Senza parole per i vili e gli sciacalli, per chi non ha palle e dignità. Senza parole per Renzo Piano, senatore a vita sempre assente ma ricomparso per ghigliottinare il Cav. Senza parole per chi straparla di legge uguale per tutti quando per uno, è dimostrato, non esserlo stata. Senza parole. Le uniche sensate le riproduciamo da un sms di un amico, vecchio comunista, disgustato dai 195 schierati nel piazzale Loreto del Senato: «È così triste e deprimente, dopo 40 anni di militanza politica, dover prendere atto della deriva giustizialista della sinistra italiana». Senza parole pure lui. Senza più speranza tutti noi.

Gian Marco Chiocci per il Tempo

mercoledì 27 novembre 2013

Le porte riaperte


La Chiesa riapre le porte a Romano Prodi, accogliendo il Professore con quattro, prestigiosi appuntamenti, programmati uno dopo l'altro. Per Prodi sta così per concludersi una emarginazione durata 17 anni e «ordinata» a suo tempo dalla Cei di Camillo Ruini nei confronti di un «cattolico adulto» che ha sempre rivendicato l'autonomia delle proprie scelte politiche.
Le porte si riaprono venerdì: il Professore riceverà una laurea honoris causa in Vaticano, all'interno della Pontificia Accademia delle Scienze, l'empireo della cultura cattolica, dove terrà anche una lectio magistralis; in serata Prodi è atteso alla Università Gregoriana, la «fabbrica» dei Papi che è anche l'ateneo dei Gesuiti, l'ordine di papa Francesco per una conferenza; l'indomani, presso Civiltà Cattolica, sempre sotto l'egida gesuita, l'ex premier discuterà assieme ad Alberto Melloni su un tema eloquente, «La svolta di Papa Francesco».
Un trittico che, per Prodi, si completerà il 5 dicembre, sempre dentro la Città del Vaticano con un workshop aperto dal cardinale Turkson, ministro vaticano del Welfare e grande elettore di Francesco. Una sorta di «riabilitazione» che potrebbe essere stata preannunciata da un'espressione usata a fine luglio da papa Francesco che, parlando ai vescovi sudamericani, sconsigliò loro di far politica, incoraggiandoli ad accompagnare i cristiani che, «da adulti», devono assumere le loro scelte.
Naturalmente quella del Papa non era una citazione della frase di Prodi, ma il sofisticato lessico pontificio è sembrato emancipare dalla eterodossia quella espressione usata anni prima dal Professore. I quattro eventi programmati nei prossimi giorni idealmente segnano una «redenzione» per un personaggio che in questi anni ha vissuto con amarezza la progressiva marginalizzazione.
Anche se, a dispetto dell'interdetto, Prodi ha continuato ad avere una intensa vita nel mondo cattolico di base italiano (da anni è invitato da parroci, vescovi e associazioni), ma anche all'estero, come testimoniano gli inviti alla Settimana sociale dei cattolici tedeschi o le interviste a quotidiani cattolici come la Croix.
A dispetto di questa partecipazione mai interrotta, Prodi non ha mai digerito l'atteggiamento imposto dal vertice della Cei soprattutto perché ha vissuto quell'allontanamento come una drastica cesura rispetto alla propria storia personale.
Dopo aver frequentato in giovinezza Giuseppe Dossetti e Camillo Ruini ( futuro capo dei vescovi italiani, che nel 1969 celebrò le nozze del giovane Romano con Flavia Franzoni), fin dagli anni Settanta Prodi si è proposto come figura originale rispetto alla tradizionale élite cattolica: non ha mai fatto parte di alcuna associazione e la sua identità è sempre stata determinata dal suo stile di vita, dal suo modo di parlare, di vestirsi, dalla sua grande famiglia, dal rapporto paritario con la moglie Flavia.
Eppure, in occasione delle elezioni del 1996 Prodi subì l'improvvisa freddezza del suo (ex) confessore Camillo Ruini, che vide nel Professore l'artefice della fine dell'unità politica dei cattolici. Anche se la vera svolta si ebbe col ritorno di Prodi da Bruxelles, nel 2005. In quella occasione la Chiesa italiana gli preferì una personalità dalla vita privata e famigliare eterodosse come Berlusconi, imponendo il veto sul Professore ai giornali «ufficiali» di area cattolica: da quando è entrato in politica - Prodi non è mai stato intervistato da «Avvenire».
Il Professore reagì, andando a votare nel referendum sulla procreazione assistita e disubbidendo così alla Cei che aveva fatto campagna per l'astensione. Il solco si è via via approfondito e venerdì 29 inizierà a ricolmarsi per effetto del primo appuntamento in Vaticano: la lectio magistralis sullo «sviluppo sostenibile» in Africa e la successiva laurea honoris causa.
fonte: Fabio Martini per "La Stampa"

lunedì 25 novembre 2013

Trise, Tari, Tasi, Tuc, Iuc...

