lunedì 30 giugno 2014

Nessuno sa esattamente quante siano

Sergio Rizzo per il "Corriere della Sera - CorrierEconomia"



Sale sulle ferite, le parole con cui Salvatore Nottola ha commentato pubblicamente giovedi 26 giugno il dilagare delle società pubbliche. Non solo al centro, dove il magma ribollente assume ormai dimensioni incontenibili. Il loro numero, intanto. Nessuno sa esattamente quante siano, considerando che «esse», spiega il procuratore generale della Corte dei conti, «sono soggette a frequenti modifiche dell’assetto societario».

L’ultima rilevazione della stessa Corte ha censito 50 società partecipate dallo Stato: ma va tenuto conto che queste «a loro volta partecipano ad altre 526 società». Per un totale di 576 partecipazioni dirette e indirette. Poi ci sono quelle degli enti locali, e qui il numero sale vertiginosamente. Siamo infatti a quota 5.258. Alle quali, precisa ancora Nottola «vanno aggiunti 2.214 organismo di varia natura» come «consorzi, fondazioni...» Per una cifra complessiva che tocca quota 8.048.

I confini finanziari di tale universo sono sterminati. «Il movimento finanziario delle società partecipate dallo Stato, costituito dai pagamenti a qualsiasi titolo erogati dai ministeri nei loro confronti ammonta a 30,55 miliardi nel 2011, 26,11 miliardi nel 2012 e 25,93 nel 2013». Totale in tre anni, 82,6 miliardi, come il costo annuale degli interessi sul nostro enorme debito pubblico. Ancora.

«Il peso delle società strumentali sul bilancio dei ministeri», rimarca Nottola, «è stato di 785,9 milioni nel 2011, 844,61 milioni nel 2012 e 579,41 milioni nel 2013». Totale in tre anni, 2 miliardi 205 milioni: come la metà dell’Imu sulla prima casa. «Quanto agli enti partecipati dagli enti locali», sottolinea il procuratore della Corte dei conti, «un terzo è in perdita». E non è molto difficile comprendere il perché.

La ragione del proliferare di queste società tanto a livello centrale quanto locale ha ufficialmente a che fare con l’«esigenza di snellezza dell’azione amministrativa». Traduzione: siccome la burocrazia è lenta e inefficiente, allora ci si traveste da soggetti privati.

Peccato soltanto che questo abbia una serie di conseguenze piuttosto singolari. La prima è quella che portano con sé le società cosiddette in house, quelle controllate dal soggetto pubblico e costituite per erogare servizi in esclusiva a favore dell’azionista: l’effetto evidente, argomenta Nottola, è che la loro attività viene sottratta completamente alla concorrenza.

Ma è niente al confronto di altri indigeribili riflessi. Come certe «scelte indotte da logiche assistenzialistiche o dall’intento di eludere i vincoli di finanza pubblica, specialmente riferiti all’attività contrattuale e alle assunzioni di personale». È sempre il procuratore generale della Corte che parla: «Tali enti spesso ricorrono, e la forma privatistica glielo consente, a reperire risorse lavorative all’esterno della struttura pubblica ricorrendo ad assunzioni e al conferimento di incarichi di prestazioni professionali e di consulenza esterna».

Il travestimento da privati consente di aggirare in questo modo, per esempio, il blocco delle assunzioni stabilito per la pubblica amministrazione, per giunta evitando i concorsi. Le cronache degli ultimi anni, del resto, sono piene di scandali piccoli e grandi che si inseriscono in questo capitolo. Basta ricordare la famosa vicenda della «parentopoli» al Comune di Roma.

Di fronte a tutto ciò, dice chiaramente Nottola, le armi a disposizione sono alquanto spuntate. «La carenza dei controlli favorisce episodi di cattiva gestione, non di rado di illeciti anche penali, i cui effetti dannosi si riflettono sul bilancio degli enti conferenti». In ultima istanza, quindi, sulle tasche dei contribuenti. Non vi chiedete perché finora nessuno abbia voluto mettere mano a una riforma radicale di questo sistema, imponendo regole chiare e controlli ineludibili. La risposta, ahimè, sarebbe scontata. 

