martedì 31 gennaio 2012

Un debito di riconoscenza

Poche parole, a poche ore dalla morte del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: un uomo politico e un servitore della Costituzione rigoroso, roccioso e intransigente e, proprio per questo, molto amato e anche molto osteggiato.
“Non c'è da temere mai di fronte alle pressioni esterne. L'unico che può temerle è chi è ricattabile”: sono parole sue, rivolte ai giudici ma valide con riguardo a qualunque magistratura e tanto più valide in quanto riferite alle più alte cariche della Repubblica. Di queste, la prima e fondamentale “prestazione” costituzionale che si ha necessità e diritto di pretendere, soprattutto nei tempi di incertezza o di crisi, è la rassicurazione che viene dalla serenità e dalla forza, cioè dalla certezza che non vi possono essere cedimenti e deviazioni.

Altri, col tempo e con la riflessione necessari, scriveranno di lui e della sua opera nella storia della Repubblica, una storia che la copre dall'inizio all'altro ieri. Allora si faranno bilanci. Nella commozione del momento, vorrei ricordarlo con parole nelle quali egli probabilmente si riconoscerebbe volentieri, quasi come in un suo motto: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37).

Una delle cause del degrado e della corruzione della vita pubblica nel nostro Paese, egli l'imputava ai troppi sì che si dicono da parte di chi avrebbe il dovere di dire di no, in modo di stabilire il confine del lecito e dell'illecito e quindi il territorio entro il quale può legittimamente valere il gioco democratico. Quelle che seguono sono sue parole: «Il compito del Capo dello Stato non è quello di essere equidistante tra due parti politiche. Sarebbe fin troppo facile. Si dà ragione una volta all'uno e una volta all'altro e si sta a posto con la coscienza. No, il compito del Capo dello Stato è quello di garantire il rispetto della Costituzione su cui ha giurato. Di difenderla a ogni costo, senza guardare in faccia nessuno. Tra il ladro e il carabiniere non si può essere equidistanti: se qualcuno dice di esserlo vuol dire che ha già deciso di stare con il ladro». L'imparzialità di cui la Costituzione ha bisogno non è dunque un'equidistanza senza carattere, ma presuppone che si stabilisca quali sono le parti le cui pretese sono legittime e che da queste siano tenute separate quelle che non lo sono. Soprattutto nei momenti di turbolenza e di tentativi di forzatura, il Capo dello Stato non può esimersi dal compito – un compito che nell'ordinaria vita costituzionale gli è risparmiato – di stabilire i confini tra il lecito e l'illecito costituzionale. Tra questi due poli non può esservi imparzialità. In una Costituzione pluralista e inclusiva com'è la nostra, il terreno dell'inclusione costituzionale è assai ampio ma non è certo illimitato. Una Costituzione che “costituzionalizzasse” tutto e il contrario di tutto sarebbe non una costituzione ma il caos.

È perfino superfluo ricordare che gli anni del settennato presidenziale di Scalfaro furono un periodo di accesissime polemiche e non infondati timori per la “tenuta” delle istituzioni costituzionali. Al centro delle tensioni si trovò proprio la Presidenza della Repubblica e la sua interpretazione della Costituzione. Non furono solo polemiche verbali ma anche attacchi personali il cui obbiettivo era trasparente. Il drammatico discorso televisivo delle 9 della sera del 3 novembre 1993, il discorso del “non ci sto”, fu al tempo stesso una denuncia e una risposta. La reazione dell'opinione pubblica non iniziata alle segrete cose fu, inizialmente, di sconcerto. Non si comprendeva che cosa stesse accadendo, anche se si avvertiva l'eccezionalità del momento e delle parole appena udite, che alludevano a manovre tanto più inquietanti quanto meno limpide. Col senno di poi, comprendiamo che quelle tre parole dicevano a chi doveva intendere: “ho compreso” e un “sappiate che cedimenti non sono alle viste”. Che cosa “ho compreso”? Si dice che fosse in atto un attacco, un ricatto al Capo dello Stato da parte di uomini della maggioranza d'allora, che non lo consideravano malleabile. La parte finale del discorso allude certamente a ciò. Ma la parte iniziale è quella che deve essere riascoltata oggi. Vi si parla non di un atto grande e conclamato, contro la Costituzione e le sue istituzioni. Si parla di degrado e corruzione attraverso piccoli cedimenti, di per sé poco evidenti, ma tali da sommarsi l'uno all'altro e di fare massa, fino al momento in cui, quando ci se ne fosse accorti e si fosse voluto reagire, sarebbe stato troppo tardi. Qui, nel “bel paese là dove il sì suona” troppo frequentemente, i “no” scalfariani sono stati una scossa salutare. Egli stesso ne era orgoglioso. Nelle sue numerose e generose interviste, conferenze, lezioni degli ultimi anni, usava ricordare agli uditori, che avevano evidentemente bisogno di parole di rigore e le salutavano con entusiasmo, i tre rotondi “no” (senza “il di più” satanico) che seguirono alla richiesta di elezioni anticipate dopo la rottura dell'alleanza Lega-Forza Italia nel 1994. Quei “no” hanno salvato la Costituzione da quella che sarebbe stata una prima interpretazione anti-parlamentare destinata a fare scuola, secondo la quale il presidente del Consiglio può pretendere nuove elezioni per essere “plebiscitato” contro un Parlamento che non sta alle sue volontà. Scalfaro è stato la prima pietra d'inciampo nella marcia verso qualcosa d'inquietante, una sorta di “democrazia d'investitura” personalistica che non sappiamo dove ci avrebbe portato. Se, oggi, il presidente della Repubblica ha potuto resistere alle pressioni per elezioni anticipate, a seguito delle dimissioni del governo Berlusconi, lo dobbiamo anche alla fermezza mostrata allora dal presidente Scalfaro.

Ma altri, importantissimi “no” sono stati pronunciati. Non possiamo dimenticare con quale alto senso della laicità delle istituzioni repubblicane, egli – cattolicissimo – rivendicò davanti al Papa il suo essere presidente di tutti gli italiani, credenti e non credenti, cattolici e non cattolici, quando è tanto facile acquisire meriti e farsi belli agli occhi della gerarchia ecclesiastica, appellandosi alla tradizione cattolica, maggioritaria in Italia. Così, le questioni di fede o non fede, con lui, non erano mai motivi di divisione. Ciò che mi pare contasse davvero era l'evangelica rettitudine del sentire e dell'agire. Questo spiega l'ottimo rapporto personale – ch'egli soleva ricordare – con tanti galantuomini d'altri partiti, talora lontani politicamente dal suo e, al contrario, il pessimo rapporto con chi galantuomo non era, ancorché del suo stesso partito.
Infine, il suo impegno per la difesa della Costituzione, nel quale fino all'ultimo non risparmiò le sue energie. Presiedette il comitato Salviamo la Costituzione, al quale si deve un contributo decisivo alla vittoria nel referendum del 2006, che impedì una trasformazione profonda e ambigua delle nostre istituzioni. Ecco un altro no. Alla Costituzione andavano costantemente i suoi pensieri, consapevole ch'essa rappresenta uno dei frutti più elevati della cultura e della politica del nostro Paese. E insieme alla Costituzione, la Resistenza che ne è la radice storica e morale. Nel discorso alle Camere riunite, in occasione del giuramento, il 28 maggio 1992, rese omaggio agli uomini e alle donne che parteciparono alla lotta di Liberazione. La Costituzione “io non l'ho pagata nella Resistenza […] Altri non la votarono ma la pagarono con la vita. Non dimentichiamolo mai”. Retorica, diranno coloro ai quali questa Costituzione non aggrada. Parole profonde, diranno invece coloro che hanno consapevolezza del valore storico di quel periodo della nostra storia e del suo frutto più importante. E questi ti saranno per sempre in debito di affetto e di riconoscenza, presidente Scalfaro.
di Gustavo Zagrebelsky, da Repubblica, 30 gennaio 2012

Un uomo di un altro tempo

Sarà ricordato come il presidente che, sul crinale tra Prima e Seconda repubblica, ha saputo evitare all’Italia una deriva anticostituzionale e antidemocratica, rivelando una tempra politica da molti prima non conosciuta.
Prima di salire al Quirinale nel ’92 in una stagione drammatica per gli attentati a Falcone e Borsellino e per l’emersione degli effetti della crisi morale che investiva il sistema politico, Oscar Luigi Scalfaro non era considerato un cavallo di razza. A conferma che nei grandi partiti politici, oltre alle leadership più forti e popolari, era disponibile una riserva di dirigenti di altissimo profilo, dotati cioè di grande spessore culturale, spirituale e politico.
Nella Dc, anche nel suo tempo, Scalfaro era rispettato come un “uomo di un altro tempo”, per la sua integrità morale che a volte mostrava il volto della rigidità, per l’ostentazione dell’ ispirazione cristiana e per l’oratoria calda, rotonda e raffinata. In effetti questo suo apparire ed essere un “uomo di un altro tempo” è stata la sua virtù, la forza che gli ha consentito di resistere e sfidare i venti a volte anche impetuosi di cambiamenti tanto effimeri quanto inutilmente fragorosi. Mentre ad altri è capitato di abbassare la testa di fronte ai nuovi stili di una sedicente modernità politica, Scalfaro ha fortemente ancorato il Quirinale sulla roccia della Carta costituzionale, scelta non facile dopo il discusso epilogo del settennato cossighiano.
I suoi successori, Ciampi e Napolitano, non sono stati da meno nel confermare questa fedeltà alla Carta, ma è giusto riconoscere che il rischio maggiore dell’assalto alla medesima si è registrato proprio negli anni convulsi della nascente cosiddetta seconda repubblica. Perciò quei «no» e quei «non ci sto» di Scalfaro, sono apparsi subito come una nuova “gettata” di cemento costituzionale che ha reso più forti le fondamenta della nostra democrazia, mettendole in sicurezza anche rispetto ai previsti assalti successivi.
La gestione così originale della funzione di massimo garante della Carta gli costò sofferenze anche sotto il profilo umano, oltre a quello politico. Venne sacrificata l’amicizia di tanti uomini del suo stesso partito, la Democrazia Cristiana, che non compresero tanta severità nel giudicare comportamenti soggettivi e scelte politiche che a molti di loro non sembravano meritarla, né compresero talune scelte presidenziali giudicate troppo aperte alle aspettative delle allora opposizioni, come lo scioglimento anticipato della XI legislatura.
In effetti furono proprio la rigorosa correttezza costituzionale e l’assoluta assenza di calcoli politici di parte, che connotarono alcune delle sue più importanti decisioni, così come la rigorosa difesa del carattere parlamentare della nostra democrazia, a costituire i presupposti di quella forza morale e politica che illuminò e resse l’intero difficile settennato di Scalfaro.
Papa Benedetto XVI ha giustamente reso onore al grande uomo politico cristiano, le cui battaglie, in difesa della Costituzione, della libertà, della laicità, della pace e della moralità della classe dirigente non furono peraltro sempre accompagnate da analoghi riconoscimenti, perché Scalfaro – sarebbe ingiusto non ricordarlo – era una persona scomoda e un cristiano scomodo. Ma in questo momento non serve ricordare incomprensioni, polemiche e amarezze che la vita non gli ha risparmiato.
A me pare più interessante rilevare come, e ciò lo si coglie in modo netto nel magistero scalfariano degli ultimi vent’anni, la fedeltà alla ispirazione cristiana di quella generazione che sotto la guida di De Gasperi rese protagonisti i cattolici nella costruzione della democrazia del paese, si sia manifestata e si continui a manifestare in una sorta di difesa “ideologica” della Costituzione.
C’è infatti una fermezza e una intransigenza – come si fa a non ricordare la battaglia in difesa della Carta in quegli stessi anni del monaco Giuseppe Dossetti, padre costituente come Scalfaro? – in questi uomini dovuta proprio a una sorta di investimento religioso sui principi della Costituzione, come se il valore della persona, della vita, della libertà, della pace, del bene comune, non possa essere scritto che nell’unico modo in cui è stato fatto, appunto, nella Carta. La quale, proprio per ciò, è stata ed è vissuta come il punto di convergenza fra l’umanesimo cristiano e l’umanesimo laico, e la sua sacralità consiste appunto in questa miracolosa convergenza, che doveva e deve essere difesa da ogni insidia.
Non è un caso che “dall’altra parte”, quella laica, lo stesso atteggiamento abbiano mostrato e mostrino i presidenti Ciampi e Napolitano. E non è pure un caso che Scalfaro non sia mai riuscito (forse non l’ha neanche cercato) a realizzare un feeling con l’onorevole Berlusconi, che considerava “estraneo” alla cultura e a gran parte della stessa architettura del nostro modello di democrazia costituzionale, non solo per ragioni anagrafiche ma proprio per ragioni profondamente etiche e culturali.
Si capisce, dunque, la goffaggine di alcune interpretazioni superficiali e stucchevoli della supposta discontinuità degli atteggiamenti politici di Scalfaro, prima scelbiano, poi forlaniano e infine progressista, o prima cattolico integralista e poi cattolico dialogante, letture che non colgono la verità del nucleo solido del suo modo di intendere e di vivere la coerenza morale e politica, come coerenza al Vangelo e ineludibilmente alla Costituzione.
 
Pierluigi Castagnetti, Europa, 31 gennaio 2012

domenica 22 gennaio 2012

Elogio della crisi

"Non pretendiamo che le cose cambino, se agiamo sempre allo stesso modo.
La crisi può essere una grande benedizione per le persone e i paesi, perchè la crisi porta con sè il progresso.
La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte scura. 
E' nella crisi che sorgono l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento è dà più valore ai problemi che alle soluzioni.
La vera crisi è l'incompetenza.
Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d'uscita ai propri problemi.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non c'è merito.
E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perchè senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.
Parlare della crisi significa promuoverla, non parlarne durante una crisi significa esaltare il conformismo.
Invece di fare questo, lavoriamo duramente.
Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla."

Albert Einstein, "Il mondo come io lo vedo", 1956

Il tempo si è fatto breve

Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero;
coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero;
quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 7,29-31.

sabato 21 gennaio 2012

Serve una nuova Camaldoli per rilanciare l'idea di bene comune

Tra i principi ispiratori del Codice di Camaldoli vi era l'idea di uno Stato inteso come garante e promotore del bene comune. Oggi ci siamo dimenticati di questa finalità e ci siamo dimenticati dello Stato, che molti vorrebbero ridotto a mero fascio di residuali funzioni fiscali e amministrative. Ci siamo dimenticati, soprattutto, del "bene comune". «Il fatto — spiega Valori — è che i cattolici e il loro Partito Popolare non sono mai stati del tutto ai margini della politica italiana. Basta intendersi su cosa si definisce per "politica". II movimento laureati, la rete dell'Azione Cattolica, il magistero lontano ma sempre vigile di don Luigi Sturzo, che lega il cattolicesimo non al liberalismo ma a un progetto completo di riforma dello Stato e dell'economia italiane. Qui, l'influsso sui cattolici popolari è il personalismo francese di Mounier, l'esperienza  di Bernanos, l'accettazione dei diritti dell'uomo in funzione di una teologia politica che riconosce alla Chiesa il diritto di operare, come tale, nella città dell'Uomo, per dirla con Sant'Agostino. Centralità della persona, accettazione della legge dello Stato se coincide con il retto sentire e la libertà di tutti gli uomini». «Il bene comune — riprende — nel codice di Camaldoli del 1943, è il fine dello Stato, che non può sostituirsi ai singoli, il mito del"Leviatano" di Hobbes, e che comunque riguarda le condizioni esterne necessarie a tutti i cittadini per lo sviluppo delle loro qualità e dei loro "uffici", per dirla con il linguaggio quasi ciceroniano di Pio XII. Oggi c'è davvero bisogno di questa filosofia dei cattolici democratici nel dibattito politico e culturale italiano e europeo». «Gli Stati — spiega ancora — sono diventati tutti più deboli e incapaci, spesso, di proteggere e sostenere il bene comune, a meno di non"chiedere l'anima"ai loro cittadini, e probabilmente la vera sfida sarà, per i cattolici e per tutti i democratici di cultura liberale, impostare una teoria e una prassi del"bene comune" al tempo degli hedge funds, della globalizzazione finanziaria, dell'impoverimento di massa e del trasferimento di gran parte del baricentro manifatturiero e, poi, finanziario, dal centro euroamericano ai Paesi in Via di Sviluppo, dove la cultura del bene comune, per motivi storici e ideologici, non è particolarmente diffusa. Globalizzare le idee dopo aver universalizzato la finanza, ecco la sfida per una ipotetica"nuova Camaldoli"». 

Dignità, eguaglianza, solidarietà della persona umana: ecco altri principi ispiratori di Camaldoli. Oggi che molti sembrano richiamarsi, spesso a sproposito, all'esperienza del '43, come crede si possa ricollocare la persona nella centralità che le compete sulla scena umana? «La persona - dice Valori - nella filosofia politica dei cattolici, soprattutto nel gruppo dei filosofi legati a Mounier è irriducibile non solo allo Stato, ma anche alla comunità e al gruppo. Viene in mente il concetto heideggeriano di "essere gettati nel mondo", una relazione che implica l'unicità non solo della persona fisica, ma anche della sua sub stantia morale e spirituale. Uscire dal soggettivismo capitalista era il primo fine dei collaboratori di Mounier, poiché il gruppo di Esprit vedeva nel concetto borghese di persona l'atomismo del mercato, l'incapacità di creare una teoria dello Stato, il bellum omnium contra omnes che può distruggere non solo ciò che è "superato" nell'economia, secondo il modello di Schumpeter, ma anche la storia e la morale profonda dei popoli. Per Mounier, il capitalismo"faceva troppo presto", accelerava sul breve periodo trasformazioni che avrebbero necessitato di più tempo; mentre il comunismo, che pure, è bene notarlo, ha solo con Lenin una vera e propria "teoria dello Stato" sia pure nel progetto della sua estinzione finale nella comunità degli eguali, distrugge la persona invisibile sul fasullo altare della persona visibile, dei suoi"bisogni", della sua mera sopravvivenza che, spesso, non viene nemmeno garantita dal bolscevismo che si fa stato e economia.
I cattolici hanno, proprio con il personalismo, una teoria dello Stato (il bene comune e ciò che lo rende efficace) e una teoria della rappresentanza politica. Si ricordi che la borghesia, in Italia e in Europa, cade sotto il tallone di acciaio dei totalitarismi fascisti perché non ha partiti organizzati, ma solo ottocenteschi comitati elettorali, mentre il proletariato organizzato dai comunisti crea un partito per la sola finalità del"rovesciamento dello stato di cose presenti", per usare la formula di Marx e di Engels». II concetto di persona del cattolicesimo politico «è dunque innovativo, coerente con la nuova "società delle masse" e con la loro nazionalizzazione, e soprattutto con un corretto rapporto, che vale anche per i non credenti, tra soggetto e stato. Oggi la situazione è molto più complessa, poiché la persona (e la sua dignità, con i suoi diritti inalienabili) è divenuta, grazie alle ideologie del postmoderno, un semplice fascio di istinti o una "macchina desiderante", per usare una vecchia formula di Deleuze. Ma, se questo fosse vero, allora gli istinti, che sono sostanzialmente eguali in ognuno, non definiscono la persona, e non vi è nessuna derivazione logica tra titolarità di una pulsione desiderante e la dignità e la libertà di chi desidera la sua realizzazione spirituale e materiale. Una contraddizione logica che si risolve con il paradosso di Tertulliano: la Fede. E questo vale anche per i non credenti, mentre una cultura del corpo e della istintualità pura è distruttiva, lo stiamo già vedendo, non solo della società ma dei singoli, concreti esseri umani. Anche qui, la Chiesa è chiamata a formulare una filosofia politica universale che sazi la voglia non di semplici "valori" da proclamare, ma di pratiche sociali da mettere in atto. E la questione non riguarda solo la pur importantissima carità». 
Camaldoli fu prassi, prova di pensiero, ma fu anche capacità di dialogo e forza di movimento. Possiamo realisticamente pensare che tutto questo — movimento, dialogo, prassi, azione — possa guidare un nuovo risorgimento culturale? «Certamente. Senza il "codice di Camaldoli" non vi sarebbe stata la Costituzione repubblicana, e non dico questa costituzione, ma una Carta Fondamentale italiana e repubblicana qualsivoglia. La rete dell'Azione Cattolica, che il regime fascista teme e reprime ma che non può del tutto eliminare, la capacità da parte del Papato di parlare agli USA, con lo stretto rapporto tra Pio XII e l'ambasciatore personale Myron Taylor, il sostegno del ricco (culturalmente) cattolicesimo francese, che ha vissuto la Rivoluzione del 1789 e il capitalismo"massonico", sono tutti segni del fatto che erano i cattolici democratici a sostenere lo Stato nazionale da ricostruire. Non i laici, minoritari anche nella borghesia liberale, e Benedetto Croce, sapientemente, parlerà del "non possiamo non dirci cristiani", in quegli anni; non i comunisti di Togliatti, che identificano correttamente la DC come il vero antemurale sociale e politico, non solo strategico e internazionale, alla loro presa del potere in Italia, che Togliatti si illuderà sempre di compiere aggregando parte dei cattolici di sinistra, non certo la Monarchia che era fuggita e il socialismo, stretto tra una alleanza con il PCI e i primi tentativi di una alleanza modernizzatrice con i cattolici democratici». 
Ma oggi è possibile questa nuova rinascita culturale, ripensando il "Codice di Camaldoli"? «Certamente. Se mi si consente una serie di suggerimenti, un nuovo "Codice" camaldolese potrebbe partire dalla nuova teoria della "persona": non più titolare di semplici diritti formali, ma capace di elaborarne di nuovi all'interno di una libera comunità. Occorrerà poi che la Chiesa e i cattolici più avvertiti utilizzino il fatto che il Papato è cattolico, ovvero universale, per ricostruire una rete di diritti tra mondo sviluppato, terzo mondo e Paesi in Via di sviluppo. Sul piano politico-culturale, tanto maggiore il tasso di sviluppo, tanto maggiore, nel vecchio"terzo mondo", il tasso di nazionalismo e di divario crescente tra ricchi e poveri. Si pensi alla Cina, o al Brasile post-Lula. Difendere l'universalità dei valori umani, difendere un nuovo diritto del lavoro nell'era della globalizzazione, senza creare rendite ma anche senza distruggere vite e dignità dei popoli, tutelare la natura, come spesso sostiene, con la sua consueta capacità di precorrere i tempi, Papa Benedetto XVI, sono tutti elementi di una Nuova Camaldoli che non potrà non essere globale, come universali sono le sfide che anche l'Italia si trova a fronteggiare in questi anni».
Un intervento pubblico nell'economia sarebbe auspicabile, proprio ora che è ripreso il ritornello delle "privatizzazioni"? «Bisogna chiedersi cosa vuol dire"intervento pubblico". Pasquale Saraceno o Ezio Vanoni, di fronte a una questione come questa, si sarebbero domandati, come accadde a Paronetto all'Iri, cos'è davvero pubblico e cosa intrinsecamente privato. Il principio di una buona gestione va ben oltre la titolarità della proprietà delle imprese, e probabilmente la questione di una nuova teorica dell'intervento pubblico nell'economia riguarda un vecchio termine caro agli economisti di Camaldoli: la programmazione. Noi abbiamo a che fare, oggi con un capitalismo che "crea valore per gli azionisti", ma senza definire il tempo della creazione e della durata di tale valore. Una economia "mordi e fuggi" che sta distruggendo sé stessa. Sarebbe necessario, e anche questo è nello spirito della carta camaldolese, un dibattito globale, nelle sedi opportune, su chi produrrà cosa nei prossimi dieci anni. I "trenta gloriosi" anni che vanno dalla prima ricostruzione economica postbellica degli anni '50 alla fine delle parità fisse definita a Bretton Woods, che gli USA utilizzarono per far pagare agli europei la loro superinflazione da guerra del Vietnam in parallelo con la costruzione della"Great Society"di Lyndon Johnson, sono finiti. Ma non affatto finita la necessità di una analisi concordata della divisione mondiale del lavoro. La Cina vuol fare la manifattura del globo? Benissimo, ma l'UE farà la comunità delle infrastrutture, che venderà a USA, Cina, Russia, India. Gli USA terranno le tecnologie dell'innovazione? Ottima idea, ma eviteranno di entrare nel mercato delle tecnologie fini per il consumo privato. Se si razionalizza la divisione mondiale del lavoro, si aumenta la redditività media degli investimenti, che acquisiscono effetti di sinergia ambientale, e il tutto dovrebbe essere gestito, sempre nello spirito di Camaldoli, da un nuovo accordo tra le monete. 
Noi abbiamo creato una gioventù del consumo cospicuo, evidente, come quello che Veblen leggeva nei capitalisti USA, che è ormai resecata dalla produzione, manuale come intellettuale. La persona è un tutto, è il concetto di Mounier, e il consumismo giovanile ha distrutto la stessa identità di questa dimensione della vita. Cosa fare, praticamente? Le linee del ministro attuale del Welfare Fornero sono razionali, ma occorre una nuova prospettiva culturale e spirituale: si lavora e si studia per il bene comune, dove si realizza la mia persona, non il mio soggetto. La cooperazione, in questo senso, potrebbe dare alcune risposte: cooperative di giovani, fiscalmente ben trattate, e che possono accedere a finanziamenti legati ad una specifica entità finanziaria, pubblico-privata, una sorta di Cassa Depositi e Prestiti della società».
Quali crede possano o debbano essere, in sintesi, i principi ispiratori di una politica ispirata all'idea di bene comune? «Il bene comune è la libertà del soggetto che si confronta, ogni giorno, con la libertà di altri uomini e donne. Il bene comune, oggi, cos'è? È la ricerca di un punto di contatto reale tra i vari gruppi sociali, che la degenerazione postmoderna del capitalismo ha separato. Gli imprenditori e i lavoratori, i giovani e i vecchi, i poveri e i ricchi, i laici e i cattolici, oggi siamo abituati, purtroppo, ad una società dove ogni gruppo si immagina di giocare, come dicono gli economisti, un"gioco a somma zero" nei confronti degli altri, di tutti gli altri. È un errore prima spirituale e culturale, ma è anche un errore tecnico e economico. Ogni attività sociale dovrebbe essere, da questo punto di vista, insieme più libera e più socializzata, ma dislocando diversamente socialismo e liberalismo. Un grande e dimenticato economista italiano, Enrico Barone, nel suo "Il ministro della produzione nello stato collettivista", del 1908, sosteneva che era possibile, in astratto, risolvere le equazioni classiche dello sviluppo economico, svolgendo"un lavoro immane", anche in una economia collettivista. Noi non amiamo nessun tipo di collettivismo, ma cercare di razionalizzare le comunità (e qui ci ricordiamo dello straordinario esempio di Adriano Olivetti) con criteri di libero gioco tra di loro, e non necessariamente tra aziende private o pubbliche, ma tra libere comunità, è, ancora questa, una sfida della Camaldoli prossima ventura «Dobbiamo ripartire dal bene comune, dalla persona non più titolare di semplici diritti formali, ma capace di elaborarne di nuovi».  

Vincenzo Faccioli Pintozzi, Liberal 20 gennaio 2012

La rivoluzione liberale

Liberal, 20 gennaio 2012

sabato 14 gennaio 2012

La dimensione comunitaria



Come tutti gli anni, domani a Caltagirone, nel 93esimo anniversario dell’appello “ai liberi e forti”, sarà ricordato sotto il profilo storico e politico il valore del messaggio di Luigi Sturzo. Il convegno promosso dal Partito democratico e dall’Associazione “I Popolari” quest’anno avrà come titolo “La Repubblica delle città”, allo scopo evidente di conciliare l’autonomismo sturziano con l’idea di stato repubblicano.

Com’è noto per Sturzo il valore delle autonomie locali coincide con l’esigenza di riconoscere (viene alla mente l’articolo 5 della nostra Costituzione) la soggettività primaria della comunità: si parte dall’uomo, poi si passa alle sue relazioni primarie e, dunque, alla famiglia e alla comunità locale, cioè a quell’insieme di persone relazionate “naturalmente” l’una con l’altra, partendo dai rapporti “al di qua della legge” per proiettarsi a quelli disciplinati dalla legge.

Così al soggetto primario “uomo” si aggiunge il soggetto primario “comunità”, cioè l’autonomia locale, la città. Il consorzio delle città darà vita alla dimensione provinciale, quello delle province alla regione, quello delle regioni allo stato nazionale, quello degli stati nazionali alla comunità sopranazionale.

Non si può comprendere il pensiero di Sturzo se non partendo da questa sua idea di uno stato che segue la società, al punto da definire «lo stato come forma organizzativa della società». 

Pensavo a Sturzo ascoltando il presidente Mario Monti il 7 gennaio scorso a Reggio Emilia quando diceva, a proposito dell’Europa, che personalmente avrebbe preferito la conservazione della denominazione precedente, Comunità anziché Unione. Il processo di globalizzazione comporta infatti l’esigenza di riscoprire la dimensione comunitaria, non solo a livello istituzionale, ma prima ancora a livello sociale.

Non è un caso che nel dibattito filosofico e politologico nord americano sia stato riscoperto il valore del comunitarismo, proprio perché la communitas rende l’idea di un luogo concreto, naturale e perciò “caldo”, fatto di relazioni corte, che sanno veicolare sentimenti di solidarietà, di condivisione e di reciproca protezione, di “scambio di sguardi” come diceva Martin Buber. 

Sturzo all’inizio del Novecento quando proponeva il suo pensiero sociologico e politico fortemente intriso di personalismo e comunitarismo aveva conosciuto l’apporto di Tönnies (Comunità e società, 1887), di Durkheim (La divisione del lavoro, 1893), di Proudhon (Soluzione del problema sociale, 1848), ed era entrato in un dialogo ideale che coltiverà in tutta la prima metà del secolo con Weber (Economia e società, 1922), Plessner (I limiti della comunità, 1924), Kelsen (Socialismo e stato, 1923), Buber (Il principio dialogico ed altri saggi, 1935 e Il problema dell’uomo 1942), Maritain (Umanesimo integrale, 1936) e Mounier (Rivoluzione personalista e comunitaria, 1934).

È importante conoscere gli autori che hanno contribuito a formare il pensiero di Sturzo perché sono gli stessi che formeranno la cultura democratica di buona parte dei nostri padri costituenti. Il loro merito non consistette solo nell’“importare” quel pensiero ma nel trasformarlo e adeguarlo alle esigenze storiche del nostro paese. Erano soprattutto i costituenti cattolici, più liberi di altri nell’aprirsi al nuovo e più capaci di altri nel trasformarlo in fatti, istituzioni, costume civile, senso comune.

La importante attualità del pensiero sturziano è accentuata dalla necessità che oggi abbiamo di riscoprire il valore della comunità. Sappiamo che il sostantivo latino communitas ha come corrispondente greco koinonia (comunanza, partecipazione) e la aristotelica koinonia politikè, tradotta in latino societas politica, diventa infatti in italiano società politica, ma ancor meglio comunità.

Secondo Roberto Esposito (Communitas, 1998), communitas deriva dall’unione della preposizione cum col sostantivo munus (che significa al tempo stesso dono e dovere), e la communitas risulta quindi dall’insieme di persone vincolate da obbligazioni reciproche, dal debito di riconoscenza che unisce l’una con l’altra. Per Esposito il contrario della communitas è l’immunitas cioè l’emancipazione dall’obbligo di gratitudine derivato dall’accettazione di un dono, e legge non a caso la modernità in chiave di “progetto immunitario”, un progetto che «non si rivolge soltanto contro gli specifici munera – oneri, vincoli, prestazioni gratuite – che gravano sugli uomini...ma contro la stessa legge della loro convivenza associata.

La gratitudine che sollecita il dono non è più sostenibile dall’individuo moderno che assegna ad ogni prestazione il suo specifico prezzo». A partire da Hobbes poi, al dono subentra il contratto e la comunità cede il posto allo stato. Potremmo dire che lo sforzo di Sturzo è stato quello di evitare l’alternativa comunità-stato, dono-contratto, e di trovare anzi un punto di sintesi: ecco cos’è “la Repubblica delle città”.

L’intuizione fondamentale di Buber (il filosofo, teologo, esegeta ebreo, noto soprattutto per i suoi studi sul chassidismo) sarà quello di individuare la comunità come il luogo in cui si incontrano l’io e il tu, «la vera comunità non nasce dal semplice fatto che le persone nutrono sentimenti reciproci ma dal fatto che tutti siano in reciproca relazione vivente con un centro vivente, e che siano tra loro in una vivente relazione reciproca».

È evidente che l’inserimento del “centro vivente” introduce nella comunità un elemento religioso importante, che non la limita, ma la rafforza e le dà senso. Questo principio viene di fatto ripreso da Maritain e da Mounier, sia pure con accentuazioni diverse, ma entrambi preoccupati di precisare che tale dimensione religiosa non contraddice il principio di laicità e di riconoscimento del valore ontologico delle realtà terrene.

Per Mounier in particolare «è impossibile arrivare alla comunità senza la persona», anzi, «se è vero che solo le persone creano comunità è anche vero che solo attraverso la comunità – la relazione di amore che, svelando il volto dell’altro, aiuta a capire il nostro – si diventa persone».

E, aggiunge ancora Mounier, «il noi segue sempre dall’io, o per meglio dire, poiché non si costituiscono uno indipendentemente dall’altro, il noi deriva dall’io e non potrebbe precederlo».

Non è difficile cogliere in questo gioco di precedenze fra l’io e il noi una precisa cultura democratica e più in generale dello stato. Quella appunto che ci ha lasciato Sturzo.

fonte: Pierluigi Castagnetti, Europa, 14 gennaio 2012
(illustrazione di Giancarlo Montelli)

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