A questo punto pagare la tassa sulla casa sarà il meno. Basta capire quale tassa bisognerà pagare, chi la dovrà pagare, in che modo, in quali tempi. Capita che in tempi di legge di stabilità di acronimo si possa anche morire.
E  se è vero che non c’è niente di più mobile della tassa sugli immobili, si capirà come nel giro di un anno siamo passati dall’Ici all’Imu, dalla Trise con Tari e Tasi al Tuc (abortito prima ancora di nascere) per arrivare infine a partorire la Iuc, imposta unica comunale, che ha mandato in pensione la Trise messa a punto meno di un mese fa dal governo con le gemelle Tari e Tasi e che ha messo una parola definitiva sulle velleità, peraltro molto ridotte nell’ultima settimana, del Tuc.
Anche la Iuc sarà una e trina infatti si dividerà in una componente relativa alla raccolta dei rifiuti e in una seconda sui servizi indivisibili. È questo il compromesso raggiunto in commissione Bilancio del senato e presentato sotto forma di emendamento dei relatori alla legge di stabilità.
Al di là del cambio dell’acronimo che si aggiunge alla folta selva di altre sigle che popolano gli incubi degli italiani ma anche di sindaci ed esattori, occorre capire cosa in realtà cambia e se le risorse che non si erano trovate per la Tari e la Tasi ora sono invece saltate fuori. A quanto si legge dal testo della proposta dei relatori dalla Iuc, che sostituirà l’Imu dal 2014, saranno esentate le prime case ad esclusione di quelle di lusso. L’importo stanziato nel fondo attribuito ai comuni per introdurre detrazioni sulla nuova imposta sulla casa «darà la possibilità di avere un effetto analogo a quello del 2012, quando la detrazione base era a 200 euro e si aggiungevano 50 euro a figlio» hanno spiegato i relatori illustrando la loro proposta.
Insomma, tutto cambi perché nulla cambi.