sabato 21 giugno 2014

Incoercibile

AVERE UN FIGLIO E' UN DIRITTO ASSOLUTO?
di Mario Adinolfi

Incoercibile. La nuova parola chiave scolpita nelle tavole della legge dalla Corte costituzionale è: incoercibile. Per la precisione, nel caso, incoercibile è il diritto ad avere figli se li si desiderano secondo le recenti motivazioni alla sentenza sulla fecondazione assistita scritte da Giuseppe Tesauro. Da questa incoercibilità deriva oggi l'incostituzionalità proclamata del divieto di fecondazione eterologa previsto dalla legge 40, domani con questa sentenza si giustificherà altro: ad esempio il desiderio di genitorialità di una coppia omosessuale diventerà diritto, perché quello ad avere prole è configurato ormai dalla Consulta come diritto assoluto. I cancelli sono aperti. Ma la strada dove porta?

Lette e rilette le motivazioni della Consulta non convincono. Certo, ci sono pizzichi di giurisprudenziale prudenza sparsi qua e là, ma la sostanza è preoccupante e l'impressione è che da troppo tempo l'Alta Corte stia sentenziando con l'occhio rivolto più a qualche attrattiva di tipo politico-mediatico, sotto la spinta di una supposta opinione pubblica rappresentata in realtà da qualche giornale ad alta tiratura, che in punta di diritto. E così il nuovo assalto alla legge 40 sembra seguire più un caos modaiolo che un ragionamento rigoroso in termini giuridici.

Non c'è da meravigliarsi. Sono di poche settimane fa ben due sentenze di tribunali lombardi che hanno assolto altrettante donne dall'accusa di alterazione di stato, dopo aver portato in Italia "figli" acquistati all'estero e generati con le tecniche del cosiddetto utero in affitto. Sempre in virtù del presunto diritto incoercibile ad avere figli infatti è stata assolta, ad esempio, una donna 54enne milanese che è andata a comprarsi l'ovocita di una donna indiana, per impiantarlo nell'utero di un'altra donna indiana dopo averlo fecondato con lo sperma del suo compagno, acquistando poi per qualche decina di migliaia di euro il bambino così nato e da quella donna partorito in India, che dunque con la 54enne milanese non ha alcun rapporto di parentela. Quella donna può, per l'anagrafe italiana e a tutti gli effetti, dichiarare il bambino acquistato in India con questa folle procedura come suo figlio. D'altronde, se il diritto ad avere figli è un diritto assoluto, tutto è consentito. Tranne quello che è vietato. In Italia la legge vieterebbe l'utero in affitto. Ma ci penserà la Corte Costituzionale a risolvere anche questa contraddizione. Stiamo sereni.

In realtà un ordinamento che trasformi i desideri in diritti è un ordinamento destinato a perire. I desideri non sono diritti. Si può desiderare un figlio, si può cercare con la tecnica di aggirare le difficoltà, ma non si può ritenere che non ci sia un limite. Sì, nella sentenza della Corte costituzionale qualche pallida limitazione viene ancora mantenuta, ma con veli di ambiguità che hanno fatto gridare a molti che si è tornati ormai al far west procreativo antecedente al varo della legge 40. Sono stati rimossi di fatto tutti i limiti, come è logico che sia se si proclama un diritto "incoercibile" a figliare, se si trasforma il desiderio in diritto e in diritto assoluto.

Essere preda delle ondate emotive dell'opinione pubblica o della supposta opinione pubblica è un grave errore in generale, diventa gravissimo se le delicate decisioni sulla vita e sulla morte delle persone vengono prese in questo modo da quindici persone vestite d'ermellino. Questo sono decisioni che attengono al dibattito democratico, sono i cittadini a dover decidere e il Parlamento a dover legiferare. I cittadini si erano espressi sulla legge 40 per via referendaria, dopo che il Parlamento aveva legiferato. Quindici persone, tra l'altro per quel che si sa divise al loro interno, hanno deciso al posto di tutti. Otto o nove persone hanno deciso dunque che a un bambino possa essere negato il diritto a conoscere il proprio genitore, perché la fecondazione eterologa a questo espone i nascituri. L'auspicio è che il Parlamento, è che Matteo Renzi troppo silenzioso e imbarazzato sulle materie eticamente sensibili, vogliano mettere mano e legiferare. Se la politica abdica e lascia questo territorio tutto in mano alla magistratura e alle sentenze della Corte costituzionale, compie un errore irrimediabile e lo compie per viltà e incapacità, due difetti che i politici di rango proprio non possono avere.

