Marcello Veneziani, La Verità – 7 novembre 2023
mercoledì 8 novembre 2023
Patriota perché cristiano
domenica 24 settembre 2023
Metà Milano, a non esagerare, volle seguire il feretro al Cimitero
È il 6 gennaio 1873: al termine della Messa, Alessandro Manzoni esce dalla chiesa di San Fedele a Milano, scivola e cade a terra. Ha 88 anni e le sue condizioni, dopo la brutta caduta, peggiorano rapidamente.
Il 22 maggio muore e al suo funerale partecipano le più alte cariche dello Stato, tra cui il futuro re Umberto I e le rappresentanze della Camera e del Senato.
“Per le strade un gridio di venditori di fotografie del gran poeta, di ritratti d’ogni formato, d’ogni prezzo. Le pareti delle case erano tappezzate di avvisi portanti il nome del Manzoni […] gli uomini erano tutti nelle vie, e metà Milano, a non esagerare, volle seguire il feretro al Cimitero», così descrive Felice Venosta il giorno dei funerali.”
Linguaggio cinematografico ante litteram
"Sono convinto che si possa leggere la prima pagina de I promessi sposi come il movimento di camera che dall’alto si avvicina al suo oggetto. Non rida. Manzoni usa il linguaggio cinematografico prima che sia stato inventato.”
Umberto Eco in merito a I promessi sposi durante un’intervista con Antonio Gnoli
venerdì 28 luglio 2023
"Ora la Notte emette il fischio / venga Torelli senza rischio"
Cronista, così amava definirsi Giorgio Torelli, 95 primavere e una vita dedicata a raccontare le storie degli uomini, dai grandi protagonisti alle persone più semplici. Giorgio Torelli è morto la sera del Giovedì Santo. Il 6 aprile era nella sua casa di Milano circondato dalla famiglia: la moglie Carlina, medico, conosciuta sui banchi del liceo classico e unica donna della sua vita, i figli Stefano e Michele Arcangelo (la figlia Alessandra è morta nel 2020).
Giorgio nasce a Parma il 26 febbraio 1928. Studente di medicina lascia l’università nel 1954 per abbracciare il giornalismo, lo muove la grande passione per la cronaca e insieme il desiderio di metter su famiglia con l’amata Carlina. Tre mesi in redazione alla “Gazzetta di Parma” e poi un telegramma in rima lo invita nella grande città: «Ora la Notte emette il fischio / venga Torelli senza rischio / firmerà contratto a Milano: / molto lavoro e poco grano». Le parole di Nino Nutrizio, direttore del quotidiano della sera, vengono accolte e Milano diventa la sua seconda patria. Tanti i quotidiani e i settimanali per cui lavora, dal “Candido” di Guareschi a “Epoca”. Fonda nel 1974 con Indro Montanelli “il Giornale nuovo”, di cui è inviato di punta. Collabora a lungo con “Avvenire” e “Luoghi dell’Infinito”. Firma una trentina di libri e un romanzo, La Parma voladora.
La sua ricerca ha per orizzonte le storie belle, le persone buone, gli eventi che danno speranza. Insomma tutto quello che tiene unito il mondo e impedisce la dissoluzione e la vittoria del caos. Era uomo di grande fede e di una cultura straordinaria. Cultura di storia e di storie, in gran parte vissute, e di quel mondo che aveva conosciuto nel suo viaggiare da inviato. Era un campione della cultura popolare: la sua pagina “Eravamo una piccola città”, appuntamento domenicale con la “Gazzetta di Parma”, dal 2012 fino a settimana scorsa, raccontava il mondo parmense e la sua gente. E in dialetto ha voluto tradurre il Vangelo di Marco: Al Vangel äd Marco in pramzan dal sas, il parmigiano del “sasso”, la città storica.
Con Giorgio avevamo lunghe telefonate. Mi chiamava ed era subito festa: il suo parlare parmigiano era sempre gioioso, brillante e soprattutto vivo. A volte mi vedevo costretto a interrompere il suo profluvio per chiedergli una traduzione. Ma non c’era bisogno di traduzione per comprendere come la vita buona e felice scorresse nel suo raccontare infinito. Giorgio era un uomo dalle forti radici e dagli orizzonti che non conoscono confini. Dalle forti radici perché, anche se viveva a Milano fin dalla giovinezza, era sempre legato a Parma e alla sua terra, un legame di amore, una linfa che alimentava tutta la sua esistenza. Per lui la città natale è soprattutto la sua gente. Gente che ama la vita tanto da aver fatto del gusto un’arte, la difficile arte di saper coniugare il buono, il vero e il bello.