fonte:Europa

domenica 24 novembre 2013

Abbiamo un cuore solidale e la mente liberale

Un piccolo teatro, ma strapieno. Di gente appassionata. Un teatro tricolore, l'inno nazionale all'inizio, il pensiero alla Sardegna disastrata dal ciclone, che diventa metafora dell'Italia. È proprio un partecipante sardo che, dopo il racconto del dolore e della devastazione della sua terra, lancia la parola d'ordine: «L'importante è ricominciare», l'importante è ripartire.
L'immagine è quella della nave che salpa, sperando di navigare in acque rese abbondanti dallo scongelamento dell'iceberg dell'astensionismo, dall'arrivo dei delusi degli schieramenti principali. Al Teatro Quirino va in scena l'Assemblea popolare per l'Italia, con i centristi di Pier Ferdinando Casini e i popolari di Mario Mauro, e «un progetto inclusivo e non contro qualcuno, un progetto corale» ci tengono a sottolineare personalità come Mario Marazziti (che viene da Scelta civica) o Lorenzo Dellai che (alla Camera) insieme a Lucio Romano (al Senato), saranno i capigruppo della nuova formazione.
Tocca proprio a loro due leggere il Manifesto fondativo, l'appello per «un nuovo cantiere e una democrazia comunitaria». È frutto di un lavoro collettivo. Parte un po' banale: «Abbiamo lanciato il cuore oltre l'ostacolo». Ma il secondo slogan è efficace: «Abbiamo un cuore solidale e la mente liberale: in una parola, siamo popolari».
Una grande assemblea politica, quasi duemila persone (con qualche patema d'animo per la sicurezza da parte del proprietario del Teatro), convocate in pochi giorni, col maltempo, più di trenta parlamentari, ministri, persone famose della politica italiana e nessun politico sul palco, in posti d'onore, tutti ad ascoltare.
Ad ascoltare la gente. La politica rovesciata.
E infatti i big si limitano alle interviste all'ingresso o a margine dell'evento, perché il proscenio è tutto per le persone normali, gente che vuole vivere l'esperienza di provare a cambiare l'Italia: ci sono studenti, medici, avvocati, imprenditori, ricercatori, volontari, amministratori locali. Prima di entrare, un'urna con le schede e le matite per scrivere il nome del partito che nascerà.
Di questo sono sicuri tutti: Casini, Lorenzo Cesa, Gregorio Gitti certificano che presto, già la prossima settimana, nasceranno i gruppi parlamentari comuni. Un passaggio che non filerà del tutto liscio, perché c'è da perfezionare la separazione non proprio consensuale con Scelta civica. «I problemi sono più a livello di Sc come partito che a livello parlamentare», dice un senatore, spiegando che la questione dei rimborsi elettorali pesa come un macigno.
A livello parlamentare, la situazione è che al Senato i montiani hanno già chiesto a Pietro Grasso una deroga per poter formare un gruppo con gli otto senatori rimasti mentre i 12 popolari, che attualmente esprimono il capogruppo Romano, probabilmente assumeranno una nuova denominazione. Alla Camera, le due anime hanno i numeri per formare ciascuna un gruppo a sé stante di almeno 20 deputati.
Sono incognite che si risolveranno nei prossimi giorni, mentre a livello europeo c'è l'adesione al progetto da parte di Giuseppe Gargani, Carlo Casini, Gino Trematerra, Potito Salatto, e, fra gli altri, Ciriaco De Mita.
«È finita la stagione degli uomini della Provvidenza - dice Pier Ferdinando Casini - e vogliamo creare una forza europeista, sì, ma che contrasti la politica europea fondata su questo rigore che porta a fondo tutti no». Mauro mette in evidenza che il centrodestra berlusconiano non esiste più e che con il Ncd (il Nuovo centrodestra) di Alfano, pur essendoci differenze, «gli elettori sono gli stessi» mentre «al governo c'è collaborazione».
Ecco, Alfano è il competitor. Il bacino elettorale, infatti, è lo stesso. «Ma da loro», dice Mauro(che pure lui è ministro del governo Letta), alludendo alla manifestazione del Ncd, «c'era una sfilza di ministri: più il potere che il popolo. Ma è solo il popolo che può far ripartire, perché ha fiducia e coraggio».