I desideri non sono diritti, di certo non sono mai diritti assoluti. Un figlio è un dono, nasce dall'amore e dall'accoglienza. Non è un oggetto da ottenere ad ogni costo. Riscoprendo un senso del limite, forse riscopriremo anche l'intensa umanità che si annida dentro l'essere genitori e non meri procreatori. Ricordando che prima di tutto e tutti vengono i diritti dei bambini, dei figli. Prima di ogni egoismo degli adulti scambiato per amore, che è invece alla fine solo amore di sé.

mercoledì 18 giugno 2014

400 miliardi

Ma che cosa avrà mai convinto Corrado Passera – ultima attività nota quella di non indimenticabile ministro dello Sviluppo economico nel governo Monti – a proporsi come leader di centrodestra (“non mi interessa un nuovo partitino di centro!”) contro “la visione socialista di Matteo Renzi, un gattopardo che finge di cambiare tutto perché tutto resti uguale”?

Quale modesta considerazione di sé lo induce a indicare come ispiratori “Don Sturzo, De Gasperi, Einaudi”? E chi gli avrà suggerito, a lui che è stato ai vertici di Cir, Poste Italiane e Intesa Sanpaolo, il brand “Italia Unica” che fossimo in Germania suonerebbe più o meno come “Deutschland über alles”?

Passera ha annunciato sabato scorso la sua discesa in campo, negli studios romani della Tiburtina. Ma la vera operatività del movimento-partito è rinviata a settembre, ci sono le ferie. Eppure il mondo non si ferma, né gli obiettivi cui Passera ambisce sono di poco conto: “Renzi ha giocato a porta vuota ma il 40 per cento dei suoi voti corrispondono al 20 per cento degli italiani”.

“E Passera vuol cercare l’altro 80”, conclude rapido il Corriere della Sera (del quale il candidato fu azionista a nome di Intesa) sottolineando come “pensa in grande” e “la camicia celeste perfettamente stirata, il fisico asciutto”. Tanto basta ad aspirare all’eredità del berlusconismo, ancora di più se, dice Passera, “ci sono 400 miliardi a disposizione”; un piano Fenice per il decollo del paese?

Da dove arrivano questi miliardi? “Valorizzazione del patrimonio pubblico, crediti alle imprese attraverso la Cassa depositi e prestiti, i cantieri già finanziati, i fondi strutturali europei, e poi 100 miliardi direttamente nelle tasche dei cittadini consegnando le liquidazioni subito, negli stipendi, altro che 80 euro al mese”.

Dove abbiamo già sentito queste proposte? E dove abbiamo già visto i primi aspiranti Unici: l’avvocato Giulia Bongiorno, l’ex viceministro Mario Baldassarri, gli ex ministri Annamaria Cancellieri e Giovanni Maria Flick? Passera pare convinto di aver lasciato un forte rimpianto come governante: sul sito di Iu racconta di “interventi in vari ambiti, riforme e soluzioni innovative e, in alcuni casi, attese da anni”. Di certo non si è accorto che anche in Italia è tornata la politica, alla quale non si chiede di essere né chic né eccessivamente laureata, e che dal resto d’Europa e del mondo non se n’è mai andata.

Fonte: Il Foglio

giovedì 5 giugno 2014

Gaffe


In più di un’occasione, un’elettrice critica del Movimento 5 Stelle come Fiorella Mannoia se l’è presa con la stampa italiana, eternamente impegnata nel “dare la caccia al grillino mezzo scemo”. Se gli altri partiti sbagliano si suole glissare, se l’inciampo è 5 Stelle parte subito la mitraglia. Vale per gli errori gravi e pure per le gaffe marginali, su cui oggettivamente il M5S svetta. Non in solitudine, però.
Luca Bottura, su Radio Capital, tratteggia la senatrice Paola Taverna come una Sora Lella 2.0. L’eloquio di non pochi parlamentari è però assai peggiore, basta pensare ai Razzi o alle frattaglie del gruppuscolo “Gal”. In questi mesi è poi emersa, comicamente stentorea, la figura della gaffeuse piddina Pina Picierno, che - dopo aver straparlato di “politica del dolce forno” – ha continuato a scivolare anche dopo la vittoria alle Europee.

Il 28 maggio ha twittato giuliva: “Approvato nostro emendamento su aumento pene. Vittoria!” (sì, lo ha scritto davvero). Sempre su Twitter ha esultato per una decisione della Commissione Europea. Peccato che la Commissione avesse appena bocciato il governo Renzi (“Servono sforzi aggiuntivi per rispettare il Patto di Stabilità”).