Scriveva nel numero monografico di “Luoghi dell’Infinito” (260, aprile 2021) dedicato a Parma: «Noi siamo noi. Lo furono mio padre artigiano e mio nonno contadino, genitore a baffi risoluti [come i suoi che portava con fierezza fin da giovane] di una barca d’undici figli e figlie. Entrambi indossarono la parmigianità di fatto e di elezione. Al mio signor nonno, già granatiere di leva a Roma nel 1873 e poi seminatore della nostra materna terra dai solchi avidi di complicità, dicevano “Arnést, Ernesto, dovete giocare al Lotto per tirar su una famiglia che non finisce mai!”. Non commentò. Scrisse a vernice la frase dell’orgoglio combattivo sulla cappa del camino di casa, con sotto la padella per la tavolata. La frase si è fatta massima e così risuona: “Ambo lavorare, terno seguitare”».
Quella frase è stata anche il motto della vita di Giorgio Torelli, e questo gli ha permesso di essere un uomo dagli orizzonti senza confini. Come inviato ha attraversato i cinque continenti, mosso da sete di conoscenza, dalla passione per gli uomini, da un’empatia che lo faceva entrare in rapporto anche con le persone più lontane per cultura, lingua, sensibilità. In questo abbracciare il mondo è stato accanto a missionari a cui lo legava una profonda amicizia, da Piero Gheddo a Baba Camillo a Marcello Candia. Scrivere era come respirare. Non si coglieva grande differenza tra il suo parlare e i suoi articoli: la parola, sia nella lingua madre sia in italiano, era sempre ricca, precisa, capace di esprimere l’essenziale e le sue sfumature. Ed era sempre una parola gioiosa. Anche quando raccontava le zone d’ombra e gli abissi dell’umano si scorgeva la luce della speranza e la fiducia nella Provvidenza.
Ora Giorgio Torelli è nella luce della Parola in tutta la sua bellezza, bontà e verità. Quella Parola che l’indomito cronista ha amato, cercato, declinato in tutta la sua vita. Da autentico e umile maestro.
fonte: Avvenire, Giovanni Gazzaneo venerdì 7 aprile 2023
lunedì 17 luglio 2023
Don Abbondio: il vero protagonista
Manzoni ebbe una straordinaria importanza nella formazione di scrittore di Sciascia. Tra le sue prime letture Sciascia ha sempre ricordato I Promessi Sposi e la Storia della colonna infame: Manzoni, insieme agli illuministi francesi, rappresentò, per quel precoce e avidissimo lettore, la ragione e un modo di ragionare da opporre all’irrazionale pirandellismo in natura che aveva scoperto nella sua vita di ogni giorno. Tra gli scrittori più amati, lo scrittore milanese occupa un posto di primissimo piano, e Sciascia non mancò di dichiararlo: «Se mi si chiedesse a quale corrente di scrittori appartengo, e dovessi limitarmi a un solo nome, farei senza dubbio quello di Manzoni».
L’interesse critico di Sciascia per l’opera manzoniana ha dovuto misurarsi con il diffuso disamore, l’insofferenza quasi, che spesso si accompagna all’autore dei Promessi sposi, e per colpa soprattutto della scuola italiana, che ha imposto la lettura del romanzo agli studenti con interpretazioni stereotipate e fuorvianti. Sciascia ebbe la fortuna di leggerlo, come egli stesso confessa, prima che glielo facessero leggere a scuola, avendo così modo di apprezzarne l’autentico valore. I suoi saggi su Manzoni sono talvolta coincisi con iniziative editoriali che miravano a una più avvertita divulgazione dell’opera manzoniana, e in cui il suo contributo doveva risultare fondamentale.
La raccolta di saggi intitolata Cruciverba accoglie i due scritti più importanti tra quelli che Sciascia ha dedicato a Manzoni: «Goethe e Manzoni» e «Storia della colonna infame».