fonte: Corriere della Sera 

Il percorso politico nato dall’iniziativa “Verso la Terza Repubblica”, alla fine del 2012, e concretizzatosi con la costituzione di Scelta Civica, ha rappresentato una novità significativa e un passo avanti nella storia politica italiana. Persone e culture politiche differenti si sono ritrovate nell’obiettivo comune di ricostruzione sociale, economica e istituzionale del Paese.
La drammaticità di una crisi finanziaria ed economica senza precedenti ha reso inaccettabili le responsabilità di una classe politica autoreferenziale e inefficiente, che nei due decenni passati non ha saputo far crescere e modernizzare l’Italia. Il risultato è quello di un Paese impoverito, più diviso, meno solidale e fiducioso nel futuro, che non riesce a stare al passo con le altre democrazie europee. L’elenco di cosa non funziona è noto, come nota è la reazione dei cittadini: astensione elettorale e preoccupanti manifestazioni di antipolitica.
Il processo di rinnovamento del Paese, in grado di realizzare le riforme necessarie, ma anche di aggregare intorno ad esse il consenso popolare, richiede tempo, fatica, coraggio e pazienza. Ogni scorciatoia, lo abbiamo purtroppo visto in questi mesi, è destinata ad allontanarci dalla meta.
In questa prospettiva, le dimissioni del presidente Monti dalla guida di Scelta Civica – cui tutti riconosciamo coraggio e dedizione al Paese – e l’accelerazione del confronto interno, non sono che gli evidenti segni dell’esigenza di far crescere un progetto politico in modo democratico, oltre gli schemi cooptativi ereditati dal tempo della competizione elettorale.
Siamo un soggetto politico in formazione, con la precisa volontà di concorrere, con molti altri che ancora non hanno avuto il coraggio di scegliere il cambiamento, a costruire una forza maggioritaria nel Paese e nel Parlamento. Per questo è nostro compito proporre un progetto politico stabile e maturo, a larga partecipazione popolare, non elitario, per non tradire le aspettative e le speranze che abbiamo suscitato.
Il primo passo deve essere la chiarezza nel definire la nostra identità, i valori di appartenenza e la nostra proposta politica. Non siamo né un cartello elettorale né un partito personale, ma un soggetto che va costruito in stretta saldatura tra i parlamentari, i simpatizzanti e la gente del nostro Paese che guarda alla politica con preoccupazione e interesse. Ogni incertezza, ogni elitarismo prigioniero di sole logiche parlamentari, come abbiamo visto nei mesi passati, ci condanna all’irrilevanza.
Non è più il tempo delle ideologie, ma delle idee. Per questo la cultura politica non è un orpello da lasciare al Ventesimo secolo. Proprio in un periodo in cui mancano idee sul futuro, la politica non può rinunciare ad avere una visione generale. Cresce tra i cittadini una domanda di “senso” e di orientamento. Al gonfiarsi dell’individualismo va contrapposta una concezione autenticamente comunitaria della democrazia.
La politica non è tecnicismo, non è mera amministrazione, ma scelta delle priorità alla luce della visione del bene comune degli italiani. Cambiare la politica non significa negarne il valore, ma al contrario “ridarle un’anima”, un ancoraggio umano e culturale.
In questa logica proponiamo di costruire un’area politica autenticamente e innovativamente popolare, che riprenda – con nuovi linguaggi, nuove sensibilità e nuova classe dirigente-  allo stesso tempo la storia del popolarismo e del pensiero liberale .
Intendiamo con questo l’impegno a radicarci nelle realtà locali, la scelta di far crescere la politica nella partecipazione democratica, in un rapporto tra eletti e aderenti fatto di mutuo scambio. L’Italia, per evitare gli effimeri populismi (che nascono anche come risposta alla chiusura nel palazzo), ha bisogno di una politica popolare.
Nulla a che vedere con inaccettabili strumentalizzazioni delle convinzioni religiose né con operazioni nostalgiche.
Noi vogliamo guardare avanti:
al riconoscimento dei diritti umani per tutti e per ciascuno
all’uguaglianza e all’equità per ridistribuire ricchezza e dare opportunità a tutti;
alla valorizzazione della famiglia riconosciuta dalla Costituzione;
alla tutela della vita in tutte le sue stagioni;
al diritto al lavoro per permettere a tutti di vivere con dignità;
al sostegno all’attività imprenditoriale responsabile e innovativa;
all’ammodernamento istituzionale e allo snellimento della macchina pubblica;
alla costruzione di una società accogliente e plurale.

Solo in questo modo, lo spirito riformatore riesce a non sfociare in indifferenza verso la giustizia e la coesione sociale. Solo così si rinnegano le spinte populiste che si fanno strada oggi in Europa.
Il “chi siamo” passa anche da una nuova forma di partito: né liquido né pesante, non verticistico, bensì una struttura federale, solidale e plurale di aderenti, associazioni e movimenti territoriali. Non una macchina elettorale a servizio di un leader ma uno strumento democratico, aperto e trasparente, di partecipazione per i cittadini, nonché di formazione di una classe dirigente onesta, capace e preparata.
Ciò che vogliamo e possiamo ora costruire è un popolarismo di nuova concezione, radicato nella cultura di un cristianesimo rinvigorito dai valori di Papa Francesco universalmente riconosciuti, anche innervato dalla coscienza laica. Plurale per sua natura, esso non è confessionale ma risponde al superamento di steccati antichi e nuovi. Comunitario, vuole ricostruire un ethos condiviso e suscitare passione per un destino comune. Nemico di ogni populismo, esso è esigente sul piano della moralità nella vita pubblica e rigoroso nella gestione della finanza.