“Dolce Forno” Pina, ovviamente, non ha capito nulla: “Lo svolazzare inquieto dei soliti gufi è stato messo a tacere- oltre che dal voto degli italiani- anche da Bruxelles: piena fiducia al Governo!”. Idolo Pina. I suoi disastri, però, fanno meno notizia. E anche gli harakiri delle Lara Comi berlusconiane non paiono stimolare granché i giornalisti.
Il grillino gaffeur, invece, eccita di più. Sia perché sta antipatico a quasi tutti, sia perché è maggiormente incline alla bischerata. La lotta al “grano saraceno”, che in realtà era “straniero”, è l’ultimo errore a 5 Stelle. I primi a commetterlo, nel 2011, furono però esponenti Pd e Lega.
La propensione alle gaffe del M5S si palesa fin dall’inizio della legislatura, con la scelta raggelante di Lombardi e Crimi come portavoce. La prima, in uno streaming imbarazzante (per lei), ricorderà a Bersani che lei non contatta le parti sociali perché “noi siamo le parti sociali” (aiutatela).
Il secondo, tra una dormitina e un quieto perdersi nei corridoi (al punto da arrivare tardi a una votazione decisiva), si farà notare per vibranti j’accuse contro la Casta. All’acme della rabbia , Crimi si sfilerà “addirittura” la cravatta come gesto di protesta: roba forte. C’è quella che crede alle sirene, quell’altra che attribuisce poteri divinatori all’aloe. E c’è quello dei microchip.
Il deputato Paolo Bernini, a Ballarò, nel marzo scorso elogiò il documentario Zeitgeist e parlò di teorie cospirazioniste internazionali: “Non so se lo sapete, ma in America hanno già iniziato a mettere i microchip nel corpo umano per registrare, per mettere i soldi, per il controllo della popolazione”.

Notevole anche Serenella “Tafazzi” Fucksia, l’unica a minimizzare l’insulto di Calderoli alla Kyenge: “Il ministro come un orango? Ma cos’ha detto Calderoli di così negativo? Io proprio non lo capisco. Anch’io sono convinta di assomigliare a una papera, Morra mi ricorda un camaleonte e la Gambaro una mucca”.
Strepitoso il “Sarò breve e circonciso” di Davide Tripiedi, peraltro corretto male dal presidente di turno Simone Baldelli (“Coinciso”). Rutilante anche Angelo Tofalo, che a volte le indovina (la musica di People have the Power alla Camera, con la Boldrini che ha impiegato mezzora a capire cosa stesse accadendo) e altre no (“Boia chi molla, Presidente!”).

In equilibrio precario tra naif e masochismo, M5S è giustamente associato anche alle “scie chimiche”. In realtà il tema, caro pure a Piero Pelù, è stato portato in Parlamento dal Pd e prim’ancora dai Ds con sei interrogazioni. Gli avversari usano le gaffes 5 Stelle come prova del loro essere impreparati e “turisti della democrazia”; i diretti interessati replicano sostenendo che le loro sono pagliuzze rispetto alle travi altrui. Il dibattito è aperto. E la “caccia al grillino mezzo scemo” continua.