Nel primo saggio Sciascia prende spunto da alcune annotazioni dei Colloqui con Goethe di Eckermann, e precisamente da quelle in cui il grande autore tedesco parla dei Promessi sposi, di cui leggeva l’edizione del 1827, riassumendone l’eccellenza in quattro punti: la storia; la religione cattolica; le lotte rivoluzionarie; l’amore e la conoscenza dei luoghi. Per Sciascia, questi quattro pregi del romanzo sono suscettibili di aprire, ciascuno, un discorso, e ne trova conferma in Pirandello, che questo passo dei Colloqui trascrisse, traducendolo, in un suo taccuino di appunti, ma senza nessuna indicazione, con la conseguenza che la critica l’ha ritenuto un giudizio di Pirandello su Manzoni. Sul primo dei quattro pregi, Goethe, terminata la lettura del romanzo, doveva ricredersi; ma questo discorso ne apre un altro, e il più importante per Sciascia, sulla Storia della colonna infame, che si preferisce affrontare più avanti, prima occorre far cenno alla lettura di Sciascia del romanzo manzoniano.
Tra le considerazioni di Goethe sui Promessi sposi, Sciascia ne trova una che vale a chiarirgli il valore del romanzo e insieme il valore della scrittura, intesa con felicità, come felicità, anche nell’angoscia. La felicità della scrittura, come altrove si è detto la felicità della letteratura, trattando della sua idea di letteratura come forma del dilettantismo, del dilettarsi. Nella scrittura manzoniana Sciascia ha riconosciuto l’espressione più alta della scrittura come forma della felicità, della felicità della scrittura, proponendo così un Manzoni certamente originale, da contrapporre alla fama corrente di scrittore noioso: «C’è poi, straordinario, l’accostamento di due parole, di due stati d’animo; l’angoscia, la felicità. Ci sono tante definizioni del classico, di quel che è classico, di quel che è un classico (e di solito in contrapposizione a barocco o romantico), ma qui, sulle pagine del Manzoni, mi pare che Goethe adombri la più giusta: classico è la capacità di rappresentare tutto, anche l’angoscia, soprattutto l’angoscia, “con mirabile felicità”. La felicità dello scrivere, la felicità della scrittura, la felicità della “dicitura”: per quanto greve, angosciante, affannosa sia la realtà che vi si rappresenta. I promessi sposi è un libro angoscioso e, in un certo senso, disperato; ma è anche un libro felice».
C’è un episodio della vita di Manzoni che Sciascia apprese da una vecchia antologia scolastica e che egli assume ad esemplificazione di uno dei punti in cui Goethe sintetizza l’eccellenza del romanzo, quello delle «lotte rivoluzionarie»: in quell’occasione l’autore dei Promessi Sposi diede prova di grande coraggio e insieme di suprema discrezione. Quell’episodio diviene per Sciascia «una specie di chiave di lettura dell’opera, ponendosi come spiegazione del rapporto tra il personaggio protagonista del romanzo e il suo autore»: un caso evidente di quell’interesse che sempre Sciascia ripone nella biografia di un autore per meglio comprenderne l’opera.
Prima che a scuola gli venisse indicato il protagonista del libro nella Provvidenza, Sciascia aveva già maturato la convinzione che il vero protagonista del romanzo fosse don Abbondio, e non ci fu commentatore o professore che riuscisse a fargli cambiare idea. Ad un certo punto, anzi, doveva scoprire un libro che quella convinzione avrebbe confermato e motivato: Il sistema di don Abbondio di Angelandrea Zottoli, poco o punto presente nelle scuole italiane. L’originale interpretazione del romanzo manzoniano viene illustrata da Sciascia muovendo proprio dal saggio di Zottoli: «“Figura circospetta e meditativa”, dice Zottoli, che si mostra appena Adelchi cade e che da Adelchi apprende che “una feroce forza il mondo possiede” e che “loco a gentile, ad innocente opra non v’è: non resta che far torto o patirlo”. Ma questa visione della vita, questo pessimismo, è per don Abbondio un riparo e un alibi: don Abbondio è forte, è il più forte di tutti, è colui che effettualmente vince, è colui per il quale veramente il “lieto fine” del romanzo è un “lieto fine”. Il suo sistema è un sistema di servitù volontaria: non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, da una posizione di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia spagnola del secolo XVII. Un sistema perfetto, tetragono, inattaccabile. Tutto vi si spezza contro. L’uomo del Guicciardini, l’uomo del “particulare” contro cui tuonò il De Sanctis, perviene con don Abbondio alla sua miserevole ma duratura apoteosi. Ed è dietro questa sua apoteosi, in funzione della sua apoteosi, che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano…».