Da questa visione derivano chiare scelte riformiste:
- Verità nella comunicazione ai cittadini sulla reale situazione italiana, mantenendo con scrupolo il rispetto dei vincoli economici, per non scaricare su figli e nipoti il peso delle mancate scelte di oggi.
- Centralità del lavoro e dell’impresa per ridare prospettiva di crescita, economica ed umana, al Paese. Disoccupazione, sottoccupazione, assistenzialismo si contrastano concentrando tutte le risorse disponibili in un piano organico di rilancio delle attività produttive, in un quadro di economia sociale di mercato altamente competitiva e perciò idonea a garantire a tutti di poter progredire nella scala sociale.
- Semplificazione amministrativa per snellire la macchina pubblica, che non può essere un ostacolo all’iniziativa imprenditoriale: anziché pensare all’ennesima grande riforma, che resterebbe lettera morta, sosteniamo un’opera di “smaltimento normativo” per rendere la macchina burocratica più semplice e per applicare le tante buone leggi che già ci sono.
- Riformismo sociale per cambiare in profondità il nostro Paese e l’Europa senza lasciare nessuno indietro. Le riforme debbono essere spiegate ai cittadini affinché ne comprendano le ragioni ed i benefici e debbono tener conto delle conseguenze che producono, in particolare sulle fasce della popolazione più vulnerabili e molto provate dalla crisi in corso. C’è una domanda di inclusione di cui si deve tener conto con grande attenzione. La società italiana è percorsa da troppe fratture, che drammaticamente la mettono alla prova e sono espressione della grande fragilità nazionale.
- Autonomismo responsabile capace di dare attuazione al principio di sussidiarietà ed insieme di aumentare democrazia e buongoverno. Dobbiamo rimettere mano alla riforma dello Stato per liberare energie esistenti nella società ed insieme combattere gli enormi sprechi di burocrazie e clientele sviluppatesi negli anni.
- Vocazione europea e mondiale dell’Italia, chiamata ad assumere nuovamente un ruolo chiave nella ridefinizione del quadro globale. C’è bisogno di un nostro protagonismo per costruire gli Stati Uniti d’Europa, capaci di programmare un progetto non solo di tenuta ma anche di crescita comune, fuori dai tecnicismi delle burocrazie, affinché l’UE divenga vera potenza globale, capace di assicurare stabilità interna e pace in molte aree del mondo, a partire dalla crisi in Medio Oriente.

Tale progetto comporta scelte politiche contingenti e di medio e lungo respiro.
Innanzitutto – secondo gli auspici del Capo dello Stato – offriamo un convinto sostegno con vigile lealtà al Governo Letta affinché possa operare per tutta questa legislatura. Ciò é nell’interesse del Paese, che ha bisogno di stabilità per profonde riforme, anche costituzionali, prima di tornare alle urne.
Una stagione si sta chiudendo. La nuova non può essere costruita sull’ambizione di ereditare semplicemente una parte del vecchio sistema. Perciò non avrebbe senso partecipare in nessun modo alla trasformazione del PDL o offrire sponda a chi la teorizza anche evocando un presunto “padre nobile”.
Il futuro e’ un partito popolare, democratico, riformista, europeista, in netta discontinuità con la stagione berlusconiana e che in prospettiva si pensa e si organizza in concorrenza con la sinistra, ma degasperianamente alternativo alla destra.
Questo progetto si colloca naturalmente – pur se in modo originale – nell’alveo del Partito Popolare europeo.
Molti cittadini, tra cui tanti elettori e simpatizzanti, potranno essere coinvolti in tale progetto per far evolvere un disegno finora rimasto in fase embrionale. Infatti, il vero cambiamento avviene con la partecipazione dei cittadini e non solo degli eletti delle istituzioni. Tale nostro progetto è possibile solo con tante persone nuove, soprattutto credibili, che devono essere coinvolte attivamente.
Per questo sarà fondamentale un confronto quanto più aperto possibile nei gruppi parlamentari, a cominciare dall’assemblea convocata per oggi e domani, in cui si mettano in discussione le diverse posizioni politiche e non personali. Dobbiamo chiarire senza equivoci il nostro intento di costruire un partito autonomo, oggi e nel futuro, da chiunque rappresenti il modello bipolare a carattere leaderistico che ci ha condotto all’attuale crisi politica. Dalla rigorosa verifica degli obiettivi discendono le scelte organizzative, ivi comprese eventuali divisioni che non possono essere determinate da anacronistiche e illogiche “cacciate” o espulsioni. E insieme dovrà avviarsi una nuova fase della nostra storia comune, caratterizzata da un appello ai tanti che, nella politica come nella società civile, sono alla ricerca di una seria strada da percorrere insieme. Vogliamo chiudere questa stagione delle polemiche interne (tutte accentrate in un gruppo autoreferenziale) per aprirci finalmente ad un autentico confronto con i tanti cittadini che hanno creduto in noi, nel progetto incarnato nelle liste di “Scelta Civica” e di “Con Monti per l’Italia”, e con i tanti che continuano a guardare, sempre più delusi, a ciò che la politica propone per il futuro dell’Italia.
Gli italiani si sentono sempre meno rappresentati dalla politica e, allo stesso tempo, hanno voglia di fare qualcosa per orientare il loro futuro. Il nostro sarà quello di ridare loro rappresentanza sui problemi concreti della loro vita, non con fumosi, astratti o elitari discorsi. Questa rappresentanza si ricostruisce con proposte concrete e serie, ma anche attraverso l’ascolto e il coinvolgimento dei cittadini in un grande progetto. La politica deve tornare a incarnare la voglia che il Paese cresca e la speranza di un futuro migliore per tutti gli italiani.
Roma 15 novembre 2013