martedì 3 giugno 2014

Il Bomba

Al liceo lo chiamavano il Bomba, perché le sparava grosse. Così almeno raccontò un suo ex compagno in una perfida telefonata a un’emittente fiorentina, Lady Radio. Avevano sorriso anche i professori, leggendo il suo articolo su «Il divino», mensile del liceo ginnasio Dante di Firenze: «Forlani ha commesso molti errori, anche nella formazione delle liste, e dovrà passare la mano, com’è giusto che sia per un segretario che perde il 5%. La Dc deve veramente cambiare, in modo netto e deciso, mandando a casa i Forlani, i Gava, i Prandini e chi si oppone al rinnovamento...». Era il 1992. Matteo Renzi aveva 17 anni.
È laureato in giurisprudenza (con 109; mancò il 110 perché discutendo la tesi litigò con il relatore), ma non ha un curriculum di eccellenza. Parlotta l’inglese con l’accento toscano, ma non ha fatto master all’estero. Matteo Renzi non è frutto delle élites. È un politico puro. Con i suoi limiti, e con due punti di forza: il fiuto e l’energia. Il fiuto gli ha suggerito che l’unico modo per emergere a sinistra era andare contro la vecchia guardia, cavalcando l’insofferenza della base per leader che non vincevano mai. Poi ha usato contro l’intera classe politica lo stesso linguaggio e gli stessi argomenti della gente comune. Infine ha alzato il tiro contro l’establishment, dalle banche ai sindacati. Si è insomma costruito contro il Palazzo. Per questo l’opinione pubblica è perplessa, ora che lui nel Palazzo entra senza passare dal voto popolare. Ma la sua energia può imprimere uno scossone a un Paese sprofondato in una crisi di fiducia.
Il più giovane presidente del Consiglio è nato l’11 gennaio 1975 a Rignano sull’Arno, 9 mila abitanti, 23 chilometri da piazza della Signoria. Il padre Tiziano - piccolo imprenditore che diventerà consigliere comunale per la Dc - e la madre Laura Bovoli vivono in un palazzone di via Vittorio Veneto, con la primogenita Benedetta di tre anni (nel 1983 arriverà Samuele e nel 1984 Matilde, l’unica impegnata nei comitati elettorali del fratello). Dopo un mese di prima elementare, la maestra, signora Persello, lo promuove: il bambino è sveglio, può passare in seconda. Serve messa a don Giovanni Sassolini, parroco di Santa Maria Immacolata. Gioca stopper nella Rignanese, ma riesce meglio come arbitro e come radiocronista. (Ancora l’anno scorso, in una partita di beneficenza, ha preteso di tirare un rigore: parato, per giunta dal sottosegretario Toccafondi, alfaniano). Si fa eleggere rappresentante di classe. Entra negli scout. Guida un gruppo in una gita in Garfagnana: si perdono in un bosco, passano la notte all’addiaccio. I compagni lo chiamano «Mat-teoria», perché parla parla ma poi a lavorare sono sempre gli altri. Il capo scout Roberto Cociancich scrive: «Matteo ha doti di leader. Lo vedremo crescere». Oggi Cociancich è senatore pd, inserito nel listino in quota Renzi.
Nel 1994, mentre l’Italia antiberlusconiana inorridisce nel vedere il padrone delle tv private entrare a Palazzo Chigi, Renzi va nelle tv private di Berlusconi: in cinque puntate della «Ruota della fortuna» con Mike Bongiorno vince 48 milioni. L’anno dopo, a vent’anni, fonda a Rignano un circolo in sostegno di Prodi. Nel 1999 si laurea con una tesi su «La Pira sindaco di Firenze» e sposa Agnese Landini, conosciuta agli esercizi spirituali nell’Agesci.
Organizza la rete di strilloni per conto dell’azienda del padre, per distribuire La Nazione in strada. Con i soldi che ha guadagnato parte assieme agli amici scout per il Cammino di Santiago: una settimana di pellegrinaggio a piedi. Al ritorno i capi gli propongono di candidarsi alla guida del partito popolare di Firenze, che ha appena toccato il minimo storico: 2 per cento. Renzi accetta e vince il congresso. Segretario nazionale è Franco Marini.
Palazzo Vecchio è in mano ai postcomunisti. Ai cattolici, cioè a lui, tocca la Provincia. La trasforma «da cimitero degli elefanti a fucina della propria carriera», come scrive il suo biografo David Allegranti. Si inventa la kermesse culturale «Il Genio fiorentino», la società di comunicazione Florence Multimedia, e Florence Tv, un canale che ne illustra le gesta. Il primo a invitarlo in una tv vera è Corrado Formigli su Sky. Gli spettatori scoprono un ragazzo che non parla come un politico ma come uno di loro. Fa gaffe e le racconta, confonde Churchill con De Gaulle e ne ride. Nel 2006 passa in città Berlusconi. Ai suoi uomini confida: «Quel Matteo è bravo, ma sbaglia a vestirsi di marrone: fa tanto sinistra perdente».
Scrive Claudio Bozza del Corriere Fiorentino che qualcuno lo riferisce all’interessato. Il marrone è abolito. Da allora, Renzi evita anche di vestirsi come un politico. Preferisce i jeans Roy Rogers Anni 80 e il giubbotto di pelle da Fonzie («ma la pelletteria è un settore trainante dell’export italiano!»), oppure le camicie bianche senza cravatta con le giacche blu elettrico di Scervino. Taglia il ciuffo. Dimagrisce mangiando banane e iniziando a correre. Martella i colleghi. Corteggia la categoria che lo attrae di più: gli imprenditori. Una città abituata a perpetrare le sue gerarchie si riconosce nel giovanotto venuto dal contado.
Nel 2009 Renzi si candida alle primarie per Palazzo Vecchio. Il partito ha prescelto Lapo Pistelli, di cui è stato assistente parlamentare. Lo batte con il 40,5% contro il 26,9. Dirà un anno e mezzo dopo: «Non ho vinto io perché ero un ganzo, è che gli altri erano fave». Supera al ballottaggio il portiere Giovanni Galli ed è sindaco. Come primo provvedimento, elimina le auto blu: tutti a piedi. Lui gira in bicicletta (prova anche l’auto elettrica: tampona la macchina davanti. Poi impara). Comunica che la tranvia in centro, di cui si discute da anni, non si farà, anzi: piazza Duomo diventerà pedonale. Addio comunicati stampa: le notizie le dà direttamente lui, su Facebook e poi su Twitter. Nomina dieci assessori, cinque uomini e cinque donne, tra cui Rosa Maria Di Giorgi, che gli chiede: «Ma in giunta si vota?». Lui risponde: «Certo. Però il mio voto vale undici». Oggi non ne è rimasto neanche uno. Il sindaco li ha sempre scavalcati, parlando direttamente con i funzionari. Quando intuisce che qualcuno passa informazioni riservate ai giornalisti, per scovarlo racconta con tono da cospiratore a tre assessori tre piani diversi per il traffico: individua così il colpevole.
Il presidente di Confindustria Firenze, Giovanni Gentile, critica la sua proposta di introdurre la tassa di soggiorno, lui replica: «Gentile conta come il presidente di un club del burraco». In una vecchia stazione ferroviaria, la Leopolda, riunisce i giovani del partito, affida il format a Giorgio Gori e la regia a Fausto Brizzi. Dice che la classe dirigente del Paese va «rottamata», come le automobili. La settimana dopo, va a pranzo da Berlusconi ad Arcore. «Per Firenze questo e altro» si giustifica. In realtà, Renzi non è antiberlusconiano; semmai postberlusconiano. Frase-chiave: «Io lo voglio mandare in pensione, non in galera».
Nell’estate 2012 sfida Bersani per la candidatura a Palazzo Chigi. Ma il vero obiettivo polemico è D’Alema. D’Alema consiglia a Bersani di evitare lo scontro, il segretario fa cambiare lo statuto per indire le primarie: «Renzi non vince». Il giro d’Italia di Renzi in camper è trionfale. Lo slogan: «Adesso!». La nomenklatura del Pd lo avversa come un usurpatore. Bersani è costretto al ballottaggio, ma prevale, anche a causa del regolamento che restringe la partecipazione. Renzi respinge l’idea di una lista con il suo nome, quotata nei sondaggi al 15%. L’appoggio alla campagna del partito è blando; ma neppure lui immagina la débâcle. Quando Bersani tenta di aprire ai Cinque Stelle, Renzi lo gela: «Si è fatto umiliare». Bersani rinuncia a formare il governo.
Si vota per il Quirinale. Marini gli telefona per chiedere appoggio. Renzi sbotta con i presenti: «Ma vi rendete conto? Mi ha chiamato per dirmi di aiutarlo a diventare presidente della Repubblica, perché lui è cattolico. Che vuol dire? Anche io sono cattolico, ma per me è un valore prezioso e privato». I renziani votano Chiamparino, poi Prodi, infine Napolitano. Lui si illude per un giorno che il presidente rieletto possa affidargli l’incarico, che tocca a Letta. È allora che decide di candidarsi alla segreteria del Pd. Per la nomenklatura l’usurpatore è diventato un male necessario. L’obiettivo minimo è evitare che Letta e Alfano si accordino per una legge elettorale proporzionale che renda eterne le larghe intese. L’obiettivo massimo è Palazzo Chigi. Frase-chiave: «La vecchia sinistra ha sempre voluto cambiare gli italiani. Io voglio cambiare l’Italia».

Corrado Passera scioglie la riserva

«Purtroppo in una campagna elettorale in cui di Europa si parla pochissimo sta accadendo esattamente quello che temevo. Il ballottaggio tra Renzi e Grillo è dannoso perché entrambi non rappresentano la risposta giusta ai problemi degli italiani. Una grande parte dell’elettorato non sa chi votare. Alcuni si rifugiano in Renzi e Grillo per mancanza di alternative, per moltissimi Berlusconi è il passato remoto, Alfano e Casini il passato prossimo e manca una nuova proposta politica seria e alternativa ai populismi. È a questo che stiamo lavorando». Dopo l’anticipazione di fine febbraio e un viaggio di ascolto per l’Italia durato due mesi Corrado Passera scioglie la riserva: si candida esplicitamente alla leadership dei moderati. E il 14 giugno con un grande incontro a Roma darà inizio al processo costituente di Italia Unica.

Lei sostiene che Renzi e Grillo non sono la soluzione ma i sondaggi li danno entrambi in sicura ascesa.
«Si sommano in questi risultati il grido di rabbia di tanti italiani che Grillo intercetta e l’effetto ultima spiaggia che porta a scommettere sull’ipercinetico Renzi. Da tre mesi il premier è in campagna elettorale, guarda esclusivamente a quell’obiettivo e non certo a rimettere in moto l’Italia. E infatti il suo Def è più timido di quelli presentati dai governi precedenti. Manca una visione di lungo termine e gli 80 euro sono una misura a uso e consumo soprattutto dell’elettorato del Pd. Persino il jobs act si è ridotto a poco meno di un topolino. Quanto a Grillo è uno sfasciacarrozze che ha preso come bersaglio l’euro per spostare l’attenzione dalla quasi totale mancanza di proposte costruttive». 

E il centrodestra le sembra subire inerte questa doppia pressione?
«Il centrodestra è come se non fosse in partita, appare debole e quello spazio va riempito da una forza politica libera dai retaggi del passato e capace di un programma di trasformazione radicale. Non è possibile che 10 milioni di voti rischino di non contare più niente. Berlusconi ha avuto venti anni per realizzare la rivoluzione liberale e non c’è riuscito. Alfano e Casini sono destinati a rimanere minoritari. E lo sa perché? Mancano il grande progetto e una leadership competente, affidabile e riconosciuta». 

Ha avuto già modo di parlare con Berlusconi del suo progetto?
«Ne parlerò a tutti il 14 giugno». 

E intanto per chi voterà il 25 maggio?
«Andrò a votare ma per la prima volta non mi riconosco in nessuna delle proposte dei partiti. Nessuno ha affrontato il tema dell’Europa con convinzione e serietà». 

Italia Unica punta ad aggregare i piccoli spezzoni del centrodestra?
«La mia non è un’Opa sull’esistente, è una proposta aperta fatta a coloro che non si riconoscono nei populismi imperanti, incluso Renzi. Non siamo interessati a improvvisate federazioni di partitini, ma a costruire un movimento politico in grado di presentarsi da protagonista alle prossime scadenze elettorali. Anche sul programma siamo pronti ad un confronto del tutto aperto attraverso una consultazione via web». 

Le obietteranno che lei nel 2005 ha partecipato alle primarie del Pd...
«C’era il rischio che l’estrema sinistra fosse egemone e votai per una persona (Romano Prodi, ndr ) che puntava a modernizzare il Paese. Ho visto successivamente che dal ceppo del Pd non è riuscita a scaturire una grande proposta di trasformazione dell’Italia. Con Renzi poi quei difetti si stanno ingigantendo. Come può un leader essere insofferente verso le rappresentanze in una democrazia moderna che ha grande bisogno di cuciture e coesione?». 

Lei critica l’Italicum ma quale tipo di legge elettorale propone?
«L’Italicum è antidemocratico e probabilmente anche anticostituzionale. Noi siamo per un doppio turno di coalizione, con collegi uninominali. Un elettore deve poter scegliere a ragion veduta i suoi rappresentanti. Le alleanze si fanno al secondo turno e si può prevedere un rafforzamento del premio di maggioranza per dare più stabilità». 

È a favore dell’abolizione del Senato?
«Sì, sono per una sola Camera con potere legislativo. Così come sono per un solo livello amministrativo tra Comuni e Stato. Non mi piacciono i pasticci che sta facendo Renzi, trasformando Province e, in prospettiva, il Senato in enti inutili senza cancellarli davvero, e credo anche che un governo debba avere al massimo 12 ministeri con responsabilità ben definite. Oggi capita che un ministro si occupi di ammortizzatori sociali e un altro di crisi aziendali». 

Che concezione dello Stato professerà la sua Italia Unica?
«Siamo per uno Stato che stia fuori dagli affari, più magro e più tonico, più leale e più digitale. Si occupi di regole, controllo e programmazione e non di gestione. Al Sud non si arriva senza le ferrovie... e allora facciamole, invece di sprecare i fondi strutturali in mille rivoli. Ma voglio uno Stato verificabile, che risponda ai cittadini e che riconosca la loro autonomia. Devono avere più libertà di scelta, ad esempio, se incassare anticipatamente il Tfr o no. E poi ci vuole rispetto delle capacità e del merito in tutto, dalla scuola alla sanità. Renzi invece anche nelle ultime nomine ha operato con il Cencelli e ha messo le donne solo in ruoli di rappresentanza privi di poteri esecutivi». 

Il Berlusconi del ‘94 riuscì a unire sia le élite liberali sia quella che viene chiamata la pancia del Paese. Lei non teme che una parte dell’elettorato del centrodestra rigetti la leadership di un ex banchiere?
«Il carattere del mio progetto è popolare nell’accezione europea del termine con forte iniezione liberale. Siamo per l’economia di mercato combinata ad una grande sensibilità sociale. Non lasceremo alla sinistra la rappresentanza del ceto medio produttivo e del terzo settore e la sfideremo sulla lotta alla povertà. Proprio sul terzo settore Renzi ha presentato molte delle proposte che avevo annunciato in febbraio e mi fa piacere. Noi abbiamo anche le idee su come trovare i 5 miliardi che ci vorrebbero per rimettere in moto quel mondo». 

Renzi sulla spending review però è andato più avanti del governo Monti in cui lei era presente.
«Il governo Monti non fece abbastanza, concordo. Ma non mi farei abbindolare dai tagli ad effetto del governo Renzi. Alle auto blu su eBay io rispondo con proposte molto più radicali: veri costi standard nella sanità, passaggio da 9 mila anagrafi ad una sola su cloud, eliminazione degli incentivi regionali a pioggia - parliamo di circa 15 miliardi - per liberare risorse vere per la crescita. Al ministero dello Sviluppo economico sono riuscito a farlo a livello centrale. Quello che mi indigna è il continuo rimando dei pagamenti dello scaduto della pubblica amministrazione. Subito 100 miliardi alle imprese seguendo l’esempio spagnolo. Si può! E le aziende lo possono pretendere. L’Italia ha bisogno di maggiore ambizione». 

Ambizione in economia può essere una parola ambigua, può anche suonare come voglia di un ritorno alla spesa facile. Ma come reagirebbe l’Europa?
«Non chiedo nessuna deroga agli impegni europei. L’Italia ha bisogno di un forte piano di rilancio dell’economia e di riforme per creare lavoro. Penso che sia arrivata l’ora di muovere grandi risorse, almeno 400 miliardi tra investimenti privati e pubblici, credito e soldi in tasca alle famiglie e alle imprese. Di sicuro dobbiamo essere in grado di usare il semestre europeo a guida italiana per ridare un’anima all’Europa non solo di austerità, ma anche di sviluppo. Potremo rispettare il fiscal compact solo se avremo rimesso in moto la crescita. L’Unione Europea è stata una formidabile macchina di pace, ora deve diventare anche una potente macchina di sviluppo sostenibile». 

Con Renzi a Palazzo Chigi in politica sono tornate centrali le politiche della comunicazione.
«Gli italiani hanno bisogno di una comunicazione trasparente e seria, sui problemi e le soluzioni. Basta con i soli slogan. Oggi c’è tanto spettacolo, ma debole visione complessiva e quasi nessuna implementazione dei provvedimenti. I leader ricercano un contatto diretto con i cittadini, un contatto populistico e spesso fanno solo dello show business. Spacciano annunci, disegni di legge, tweet vari per leggi bell’e fatte». 

Si dice che Renzi non abbia attorno a sé una squadra sufficientemente forte. Lei ce l’ha?
«La squadra è decisiva, non credo all’uomo solo al comando. Un leader è tale solo se si circonda di altri leader. In parte la squadra di Italia Unica è pronta, e in parte la completeremo da giugno in avanti, con le forze che si uniranno a noi». 


Corriere della Sera, 18 maggio 2014

Il Papa degli ultimi

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