Nella conclusione del saggio l’argomentazione di Sciascia si fa stringente: «Anni addietro Cesare Angelini, dopo più di mezzo secolo di amorosa, attenta e sottile lettura dell’opera manzoniana, fu come folgorato da una domanda: perché se ne vanno? perché Renzo e Lucia, ormai che tutto si è risolto felicemente per loro, ormai che nel castello di don Rodrigo c’è un buon signore e nulla più hanno da temere, lasciano il paese che tanto amano? Non seppe trovare risposta. E pure la risposta è semplice: se ne vanno perché hanno già pagato abbastanza, in sofferenza, in paura, a don Abbondio e al suo sistema; a don Abbondio che sta lì, nelle ultime pagine del romanzo, vivo, vegeto, su tutto e tutti vittorioso e trionfante: su Renzo e Lucia, su Perpetua e i suoi pareri, su don Rodrigo, sul cardinale arcivescovo. Il suo sistema è uscito dalla vicenda collaudato, temprato come acciaio, efficientissimo. Ne saggiamo la resistenza anche noi, oggi: a tre secoli e mezzo dagli anni in cui il romanzo si svolge, a un secolo e mezzo dagli anni in cui Alessandro Manzoni lo scrisse».
Nell’interpretazione sciasciana I promessi sposi perdono il carattere provvidenzialistico che ha voluto leggervi una certa critica, propensa ai luoghi comuni, che ha spopolato tra i banchi di scuola. Al contrario, il romanzo si presenta, per Sciascia, come una disamina lucidissima e spietata della società italiana: del tempo in cui il romanzo si svolge, del tempo in cui Manzoni lo scrisse, del tempo in cui noi lo leggiamo. In un’altra occasione, sempre a proposito del romanzo manzoniano, Sciascia ha affermato: «La sua opera è generalmente vista come il prodotto di un cattolico italiano piuttosto tranquillo e conformista, quando invece si tratta di un’opera inquieta, che racchiude un’impietosa analisi della società italiana di ieri e di oggi e delle sue componenti più significative. Un libro, un’opera che contiene tutta l’Italia, persino l’Italia che più tardi sarà descritta da De Roberto ne I viceré, da Pirandello ne I vecchi e i giovani, da Vitaliano Brancati ne Il vecchio con gli stivali, addirittura l’Italia delle Brigate Rosse». E quanto al cattolicesimo di Manzoni, Sciascia ha dichiarato: «è stato detto che ha convertito, convertendosi, l’illuminismo al cattolicesimo; ma io penso che in lui è forse accaduto il contrario: il cattolicesimo si è convertito all’illuminismo».
Vi è un altro saggio in Cruciverba nel quale si fa cenno ai Promessi sposi: «Un cruciverba su Carlo Eduardo», dove il Waverley di Walter Scott viene indicato tra le fonti del romanzo manzoniano, come aveva notato Corrado Alvaro, e attraverso la segnalazione di alcuni dei punti nei quali l’esteriore struttura dei due romanzi coincide.
Come Sciascia ricorda in «Goethe e Manzoni», l’autore del Faust, finito di leggere il romanzo, si era ricreduto su uno dei quattro pregi che vi aveva ravvisato, la storia, e si era convinto che lo storico avesse giocato un brutto tiro al poeta. E’ pur vero, e Sciascia ne tiene conto, che Goethe leggeva I promessi sposi nell’edizione del 1827, dove la fusione di storia e invenzione non è compiutamente raggiunta; se egli avesse letto l’edizione del 1840, si domanda Sciascia, avrebbe continuato a sostenere che Manzoni commetteva da storico peccato contro la poesia? Tra le parti di storia inserite nel romanzo del 1827 vi era la cronaca del processo ai presunti untori celebrato durante la peste milanese del 1630, cronaca che sarebbe stata pubblicata in appendice all’edizione del 1840 del romanzo, con il titolo Storia della colonna infame. Quest’opera, tra le opere manzoniane, ha sempre suscitato un interesse assolutamente prioritario in Sciascia, che ha affermato: «Potremmo magari lasciar da parte I promessi sposi: la Storia della colonna infame dovrebbe esser ben presente, oggi».
Al volumetto manzoniano Sciascia ha dedicato uno scritto particolarmente denso, raccolto in Cruciverba. Prima di Manzoni, l’illuminista Pietro Verri aveva dedicato la sua attenzione ed il suo sdegno ai tragici fatti milanesi; e con Verri Manzoni entra in parziale polemica per ciò che pertiene le responsabilità di quei gravi casi d’ingiustizia. Sciascia sceglie di stare con Manzoni: «Più vicini che all’illuminista ci sentiamo oggi al cattolico. Pietro Verri guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni; Manzoni alle responsabilità individuali. La giustezza della visione manzoniana possiamo verificarla stabilendo una analogia tra i campi di sterminio nazisti e i processi contro gli untori, i supplizi, la morte». E all’obiezione che quei giudici fossero uomini di cui tutta Milano riconosceva l'integrità, obiezione avanzata da Fausto Nicolini nel suo Peste e untori del 1937, autentico bersaglio polemico di questo scritto, Sciascia risponde stabilendo appunto un’analogia con i campi di sterminio nazisti: «viene da pensare a quel libro di Charles Rohmer, L’altro, che è quanto di più terribile ci sia rimasto nella memoria e nella coscienza di tutta la letteratura sugli orrori nazisti pubblicata dal 1945 in poi: “una dimostrazione per assurdo, in cui è proprio la parte di umanità rimasta nei burocrati del Male, la loro capacità di sentire ed agire come tutti noi, a dare l’esatta misura della loro negatività” […] Non si accorge, il Nicolini, che quel di cui c’è da tremare è appunto questo: che quei giudici erano onesti e intelligenti quanto gli aguzzini di Rohmer erano buoni padri di famiglia, sentimentali, amanti della musica, rispettosi degli animali. Quei giudici furono “burocrati del Male”: e sapendo di farlo».
Nell’opera manzoniana Sciascia legge l’analisi, lucida e tormentata, delle responsabilità individuali imputabili a uomini che hanno il potere di giudicare altri uomini, e tanto più acuta e dolorosa è quest’analisi in quanto riferita a uomini non eccezionalmente malvagi né a tempi di eccezionale oscurità, ma a uomini con la loro parte di umanità, e in qualsiasi tempo: occorre vigilare perché più non accada che alcuni uomini possano disporre della libertà e della vita di altri uomini, e proprio perché ciò può accadere sempre: «Poiché il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti. Il passato che non c’è più – l’istituto della tortura abolito, il fascismo come passeggera febbre di vaccinazione – s’appartiene a uno storicismo di profonda malafede se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora. E il fascismo c’è sempre».
Il Manzoni che più interessa a Sciascia è quello che compiutamente si esprime nella Storia della colonna infame, dove con maggiore evidenza che nel romanzo il moralismo è molto più prepotente delle credenze religiose. Per Sciascia la Storia costituisce una deviazione imprevista dal percorso tracciato dalla fede, percorso nel romanzo coerentemente seguito; una chiave di lettura, la più congeniale, con cui aprire il medesimo romanzo all’interpretazione che egli ne diede. Un’opera che dapprima Manzoni chiamò appendice storica sulla Colonna Infame, e appunto da appendice è trattata, con disattenzione e superficialità, dice Sciascia. E sulla scelta dell’autore di fare della Storia un’opera separata dal romanzo, Sciascia coglie le vere ragioni di questo piccolo grande libro: «La ragione per cui Manzoni espunge dal romanzo la Storia non è soltanto tecnica – cioè quella ragione di cui lungamente, sull’edizione dei Promessi Sposi del 1827, Goethe discorre con Eckermann. La ragione è che sui documenti del processo, sull’analisi e le postille di Verri, Manzoni entrò, per dirla banalmente, in crisi. La forma, che non era soltanto forma, e cioè il romanzo storico, il componimento misto di storia e d’invenzione, gli sarà apparsa inadeguata e precaria; e la materia dissonante al corso del romanzo, non regolabile ad esso, sfuggente, incerta, disperata. E c’è da credere procedessero di pari passo, in margine alla sublime decantazione o decantata sublimazione (da nevrosi, si capisce) in cui andava rifacendo il romanzo, l’abbozzo della Colonna Infame e la tesura del discorso sul romanzo storico. Due grandi incongruenze, a considerare che venivano dallo stesso uomo che stava tenacemente attaccato a rifare e affilare un componimento misto mentre ne intravedeva e decretava la provvisorietà e ne preparava uno, per così dire, integrale da cui l’invenzione veniva decisamente esclusa».
Infine, a proposito della scarsa fortuna che quest’opera avrebbe incontrato presso i lettori, e della previsione che ne aveva fatto Manzoni, Sciascia dichiara di avere egli ripreso quel genere così poco praticato in Italia, e qui dovrebbe aprirsi un lungo discorso sull’opera sciasciana, ma poiché esula dal tema qui preso in esame basterà avervi fatto cenno. Dichiara Sciascia: «Non c’era mai stato niente di simile, in Italia; e quando qualcuno, più di un secolo dopo, si attenterà a riprendere il “genere” (poiché Manzoni, come esattamente dice il Negri, prefigura il “genere” dell’odierno racconto-inchiesta di ambiente giudiziario), “le silence s’est fait”: come allora».
fonte: Marcello D'Alessandra, amicisciascia.it
sabato 15 luglio 2023
“Il cambiamento per il cambiamento è caratteristica del diavolo”
Abbiamo ancora a disposizione, dopo tanti anni, un pezzo di grande giornalismo che porta la cronaca di un difficile momento di Arnaldo Forlani all’altezza di una limpida rappresentazione circa il carattere e la personalità del più riservato e schivo dei leader storici della Dc. A scriverlo su Repubblica fu Miriam Mafai, a lungo firma prestigiosa del quotidiano romano. L’articolo apparve in coincidenza con l’accusa del pool di Mani Pulite all’allora segretario di Piazza del Gesù e presentava, quasi plasticamente, la fisionomia di un politico irriducibile ai canoni della tradizione democristiana, pur essendone sicuramente una delle espressioni più originali. Nel testo si rinviene una perla del pensiero forlaniano: “Nell’agosto del 1992, nel corso del Consiglio nazionale che doveva eleggere il nuovo segretario, Arnaldo Forlani rispondeva polemicamente a Martinazzoli ricordando che “il cambiamento per il cambiamento è caratteristica del diavolo”.
Era solo una battuta? Non credo. In quelle parole si celava la ritrosia o l’avversione per quello che avremmo imparato a definire con il termine di “nuovismo”, fenomeno deteriore di spavalderia e inconcludenza apparso nel tempo della veloce gestazione della cosiddetta seconda repubblica. È probabile che non valesse come rimprovero a Martinazzoli, di cui riconosceva la capacità di suggestione nella lettura della crisi, anche oltre il campo della politica, bensì come avvisaglia del pericolo che la Dc doveva correre nell’affidarsi allo spontaneismo di una interpretazione finanche ingenua degli eventi. Difficile dire se prevalesse nel suo animo una dose di rassegnazione o di autocontrollo, magari l’una nasceva dall’altro e viceversa. Certo, non credeva alla immortalità della Dc. Con il solito glamour all’inglese, fece osservare in un Consiglio nazionale che millenni prima era finito anche l’impero degli Ittiti — figuriamoci, perciò, se non poteva finire il potere dei democristiani.
Sarebbe interessante capire quale nesso abbia congiunto la formazione giovanile, debitrice dell’ansia riformatrice del dossettismo, alla postura moderata del Forlani della maturità. Il suo percorso, a ben vedere, si snoda lungo il binomio di “conservazione e superamento” che caratterizzerà l’azione di Fanfani rispetto alla lezione di Dossetti. Eppure, anche rispetto all’attivismo di Fanfani l’usuale posatezza di Forlani appare fuori quadro. Ciò nondimeno, in contrasto con l’accusa di vaporosità rivolta al forlanismo, sta la costanza di un pensiero molto netto che ha colto nella dinamica storica della politica italiana la novità del centro-sinistra come esito del confronto tra cattolici e socialisti. Qui sta, a mio avviso, la continuità della politica forlaniana e qui anche il messaggio che lascia per il presente e per il futuro, giacché si tratta, in effetti, della continuità che nel variare delle scelte, sempre oggetto del conflitto che pervade e qualifica la democrazia, ha segnato il concetto di progresso e stabilità – tutt’e due i fattori insieme – nello svolgimento della politica del leader marchigiano.