sabato 23 novembre 2013

Pelù su Renzi

"Renzi mi fa molta paura. E' un berluschino cresciuto con Mediaset nel sangue. E' veramente perfetto per gli italiani, per la massa degli italiani. Svegliatevi!". Così il cantante fiorentino Piero Pelù a La Zanzara su Radio 24. "Renzi - dice ancora Pelù - di sinistra non ha nemmeno il piede, la mano ed il resto della parte sinistra. La parte sinistra del corpo gli manca proprio. E' solamente un grande centro. E' sempre stato democristiano. Vuole piacere a tutti".

Dice ancora Pelù: "E' berluschino anche nella scelta delle deputate. Quella Maria Elena Boschi è carina, bona, se l'è scelta bene. Non è mica un bischero...E' possibile che quando uno diventa famoso deve per forza passare per certe riviste come Chi?". "Come sindaco - dice ancora - fa cacare. E già come presidente della provincia qualche bel disastro l'ha combinato. E' stato estremamente allegro nella gestione del denaro pubblico. E' uguale agli altri. Dicono sia il male minore, ma con questa storia ce lo mettono in c...".


"JOVANOTTI? SALTA SUI CARRO DEI POLITICI, PRIMA VELTRONI ADESSO RENZI". "LA POLITICA TI SFRUTTA POI TI PRENDE A CALCI NEL CULO."

"In questi anni Jovanotti non ha mai smesso di saltare sul carro prima di D'Alema poi di Veltroni. Ora di Renzi". Così il cantante fiorentino Piero Pelù a La Zanzara su Radio 24. "Basta ricordare - continua Pelù - quando Jovanotti a Sanremo fece il rap dedicato a D'Alema. Ogni artista dovrebbe stare il più possibile al di fuori dei giochi della politica. La politica è capace solo di sfruttare l'immagine degli artisti per poi dar loro un calcio nel culo nel momento più opportuno".

"Il Pd è diventato l'acronimo di un moccolo, è l'acronimo di una bestemmia. L'ho votato per anni e anni e ne sono rimasto estremamente deluso".

Così il cantante fiorentino Piero Pelù ai microfoni della Zanzara su Radio 24. "Grillo - dice Pelù - è una delle cose più interessanti, apparentemente fuori dai giochi, ma quando affronta il problema della Bossi-Fini come un leghista lo prenderei a calci nel culo".

"Berlusconi invece è il nuovo Mussolini - dice ancora Pelù - ma non sono il primo a notarlo. Non lo sopporto più e sono ancora tutti lì a leccargli il culo. Gli italiani sono lobotomizzati. Berlusconi e la Tv hanno avuto un ruolo primario. Berlusconi è la fiction che dura da più tempo in Italia". "Penso ad andare via dall'Italia - prosegue - più che altro per i miei figli, è un paese dissestato. Che cavolo di futuro gli stiamo offrendo?".


venerdì 22 novembre 2013

La vicenda della Lega democratica

Negli anni Settanta, ogni qual volta tra cattolici democratici si discuteva di abbandonare la Democrazia cristiana, i caveat che spuntavano fuori erano sempre gli stessi. Primo: attenti a non fare la fine del Movimento cristiano dei lavoratori di Livio Labor, fallimentare tentativo post-sessantottino di creare un secondo partito cattolico. Secondo: attenti a non fare la fine degli «indipendenti di sinistra», cattolici eletti nel 1976 nelle liste del Pci a titolo personale ma incapaci di influire sulla linea del partito, e tantomeno di favorirne la modernizzazione. La «diaspora» dei cattolici – si sente ripetere più volte nella Lega democratica – non serve a nessuno: né ai cattolici né ai comunisti. (…)