Alla fine, se oggi volessimo interrogarci seriamente sul lascito politico di Forlani avremmo da compiere un salto all’indietro per farne due in avanti, nella sostanza cercando di capire come la cultura cattolico popolare e democratica, da un lato, e la cultura socialista dall’altro possano reincarnarsi in una nuova progettualità politica, con le necessarie condizioni di sostenibilità organizzativa. Da questo nucleo teorico, se definito con rigore e lungimiranza, può irradiare la complessa ideazione di una nuova politica di centro. È una sfida in cui possiamo ritrovare il gusto di Forlani per un avanzamento, ancorché prudente, sulla via del progresso civile del Paese.
venerdì 14 luglio 2023
Un comune disegno riformatore
Il governo è attraversato da tsunami che mettono a dura prova la leadership di Giorgia Meloni. Così loro ci provano a mettere in mare una piccola scialuppa, ennesimo contenitore centrista che dovrebbe riuscire a fare sterzare il timone del governo verso quell'area politica liberal fino a ieri presidiata da Silvio Berlusconi e oggi da loro considerata orfana. A differenza degli altri gruppi analoghi essi vantano di non fare parte organica dell'alleanza di centrodestra e quindi di avere maggiore libertà di manovra e di influenza e a differenza dell'ex Terzo Polo sottolineano la matrice cattolica. In più ci sono le europee del prossimo anno, col ruolo che intendono giocare i centristi. Tanta carne al fuoco per i volenterosi che terranno la presentazione ufficiale della loro creatura politica il 19 luglio alla Camera dei Deputati.
A fare gli onori di casa saranno, tra gli altri: Marco Follini, quattro legislature, ex vice presidente del Consiglio (governo Berlusconi del 2004), ex Dc, ex Udc, ex Pd, Gaetano Quagliariello, quattro legislature, ex ministro nel governo Letta del 2013, ex Pri, ex partito radicale, ex Forza Italia, Mario Mauro, una legislatura più tre da europarlamentare, ministro nel governo Letta del 2013, ex Fi, ex Scelta Civica (Mario Monti), Giuseppe De Mita (nipote dello scomparso Ciriaco), una legislatura e dal 2010 al 2013 vicepresidente della Regione Campania, ex Dc, ex Pd, ex Udc, Giorgio Merlo, quattro legislature, ex Dc, ex Ppi, ex Pd, Angelo Sanza, dieci legislature, quattro volte sottosegretario (governi De Mita, Goria, Cossiga-Forlani-Spadolini, Andreotti), ex Dc, ex Fi, ex Udc.
Tutti insieme appassionatamente in Base Popolare, così si chiama il neo raggruppamento che dopo l'ufficializzazione alla Camera incomincerà a raccogliere adesioni, sfidando anche il periodo estivo poiché le elezioni europee sono vicine, il centro è in fase di assestamento e questa nuova voce reclama il proprio spazio. Spiega Giuseppe De Mita: «C'è bisogno di una nuova forza politica autonoma di matrice popolare. Non è possibile organizzarne la presenza in uno degli schieramenti esistenti, di destra o di sinistra, poiché le loro posizioni politiche oggi prevalenti sono costruite sull'elaborazione di proposte riferite a modelli astratti, conditi di demagogia ideologica, che cercano di forzare la realtà o ne ignorano una parte. Il popolarismo cerca risposte non fondate su astratte pretese di verità, ma dentro la complessità della realtà. Il bisogno di sicurezza e il desiderio di libertà, che in misura diversa caratterizzano le principali tendenze sociali, non sono i termini di uno scontro irriducibile, ma gli elementi di un conflitto che la cultura politica deve pacificare offrendo loro un orizzonte di compatibilità».
Molti sono stati i tentativi di riempire il vuoto lasciato dalla Dc. Il principale è stato quello di Forza Italia. Ma l'area centrista ha visto nascere (e morire) gruppi e movimenti di vario genere. Quali sono le prospettive di Base Popolare? Secondo Follini: «La destra gode oggi di un vantaggio numerico e insieme di un vantaggio strategico. Il favore popolare è dalla sua, come dicono i numeri. E l'impossibilità di coalizzare tutti gli avversari accomunandoli in uno stesso cartello elettorale aggiunge una buona dose di fortuna ai numeri della maggioranza. Dunque, viene facile scommettere sulla stabilità, a meno di errori ed eventi che modifichino questo quadro un po' idilliaco.
Eppure tutti questi vantaggi contengono un'intima fragilità, che è legata alla profonda crisi del sistema politico. E dunque, se a quella crisi non verrà posto rimedio, è facile prevedere che prima o poi essa invaderà anche i giardini fioriti dell'attuale maggioranza di governo. Ma il rimedio sta per l'appunto in un comune disegno riformatore. Quel disegno che da mezzo secolo a questa parte viene continuamente evocato e che poi continuamente svanisce”.
Del gruppo costitutivo di Base Popolare fanno parte anche Lorenzo Dellai, una legislatura, ex sindaco di Trento, ex presidente del Trentino Alto Adige, ex Dc, ex Ppi, ex Scelta Civica e Francesco Maria Tuccillo, avvocato e segretario di Avocats sans frontières. Il vertice del Partito popolare europeo ha espresso un apprezzamento che si concretizzerà nella presenza di Manfred Weber, capogruppo del Ppe, alla prima manifestazione ufficiale del movimento, a settembre.
Dice Gaetano Quagliariello: «L'attuale governo è a guida centrodestra, cioè il mio schieramento da sempre, ma al suo interno la parte liberale, quella a cui sono sempre stato vicino, oggi conta davvero poco. Ciò è, oggettivamente, frutto di diversi errori fatti nel tempo. Penso che Giorgia Meloni stia facendo molto bene, ma penso anche che questa parte liberale abbia bisogno di ripensarsi». Aggiunge Mario Mauro: «L'Europa sta andando a destra, ma è responsabilità dei socialisti, e anche di quelle forme che in Italia si chiamano 'dibattito sul centro'. Così il centro viene, non di rado, riassorbito nell'orbita di quei partiti di destra che nei singoli Paesi trionfano. Il governo Meloni da questo punto di vista è un modello esemplare, dove la rappresentanza dei moderati vale intorno al 7/8%. Si tratta di un'anomalia. Perciò vogliamo ricostruire l'area popolare, non per il blasone che porta, ma perché la politica senza pensiero trascinerà il nostro Paese e l'Europa verso il conflitto. Dobbiamo quindi fare un sacrificio organizzativo, metterci insieme in una direzione di marcia. Ci abbiamo provato in tanti in questi anni, ma siamo stati vinti e messi al muro. Dobbiamo evitare di farci la guerra a vicenda, di mettere veti. Un soggetto politico non può essere ridotto a feudo. Facciamo presto, bene e insieme».
Base Popolare molla gli ormeggi. Tra i prossimi ingressi vi sarebbe quello di Marco Bentivogli, ex segretario della Fim-Cisl e co-fondatore del movimento Base Italia: sempre Base è… È annunciata pure la richiesta di un incontro da parte di De Mita & Co con Carlo Calenda e Matteo Renzi. Ci si potrà accordare in vista delle europee? Non sarà facile ma ci si proverà. A settembre bisognerà decidere. Conclude Lorenzo Dellai: «Tutti noi abbiamo pasticciato una serie di soluzioni parziali, limitate, autoreferenziali. Rimane fondamentale e cogente la necessità del recupero di un pensiero popolare. Smettiamola di piantare micro bandierine in ogni dove. Dobbiamo davvero costruire una casa comune. Italia Viva e Azione? Il problema è che è un soggetto con due proprietari, dove c'è molta cultura liberal, poca cultura popolare. Non possiamo essere dei gregari, ma stare su un livello di pari dignità».
Fonte: Italia Oggi, Carlo Valentini, 11 luglio 2023
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