Quella tra pluralismo e diaspora è una distinzione sottile, non priva di ambiguità. Ai suoi esordi, la Lega democratica aveva sostenuto la tesi che i cattolici dovessero confrontarsi con le sinistre come «componente omogenea» per evitare quello che Antonio Gramsci aveva definito il «suicidio» del movimento cattolico-democratico. (…) Ma qual è il confine tra un insieme di presenze a titolo individuale nei partiti della sinistra e l’esistenza di una «componente omogenea» cattolico-democratica? È un discorso che in questi termini può prestarsi a una lettura correntizia: i cattolici democratici possono entrare a far parte dei partiti della sinistra ma solo come corrente autonoma, magari in lotta per la leadership (o l’egemonia culturale) del partito. La «specificità» dei cristiani in politica, così interpretata, diventa separatezza, segregazione rispetto al mondo. Invece di un partito cattolico, una corrente cattolica.

E non è in questa direzione che punta la vicenda della Lega democratica. Non ci si può relazionare col mondo come una «cittadella assediata», scrive Paolo Giuntella. Bisogna puntare piuttosto ad essere «sale della terra»: anche se minoritari, i cattolici democratici possono rendere «fertile» il terreno che li circonda. Tradotto in termini politici è un discorso che conduce lontano dal partito cattolico, o dai partiti cattolici al plurale, ma anche da qualsiasi ipotesi correntizia. (…)

La prospettiva della Lega non è mai quella del Partito d’Azione, uno schieramento di intellettuali che parla solo alle élite. L’azione politica dei cattolici democratici può esplicarsi solo nel contesto di una grande forza «popolare». Ma un partito popolare non può limitarsi a «rappresentare l’esistente»: se così fosse, un partito del genere sarebbe condannato all’immobilismo. (…) Nel mondo degli anni Ottanta la Lega guarda con paura a una politica che banalizza i problemi, che si adegua ai tempi della televisione, che sempre più si limita ad assecondare tutte le pulsioni che provengono dalla società, senza filtro. Non iniziativa politica, ma populismo. Di certo, tra i contributi della presenza cattolico-democratica al nuovo centrosinistra, si può annoverare un fermo «no al populismo». La questione del consenso elettorale però rimane sostanzialmente inevasa. (…)

Il tema della specificità dei cattolici nei partiti di sinistra si fa più spinoso quando si entra nel campo dei famosi (o famigerati) «principî non negoziabili». Per i cattolici della Lega la realizzazione di una società pienamente cristiana è un compito che sfugge alle possibilità umane. La secolarizzazione ha reso questo dato particolarmente evidente: vista in questa luce anche la secolarizzazione ha un valore positivo, di liberazione del cristiano dalla pretesa di costruire nel presente un feticcio della Città di Dio. Le due Città sono e rimangono distinte. (…)

Non è una scelta di disimpegno, ma l’impegno politico non sfocia nella crociata. È chiaro però che questa indicazione non dice nulla sulle scelte partitiche concrete dei cattolici democratici. Dopo l’Assemblea nazionale della Dc del 1981, l’Assemblea degli esterni, gran parte della Lega democratica decide di allontanarsi dai partiti, guardando solo alla società civile. È una decisione che per certi aspetti può ricordare la situazione che si è ripresentata alle elezioni politiche del febbraio 2013, in cui alcuni cattolici – insoddisfatti dell’attuale offerta partitica – hanno proposto di «saltare un giro», di lasciar perdere gli schieramenti esistenti in attesa magari di una nuova aggregazione di cattolici in politica.

Ma è proprio qui la differenza sostanziale tra la proposta politica cattolico-democratica e le ipotesi di nuovi partiti cattolici che affollano questi scampoli di Seconda Repubblica. Sia che si scelga la militanza in un partito, sia che si preferisca agire nella società civile, resta fermo il rifiuto del partito confessionale, che porta con sé l’inevitabile tentazione di schierare la Chiesa da una parte o dall’altra dello scacchiere politico. Per la Chiesa – scrive Pietro Scoppola – «un annuncio di salvezza è altra cosa da una opinabile scelta di schieramenti». Se i cattolici scelgono lo scontro col mondo, il rischio maggiore che corrono non è la sconfitta, ma perdere di vista proprio l’«annuncio della salvezza», cioè il cuore stesso della loro fede.

fonte: Europa, Lorenzo Biondi 20 novembre 2013

Il Papa degli ultimi

  In questa maestosa piazza di San Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel...